Storia della Repubblica di Firenze v. 1/3
Part 19
Nuovi disastri sopravvenivano in questi tempi alla città. Le inondazioni dell’Arno più gravi erano e più frequenti in quei secoli che a’ dì nostri. Narra Giovanni Villani come nell’anno 1333, il dì d’Ognissanti, «cominciò a piovere diversamente in Firenze ed intorno al paese nell’alpi e montagne, e così seguì al continuo quattro dì e quattro notti, crescendo la pioggia sformatamente che pareano aperte le cateratte del cielo, e colla pioggia continuando spessi e grandi e spaventevoli tuoni e baleni, e cadendo folgori assai; onde tutta la gente viveva in grande paura, sonando al continuo per la città tutte le campane delle chiese, e in ciascuna casa bacini o paiuoli; con grandi strida gridandosi a Dio Misericordia Misericordia; fuggendo le genti di tetto in tetto, facendo ponti da casa a casa; ond’era sì grande il romore e il tumulto, ch’appena si potea udire il suono del tuono. Per la detta pioggia il fiume d’Arno crebbe in tanta abbondanza d’acqua, che prima onde si muove scendendo dell’alpi con grande empito e rovina, sommerse molto del piano di Casentino, e poi tutto il piano d’Arezzo e del Valdarno di sopra, abbattendo e divellendo gli alberi e mettendosi innanzi e menandone ogni molino e gualchiere ch’erano in Arno, e ogni edificio e casa appresso all’Arno che fosse non forte: onde perirono molte genti. E poi scendendo nel nostro piano presso a Firenze, accozzandosi coll’Arno il fiume della Sieve, la qual’era per simil modo sformata e grandissima, e avea allagato tutto il piano di Mugello; il giovedì a nona, a dì 4 novembre, l’Arno giunse sì grosso alla città di Firenze, che egli coperse tutto il piano all’intorno della città fuori di suo corso in altezza in più parti sopra i campi, ove braccia sei e dove otto e dove più di dieci braccia. E fu sì grande l’empito dell’acqua, che rotte le porte e gran parte delle mura, inondò tutta la città stessa; tantochè nella chiesa e duomo di San Giovanni salì l’acqua infino al piano di sopra dell’altare, più alto che mezze le colonne di porfido le quali stanno alla porta. E al Palagio del popolo dove stanno i Priori salì il primo grado della scala dove s’entra, incontro alla via Vacchereccia, che è quasi il più alto luogo di Firenze. E al Palagio dove sta il Potestà salì nella corte disotto, dove si tiene la ragione, braccia sei. Ruppe la pescaia d’Ognissanti, e incontanente rovinò e cadde il ponte alla Carraia, e poi subito quello di Santa Trinita, e il ponte Vecchio; cadde in Arno la statua di Marte che era a piè di esso ponte; e quello a Rubaconte fu danneggiato molto, e rovinò a terra il palagio del castello d’Altafronte: caddero gran parte delle case di qua e di là d’Arno fino al ponte alla Carraia e alla gora del Mulino; che a riguardare le dette rovine pareva quasi un caos. Tutte le vie e case e botteghe terrene e vôlte sotterra rimasero piene d’acqua e di puzzolente mota, che non si sgombrò in sei mesi; e quasi tutti i pozzi furono guasti e si convennero rifondare. L’Arno coperse tutto il piano verso ponente fin’oltre a Prato e fin presso a Pisa, guastando i campi e vigne, menandone masserizie, case, mulina, ponti e molte genti, e quasi tutte le bestie. Questo diluvio fece alla città e contado di Firenze infinito danno; di persone intorno a trecento, che al principio si credea più di tremila; e di bestiame grande quantità, di rovina de’ ponti e di case e molina e gualchiere in grande numero, che nel contado non rimase ponte sopra nessun fiume o fossato che non rovinasse; di perdita di mercatanzie, panni lani di lanaiuoli per lo contado; e di arnesi e di masserizie e del vino, che ne menò le botti piene, assai ne guastò; e simile di grano e biade ch’erano per le case; senza la perdita di quello ch’era seminato, e il guastamento e rovina delle terre e de’ campi: che se l’acqua coperse e guastò i piani, i monti e le piaggie ruppe e dilaniò, e menò via tutta la buona terra.[171]» I danni pubblici e privati, scrive il cronista contemporaneo, che gli era impossibile per alcun numero adequare. Avremo però spesso occasione di accennare come nei pubblici danni cercasse suo pro la ferocia delle parti, cagione forse anche degli incendi che assai frequenti si rinnovarono in tutto il corso di quegli anni.
Ed a quei tempi venne in Firenze una di quelle processioni di Flagellanti, noti abbastanza per le istorie in altre parti d’Europa. Erano da diecimila Lombardi condotti da un frate Venturino da Bergamo dell’ordine dei Predicatori. Dovunque passavano, gridavano pace e misericordia. Ed il Frate predicava con efficaci parole, «quasi affermando e dicendo: quello che io vi dico sarà, e non altro; chè Iddio così vuole.» In Firenze dimorarono quindici dì, ed ogni giorno nella piazza Vecchia di Santa Maria Novella erano messe tavole e mangiavano 500 per volta e più. A Roma andarono, ingrossati molto d’uomini toscani che gli seguitavano; e di là quindi in Avignone a Corte del Papa: ma per la presunzione del Frate, e perchè diceva che non era niuno degno papa se non stesse a Roma alla sedia di san Piero, e per tema ch’ebbe il Papa che per le sue prediche non commuovesse il popolo cristiano, lo mandò a confino, e comandogli che non confessasse persona nè predicasse a popolo. «E questi sono (continua il giusto e pio Villani) i buoni meriti che hanno le sante persone da’ prelati di Santa Chiesa; ovvero che fu giusto per temperare la soperchia ambizione del Frate, tutto ch’adoperasse con buona intenzione.[172]»
In quelli stessi anni cominciarono a crollare e poco dopo fallirono la compagnia dei Peruzzi e quella dei Bardi, le quali avevano sovvenuto il re d’Inghilterra nelle guerre contro a’ Francesi che a lui valsero le vittorie di Crécy e di Poitiers. Per le loro mani venivano tutte le rendite e lane e cose di quel re, ed essi fornivano tutte sue spese e bisogni: tantochè i Bardi si trovarono avere da lui più di centottanta migliaia di marchi di sterlini, e i Peruzzi più di centotrentacinque migliaia; che ogni marco valeva più di fiorini quattro e un terzo d’oro, e in tutto montava più di un milione e trecentosessantacinque mila fiorini d’oro. Bene erano in quella somma da contare le provvisioni a loro fatte in molti anni; «ma grande follia fu avere messo tanta gran somma in uno Signore,» come scrive lo stesso Villani il quale era o era stato in società coi Peruzzi.[173] Molti di questi danari erano ad essi dati in deposito da cittadini e forestieri; cosicchè il danno fu grande, e per qualche tempo scemò il credito della città di Firenze, nelle mercatanzie e nelle arti. Continuava però la costruzione dei pubblici edifizi; e allora sorgeva il campanile di Giotto, ed all’Arte della lana fu data la cura di proseguire la fabbrica di Santa Maria del Fiore, interrotta molti anni, a questa assegnando certi proventi nuovi o soprattasse alle gabelle del Comune.
La Repubblica frattanto da ogni parte si ampliava fuori dei termini dell’antico Stato; e primo passo in quella via per cui si perde la libertà fu estendere il dominio in altre città use a viver libere ed a fiorire nella indipendenza.[174] La giustizia delle repubbliche cessa pel fatto delle conquiste; non sanno reggerle temperatamente, e con le offese che ad altri recano, a sè preparano servitù. A Roma e in Grecia le oppressioni di molti popoli si coprivano con la bugia delle colleganze; nella Toscana lo stesso nome soleva darsi alle dedizioni, rifugio ultimo delle città smunte o lacerate dalla discordia. Prima a cedere fu Pistoia, che prima era stata cagione di scandali, e che aveva sopra ogni altra patito in quegli anni, talchè l’istoria ne è lamentevole.[175] Fidava da ultimo nella fortuna di Castruccio; ma pochi mesi dopo la morte del gran condottiero dovette Pistoia venire a patti co’ Fiorentini, i quali ne presero la guardia, ed uno loro cittadino popolare andò a risedervi per capitano. Due anni dopo, nel 1331, entrativi a forza con l’aiuto della parte che stava per loro, corsero la terra, disfecero tutte le fortezze del contado, ed una tosto ne fabbricarono dentro la stessa città. La dedizione era per due anni,[176] continuata di mano in mano; un magistrato istituito per le cose di Pistoia, e che dipoi ebbe nome di _Pratica Segreta_, non è gran tempo che fu abolito. Nel 1332 i Fiorentini fecero lega con la famiglia dei Casali, i quali avevano la signoria di Cortona, e gli tolsero in protezione; ch’era già porre come un freno in bocca ad Arezzo.
Le ambizioni del Vescovo Tarlati avevano fatto a questa città quel che alla misera ed esausta Lucca le grandezze di Castruccio. Morto il Vescovo, era capo di quella famiglia il vecchio Piero, suo maggior fratello, noto col nome di Pier Saccone: questi avuta contraria la sorte delle armi, e stretto in mezzo tra città guelfe, prima cercò fare accordo co’ Perugini per la signoria d’Arezzo, poi la cedè ai Fiorentini l’anno 1337. I patti furono, che per dieci anni il Comune di Firenze avesse in Arezzo impero e libera giurisdizione, tenendo quivi oltre al potestà e al giudice delle appellazioni, un capitano di custodia e di guardia con dugento cavalli ed altrettanti fanti italiani, ma non d’Arezzo nè del contado. Che gli Aretini fossero esenti da nuove prestanze, che si reggessero a popolo guelfo e ghibellino; che gli esuli della città e del contado fossero rimessi a’ loro beni ed agli onori. L’istesso obbligo noi troviamo nel trattato con Pistoia, inteso al fine di mantenere viepiù divise le città suddite: dai Ghibellini poco temevasi, ed in Firenze il nome guelfo era strumento alle soperchierie d’alcuni uomini prepotenti. I Fiorentini mandarono a pigliare la possessione di Arezzo dodici Commissari grandi e popolani: i grandi veggiamo questa volta figurare, perchè l’impero spettava al Comune di Firenze, nel quale tutti si comprendevano i cittadini indistintamente, benchè lo stato fosse del Popolo; ed in Arezzo poi volevano (come dicemmo) piaggiare i nobili. Vi mandarono nel tempo stesso il Generale di guerra con trecento cavalieri in arme e tremila pedoni del Valdarno di sopra, ai quali uscì incontro due miglia fuori della città il popolo d’Arezzo con rami d’ulivo in mano gridando pace e perpetua felicità alla Repubblica Fiorentina. Piero Tarlati gli ricevè in sulla porta della città, della quale poi nel maggior tempio furono date ad essi le chiavi e il gonfalone della giustizia; non senza le pompe delle usate dicerie, che si facevano in latino. Contuttociò il primo atto della nuova signoria fu edificare una fortezza a sopraccapo della città, e una bastìa presso alla porta la quale s’apre verso Firenze. Nell’anno 1338 Colle di Valdelsa si diede anch’esso ai Fiorentini. I patti vari delle dedizioni per cui si compose il nuovo Stato della Toscana, indussero molta varietà di privilegi, e condizioni disuguali nelle città minori e nelle terre o comunità, e vita propria in ciascuna d’esse.
I Tarlati ritenevano intorno Arezzo molte castella, che per l’accordo furono date in protezione alla Repubblica. I Barbolani, cui era sede il forte sito di Montaguto, ottennero anch’essi esenzioni e privilegi finchè più tardi vennero a porsi sotto la stessa accomandigia. I possenti Conti Guidi, che rimasero per cento anni poi dominatori del Casentino, in quel trattato ebbero favore siccome amici della Repubblica; la quale però in quell’anno dava opera a fondare Terranuova nel Valdarno superiore perch’ella stesse a fronteggiare cotesti Conti e gli Ubertini, e raccogliesse gli uomini liberi via via sottratti alla dominazione loro: alla famiglia degli Ubertini, ed ai Pazzi di Valdarno, ed a quei della Faggiuola, ed ai conti di Montefeltro, ed ai conti Montedoglio fu vietato d’accostarsi per dieci miglia alla città d’Arezzo. Molte contese e trattati vari in questi anni ebbe la Repubblica, siccome n’ebbe essa in ogni tempo co’ Signori dei castelli fin dal principio della libertà:[177] costrinse i Bardi alla cessione della contea di Mangona, restando ad essi quella di Vernio, l’una e l’altra avute in compra dai successori dei Conti Alberti che la tenevano dai Cadolingi. Ai più deboli talvolta prestava aiuto contro a’ potenti; riduceva altri a prestarle omaggio offrendo un cero a San Giovanni; i vassalli dei Signori faceva sorgere a coloni liberi,[178] ed il popolo dei contadini viepiù avanzandosi da ogni lato, in mezzo ad esso rimanevano le rôcche nude e solitarie, intorno intorno come assiepate dai frutti vegeti della libertà. Per le quali opere la Repubblica meritava molto bene di tutta Italia e della umanità: quel carattere che la Toscana ebbe suo proprio e che apparve nella formazione della lingua, fu mantenuto nelle istituzioni; e il genio etrusco ed il latino presso che soli vi dominarono, perchè il suolo era quasi sgombro da ogni vestigio di fedualità straniera. Quindi la copia delle tradizioni che indussero in questo popolo, come esperienze anticipate, la temperanza nei pensieri; e quindi la buona economica istituzione e le abitudini civili, che pure in mezzo a feroci tempi lo educavano tuttavia alla mitezza dei costumi; pregi del popolo di Toscana, che sopravvissero a ogni decadenza ed a lui sono felicità.
Ma la più lunga delle contese che la Repubblica avesse mai co’ Signori dei castelli, fu con la casa degli Ubaldini, dominatori assai potenti degli appennini verso Bologna, pei quali spesso davano mano ai Ghibellini di Lombardia, e infestavano le strade con grave scapito dei commerci.[179] Vedemmo come i Fiorentini validamente gli contenessero dalla parte del Mugello; edificarono in questi anni dall’altra banda di quei monti ed afforzarono una terra, cui diedero nome di Firenzuola a suggerimento del Villani, siccome narra egli medesimo.[180] Tutte queste terre franche che si rinvengono per l’Italia, mi pare abbiano la stessa forma, come hanno certo nella Toscana: un quadrilatero che le due maggiori vie dividono in quattro minori quadrati, facendo croce in una piazza che sta nel mezzo ed una porta a ciascun capo di quelle vie: eguale in tutto era la forma che anticamente i Romani eserciti davano ai loro accampamenti. Nè prima sorta era una di queste terre che ad essa concedevano lo Statuto, com’era costume che ogni Comunità avesse allora sue proprie leggi per l’interiore amministrazione. Costretti noi a tacere molte di quelle piccole fastidiose guerre che ad ogni tratto si combattevano, e il por mano che faceva la Repubblica a molte cose in ogni luogo dove occorresse alla difesa o all’ampliazione di quello Stato ch’essa reggeva; diremo solo che il Comune libero di San Marino fu mantenuto per l’amicizia e co’ denari de’ Fiorentini, cui premeva da quel lato averlo a guardia della Romagna; talchè per essi potè scampare quella onorata repubblichetta, che avanzata come un saggio o una briciola del medioevo, rimane infino ai giorni nostri.[181]
Ma la Repubblica di Firenze in tutto il corso di quegli anni troviamo essere governata, non da uomini potenti de’ quali il nome ottenesse fama per grandi geste e grande seguito, bensì da mediocri ed oscuri cittadini e di famiglie che poi rimasero anche talvolta dimenticate, sebbene altre pure ne fossero che appunto allora pigliavan luogo tra le maggiori della città. Quella politica operosità che da più anni si dispiegava con sufficiente concordia, o almeno senza civili guerre, non ebbe capi che la guidassero, nè alcuna sorta di continuità ne’ magistrati e nei consigli, che si mutavano ogni tratto; e i divieti erano molto lunghi; pareva che ognuno da sè facesse la parte sua, gl’ingegni essendo molto arguti e gli animi eccitati, e questo popolo mercatante avendo esteso l’azione sua molto al di là della breve cerchia del suo piccolo territorio. Firenze condusse le cose sue prosperamente quanto era dato a democrazia, che non è atta alle imprese grandi; quella di Lucca ebbe mali effetti, come appresso racconteremo.
Il re Giovanni di Boemia nel partirsi che fece d’Italia, negli ultimi giorni del 1334 aveva impegnato per poca moneta la città di Lucca ai Rossi di Parma; e questi, inabili a tenerla, l’anno di poi la rivenderono a Mastino della Scala. Costui, facendo suo grande pro dell’abbassamento dei Visconti dopo la morte di Matteo e la discesa del Bavaro, potè accrescere la potenza di casa Scaligera così da essere egli divenuto a tutta Italia formidabile più che altro principe fosse stato mai dopo la dissoluzione dell’Impero, per le ricchezze e per il numero delle città che gli ubbidivano: dicevano ch’egli si avesse di già fatto fare una corona d’oro per coronarsi in re d’Italia: Verona credè tornati i tempi di Berengario. Quindi subito contro a lui si collegarono i signori di Lombardia e di Romagna e le città di Toscana; il re Roberto, impacciato nelle cose di Sicilia, prestava aiuto poco valevole. Ma i Fiorentini all’impedire la formazione di uno Stato che minacciasse le città libere, sempre andavano di grande animo;[182] e avuta la meglio in un primo fatto d’arme sul colle più volte combattuto del Cerruglio, allontanarono facilmente dalla Toscana la guerra. Nella quale erano già entrati i Veneziani gelosi molto di quella potenza di Mastino che già da più parti si avvicinava all’estuario, avendo Padova e Treviso e altri luoghi circostanti: quella fu la prima volta che la Repubblica di Venezia pigliasse parte molto attiva ne’ fatti d’Italia, ogni suo studio essendo volto alle cose dell’Oriente. Cosicchè dopo una lunga guerra, benchè di gran mole quanto il secolo concedesse, non prima ebbe Piero dei Rossi capitano della Lega tolto a Mastino la signoria di Padova, e questi anche perduto Brescia; i Veneziani, cui bastava l’avere frenate le ambizioni dello Scaligero, fecero pace, ed i Fiorentini bentosto poi gli seguitarono, anch’essi paghi di aversi meglio assicurata la possessione delle castella di Valdinievole e di quelle del Valdarno, che per l’addietro erano parte così dello Stato come della diocesi di Lucca, allorchè era questa città, insin dai tempi de’ Longobardi e sotto i primi Imperatori, quasichè a capo della Toscana.
D’allora in poi conseguitarono alla Repubblica giorni tristi. Nell’anno 1340 la peste orientale, venuta in Europa per le Crociate e pe’ commerci, entrò in Firenze la prima volta. E fu scritto vi perissero quindici mila persone; preludio a quello tanto maggiore e assai più celebre esterminio il quale avvenne otto anni dopo. Alla peste tenne dietro la carestia; ed in quel terrore volti gli animi a pietà, decretarono il richiamo d’alcuni sbanditi, e parte dei beni posti in comune restituirono alle vedove ed ai pupilli che rimanevano dei ribelli morti: ammenda scarsa alle ingiustizie.[183] E in quello stesso anno Mastino avendo perduto Parma, la quale venne in potestà dei signori da Correggio, fece mercato co’ Fiorentini per la vendita di Lucca, poichè vedeva essergli chiusa a soccorrere questa città la via solita della Lunigiana. Più volte aveano i Fiorentini rifiutato quella compra per poca moneta; ora accettarono il trattato per dugentocinquanta mila fiorini d’oro: ma i Pisani, che temevano sopra ogni cosa vedere Lucca in mano ai troppo già prepotenti rivali loro, strinsero lega co’ Visconti di Milano e altri signori di Lombardia; e insieme con essi rotta la guerra, si afforzarono presso alla stessa città di Lucca. Questa riuscirono ad occupare i Fiorentini con poca gente; ma tosto dipoi avuta la peggio in un grande fatto d’arme, e inferiori per la qualità e per il numero dei soldati e mal serviti di capitano, si trovavano a mal partito. Chiesero aiuto al re Roberto; ma essendo da lui menati in parole senza cavarne alcun soccorso, tuttochè Guelfi, non dubitarono, a suggerimento di Mastino, volgersi al Bavaro il quale era in quei giorni venuto a Trento. Si vidde allora ciò che importasse quel nudo nome d’Imperatore: mandava egli poche diecine (chè altro non aveva) di cavalieri tedeschi: voleva però fosse in Toscana riconosciuto un vicario dell’Impero, il che era disfare e capovolgere ogni cosa; e parte guelfa si risentì, e molti baroni e prelati e ricchi uomini napoletani, a un tratto rivollero il danaro che tenevano depositato nei banchi di Firenze, talchè fallirono molte case, ed ai mercanti fiorentini mancò la credenza, ch’era il nerbo dello Stato. Radunarono contuttociò intorno a Lucca un grande esercito, ma di nessun frutto; dal che il nostro maggior cronista piglia occasione a rilevare come le guerre stieno male alle repubbliche mercatanti, e che i soldati son da condurre non da mandare al combattimento.[184] Aveva egli alle prime guerre che si facevano contro a’ Ghibellini veduto accorrere la città intera; e cavalieri e popolani erano morti in buon numero contro Uguccione a Montecatini, nè alla sconfitta dell’Altopascio mancò il sangue cittadino benchè più scarso: piaceva adesso agli uomini delle botteghe restare a casa e far le spese ai soldati mercenari; del che avevano facoltà, come vedemmo in altro luogo. Le insegne imperiali venute nel campo guelfo non bastarono, e ai Fiorentini avvenne quello che più temevano; i Pisani ebbero al fine di quella guerra la possessione della città di Lucca, la quale tennero ventisette anni.
CAPITOLO III.
IL DUCA D’ATENE. [AN. 1342-1343.]