Storia della Repubblica di Firenze v. 1/3

Part 2

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Primi fatti di Castruccio. — Viene fin sotto Prato il primo di luglio 1323; ma tosto poi levato il campo, si riduce a Serravalle. — I Fiorentini popolarmente volendo da Prato procedere oltre, i Nobili si oppongono: scisma nel campo, e indi in Firenze, dove gli sbanditi pretendono essere rimessi: tentano entrarvi per forza, ma il colpo fallisce; e tre dei grandi puniti. — Alcuni degli sbanditi ottengono il ritorno. — Fazione dei Serraglini; condanna dei Bordoni. — Riforma per cui la Signoria e i maggiori uffici sono tratti a sorte. — Istituzione dei Pennonieri per maggior guardia della città. — Nobili per grazia recati a popolo. — Fallimento degli Scali e Amieri. — I Fiorentini, dopo avere soccorso a Genova e in Lombardia la Parte guelfa, raccolgono intorno a sè aiuti delle città amiche, assoldano Francesi e Tedeschi, e vanno contro a Castruccio: questi con grandi forze ghibelline, soccorso da Azzo Visconti con seicento cavalieri, vince grande battaglia all’Altopascio, 23 settembre 1325. — Viene sotto Firenze, empiendo di devastazioni e di rovine tutto il piano e le colline circostanti, 1326. — Signoria data per dieci anni al Duca di Calabria. — 1327. Discesa in Italia di Lodovico il Bavaro. — Viene a Pisa con Castruccio, il quale creato Duca di Lucca, lo accompagna fino a Roma; poi torna in Toscana per la ricuperazione di Pistoia, dove erano entrati per sorpresa i Fiorentini. — Dopo lungo assedio riavuta Pistoia, Castruccio muore il 3 settembre 1328. — Novembre. Per la morte del Duca di Calabria, Firenze tornata in libertà, riordina il governo. — Condanna a morte di Cecco d’Ascoli.

_Capitolo_ II. — IL RE GIOVANNI DI BOEMIA SCENDE IN ITALIA. — PIENA D’ARNO. — DEDIZIONE DI PISTOIA, ED ALTRI ACQUISTI. — GUERRA CON MASTINO DELLA SCALA; FALLITA IMPRESA DI LUCCA. [AN. 1328-1342.] 205

Carestia in Firenze, e pubblici provvedimenti. — Tedeschi al Cerruglio offrono Lucca in compra ai Fiorentini, poi la vendono a uno Spinola. — Guerra in Val di Nievole e in Val d’Arno. — Scende in Italia il re Giovanni di Boemia d’accordo col Papa. I Fiorentini lo combattono, fatta lega co’ Signori ghibellini di Lombardia: è vinto, e torna in Germania. — 1333. Inondazione grandissima in Firenze e nel contado: viene in Firenze la processione dei Flagellanti. — Fallimento dei Bardi e dei Peruzzi. — Dedizione di Pistoia, d’Arezzo, di Colle di Val d’Elsa. — Conti e Signori di castelli ricevuti in protezione o accomandigia dalla Repubblica. — Terre franche edificate, vassalli fatti sorgere a coloni liberi. — Lunga contesa con gli Ubaldini; la Repubblica di San Marino. — Guerra con Mastino della Scala. — Compra di Lucca, e fallita impresa contro a questa città.

_Capitolo_ III. — IL DUCA D’ATENE. [1342-1343.] 221

I Grandi e il Popolo sempre in arme tra loro: congiure, condanne. — Stava il Governo nelle maggiori famiglie popolane, delle quali erano venti Commissari, preposti alla guerra contro Lucca e diffamati dopo il mal’esito della impresa. — Gualtieri di Brienne duca d’Atene eletto capitano generale. — Pratica intelligenze coi Grandi e col popolo minuto contro ai mezzani prepotenti. — Fa Parlamento, e viene eletto Signore per un anno, e quindi a vita, 8 settembre 1342: occupa il Palazzo e abolisce il Gonfalonierato. — Si aliena i Grandi, promuove la plebe minuta: sue violenze, rapine, corruttele. — Fa pace co’ Pisani e lega con Signori di Lombardia. — Tre congiure che insieme si uniscono contro lui. — 26 luglio 1343, tutta la città in arme, asserragliate le vie; d’Oltrarno si smuovono Grandi a cavallo e popolo armato in grande numero; tutti vanno contro al Palagio. — Assedio al Palagio: crudeli vendette popolari contro a’ ministri del Duca. Questi infine rinunzia il Governo e torna in Puglia. — Quattordici eletti a riformare lo Stato.

_Capitolo_ IV. — CACCIATA DEI GRANDI. — PESTE IN FIRENZE. [AN. 1343-1348.] 237

Ribellione del distretto. — I Grandi messi a parte degli uffici. — La città divisa in Quartieri. — Il popolo minaccioso impone ritogliere ai Grandi gli uffici. — Sedizione d’Andrea Strozzi, 24 settembre 1343. — I Grandi si afforzano seguiti da molta plebe; ma tutti quelli della parte destra dell’Arno sono costretti venire a patti. — L’Oltrarno rimane in forza dei Grandi: assalto alle case dei Frescobaldi, poi a quelle dei Bardi, che infino sono espugnate e vanno a sacco. — Una radunata di malandrini rubatori, dalle milizie del Potestà è percossa e gastigata. — Nuova riforma: passa il Governo dal grasso popolo negli artefici. — Effetti della cacciata dei Grandi. — 1348. Peste in Firenze e sue conseguenze.

_Capitolo_ V. — DELLA CITTÀ E STATO DI FIRENZE. — ENTRATE E SPESE DEL COMUNE 248

Morte di Giovanni Villani. — Contado e Distretto; Fortezze. — Popolazione; consumi. — Scuole. — Chiese e conventi, spedali. — Fondachi, numero dei panni, Arte della lana e Arte di Calimala, Cambiatori. — Signorie forestiere, giudici, ufiziali. — Ville intorno a Firenze. — Entrate e spese del Comune.

_Capitolo_ VI. — GUERRA CON L’ARCIVESCOVO DI MILANO. — TRATTATO CON L’IMPERATORE CARLO IV. — IL MAGISTRATO DI PARTE GUELFA. — ALBIZZI E RICCI. [AN. 1349-1358.] 258

Recuperazione di Colle, di San Gemignano, di Prato: strage dei Guazzalotri: accordo con Pistoia, nella quale mettono guardia. — Potenza di Giovanni Visconti arcivescovo di Milano: rompe guerra ai Fiorentini ed entra nel Mugello. — Nuova condizione dei Ghibellini in Toscana. — Carlo IV, imperatore debole, tratta in segreto coi Fiorentini. — I Veneziani e il Papa s’accordano a fare scendere l’Imperatore in Italia. — Carlo IV, coronato in Monza, viene a Pisa. — 1355. Trattato pel quale i reggitori di Firenze sono fatti vicari imperiali: nè a lui nè all’Imperatrice è permesso di entrare nella città. — Carlo IV, coronato in Roma, torna in Allemagna. — Prevalenza negli uffici delle Arti minori e nelle città di nuovi uomini venuti di fuori: consorterie, sètte, scioperi degli artefici. — Il Magistrato di Parte guelfa. Come ivi dominassero gli ottimati. — Della esclusione dei Ghibellini si fa un’arme contro alla parte popolare; arbitrio tirannico di cui s’investe quel Magistrato; pronunziano senza forma di giudizio divieti di accettare ufficio, ai quali danno nome di ammonizioni. Di qui nasce la contesa tra gli Albizzi e i Ricci.

_Capitolo_ VII. — LA GRAN COMPAGNIA. — GUERRA CO’ PISANI. — SECONDA VENUTA DI CARLO IV IN ITALIA. — IL MAGISTRATO DI PARTE GUELFA: AMMONIZIONI. [AN. 1358-1374.] 291

Milizie straniere in Italia, la gran Compagnia. Questa volendo dalla Romagna passare in Toscana (1358), è rotta dai villani dell’Appennino. — I Fiorentini per lungo contrasto co’ Pisani si adoprano a richiamare i commerci a Talamone, e mettono in mare galee armate. — Volterra viene in signoria della Repubblica. — Guerra con Pisa [1362]. — Morte di Piero da Farnese, capitano dei Fiorentini: Pandolfo Malatesta sospettato. — I Pisani vengono fin sotto le mura di Firenze: poi avendo una compagnia inglese mutato bandiera, si fa pace [1364]. — Urbano V, e Carlo IV in Italia [1369]: potenza di Bernabò Visconti. — San Miniato viene in potestà della Repubblica. — Niccola Acciaiuoli Gran Siniscalco del regno di Napoli, sospettato in Firenze. — Leggi che rafforzano l’arbitrio del Magistrato di Parte guelfa. — Piero degli Albizzi. — I Ricci perdono lo Stato.

_Capitolo_ VIII. — GUERRA CON PAPA GREGORIO XI. [AN. 1375-1378.] 318

Romagna recuperata al Patrimonio della Chiesa. — Mala contentezza dei Fiorentini e animosità contro essi dei Legati di Bologna: Giovanni Hawkwood condottiero inglese. — Guerra contro al Legato. — Quali leggi gravassero i cherici. Inquisizione. — Gli Otto della guerra. — Lega con Bernabò Visconti; fanno ribellare le terre della Chiesa. — Gregorio XI offre condizioni di pace, stornato dagli Otto. — Interdetto pronunziato in Avignone contro a Firenze ed ai Fiorentini in qualunque luogo dimoranti. — Eccidio di Cesena fatto da Inglesi e da Brettoni soldati della Chiesa. — Diligenza usata dagli Otto in quella guerra. — Gregorio XI torna a Roma. — Negoziati presto rotti. — La Repubblica fa riaprire le chiese in Firenze; confraternite, devozioni. — Santa Caterina da Siena e sue lettere a Gregorio XI. — Aperto dissidio tra gli Otto della Guerra e i Capitani di Parte guelfa. — Congresso a Sarzana per la pace. — Morte di Gregorio XI. — Firenze ottiene miti condizioni dal nuovo papa Urbano VI.

_Capitolo_ IX. — LINGUA, LETTERE ED ARTI IN FIRENZE. — PETRARCA, BOCCACCIO. [AN. 1322-1378.] 341

Come si formassero la lingua e il popolo di Toscana. — In Italia il secolo che finiva nel 1300 fu quello dei grandi fatti e delle grandi cose. — Importanza durante quel secolo degli uomini dell’Italia media, che era la parte più latina: la poesia e le lettere nacquero ivi religiose e popolari; non si perderono in sottigliezze, ma seguitarono il comun senso della umanità. Crebbero e si fecero esemplari alla nazione per la finitezza della lingua e per la maggiore estensione del pensiero. — Ma su’ dialetti delle altre Provincie potevano poco, perchè la Toscana non era centro da cui potesse venire a diffondersi per tutta Italia un comun parlare. Quindi le incertezze e le contese che sono antiche quanto la lingua. — Dante: suo libro De Vulgari Eloquio. — La lingua illustre degli Italiani pareva sempre che fosse il latino. I libri toscani usciti dal popolo in tanto gran numero, poco erano conosciuti nel resto d’Italia. Scarsa l’azione del pulpito, della tribuna, del teatro. Quando si cominciò per tutta Italia a scrivere libri in lingua volgare, l’autorità del parlare dei toscani era venuta a ristringersi; parve da ultimo si perdesse troppo in facezie e in bassezze. — Ma la poesia ebbe una comune lingua. — Autorità somma esercitata in Italia dal Petrarca, e a lui rimasta per le sue liriche: nella vita fu egli italiano più che fiorentino. — Nel trecento abbassò il livello degli animi e parve non rimanessero che gl’ingegni. — Scrittori di prosa: Matteo Villani, frate Iacopo Passavanti. — Virtù e vizi dello scrivere del Boccaccio, che fu maestro sommo della lingua, ma la potenza di scrittore guastò pel concetto falso ch’egli ebbe dello stile, colpa dell’animo e dei tempi. — Santa Caterina da Siena ebbe doti di grande scrittore. — Altri autori di prose e poesie nella fine del trecento. — Studio pubblico in Firenze. — La Scultura progrediva più della Pittura. — Andrea Orcagna: edifizio d’Orsanmichele e Loggia sulla piazza dei Signori.

APPENDICE DI DOCUMENTI.

I. Breve di Clemente IV, de’ 25 marzo 1266, al cardinale Ottaviano degli Ubaldini per l’assoluzione della città di Firenze e di alcuni cittadini dalle scomuniche incorse quando era sotto la dipendenza del re Manfredi 373 II. Discorso intorno al Governo di Firenze dal 1280 al 1292; d’incerto autore 378 III. Istoria compendiata di San Gimignano 389 IV. _PROTESTATIO FACTA PER SINDICOS COMUNIS FLORENTIE DOMINO KAROLO ROMANORUM REGI_ 398 _CAPITULA CONCORDIE INTER DOMINUM KAROLUM ET COMUNE FLORENTIE_ 399 V. Matteo Villani; e il Ghibellinesimo in Firenze 404 VI. Provvisione del 27 gennaio 1371 dall’Incarnazione 415 VII. Discorso d’autore incerto, scritto l’anno 1377 _Del principio e di alcuni notabili del Priorato_ 420

NOTA INTORNO AI MALESPINI 425 NOTA INTORNO AL METODO DELLA CRITICA A PROPOSITO DELLA STORIA DI DINO COMPAGNI 434 NOTA CIRCA ALL’ATTO DI PROMISSIONE TRA I CONSOLI DI FIRENZE E GLI UOMINI DI POGNA 441

STORIA DELLA REPUBBLICA DI FIRENZE.

LIBRO PRIMO.

CAPITOLO I.

ORIGINE DI FIRENZE.

Narrare l’istoria della città di Firenze distesamente dai suoi primordi male potremmo, e non sarebbe dell’assunto nostro, per la incertezza o per la oscurità dei fatti, e perchè tardi questa città pigliò un carattere che la distinguesse tra molte in Italia. Non è dubbio che Firenze, chiamata da prima, come alcuni credono, o Villa Arnina o Camarzo, fosse nel suo cominciamento una borgata dell’etrusca Fiesole. Questa, dal monte sulla cui vetta sedeva, inviava con l’estendersi dei traffici i suoi mercanti giù nel piano, emerso dalle acque poichè il fiume Arno, rotte altre chiuse che lo impedivano, si fu aperta una via tra i massi della Golfolina: quindi l’origine di Firenze. Cresciuta pei coloni che vi stanziarono, soldati di Silla o più veramente di Ottaviano Cesare allora triumviro, in breve pel nuovo sito e per l’agiato luogo ebbe numero d’abitatori e decoro di edifizi, così da essere annoverata tra le buone colonie che Roma avesse in Italia. Sappiamo da Tacito come, regnando Tiberio, udisse il Senato gli oratori dei Fiorentini, i quali ottennero che la Chiana non fosse voltata a metter foce nell’Arno portando ruina d’inondazioni alla città loro.[1] Il circuito di un anfiteatro tuttora apparisce disegnato dalle vie che certo furono della edificazione prima; ebbe il Campidoglio ed hanno le Terme nomi derivati dai tempi romani.

Caduto l’Impero per la invasione dei barbari, fu la Toscana prima soggetta come le altre provincie ai re Goti, sinchè poi divenne campo a quella guerra che a discacciarli d’Italia fu combattuta dai Greci. Ma non è vero che Totila nei monti di Fiesole fosse sconfitto ed ucciso: in quei luoghi Stilicone, agli 8 d’ottobre dell’anno 405, avea debellato Radagasio, il quale con grande accozzaglia di barbari d’ogni gente era disceso in Italia;[2] ed in memoria di quel giorno i Fiorentini celebrarono la festa di santa Reparata, cui dedicarono quello che poi fu il loro maggior tempio. Di Totila è vero che le sue armi nell’anno 542 assediarono Firenze, difesa da Giustino luogotenente dell’imperatore Giustiniano.[3] Ricadeva essa poco di poi sotto alla dominazione dei Goti, insintanto che Narsete non ebbe nell’anno 552 vinto ed ucciso Totila, e indi posto fine al regno Gotico in Italia. Da tuttociò avvenne che più tardi, scambiando i fatti e il nome di Totila con quello del più famoso tra i barbari, fosse creduto che Attila avesse distrutta Firenze, e Carlo Magno la rifacesse. Tradizioni così sformate ebbero corso lungamente presso gli storici anche più solenni, e a noi le trasmisero gli antichi cronisti, ambiziosi d’annestare gli oscuri fatti ai nomi più illustri e quasi a mitici personaggi: compongono esse la leggenda dell’istoria.

Bene è da credere che Firenze, per quell’assedio e per l’oppressione recata dai barbari, patisse allora decadimento. Quindi è che nei due secoli della dominazione longobarda, e pure in quelli altri due che furono dopo Carlo Magno, non che essere a capo delle città di Toscana, io dubito che fosse annoverata tra le primarie: e Lucca fu sede a un Ducato longobardo, poi residenza prescelta sovente dai Marchesi di Toscana; e Pisa, già illustre, s’accresceva pe’ commerci, e grande aveva potenza sul mare. Per tale guisa i fatti di questi Marchesi, comunque in Italia d’assai grande nome dal nono secolo al duodecimo, non appartengono propriamente all’istoria di Firenze; la quale città ne apparisce quasi che oscura per tutto quel tempo. Nè durante quello è grande notizia di cose che spettino alla Chiesa fiorentina; intorno alla quale giova dire che, recato assai di buon’ora il Cristianesimo in Toscana, Firenze ebbe Vescovi nel quarto secolo; ed in sulla fine di questo, il più insigne tra essi, Zenobio; nel cui tempo sant’Ambrogio legato seco in amicizia, venuto in Firenze, consacrava quivi, com’è tradizione, la Basilica di San Lorenzo. Di più altre Chiese edificate e Badie fondate innanzi al mille, poco è da dire: fino al qual tempo la serie dei Vescovi fiorentini è spesso interrotta; si vede la Diocesi pigliare nome dal Battisterio o antico tempio di San Giovanni, e pare confondersi alle volte con quella di Fiesole. Ma dopo quell’êra di universale risorgimento ebbe principio la grandezza cui più tardi sursero la città e il popolo di Firenze: il che ne porge ora occasione a investigare sommariamente di quali schiatte e per quale modo il nuovo popolo si formasse, per quindi giugnere meglio preparati ai fatti che in breve sarà nostro obbligo di narrare.

Nei lunghi contrasti, che dagli antichi tempi noi sappiamo avere Firenze avuto con Fiesole, ravvisa ciascuno le necessità di guerra che sempre furono tra le città e le rôcche, tra’ popolani mercati e gli alti luoghi dove annidavano le signorie castellane o i vicari dell’Imperatore. L’antica schiatta che in sè avendo ricevuto e conservato l’impronta romana, pigliò aspetto e nome di schiatta latina, tendeva incessantemente a segregarsi dalla nuova che solo dalle armi avea signoria; e il vinto popolo italiano, cui null’altro rimaneva che il mercatare e il coltivare, si riduceva in comune, ponendo una sorta d’assedio ai castelli, e a sè facendoli tributarii per la necessità che i violenti sempre ebbero degli industriosi, e così gradatamente soverchiandoli con la ricchezza che vien dal sapere, prima d’essere potenti a dominarli con le armi. A questo modo per tutta Italia, ma più che altrove nella Toscana, l’antica gente a poco a poco venne a prevalere sulle nuove, le quali rimasero o mescolate o cancellate in mezzo al popolo che sorgeva. I nostri autori hanno grande cura di ricongiungere le memorie della città loro a quella di Roma, di cui Firenze si chiamò figlia, e dicono come fosse in tutto edificata a imitazione di quella. Ricordano Malespini distingue gli uomini dell’antico popolo da quelli di schiatta longobarda, ma questi confonde sovente con gli altri che molto più tardi seguitarono gl’Imperatori. Descrive minutamente le famiglie ch’erano grandi al tempo suo, e dove andarono a posarsi quando vennero a città: ma le più care e la sua propria cerca derivare, non da origini tedesche, bensì da Fiesole o da Roma: taluni appella grandi baroni, e questi sarebbero i Tedeschi; di molti più afferma che erano antichissimi gentili uomini signori di ville e di castella nei luoghi loro; il che fa credere gli tenesse come antichi abitatori e proprietari del suolo istesso. Chi scoprisse alcuna cosa circa le origini e la schiatta e le possessioni di quelle famiglie che furono grandi nella città o nel contado, saprebbe assai dell’istoria nostra.

Dove racconta il Malespini quella pretesa riedificazione di Firenze che per Carlo Magno si sarebbe fatta, aggiugne che «i Fiesolani e i Conti vicini, stretti amici de’ Longobardi, si mettevano a contrasto e non la lasciavano rifare;[4]» parole notabili, non per il fatto in sè stesso che alla critica non reggerebbe, ma perchè a noi lasciano assai bene intravedere quali tradizioni dominassero nel popolo Fiorentino e quali origini si attribuisse. I Fiesolani non si contrapponevano a che Firenze si rifacesse perchè distrutta non era, ma sibbene agli incrementi di essa; e tutti quei Conti nemici a Firenze nei tempi del Malespini, per nulla esistevano a quelli di Carlo Magno. Ma qui si vede come l’etrusca Fiesole, occupata dagli invasori che vi si erano afforzati, facesse parte co’ signori dei vicini castelli, e come il popolo delle città italiche dovesse riacquistarsi il proprio terreno contro a’ signori Longobardi o Franchi o in altro modo Germanici venuti in Italia con gl’Imperatori. In tale conflitto il nome di Carlo Magno rimaneva alto e riverito per avere egli assai rinnalzata la gente latina, e quindi Firenze non è maraviglia che lo avesse in luogo di secondo fondatore. Giovanni Villani dà ragione delle parti che a suo tempo dividevano Firenze dall’essere i Fiorentini usciti da due popoli diversi tra loro e per antico nemici sempre come erano i Romani ed i Fiesolani. Cotesto pensiero gli deve certo essere caduto in mente dall’avere Catilina posto il campo presso a Fiesole; donde poi nacque la storiella del re Fiorino e della regina Belisea. Ma pure in cotesto pensiero è qualcosa in cui si nasconde un vero sentito dagli antichi nostri, sebbene avvenisse a loro di frantenderlo e guastarlo per la ignoranza dei fatti e per gli abbagli della fantasia. Catilina con l’andare a porsi tra gli Appennini cercava, precorrendo pazzamente a Giulio Cesare, unire a sè i popoli che odiavano Roma col sollevare le antiche italiche schiatte le quali contro essa avevano combattuto la guerra sociale. Di questi popoli uno era quello di Fiesole città etrusca, e quindi avversa prima ai Romani e indi ai Fiorentini ch’erano in parte figliuoli dei Romani per la colonia ivi posta, e molto ambivano chiamarsi tali. Dove la prepotenza di Roma inviava de’ suoi a porre una colonia, metteva un seme d’inimicizie perenni tra gli uomini della città trasformata e più tra questa e gli abitatori dei luoghi vicini, cui la colonia aveva dato dei nuovi padroni. Le terre che furono a questi assegnate, un empio soldato le aveva rapite all’uomo di cui portavano il nome; l’antico italiano era ridotto a mendicare nei dolci suoi campi il pane che aveva egli medesimo fatto crescere, o fuggiva la patria occupata da genti straniere. Io credo le molte colonie romane sparse in Italia fossero cause non infrequenti del guerreggiarsi l’una con l’altra le città vicine, diverse di razza e spesso divise per odii antichi i quali più tardi parevano essere obliati.[5]

Ma nei contrasti pei quali si venne dipoi a formare il nuovo popolo italiano, la razza etrusca e la latina stavano insieme contro ai germani invasori, i quali avevano posto sede negli alti luoghi fortificati. Questi però in Toscana ebbero minor possa, perchè le colline sottoposte e i piani anticamente impaludati avendo bisogno di opere assidue che gli rendessero produttivi, tentavano poco i nuovi uomini a fermarvisi o più scarsamente ne alimentavano la potenza: e così avvenne che il nuovo popolo di Toscana avesse mistura più scarsa che altrove di sangue trasfuso dai vincitori longobardi o eruli o goti. Del che si aggiunge un’altra ragione, a mio credere, potentissima. La Toscana, sebbene offra la dritta linea a chi accede inverso Roma, poco fu battuta dalle guerre, e si rimase come in disparte. Annibale prese con suo danno la via di Toscana, mal conoscendo la geografia: ma fatto esperto, chiamò il fratello a morire sul Metauro, che è la via piana benchè più lunga; cosicchè poi fu prescelta sempre alle invasioni ed alle guerre; e i Romani con l’aprire il passo del Furlo, confermarono alla Toscana le condizioni che la natura le aveva fatte, e per le quali, e per il suolo magro ed alpestre, rimase ella più quieta sempre e segregata e meno tocca dalle invasioni che altra qualsisia parte della Penisola. Il fatto stesso e per le stesse cause, scrive Tucidide che avvenisse nell’Attica, dove l’antica schiatta degli abitatori si rinnovò poco, e azione più debole fu esercitata dai sopravvenuti dei quali si forma la parte dei nobili.