Storia della Repubblica di Firenze v. 1/3

Part 27

Chapter 273,483 wordsPublic domain

Diremo adesso in quegli anni le interne cose della Repubblica: l’ammonire non cessava, e le sètte degli Albizzi e dei Ricci, palesi a tutti, mantenevano in sospetto la città anche di occulte macchinazioni. Era venuto in Firenze [anno 1360] Niccolò Acciaiuoli, grande Siniscalco del regno di Napoli, uomo di potenza quasi regale, e nuovamente da Egidio Albornoz creato visconte della Romagna riconquistata da quel bellicoso Cardinale nel nome del Papa. L’Acciaiuoli come cittadino di Firenze aveva il suo nome tra gli altri imborsato per la tratta dei magistrati, ma fino allora ogni volta fosse tratto aveva divieto come assente, rimettendosi però la polizza nelle borse. Le quali erano quasi vuote ai giorni della sua dimora in Firenze, e fallare non poteva ch’essendo presente non fosse Priore: le cortesie, le magnificenze, la fama di lui, molti adombravano, impauriti per la libertà se tale uomo sedesse in Palagio: ed egli a togliere i sospetti uscì di Toscana. Occorse in quei giorni che in Bologna l’Albornoz oscuramente accennasse a un ambasciatore fiorentino d’una congiura in Firenze per sovvertire lo stato: il che avendo questi rivelato quindi ai Signori, crebbe il sospetto che si aveva dell’Acciaiuoli, e incontanente fecero provvisione che niun cittadino il quale avesse giurisdizione di sangue o sotto sè città o castella potesse essere all’ufficio del Priorato. Ma veramente una congiura in Firenze si tramava o con Giovanni da Oleggio il quale cacciato di Bologna si era fatto signore d’Ancona, o con Bernabò Visconti, o con lo stesso Albornoz, grande ambizioso che accettava in proprio nome la signoria d’Orvieto e d’altre città papali, ma cauto da non si tuffare in pratiche a lui fatte da un oscuro venturiere. Tale si era un Bernardo Rozzo milanese, che per la promessa di molto danaro disse ogni cosa alla Signoria, e lasciò intendere anche più del vero. Ma intanto un’altra rivelazione era fatta da Bartolommeo de’ Medici, a ciò esortato da Salvestro suo fratello. Aveva egli un trattato con Domenico Bandini e con Niccolò Del Buono, ammoniti di recente: questi volevano dare lo stato ai Ricci; e quanti fossero più o meno intinti nella congiura non si seppe mai, parendo meglio ai reggitori che scuoprire il male mettervi un piede sopra. Il Bandini ed il Del Buono ebbero mozza la testa: un Infangati di antichissima famiglia e seco, di case grandi, Pino de’ Rossi, un Frescobaldi da Sammontana, un Adimari, un Gherardini, un Pazzi, un Donati, due popolani e uno di quei frati i quali stavano in Palagio, ebbero bando della persona e confisca degli averi.[281] Qui nota come fosse in sè divisa, ma sempre viva, la setta dei grandi: quel Manno Donati che si era dato alla milizia, moriva in Padova ai servigi dei Signori da Carrara; un altro Donati e un Gherardini ed un Pazzi in Firenze macchinavano congiure contro allo Stato; ed un altro Pazzi ed un altro Gherardini sedevano accanto ai grossi popolani, e gli troviamo noi Capitani della parte guelfa mentre avvenivano queste cose.[282]

Che la Repubblica in quegli anni fosse agitata, si vede pure da questo, che avendosi nell’anno 52, per economia di spesa, cessato dal fare venire in Firenze annualmente un Capitano del popolo, ed ora sentendosi mancamento di chi amministrasse la giustizia in cose politiche, fu quest’ufficio rimesso nell’anno 1366.[283] Quindi anche nascevano i sempre nuovi ordinamenti circa al magistrato della Parte,[284] che di quei moti era principal cagione: s’introduceva per arbitrii dentro alle viscere dello Stato, nulla correggeva, nulla ordinava, odioso a tutti e in sè medesimo impotente. A quel che appare dai registri,[285] le ammonizioni non sarebbero state molte; ma col ferire chi fosse al punto d’essere tratto di magistrato, impedivano i più solenni ordinamenti della Repubblica, miravano a tôrre di mezzo quei nomi i quali fossero più appariscenti. Matteo Villani fu ammonito l’anno 1363, poco innanzi la morte sua; e infine al proemio del libro undecimo, per lui rimasto incompiuto, sembra egli accennare con parole commoventi a’ suoi privati travagli.[286] Ma il figlio suo ciononostante, nei Capitoli ch’egli aggiugneva poco dipoi, si lagna fosse in quei giorni raffreddato l’ammonire, lasciando correre la viltà de’ nuovi uomini che reggevano.[287] Assai notabile attenuazione di quelle leggi contro a’ Ghibellini fu fatta sulla fine dell’anno 1366, Uguccione de’ Ricci sedendo allora nel Priorato, ed in quella settimana nella quale essendo Proposto spettava a lui la prerogativa. I Capitani, ch’erano sei, fossero otto, poi cresciuti fino a nove; due grandi, due delle Arti minori, gli altri cinque grossi popolani; e che uno delle Arti minori intervenga sempre. Che niuno sia condannato nè ammonito senza revisione della sentenza per un consiglio di ventiquattro cittadini guelfi, innanzi ai quali possa difendersi l’accusato. Che l’Esecutore degli ordini di giustizia rivegga per giudizi regolari le condanne fatte in addietro per Ghibellini, non veri Guelfi o sospetti; e i non bene condannati assolva, sicchè non possano altrimenti tradursi in giudizio. Provvede altre cose circa l’ammettere testimoni. Nel marzo seguente fu confermata la provvisione, annullando cose fatte in quell’intervallo dai Capitani di parte guelfa contro alle dette riforme.[288] Donato Velluti, che ebbe parte in quelle cose, molto ampiamente le narra, ma (come suole) confusamente: aggiugne, volevano anche scemare i divieti, più gravosi alle maggiori case, che più avevano consorterie; ma nol poterono mai vincere: dice pure essere allora stati concessi ai grandi quattro dei maggiori uffici di fuori, cioè vicariati o potesterie: questo si ottenne a gran fatica.[289]

Sembrano a noi tali ondeggiamenti molto dipendere dalle cose che avvenivano al di fuori. Agli 11 dicembre 1364 esce divieto a qualsivoglia persona o collegio di supplicare al Papa o al Legato suo o al collegio dei Cardinali contro agli statuti della Parte guelfa o alle singole loro parti:[290] ma in quei giorni Urbano V già s’adoperava perchè scendesse in Italia l’Imperatore, che nel maggio susseguente a lui ne andava in Avignone. La riforma del 66 avvenne quando si aspettava in Toscana Carlo IV; il quale indugiava poi di un anno la venuta, nè lui presente era dicevole fare gran pressa contro ai Ghibellini. Dipoi sappiamo Piero degli Albizzi, capo degli uomini della parte guelfa, essere stato gran promotore della lega con Urbano: egli ed i suoi dagli avversari avevano per dileggio appelagione di _paperini_, giocando sul nome quasi che fossero _paterini_. La setta degli Albizzi aveva anche un segno che la distingueva, e i suoi aderenti portavano certa nuova foggia di berrette, la quale usanza era venuta di corte di Roma.[291] Piero degli Albizzi era molto grande appresso al Papa, massime quando (e forse anche in grazia sua e a procacciare la lega) Piero Corsini suo nipote ebbe il cappello di cardinale. Qui noi troviamo le due sètte avvicinarsi per le ambizioni poco sincere dei Ricci, i quali sè conoscevano essere da meno. Piero e Uguccione insieme andarono a papa Urbano ambasciatori in Viterbo; poi Rosso dei Ricci (fratello a Uguccione) fu scelto è vero ad accompagnare come quasi Ghibellino l’Imperatrice, ma questo Rosso troviamo bentosto capitano della lega stretta col Papa contro ai Visconti, e in quella guerra cadde prigione. Dipoi Uguccione mandava Guglielmo suo figliuolo in corte del Legato di Bologna, a cui miravano già i sospetti dei Fiorentini dacchè era il Papa fatto possente nella Romagna; dove ebbe provvisione, e un altro figliuolo benefizi della Chiesa: Albizzi e Ricci pareano fatti una cosa, e Uguccione e Rosso erano divenuti fieri all’ammonire: si rinnovò allora quella provvisione del 59, la quale cassava le assoluzioni ed esenzioni date in addietro ad uomini ghibellini.[292] La Repubblica era in balía dei Capitani di parte guelfa; ad essi andavano le ambizioni. Tra gli altri Benghi, dei Bondelmonti, possente uomo ed assai brigante, che era stato fatto di popolo per servizi prestati in guerra alla Repubblica, si diede agli uomini della parte guelfa per aver sofferta una ingiuria dai magistrati, ed a quella parte vennero seco non pochi grandi.

Ma venne tosto un’altra legge a fermare la sovranità della Repubblica nel magistrato di Parte guelfa, chiudendo ogni via a frenarne la potenza o a temperarla per vie legali. Statuiva, niuna provvisione la quale toccasse anche per incidenza ed in via accessoria le leggi e statuti e i privilegi o le proprietà di quella Parte, potersi fare, e fatte, essere _ipso jure_ irrite e nulle, senza che prima fosse consultato il magistrato della Parte stessa, chiamando a tal fine in palagio, Capitani e loro Consiglio; e fatto partito da questi, che desse licenza ai Priori e al Gonfaloniere di dare alla deliberazione corso, e farla passare per gli opportuni Consigli: a qualsiasi contravventore pena di due mila fiorini d’oro, i quali andassero alla Camera Apostolica, e più di essere _ipso facto_ dichiarato e tenuto per Ghibellino, non bene Guelfo e sospetto, in perpetuo, senza speranza di rivocazione, cancellazione o indulgenza.[293] L’anno dipoi, uno dei Priori avendo voluto provvedere per riformagione che nessuna ammonizione valesse quando non fosse approvata dai Signori e Collegi del palagio, tutti gli furono addosso, chi per un rispetto e chi per un altro, tantochè egli corse anche pericolo della testa. Richiesto il dì che uscì dell’ufficio dai Capitani della parte, dovè comparire innanzi a loro con la fune al collo, rendendosi in colpa di ciò che aveva voluto fare; e nientedimeno fu ammonito per sospetto.[294] Alla sopra riferita legge diede il nome Bartolo Siminetti chiamato Mastino; ma di ogni cosa era principale autore Lapo da Castiglionchio, legista di nome assai chiaro in quella età, del quale abbiamo una scrittura intesa a mostrare sè essere nobile d’antico lignaggio, nè potersi quella nobiltà di sangue giammai togliere per ascrizione fatta nell’ordine popolare. Tali concetti stavano in fondo al pensiero di quegli uomini i quali cercavano condurre lo Stato ad una forma aristocratica, siccome aveva fatto Venezia e leggevano essi nelle istorie dell’antica Roma.[295]

Ma non volevano però essi, nè certo volevano i migliori cittadini, porsi in sul collo due famiglie ambiziose e prepotenti, e a queste vendere la Repubblica; ed a questo fine insieme convennero quei medesimi che aveano fatta la legge, Simone Peruzzi, Giovanni Magalotti, Lapo da Castiglionchio, Salvestro de’ Medici, che figurarono poi diversamente nei moti successivi: con essi andavano altri molti dei migliori cittadini. Ma perchè era pena capitale ragunarsi più di dodici in luogo segreto, saputa la cosa, ne fu rumore; e convocato un Consiglio di richiesti, in numero cinquecento, Filippo Bastari popolano, che fu tre volte Gonfaloniere, disse arditamente, molti essersi intesi perchè il male avesse qualche efficace provvedimento; e conchiudeva la diceria con queste parole: «noi ci siamo ragunati per essere liberi; eh Signori, dateci la libertà.» Pur nonostante vinceva forse la parte dei pochi (tanto era possente), se gli Albizzi e i Ricci, falsamente collegati, non venivano tra loro a brutte parole rimbeccandosi ingiurie acerbe: talchè disciolto il Consiglio, fu vinto dipoi che a cinquantasei dei principali cittadini, e che già erano in uffizio, fosse balía di provvedere sotto certe condizioni alla salute della Repubblica. Al che molti si crederono bastasse avere escluso dai maggiori uffizi per cinque anni tre Albizzi e tre Ricci, che erano i principali di quelle famiglie. Ma tosto si vidde nel fatto, la cosa cadere sul capo ai Ricci soli, che perderono lo Stato: a Piero degli Albizzi, se fu chiuso il Palagio dei Signori, quello dei Guelfi, dove egli aveva grandissima autorità, gli rimase aperto. Allora fu anche istituito il nuovo magistrato detto dei Dieci di libertà, a difesa delle leggi e a salvaguardia dei cittadini; il quale rimase e fu possente nella Repubblica, secondo i tempi che succederono. Era dei primi che a tale ufficio vennero eletti, Marchionne Stefani, dal quale abbiamo ampio ragguaglio di questi fatti. Di più ordinarono fosse lecito a chiunque patisse offesa d’ingiuria da un più potente di lui, fare petizione che l’offenditore venisse posto tra i grandi; e sebbene poi tra loro si conciliassero, il partito dovesse andare più innanzi: il che a molti peggiori scandali divenne cagione ed a private soperchierie. In Firenze erano i Consoli della Mercanzia di autorità grande, e per tutta Italia molti si stavano ai giudizi loro per la importanza dei commerci di questa città: ai cinque, ch’erano delle maggiori Arti, due furono aggiunti dalle minori; dal che si trova essere scemata l’autorità di quel magistrato.

CAPITOLO VIII.

GUERRA CON PAPA GREGORIO XI. [AN. 1375-1378.]

Mentrechè gli uomini della Parte guelfa tiranneggiavano la Repubblica, questa era venuta in guerra col Papa. Non prima viddero i Pontefici col trasferirsi in Avignone scaduta essere l’autorità ch’esercitavano sull’Italia, voltarono l’animo alla recuperazione dell’antico patrimonio, e tosto si diedero a riconquistarlo con le armi; pare volessero divenire principi dacchè erano meno pontefici. Delle terre della Chiesa parte godevano libertà sotto popolare reggimento, di molte avevano occupate da lungo tempo le signorie alcune famiglie di possenti cittadini, rimasti signori per isforzato consentimento dei Papi medesimi, e oramai come indipendenti; non solevano i Pontefici direttamente esercitare la temporale sovranità, che in Roma veniva ad essi negata, ed era negli altri luoghi dello Stato negletta da loro o contro ad essi via via usurpata. Era quindi un nuovo fatto quel costringere generalmente con le armi i popoli a una sudditanza da prima insolita; ed i Papi scegliendo a quell’uopo Legati stranieri e armi straniere e ferocissime, rendevano odiosa più che mai l’impresa di cui sembravano vergognare, essi tenendosi in disparte di là dalle Alpi; e qui spogliati di gran parte del favore che prima godevano appresso ai popoli dell’Italia. Quindi la politica dei Fiorentini era mutata verso la Chiesa; usati avere intorno a sè o città libere o signori amici e ad ogni modo poco temibili, ora vedevano uno Stato grosso formarsi di membra che prima solevano insieme congiugnersi pel solo vincolo della lega guelfa, della quale erano essi a capo, ed in cui stava la forza loro: Bologna e Perugia di recente soggettate da quelli armigeri Cardinali, poneano minaccia là dove solevano essere difese allo Stato di Firenze, e questo venendo a interchiudere da opposti lati, lo stringevano così da farne (secondo correvano allora i sospetti) pericolare la libertà.

I mali umori delle due parti furono palesi tostochè ascese al papal seggio Gregorio XI, anch’egli francese, benigno e pio quanto a sè ma trascurato o connivente ai vizi de’ suoi; del che avevagli dato esempio lo zio di lui Clemente VI. Era in Perugia per Santa Chiesa un abate di Montmayeur, ed in Bologna era Legato il cardinale di Bourges, fieri uomini ed aggressivi e alla Repubblica male affetti, lei avversando come ostacolo frapposto ad ogni divisamento loro. Veramente i Fiorentini, soliti farsi di Santa Chiesa tutela ed arme contro a’ Visconti, oggi temevano come più vicina la potenza dei Legati; ed io credo nel segreto de’ consigli loro per nulla gradissero il ritorno dei Pontefici in Roma, che avrebbe allo stato della Chiesa data fermezza troppo maggiore. Si aggiungevano le interne cause, e in gran numero dei popolani la brama di abbattere quel magistrato che avea per sè l’antica forza del nome guelfo e il vessillo della Chiesa;[296] le parti erano oggimai scambiate, ed i nuovi modi di governo tenuti dai Papi gli facevano sostenitori dei pochi e dei grandi contro a’ popoli e alla libertà. Questa opprimevano i Legati in città amiche ai Fiorentini, usando a tal fine le armi straniere e le fortezze di recente fabbricate nel cuore stesso delle città, permettevano o promuovevano le nefande opere e le scellerate; e fecero (benchè a dirlo mi sia duro) che le coscienze dei più rigidi e timorati, non che la turba dei malevoli ad ogni sorta d’autorità, e quanti erano mantenitori del pensiero ghibellino, allora stessero contro a’ cherici.[297]

La Repubblica si era posta già da due anni sulle difese col distruggere quello che fosse rimasto in essere di potenza alla famiglia degli Ubaldini, amici ai Legati della vicina Bologna, e mantenuti, come dicevasi, in istato dagli Albizzi che a quella parte davano mano: degli Ubaldini uno venne ucciso dai suoi fedeli a tradimento; un altro in Firenze per sentenza decollato (come fu detto) contro ragione.[298] Ma le cose peggiorarono quando in Romagna fu Legato l’anno 1375 il Cardinale di Sant’Angelo, di casato Novellet, di leggiero animo e imperito. Era in Firenze stata la peste un’altra volta; cui succedette tanto grave carestia che, nonostante il provvedere dei magistrati e la larghezza che soleva la Repubblica usare in simili congiunture,[299] mancando il grano, fece richiesta al Legato di Bologna permettesse farne tratta da quelle provincie che molto ne erano abbondanti: ma rifiutò questi, il divieto mantenendo con pertinacia, sebbene avesse dal Papa lettere in contrario. Dovè il Comune per altro modo e con grave spesa provvedere, avendo nel costo dei grani, che poi a minore prezzo rivendeva, perduto somma molto ingente, che, al dire d’un cronista contemporaneo, fu lo scampo della libertà.[300] E le aggressioni o le minaccie continuavano: certo aiuto di gente mandato dall’Abate di Perugia ai Salimbeni parve insidia tramata contro alla libertà di Siena, come cercassero i Legati aprirsi ogni via al sovvertimento di Toscana. Quel di Bologna fece poi tregua co’ Signori di Milano; ed ai Fiorentini mandò scritto, non potere egli più sostenere la Compagnia grossa degli Inglesi che aveva a soldo, chiedendo prestito di danaro; e perchè gli fu negato,[301] fece nel mese di giugno che la Compagnia scendesse in Toscana, guastando le terre e occupando le strade, che era un impedire alla città i ricolti e così averla a discrezione. La Compagnia giunse fin verso Prato, ma i Fiorentini per centotrentamila fiorini d’oro patteggiarono col capitano si ritraesse; e questi poi venne più tardi ai soldi loro, veduto ch’erano buoni pagatori. Aveva nome Giovanni Hawkwood, che i nostri chiamano Giovanni Aguto; e lui vedremo più volte poi mischiato ai fatti della Repubblica: dei condottieri in quella età era l’Aguto il più famoso, stato già contro alla Repubblica nella guerra de’ Pisani ed in quella dei Visconti fatta per conto di Samminiato. Costui mentre era intorno a Prato, un trattato si scoperse per dargli la terra; del quale essendo trovati autori un notaro e un prete, condotti in Firenze patirono quivi crudele supplizio:[302] scrivono l’Aguto rivelasse egli medesimo il trattato, e che i due presi lo confessassero. Inoltre dicevano avere il Legato mandato in Firenze ingegneri a disegnare i luoghi forti della città, e a spiare aditi agli assalti.

Allora in Firenze furono creati gli Otto della guerra con tanta balìa quanta se ne poteva dare per la condotta delle genti stipendiarie, per la nomina dei capitani e degli ambasciatori, per fare leghe ed ogni altra cosa che importasse alla guerra, salva l’approvazione della Signoria sola, o insieme ai Collegi, quanto alla spesa ed all’osservanza delle leggi e ordini del Comune.[303] Dei quali Otto, perchè rimasero dipoi famosi, gioverà dire essere stati com’era prescritto, uno di famiglia grande, uno delle Arti minori e gli altri sei delle maggiori Arti. Elessero altri otto a fare accatto sui cherici, dicendo la guerra essere venuta per difetto dei pastori: quindi, per forza o per amore, ebbero prestanza di fiorini novantamila; poi cominciarono a mettere in vendita gli arredi delle chiese, poi le possessioni. La Repubblica in tali cose andava spedita, se l’uopo stringesse, o che le ragioni dello Stato a lei sembrassero manomesse: queste andavano sopra ogni cosa, e tanto più osavano quanto che sempre nelle coscienze loro viveva la fede, ed amavano popolarmente la Chiesa quando anche avversassero gli ecclesiastici. Troviamo in più casi questi modi essere praticati, ed è parte che sarebbe da rintracciare minutamente nell’istoria della Repubblica.

Sul quale proposito diremo che in Firenze l’Inquisizione era in mano dei frati Conventuali di Santa Croce, perchè nel secolo XIII erano apparsi i Domenicani andare tropp’oltre contro ai Paterini. Ma quando nell’anno 1345 un fra Piero dell’Aquila Inquisitore usava sue armi per fini privati, impedirono a mano armata l’esecuzione d’una sentenza, ed a lui tolsero il diritto di avere sue carceri e d’imporre multe e di far pigliare chicchessia senza licenza dei Priori; altresì frenando negli Inquisitori la facoltà di concedere licenza delle armi a privati cittadini, che si annoveravano a tal fine tra’ famigliari del Santo Ufizio. Avevano anche in vari tempi fatto leggi contro a’ cherici, sottoponendoli al giudizio dei magistrati secolari per le offese recate ai laici, e chi offendesse alcun laico di maleficio criminale fosse fuori della guardia del Comune; inoltre vietando richiamarsi in Corte di Papa e ottenere privilegio di giudici delegati, sotto gravi pene all’appellante e a’ propinqui suoi. Erano di plebe quelli che imponevano tali cose; poichè tra’ più grossi benefiziati molti erano de’ grandi o dei grassi popolani, i quali si facevano dai loro assolvere di violenze o di soprusi recati ai più deboli e impotenti. Laonde poteva la legge essere per sè buona (secondo avvisano i Cronisti), ma offendeva troppo la libertà della Chiesa, ed ebbe biasimo dai più savi. Gregorio XI annoverava pure queste leggi tra’ carichi apposti alla Repubblica di Firenze nel Breve del quale tantosto avremo a favellare.[304]