Part 20
La grande opera nacque in Francia, non perchè essa fosse l'opera nazionale, ma perchè Parigi era un centro internazionale, al quale s'indirizzavano i maestri d'ogni nazione. Così noi vediamo il fiorentino Lulli fondare l'opera classica francese, Cherubini e Spontini l'opera dell'epoca della rivoluzione dell'impero, Rossini e Meyerbeer la grande opera francese, giacchè Auber, quantunque il primo della triade, risente gli influssi di Rossini e di Weber. La grande opera si distingueva dall'antecedente più negli elementi esteriori che nell'intrinseco. Il soggetto abbandona la mitologia ed il classicismo ed è di solito storico, l'importanza principale si concentra nella situazione, nei grandiosi quadri, nelle descrizioni, nel mettere in moto grandi masse, in una parola nell'effetto raggiunto col lusso d'una musica brillante, delle decorazioni, del ballo. La grandezza ed idealità inerenti alla _Muta_ di Auber ed al _Tell_ di Rossini vanno sempre più perdendosi in Meyerbeer, che manca di sincerità e d'unità di stile e sacrifica ogni cosa all'effetto.
Il primo a scendere nel nuovo agone fu _Daniele Auber_ (nato a Caen nel 1782, morto a Parigi nel 1871). Dapprima destinato alla mercatura, si dedicò in seguito alla musica, che studiò con Boieldieu e Cherubini. Quantunque il suo genio lo portasse all'opera comica, nella quale ci lasciò veri modelli del genere come il suo _Muratore e fabbro_ (1825), _Fra Diavolo_ (1830), _Domino nero_ (1837), _i Diamanti della corona_ (1841), _la parte del Diavolo_, ecc., lo spirito di libertà, che nei primi lustri del secolo si faceva sentire, non rimase senza influsso sul suo animo facilmente impressionabile ed egli gli diede la più faconda espressione nella sua _Muta di Portici_ (1828), la cui altezza e genialità egli non seppe più raggiungere. In esse sono la franchezza e spontaneità dell'ispirazione, la passione, l'ardire del declamare ampio che ci attraggono. Magistrale poi ne è il colorito locale quasi pari a quello del _Tell_. La _Muta_ appartiene ad un nuovo stile che potrebbesi giudicare nato dal connubio dell'opera nazionale francese col genio rossiniano. Ma se Auber seppe apprendere da Rossini, egli non perdette l'impronta nazionale, che anzi conservò evidentissima anche in questa opera, unica che scrisse del genere. Eppure la _Muta_ non è oggi più «calda sino a bruciare», come la dice Wagner ed essa si sostiene più per i ritmi piccanti, le scene di colorito nazionale e le danze che la passione dei suoi canti ed è perciò che il _Fra Diavolo_ sopravviverà senza dubbio alla _Muta_ come il _Barbiere_ al _Guglielmo Tell_, perchè i maggiori meriti di Auber si trovano nelle sue opere comiche, nelle quali egli sviluppa i suoi pregi, quali la suprema grazia, la facilità e varietà ritmica, la accuratezza della forma aristocratica, e non ultimo fra questi l'aver saputo togliere alla forma stereotipa della canzone francese la durezza e rigidezza. A lui, che fu per molti anni direttore del Conservatorio di Parigi, la sua nazione deve senza dubbio gran parte della sua supremazia nell'opera comica.
Come la _Muta di Portici_ risente l'influenza di Rossini per quel che riguarda specialmente la melodia, così il _Guglielmo Tell_ di quest'ultimo, la seconda opera del nuovo genere (1829), mostra l'influsso della musica francese non sulla facile melodia italiana, ma nella ritmica, nella struttura dei pezzi e nell'accuratezza dei particolari. Il _Guglielmo Tell_ è l'opera d'un genio che ripete il prodigio di Mozart, d'aver saputo cioè assimilarsi gli elementi d'ogni scuola nazionale, amalgamandoli in un tutto essenzialmente organico senza perdere l'impronta originale. In essa ammiriamo la spontaneità melodica, la profondità del sentimento semplice e vero, la leggiadria ed il colorito locale e la caratteristica. Perciò il _Guglielmo Tell_ è una di quelle pochissime opere, come il _Don Giovanni_, che cessano d'essere il patrimonio d'una singola nazione per diventarlo di tutte, perchè esse raggiungono gli ideali comuni a tutte. Rossini vi s'era preparato col _Mosè_ rifatto e l'_Assedio di Corinto_, che però ad onta dei loro pregi non possono servire di paragone, per cui quando comparve il suo _Tell_ la sorpresa pareggiò l'immenso successo.
Chi raccolse il retaggio di Auber e di Rossini fu di nuovo uno straniero, _Giacomo Meyerbeer_. Negli ultimi tempi la moda, che non di rado anche in fatto di musica esercita i suoi supremi diritti, lo scelse a capro espiatorio facendogli scontare quel tanto di lodi iperboliche delle quali lo aveva prima colmato. Come al solito la verità sta nel mezzo e se non è giusto il voler annoverare Meyerbeer fra i più grandi genî musicali, altrettanto ingiusto è il voler negare che egli fosse uno dei più fortunati musicisti drammatici e che molte parti delle sue opere, specialmente degli _Ugonotti_ e del _Roberto_, appartengano alle più geniali e potenti ispirazioni. Il difetto capitale di Meyerbeer è la mancanza di sincerità artistica. Egli è maestro dell'effetto raggiunto con ogni mezzo ed a questo egli sacrifica e verità e naturalezza. Egli non segue l'impulso interno, ma calcola e specula quasi sul gusto del suo tempo e gli fa concessioni. Egli è eclettico fino all'eccesso, ma non sa come Mozart e Rossini unire gli elementi disparati delle diverse scuole, sicchè le sue opere non fanno l'effetto di un'opera organica. Egli esagera e cerca nascondere l'intima povertà sorprendendo le masse colla virtuosità del canto, coi grandiosi finali, con un'azione spettacolosa. Ma questi suoi difetti principali non devono renderci ciechi per le sue grandi doti, quali l'intuizione drammatica, la ricchezza melodica, la suprema padronanza dei mezzi e la sua potenza coloritrice nell'orchestra. Meyerbeer, quantunque caposcuola e prototipo di molti musicisti posteriori, non è originale come Rossini, Weber ed altri, nè il suo stile, per quanto di questo si parli ha un'impronta speciale e propria, ma esso è piuttosto l'apparenza d'uno stile sapientemente artificioso.
Il motivo per cui la reazione posteriore si fece strada è del resto più profondo che per avventura si creda e dipende dagli ideali dell'opera drammatica moderna del tutto diversi da quella meyerbeeriana. La prima non li scorge più nei contrasti non motivati, nella grandiosità delle masse, nè nella ampollosità della frase, ma nella verità di sentimento e dei caratteri. Del resto tanto il _Tell_ che le opere di Meyerbeer appartengono ormai alla storia e per giudicare adeguatamente è necessario aver riguardo all'ambiente ed all'epoca dei loro autori.
_Giacomo Meyerbeer_ (Jacob Beer) nacque ai 5 settembre 1791 in Berlino da ricca famiglia. Già nel 1800 egli si distingueva come virtuoso di pianoforte e dava motivo alle più alte speranze. Compiti gli studî musicali presso l'abate Vogler a Darmstadt (1810), si provò con poco successo sui teatri di Germania. Venuto in Italia, dove Rossini col suo _Tancredi_ aveva destato gli entusiasmi del pubblico, si mise ad imitare con fortuna lo stile di questo, specialmente nel suo _Crociato in Egitto_. Dall'Italia passa in Francia e vi dà il suo _Roberto il Diavolo_ (1831) con successo inaudito. A questo seguono _Gli Ugonotti_ (1831), senza dubbio la sua opera più perfetta ed ispirata, il _Profeta_ (1849), la Dinorah (1859), e dopo la sua morte (2 maggio 1864) l'_Africana_ (1865).
Gli stessi principî di Meyerbeer segue pure _Giacomo Fromental Halèvy_ (1799-1862), autore dell'_Ebrea_, _Guido e Ginevra_, _Carlo VI_, la _Valle d'Andorra_, ecc.
Invece una nuova nota troviamo nelle migliori opere di _Carlo Gounod_ (1818-1893) che col _Faust_ (1859) arrivò alla gloria. Oggi è specialmente in Germania di moda di parlare con un certo sprezzo di questa opera, che per molti anni contò fra le più fortunate ed eseguite e che ancor oggi sa resistere in molte parti agli oltraggi del tempo. Ma per giudicarla non si deve confrontare il libretto musicato da Gounod coll'originale di Goethe ma apprezzare quello che vi ha di poetico e veramente sentito nella sua musica, perchè i problemi filosofali e morali del _Faust_ nulla hanno da fare nell'opera di Gounod nè egli volle o credette scioglierli od anche soltanto musicalmente adombrarli. Gounod non fu certo un grande genio creatore ma nessuno potrà negare che egli seppe trovare note commoventi ed ispirate nell'esprimere l'amore, i misteri e le estasi di un'anima che ama o soffre.
Gounod scrisse più opere, fra le quali contano come le migliori accanto al _Faust_, _Giulietta e Romeo_ (1867) e _Mireille_ (1864) come pure due oratorî (_Redemption_ e _Mors et vita_) ed altra musica da chiesa, le ultime di poco valore.
Gounod non fu un innovatore, eppure in certo riguardo il _Faust_ è molto dissimile dalle opere dei maestri anteriori e fu per suo mezzo che in un'epoca in cui fuori di Germania nulla si sapeva di Wagner, si cominciarono a conoscere nuove forme ed una lingua, alla quale erano frammisti alle concessioni usuali pure dei nuovi elementi. E perciò Gounod ebbe nella sua patria e fuori molti imitatori.
Non veramente uno di questi fu _Ambrogio Thomas_ (1811-1896), l'autore di _Mignon_, _Amleto_, _Francesca da Rimini_, ecc., talento di secondo rango senza vera fisonomia ma non privo di una certa facilità melodica ed eleganza tutta francese.
Superiore ad ambedue in ogni riguardo ci appare _Giorgio Bizet_ (1838-1875), uno dei maggiori genî musicali della Francia, spento sul fior degli anni, quando egli si sentiva ormai sicuro di arrivare alla gloria. Anch'egli cominciò coll'imitare Gounod ma per poco, giacchè il suo stile si palesa già nei _Pescatori di perle_, _La bella fanciulla di Perth_ e dopo _Djamileh_ scrive: «Ho ormai la certezza assoluta di aver trovato la mia via. Io sono conscio di ciò che faccio». Bizet è vero, ispirato, originale e nuovo. Egli scolpisce con pochi tratti un carattere, ci descrive con alcuni tocchi una situazione e colla sua stragrande disposizione all'esotismo ci disegna un ambiente come pochi lo sanno fare. Le sue due opere capitali sono la musica per l'_Arlesienne_, il dramma di Alfonso Daudet (1872) di grande potenza suggestiva e profondo sentimento della natura e la _Carmen_ (1875) un'opera che ammirano i seguaci di ogni scuola e che sembra imperitura. Bizet mantenne quasi sempre le antiche forme e forse in ciò sta uno dei suoi più grandi pregi, di aver cioè dimostrato che non è punto necessario rinnegare il passato per fare vera opera d'arte. Eppure la _Carmen_ e l'_Arlesienne_ non ebbero in principio alcun successo. Jauré si domanda in occasione della millesima rappresentazione di _Carmen_ (1904) come fosse possibile che la musica di Bizet, fatta di eloquenza, verità, chiarezza, colore, sensibilità ed eleganza non abbia tosto conquistato il pubblico.
Fra i maestri francesi dell'opera comica del secolo XIX è da rammentare oltre il nominato Daniele Auber, _Fr. Boieldieu_ (1785-1834) (_Giovanni da Parigi_, _La Dama bianca_, _Chaperon rouge_, ecc.), senza dubbio il più geniale di tutti gli altri, elegante, melodico, spiritoso, con una vena sentimentale e grande inclinazione alla canzone popolare e le sue forme.
Simili qualità ma in grado molto minore troviamo in _Ferd. Hérold_ (1791-1833) (_Zampa_, _le pré aux clercs_) e _Adolfo Adam_ (1803-1856) (_Postillon de Lonjumeau_, _Giralda_). Dopo questi l'opera comica francese comincia a decadere e se Auber seppe mantenerla ancora per alcun tempo ad un certo grado di altezza artistica, essa si avvia verso il Vaudeville e l'operetta dalla quale però si distinguono in qualche modo le opere di _Aimé Maillard_ (1816-1871) e _Vittorio Massé_ (1822-1884).
Il padre dell'operetta è _Giacomo Offenbach_ (1819-1880) musicista dotato di facile melodia ed abilità tecnica, fecondissimo e satirico. Il suo campo è quello della satira politica e sociale. L'ultima opera _I racconti di Offenbach_, eseguita dopo la sua morte ci palesò specialmente nell'ultimo atto di quanto egli sarebbe stato capace se avesse voluto.
I migliori autori di operette francesi sono _Florismondo Hervé_ (1825-1892), _Carlo Lecocq_ (1832), _Roberto Planquette_ (1840-1903), _Ad. Audran_ (1832-1901) ed _Andrea Messager_ (1853).
Una posizione a parte occupa _Leo Delibes_ (1836-1891) noto più per la musica elegante e fine dei balli _Coppelia_ e _Silvia_ che per le sue opere (_Le roi l'a dit_, _Lakmé_, ecc.).
LETTERATURA
Servières G. — _Weber_, Paris, 1906.
Barbedette — _C. M. Weber: Sa vie et ses oeuvres_, Paris.
Max M. v. Weber — _K. M. von Weber_, Lipsia, 1866-68.
A. Reissmann — _K. M. von Weber_, Berlin, 1883.
L. Nohl — _Weber_, Lipsia, Reclam.
Gehrmann — _Weber_, Berlino, Harmonie, 1900.
L. Spohr — _Selbstbiografie_, Cassel, 1860.
Schletterer — _L. Spohr_, Breitkopf u. Härtel, Lipsia.
L. Nohl — _Spohr_, Lipsia, Reclam.
Wittman — _Marschner_, Lipsia, Reclam.
Niggli — _Giacomo Meyerbeer_, Lipsia, 1884.
De Curzon — _Meyerbeer_, Paris, 1910.
Dauriac L. — _Meyerbeer_, Paris, 1913.
Blaze de Bury — _Meyerbeer_, Paris, 1866.
Jouvin B. — _D. F. E. Aube_r, Paris, 1864.
Chaherbe C. — _Auber_, Paris, 1911.
Hubert H. — _G. Bizet_, Paris, 1899.
Gatti G. — _Giorgio Bizet_, Torino, 1914.
Bellaigne C. — _Gounod_, Paris, 1910.
P. Hillemacher — _Gounod_, Paris, Laurens.
CAPITOLO XVIII.
Gioachino Rossini e l'Opera italiana del secolo XIX.
La storia della musica ci insegna quale importanza ed influsso possa esercitare l'epoca in cui nacque il musicista sulla sua opera, e non soltanto per quel che riguarda la parte materiale, cioè l'arte per sè stessa nei suoi mezzi, ma anche sulla sostanza dell'opera d'arte stessa. Il compositore, quando rare volte non precede col suo genio i tempi, è lo specchio fedele di questi e gli avvenimenti esteriori politici e l'indirizzo del pensiero informano il suo sentimento estetico e le sue idee, dando loro un consimile obbiettivo.
Questa verità indiscutibile la vediamo di nuovo avverarsi in _Rossini_. Come Cherubini col suo _Portatore d'acqua_ esprime le idee di libertà ed è in quest'opera il musicista della Rivoluzione, come Spontini incarna l'epoca Napoleonica imperiale, così Rossini è l'autore dell'epoca della Ristorazione. I popoli erano stanchi di guerre, di battaglie, di stragi che gravavano su loro come un incubo; essi aspiravano alla pace e agli ozi di questa; i loro orecchi non volevano più udire canzoni guerriere e bellicose, ma melodie insinuanti e dolci, che facessero loro dimenticare gli orrori passati, canzoni che li cullassero nel piacere disusato della quiete, della vita agiata e pacifica. Rossini era l'uomo capace di appagare questi desideri. Le sue melodie fluivano limpide, chiare, ammalianti, nè avevano altro scopo che quello di piacere per sè stesse. Esse mancavano alle volte bensì di verità e forza drammatica, a loro mancava spesso la caratteristica, ma a tutto ciò supplivano l'ispirazione e la varietà inesauribile e con esse le voci dei celebri cantanti del tempo trovavano ampio campo di farsi ammirare, perchè il maestro conosceva a fondo il meccanismo e le prerogative della voce umana. Ed appunto per ciò, quando i tempi cambiarono e la campana della rivoluzione di nuovo battè a stormo, la stella rossiniana tramontò ed il maestro coll'intuizione del genio presentì i tempi e nel suo canto del cigno, il celebre _Tell_, si librò su più forti e potenti ali.
_Gioachino Rossini_ (nato ai 29 febbraio 1792 a Pesaro, morto ai 13 novembre 1868 a Passy presso Parigi) fu scolaro di Mattei in Bologna. Le opere di Haydn e Mozart ebbero un grande influsso sul suo genio, e specialmente da quest'ultimo egli molto apprese. Dopo alcune opere buffe di poca importanza, il suo _Tancredi_ (1813) lo fece d'un tratto celebre e festeggiato. E infatti quest'opera, per quanto essa a noi appaia debole ed ineguale, pei suoi tempi segnava un grande progresso. Per capir ciò basta confrontarla colle opere dell'epoca. Paesiello e Cimarosa erano quasi dimenticati e non si eseguivano che opere di forme tradizionali e stereotipe di _Simone Mayr_, _Ferdinando Paer_ ed altri maestri di secondo rango. Le melodie di Rossini scorrevano più limpide ed ispirate, il recitativo era più declamato e meno monotono, una leggiera tinta di malinconia prestava loro maggior attrazione, i ritmi erano più vari e vivaci, i pezzi d'assieme come pure l'orchestra, avevano maggiore importanza ed una sana sensualità informava tutta l'opera e le dava un che di giovanile e cavalleresco. Ma il _Tancredi_ conteneva altresì i difetti dello stile di Rossini, non però del Rossini del _Barbiere_ e del _Tell_, quali la mancanza di caratteristica e verità drammatica, la discordanza fra testo e musica, la predilezione della forma per la forma senza intendimenti alti.
Al _Tancredi_ seguirono moltissime opere più o meno felici, ineguali in valore, ispirate e geniali in qualche parte, trascurate ed insignificanti in altre. Fra queste più note sono l'_Italiana in Algeri_ (1814), _Otello_ (1816), opera che nel terzo atto contiene le più felici ispirazioni di Rossini e palesa di quanta verità egli fosse capace; _Cenerentola_, _Gazza ladra_, _Semiramide_, _le Siège de Corinthe_, _Mosè_, _Conte Ory_. Ma se in queste opere è il Rossini tipico che ci si presenta e si ripete, in una, per non parlare del _Tell_ che sta da sè, nel _Barbiere di Siviglia_ (Roma, 1816) abbiamo il capolavoro di getto, l'opera perfetta indistruttibile e resistente ad ogni cambiar di gusto, in cui all'eterna freschezza, all'ispirazione, al realismo sano, alla comicità che mai arriva al grottesco, ed alla festività ilare e gioconda sono pari la verità e la caratteristica, il sentimento drammatico, la ricchezza delle tinte e dei ritmi, dei particolari e la cesellatura del lavoro. E quando si pensa che quest'opera, modello del genere, fu scritta in pochissimi giorni, e che Rossini dopo scritto il _Tell_, a 37 anni, quando gli altri cominciano, si chiuse in silenzio, involontariamente devesi domandare quali capolavori avrebbe potuto il mondo ancora aspettarsi da simile genio.
«Simili uccelli canori come Rossini non ritornano ad ogni primavera ma soltanto ogni secolo. Chi può calcolare quanti milioni di cuori egli ha dilettato da un mezzo secolo sui più diversi punti della terra? La somma darebbe un grande popolo di uomini ilari e sorridenti. Se ai conquistatori ed eroi, che fanno infelici innumerevoli moltitudini, si elevano monumenti ed essi si cantano in epopee, cosa meriterebbe un tale consolatore e spenditore di infinite ore felici? Sommandole ne risulterebbe un'età dell'oro, un'epoca saturnicamente bella dell'umanità, come la sognano i poeti e sopra un simile popolo e regno della felicità riderebbe perenne il sole come nell'_Ecco ridente_ in cielo!» Auree parole del vecchio e fine musicista e critico Maurizio Hauptmann scritte molti anni fa ma che valgono anche oggi come allora.
Fra le poche opere di Rossini non appartenenti al teatro è da nominarsi il suo _Stabat Mater_ opera ispirata ma punto scritta per la chiesa e nello stile ad essa conveniente.
L'entusiasmo che destarono ovunque le opere di Rossini ed il dominio che queste esercitarono sul repertorio di tutti i teatri, quel dominio al quale dovevano cedere e Beethoven e Weber a Vienna, non poterono restare senza conseguenze, e difatti specialmente e principalmente in Italia l'opera _rossiniana_ fu il modello di moltissime opere di altri autori, che del maestro imitavano lo stile, ma erano lontani dall'averne il genio.
Fra questi contemporanei e posteriori a Rossini basterà nominare i principali: _Saverio Mercadante_ (1795-1870) l'autore del _Giuramento_, opera piena di pregi, che in un certo significato precorse il suo tempo; _G. Pacini_ (1796-1867), il felice autore della _Saffo; Generali, Pietro Raimondi_, celebre contrappuntista, emulo degli antichi fiamminghi nello sciogliere problemi armonici e contrappuntistici; _Nicolò Vaccai_, l'autore della _Giulietta e Romeo_, ancor oggi non del tutto dimenticata; i fratelli _Luigi_ e _Federico Ricci_, autori dell'opera buffa _Crispino e la Comare_, piena di brio e festività comica.
Maggiori di tutti questi furono _Vincenzo Bellini_ e _Gaetano Donizetti_.
_Vincenzo Bellini_ (nato a Catania nel 1801, morto a Parigi nel 1835, allievo del Conservatorio di Napoli) scrisse le sue opere in un'epoca in cui alle speranze della rivoluzione del Luglio 1830 era subentrata la prostrazione dell'insuccesso. La gioventù era caduta in un profondo abbattimento ed in uno stato di apatia, avendo veduto svanire i bei sogni di libertà. La letteratura era dominata dal sentimentalismo, dalla malinconia e dalla nota elegiaca. La natura delicata di Bellini vi inclinava per disposizione e trovava nelle idee del tempo il campo più adattato. In questo riguardo il suo stile differisce da quello di Rossini per quanto ne derivi indirettamente.
Bellini aveva la vena melodica facile, toccante, elegiaca; le sue melodie sono spesse volte ispirate e portano l'impronta del vero genio. Ed esse, piene di sospiri secreti e di molle abbandono hanno il fiato lungo, il disegno perfetto, nè abbisognano di ricche armonie ed accompagnamenti per mostrarci la loro intima bellezza. Ma per la nota predominante egli diviene alle volte monotono, incolore e la sua musica manca spesso d'energia e di forza. Una volta però nella _Norma_ (1832) il suo genio salì alle regioni più alte, un'opera che ad onta di qualche parte debole, puossi mettere fra i capolavori e che contiene pagine di grande espressione, di melodia divina e di verità drammatica. Un gentile idillio è la _Sonnambula_ (1831), ricchissima di ispirazione melodica, bella per naturalezza e semplicità toccante. Nei _Puritani_ (1834), l'ultima sua opera, il contrasto fra il naturale dell'autore e le esigenze della grande opera è evidente, nè egli seppe assimilarsi lo spirito francese come era riuscito a Rossini nel _Guglielmo Tell_ e più tardi a Donizetti nella _Favorita_.
Molti musicisti moderni parlano oggi non sempre con rispetto di Bellini. Ma per quanto non sia grande la sua sapienza tecnica e molte volte sia trascurata e povera l'istrumentazione, è innegabile che egli cercò sempre nelle sue melodie la verità d'espressione e che egli in questo riguardo ed in qualche recitativo drammatico p. e. nella _Norma_ fu quasi un riformatore.
Dopo la morte di Bellini fu _Gaetano Donizetti_ (nato a Bergamo ai 27 Settembre 1797, morto nel 1848), che colle sue opere dominò per alcuni anni il repertorio lirico. Egli fu certo un genio ma incompleto, perchè quantunque dotato di fantasia ed ispirazione fecondissima, egli non sa esercitare sulla sua opera i criteri d'una critica severa. Accanto a pezzi felicissimi, ad aspirazioni alte e geniali troviamo parti insignificanti e trascurate sicchè fra tutte le sue opere quasi nessuna mostra vera unità di stile e misura delle parti. Il suo stile è per sè eclettico, senza però che la fusione degli elementi sia naturale e spontanea. A lui mancarono i potenti e severi studi, la pazienza e l'accuratezza dell'artista che scrive per l'arte e non pel mestiere. Ma tutti questi difetti non possono farci dimenticare le molteplici doti di Donizetti e quantunque egli in prima linea non sia che un discendente di Rossini, pure in certe parti egli si innalzò alla verità tragica ed espresse con note divine gli affetti umani, come pure ebbe nelle sue composizioni comiche un'estrema leggiadria e delicatezza di espressione.
Donizetti si provò nello stile serio e comico. Fra le sue moltissime opere, le più fortunate sono la _Lucia di Lammermoor_, _Lucrezia Borgia_, l'_Elisir d'amore_, _Don Pasquale_, _la Figlia del Reggimento_, _la Favorita_.