Part 10
Monteverdi fu non soltanto un eminente musicista sempre in cerca di novità nel campo della teoria e tecnica ma altresì un fine esteta, che si rendeva ragione di quello che faceva d'uopo al dramma musicale. Egli non sceglie a caso i libretti ma li vaglia e giudica, come secoli dopo faceva Verdi, mettendo a dura prova i poeti. Così p. e. essendogli stato dato l'incarico dal Duca di Mantova Ferdinando di musicare la favola di _Teti e Peleo_ di Scipione Agnelli, egli risponde al suo signore: «Et come potrò io con il mezzo loro movere li affetti! Mosse l'Arianna per esser donna, mosse parimenti Orfeo per essere uomo e non vento. Le armonie imitano loro medesime et non con l'orazione et li strepiti dè venti, et il belar delle pecore, il nitrir dei cavalli et va dicendo, ma non imitano il parlar dè venti che non si trova. La favola tutta poi, quanto alla mia non poca ignoranza, non sento che punto mi mova e con difficoltà anco la intendo, nè tanto che lei mi porti con udire naturale ad un fine che mi mova. L'Arianna mi porta ad un giusto lamento et lo Orfeo ad una giusta preghiera, ma questa non so a qual fine, sicchè, che vuole la S. V. Ill.ma che la musica possa in questa!»
Contemporaneo di Monteverdi ed a lui in molti riguardi affine è _Marco da Gagliano_, fiorentino (circa 1575-1642), autore di Madrigali e drammi musicali, dei quali ci restano la _Dafne_ e la _Flora_. Anche in queste due opere troviamo lo stile fiorentino ma più scorrevole ed espressivo. Degno di menzione è il Proemio della _Dafne_, nel quale l'autore dà utilissimi ammaestramenti ed indicazioni ai cantanti ed attori circa la maniera d'esecuzione.
Il processo di sviluppo dell'opera in musica continua con _Pier Francesco Caletti Bruni_ detto _Cavalli_ (1600-1676) di Crema, scolaro ed erede del genio di Monteverdi, direttore di cappella in S. Marco a Venezia. Fra le sue (34-39) opere drammatiche, la prima delle quali fu _Le nozze di Teti e di Peleo_ (1639), ebbe grande successo il _Giasone_ (1649), ed a ragione, perchè vi abbondano scene di grande bellezza e verità come p. e. il lamento di Isifile e Maria «dell'antro magico». Cavalli perfezionò lo stile e diede più libera movenza al recitativo ed all'aria, che quantunque non sia ancora sviluppata, pure ha carattere decisamente arioso e melodia organicamente periodizzata. Ammirabile è poi nelle sue composizioni il magistrale aggruppamento delle parti, (duetti, terzetti e quartetti), la caratteristica e la novità degli effetti. Quasi in tutte le sue opere, anche nelle serie, havvi qualche personaggio comico (balbuziente, soldato, ecc.), e qui sono forse da cercare i primordi dell'opera comica, della quale del resto troviamo esempi per quanto imperfetti nella _Tancia_ di _Jacopo Melani_ (1657), nel _Pazzo per forza_ e nel _Vecchio burlato_ dello stesso autore ed in altre opere ancora anteriori, come p. e. nella _Diana schernita_ di _Giacinto Cornachioli_ Roma (1629), _Chi soffre speri_ di Marco Marazzoli su parole di _Giulio Rospigliosi_ (papa Clemente IX) (1639).
Tanto nelle ultime opere di Monteverdi che in quelle di Cavalli il coro va perdendo importanza sia per la difficoltà di aver un coro per un'opera che cominciava a divenire popolare e perciò costretta a risparmiar spese o per il graduato abbandono della musica polifonica sia per lo spirito dei tempi inclinante al soggettivismo. In ambedue l'armonia viene coordinata alla melodia ed essa non segue più l'ordine delle voci. Per i crescendi drammatici si usa la forma della sequenza ed altre affini ed il recitativo ha ancora una parte musicalmente assai importante, quantunque Cavalli preferisca ormai l'arioso e le forme chiuse, di solito nel ritmo di passacaglia su bassi ostinati.
L'istrumentazione di Cavalli è molto più semplice di quella di Monteverdi e vi domina il violino. Le trombe sono impiegate raramente nè si fa uso di tutta quella schiera d'istrumenti che usavano i fiorentini. Bisogna però osservare che gli strumenti non sono menzionati e che le partiture conservatici non sono forse che schizzi da completarsi a seconda del bisogno. Oltre le voci naturali, sono impiegati anche i castrati, che alle volte sono scritti in tessitura più alta di quella del soprano.
La sinfonia originaria dell'opera veneziana cominciò coll'essere una semplice introduzione senza alcuna attinenza all'opera, in un tempo senza cambiamento di ritmo; poi si divise in due parti diverse di ritmo e tema, la prima basata sull'accordo, la seconda con sequenze formate da un breve tema, ciò che era ormai un embrione dell'ouverture francese posteriore. Monteverdi e Cavalli, come di solito succede dei genî, esercitarono per alcuni decenni, una potente influenza sulla musica contemporanea e dei maestri posteriori, quasi costringendoli all'imitazione e soffocando i singoli germi di originalità sicchè le opere di questi non sono che pallide copie delle loro.
Non minor fama di Cavalli ebbe _Giacomo Carissimi_ di Marino (1604-1674), direttore in Sant'Apollinare in Roma, il quale quantunque non abbia composto opere teatrali ebbe grande influenza sullo stile drammatico. Carissimi eccelse nell'Oratorio e nella Cantata da Camera, specie di scena drammatica con _a soli_, recitativi e pezzi d'assieme. I meriti di Carissimi sono gli stessi di quelli di Cavalli, ma in lui la melodia è ancor più scorrevole, il recitativo diventa assai espressivo come nella stupenda fine del _Iefte_. Fra i suoi Oratorî scritti in lingua latina con accompagnamento di due violini ed organo od organo solo, fra i quali il _Giudizio di Salomone_, _Iefte_, _Giona_, ecc., i cori hanno qualche cosa della grandiosità e maestà di quelli di Händel e struttura ed armonia somigliante alla moderna. Il racconto è affidato allo Storico, le persone dell'azione cantano o in recitativo od in stile arioso, il coro ha alle volte parte drammatica. Di Carissimi esistono anche più composizioni comiche come il _testamento dell'asino_, la _declinazione dell'hic, haec, hoc_, ecc.
Chi applicò all'opera i miglioramenti di Carissimi fu _Marcantonio Cesti_ suo scolaro, monaco aretino (1620-1669), direttore di cappella dell'imperatore Leopoldo I d'Austria, autore fecondo d'opere. Le più celebri sono la _Dori_ (1663) ed il _Pomo d'oro_ (1666). Questa fu eseguita con incredibile sfarzo per le nozze di Leopoldo I con Margherita di Spagna (la messa in scena costò 100.000 talleri) ed ha proporzioni incredibili (67 scene).
Kretschmar caratterizza così Cavalli e Cesti: «La natura di Cavalli sviluppa la sua grandezza nelle scene patetiche ed in quelle dove dominano il misterioso ed il terribile. L'arte di Cesti ci conquide invece nelle parti idilliche del dramma, quando la musica esprime i teneri sentimenti dei cuori amanti, se l'amico consola l'amico, se il solitario ricorda lamentandosi, se si descrivono le immagini dei sogni. La melodia di Cavalli è di linea semplicissima, mentre Cesti è inesauribile in particolari intimi e finitissimi».
Da nominarsi sono altresì _Giovanni Legrenzi_ (1625-1690), direttore di S. Marco in Venezia, maestro di Lotti e Caldara, _Andrea Ziani_ (1653-1715), celebre organista di S. Marco, morto a Vienna, _Geronimo Giacobbi_ (1575-1630), _Francesca Caccini_, figlia di Giulio, _Carlo Polarolo_, _Giac. Ant. Perti_, _Antonio Draghi_ e finalmente _Alessandro Stradella_ napolitano (?) (1645-1681), celebre cantore e virtuoso continuatore dello stile di Carissimi. Le sue composizioni, fra le quali alcune opere, sonate assai importanti, oratorî, molte cantate, delle quali molte inedite, si conservano in parte nella biblioteca di Modena; le sue arie «_se i miei sospiri_» e «_o del mio dolce_» non sono certo scritte da lui, perchè di stile affatto moderno. Dopo una vita avventurosa morì pugnalato a Genova.
Quantunque dopo gli studi recenti di Goldschmidt si possa ritenere che i diretti continuatori dell'opera di Caccini e Peri fossero romani (_Landi_, _Agazzari_, _Vitali_, _Mazzocchi_), pure l'opera si poteva chiamare fin qui veneziana, giacchè dopo Caccini e Peri sono i maestri veneziani o che vissero a Venezia i più celebri ed è a Venezia che si concentra l'interesse per l'opera e dove se ne rappresentò maggior numero. Ma colla fine del secolo XVII lo scettro passa a Napoli ed alla scuola napolitana.
Il capo ed il primo dei molti celebri compositori drammatici napoletani fu _Alessandro Scarlatti_ che si può a ragione chiamare il padre dell'opera italiana moderna (1659-1725), nato a Trapani, scolaro di Carissimi. Scarlatti si provò in tutti i generi ed in ognuno con fortuna. Autore fecondissimo scrisse più di 100 opere, 400 e più cantate, 200 messe, motetti, oratorî, e molte composizioni istrumentali. Egli forma l'anello di congiunzione fra lo stile severo di Palestrina e la scuola del bel canto. Le sue composizioni sacre sono ancora severe e maestose ed alla polifonia è ispirato un nuovo alito caldo di vita, che indarno si cerca nei suoi antecessori. La sua importanza sta però nella musica drammatica. Le sue opere teatrali (le più celebri sono _Rosaura_, _Tigrane_, _Laodicea_) sono omai di gran lunga superiori a quelle della scuola veneziana. La melodia diventa sempre più facile, scorrevole e spontanea, le forme si raffermano e perfezionano. Il recitativo secco od accompagnato, l'aria, l'ouverture prendono la forma definitiva. L'istrumentazione per quanto semplice e basata sugli archi è però molto più ricca che quella delle opere veneziane ed egli la colorisce con altri istrumenti come corni, fagotti, viole d'amore, ecc., al che giovò senza dubbio la musica istrumentale di Torelli e Corelli, suoi contemporanei.
Lo studio delle sue opere non giustifica però tutte le immense lodi che gli si soglion dare. Egli è ben di rado drammatico e se lo è, di preferenza nelle scene comiche. Le sue melodie basano precipuamente sul contrappunto ed egli eccelle piuttosto nelle forme piccole come la cantata, che nell'opera teatrale stessa. Molti dei maestri posteriori lo superano nell'ispirazione ma nessuno nella sapienza e nell'estrema chiarezza del lavoro contrappuntistico, giovandogli forse la vicinanza di tempo dei grandi maestri romani. Ma di lui in realtà oggi si conosce ben poco, perchè quasi tutta la sua immensa opera è sepolta nelle biblioteche. Händel ed anche Bach gli devono moltissimo e specialmente il primo apprese da lui la bellezza della forma, la chiarezza e senza lo studio delle sue opere ed i suoi consigli egli non sarebbe quegli che egli è.
Secondo gli ultimi studî sembra anche che molti dei meriti di _Scarlatti_ sieno comuni ad un altro maestro, _Francesco Provenzale_ (1610) del quale sinora si conosceva poco più del nome e che forse fu maestro di Scarlatti. Le sue opere _Stellidaura vendicata_, _lo Schiavo di sua moglie_, _la Colomba ferita_, mostrano omai quelle forme e quei pregi di cui vanno adorne le opere di Scarlatti. Questi finì la sua gloriosa carriera quasi nell'oscurità e dimenticanza, consolato soltanto dall'ammirazione ed affetto di numerosi scolari e colleghi, fra i quali il sommo Händel, che di lui parlava colla più alta stima.
L'opera di Scarlatti segna una nuova fase della musica. Essendo nell'opera napoletana concentrata tutta l'importanza nelle arie l'interesse drammatico, lo sviluppo dell'azione va perdendosi in un lirismo dominante. Fu quasi un'ubbriacatura di melodie delle quali mai si era sazî; _aria_ seguiva ad _aria_ e _recitativo_, ed i piccoli cori frammisti a qualche pezzo d'assieme di pochissima importanza aveano piuttosto lo scopo di conceder riposo al cantante che altra cosa. La polifonia avea troppo a lungo dominato il campo ed impedito il sorgere della melodia assoluta, cosicchè, quando questa potè liberamente espandersi, il pubblico dimenticò intieramente la verità drammatica, lo sviluppo dell'azione, dei caratteri ed altro. L'opera divenne pressochè una cantata, snaturandosi ancora nei primordî un genere che aveva altre tendenze e cagionando altresì la decadenza della musica da chiesa, giacchè all'antica polifonia l'Italia non seppe sostituire, come la Germania, l'elemento della semplice e grave devozione delle canzoni popolari protestanti ma vi trapiantò la melodia teatrale drammatica.
La _nobile sprezzatura_ del canto, vagheggiata dalla Camerata fiorentina, fa luogo alla virtuosità che non serve a scopi alti ma tende semplicemente all'effetto esteriore. Questi difetti non sono tanto palesi in Scarlatti e nei primi maestri della grande scuola napoletana, durando ancora le antiche tradizioni ed essendo la riforma fiorentina troppo recente. Molte delle loro composizioni sacre resistettero perciò al cambiar dei tempi, mentre le opere drammatiche sono tutte dimenticate, perchè nelle prime oltre la bellezza melodica affascinante, l'armonia ed il contrappunto sono ancor sempre magistrali ed esse non mancano di maestà e devozione. Ma quando dopo Leo e Durante la polifonia ed il contrappunto abbandonano la tematica degli antichi inni ed alle frasi musicali a questi somiglianti si sostituisce la nuova melodia mondana, la religiosità scomparve e non restò che una vana forma ipocrita, che meglio s'adattava al contenuto sensuale.
La scuola napoletana fondata da Alessandro Scarlatti conta una coorte di musicisti, autori fecondissimi, ispirati e facili, nè alcuna nazione vide mai in sì poco tempo seguirsi uno all'altro tal quantità di ingegni musicali, le melodie dei quali inondavano di dolcezza gli animi e li trasportavano in regioni incantate. Ed a quella guisa che i Fiamminghi avevano esercitato nel secolo XV un influsso decisivo sulla musica, così nei secoli XVII e seguenti l'opera napoletana domina non solo tutti i teatri d'Italia ma anche quelli delle corti di Germania e d'Inghilterra, mentre in Francia si accende la lotta fra i partigiani dell'opera francese ed italiana.
Fra i numerosi scolari di Alessandro Scarlatti ebbero maggior fama _Francesco Durante_, _Leonardo Leo_ e _Niccolò Porpora_. _Francesco Durante_ (1674-1755) di Frattamaggiore presso Napoli, maestro del Conservatore di S. Onofrio, non ebbe fortuna nello stile drammatico e si dedicò quasi esclusivamente alla musica da chiesa e da camera. Meno ricco di fantasia del suo maestro e del suo condiscepolo Leo, egli scrisse molte composizioni da chiesa a più voci, piene d'effetto, splendide nelle armonie o non prive di grandezza. Il suo _Magnificat_ e la _Messa alla Palestrina_ non sono neppure oggi dimenticati e quantunque non raggiungano le composizioni della scuola romana, possono annoverarsi fra le più belle opere del periodo posteriore al classico. Durante ebbe molti allievi, fra i quali _Vinci_, _Iomelli_, _Duni_, _Traetta_, _Piccini_, _Sacchini_, _Guglielmi_, _Paisiello_. Superiore a lui in ogni riguardo fu _Leonardo Leo_ (1694-1744) di San Vito nella provincia di Lecce, melodiosissimo ed ispirato, che ebbe gran fama per le sue opere, in cui l'istrumentazione è delicata e caratteristica. Fra le sue composizioni sacre è celebre il _Miserere_ a otto voci. Leo fu il primo a scrivere concerti per violoncello obbligato. Stupenda è l'Ouverture dell'Oratorio _St. Elena al Calvario_. _Francesco Feo_ (1699-1752) fu condiscepolo di Durante e Leo alla scuola di Pitoni a Roma. Con lui la musica da chiesa decadde rapidamente, sostituendosi all'elemento religioso sempre più il drammatico e confondendosi i due stili.
_Niccolò Porpora_ (1686-1767) fu autore fecondissimo in ogni genere, e fu egli che gareggiò a Londra con Händel. Maggiore della sua fama come compositore è la sua rinomanza quale maestro di canto e Farinelli ed il Porporino furono suoi scolari. La fama di Porpora è del resto molto minore dei suoi meriti. Egli è un vero classico e può misurarsi almeno nell'opera con Händel che alle volte supera p. e. nell'_Arianna_. Il suo difetto maggiore è una certa freddezza, che lo distingue in genere dai maestri napolitani.
Se già Porpora appartiene all'epoca della decadenza della scuola napoletana, ciò può dirsi a maggior ragione dei maestri posteriori, le opere dei quali, con poche eccezioni, composte per lo più in breve tempo e per secondare il gusto del pubblico, mancano di verità drammatica e sono oltre ogni dire manierate.
_Leonardo Vinci_ (1690-1732) di Strongoli, scolaro di _Gaetano Greco_, dottissimo contrappuntista, fu dotato di fantasia inesauribile. Le sue molteplici opere drammatiche ebbero grande successo ai loro tempi per la dolcezza delle melodie e per una certa sentimentalità, che allora era di moda. Vinci sa però molte volte raggiungere una grande potenza drammatica specialmente nel recitativo accompagnato, col quale egli da grande varietà ed espressione alle scene più caratteristiche, preparando la riforma di Gluck.
Più noto di lui ai nostri tempi è _Giovanni Battista Pergolesi_ di Iesi (1710) scolaro di Durante, Greco e Feo. Il suo ingegno gentile e delicato non era fatto per l'opera seria. La sua _Olimpiade_ cadde a Roma e il giovane maestro se ne accorò tanto che la sua gracile salute ne ebbe tale scossa da non rimettersene più. Grande plauso destò invece il suo intermezzo _La serva padrona_, dato in Napoli (1731), opera che ancor oggi si eseguisce perchè è veramente ispirata ed ha vita drammatica ed eleganza di stile. Pergolesi fu colla _Serva padrona_ ed altri intermezzi (il _Frate innamorato_, il _Flaminio_, la _Contadina astuta_, ecc) uno dei fondatori dell'opera buffa. Celebre pure fino ad oggi è il suo _Stabat Mater_, composizione che egli compì poco prima della sua morte (1736). Questa opera per due voci di donna e quartetto d'archi non appartiene alla vera musica sacra, ma cattiva gli animi per una dolce melanconia non però priva di passione che vi è sparsa e per la grande bellezza melodica e la chiarezza del disegno musicale. I soliti giudizi specialmente degli stranieri sulle opere di Pergolesi sono oggi da rifarsi completamente, giacchè egli non è punto lo sdolcinato autore, che si volle fin oggi fare di lui. Egli è invece fra i contemporanei il più geniale e quegli che anche nell'opera seria aveva iniziato una riforma drammatica, che la morte troncò e bastino per prova i recitativi drammatici dell'_Olimpiade_ e dell'_Adriano_. Nell'opera buffa, della quale egli per circostanze esteriori ebbe più ad occuparsi, raggiunse un alto grado di perfezione per la concisione e bellezza della melodia, la sana e briosa letizia che non diventa mai triviale. Ma anche nella musica istrumentale egli fu un precursore geniale specialmente nelle Sonate per due violini e basso dove si trova già l'Allegro cantabile prima ignoto e di grande importanza per la musica posteriore, ed il riapparire del primo tema dopo lo sviluppo della seconda parte e del rivolto, un procedimento che a torto si riteneva fosse stato Filippo Emanuele Bach a usare per il primo.
Pergolesi scrisse in cinque anni di lavoro dodici opere teatrali, tre oratori, quattro messe, più _Salve regina_, lo _Stabat_, _Arie_, _Trio_, ecc.
Allo stesso genere di musica drammatica sacra appartiene pure il celebre _Stabat Mater_ di _Emanuele Astorga_ (1680-1736?), barone siciliano nato nel 1680 ad Augusta e morto in Spagna verso il 1750, autore dell'opera pastorale _Dafni_ e di molte cantate. Le ultime ricerche di Volkmann hanno sfatato tutte le leggende, che si leggono sulla sua vita. Lo _Stabat Mater_ di Astorga a 4 voci con archi è simile a quello di Pergolesi ma ha più maschia severità ed il contrappunto e l'armonia sono più ricchi.
_Niccolò Iomelli_ di Aversa (1714-1774) frequentò la scuola di Durante e Feo. Scrisse più opere per varie città d'Italia. Scrittore facile e melodioso, egli seppe già dalle prime innalzarsi sopra gli altri. Passato alla corte di Stoccarda, dove fu molti anni maestro di cappella, fece risorgere le sorti di quel teatro, eseguendo opere, come in Germania mai si aveva prima sentito. Il contatto coi maestri della scuola tedesca influì altresì sul suo stile arricchendone l'armonia. Ritornato in patria i suoi ultimi lavori non ebbero fortuna. A torto però, giacchè le sue ultime opere per la nobiltà d'ispirazione e ricchezza di lavoro orchestrale si devono anzi contare fra le migliori della scuola napolitana. (_Enea nel Lazio_, _Penelope_, _Fetonte_). Fra le molte composizioni sacre che scrisse, è ancor noto un _Requiem_ melodioso e d'effetto, benchè privo di maestà e grandezza. Una delle sue ultime opere fu un _Miserere_ per due soprani e quartetto d'arco opera che può star a paro collo _Stabat Mater_ di Pergolesi. Iomelli fu chiamato dai contemporanei il Gluck italiano e non senza ragione, giacchè nessun maestro italiano si curò tanto del libretto e della verità drammatica. Egli rimise in onore il coro, diede più importanza al recitativo accompagnato ed all'orchestra, che è trattata con grande diligenza. L'ultima scena del _Fetonte_ è un pezzo di musica descrittiva piuttosto unico che raro per il suo tempo.
_Niccolò Piccini_ di Bari (1728-1800) deve la sua fama, che dura fino ad oggi, più che alle sue opere, alle gare ed alla contesa che si accese negli ultimi anni della sua vita a Parigi fra i suoi fautori e quelli di Gluck. A lui spetta però il merito d'aver introdotto nuove forme nell'opera buffa, iniziata da _Niccolò Logroscino_ (1700-1763), e d'averla arricchita di maggiore varietà. Egli abbandonò l'_aria da capo_ di Scarlatti e vi sostituì la forma del _rondò_. Trasformò la forma del finale e fu sempre accurato nella strumentazione. La sua _Cecchina_ ebbe tale successo che in pochi anni si rappresentò in tutta l'Europa. Qualche bel brano contiene altresì il suo _Orlando_, scritto per l'Opera di Parigi (1778).
_Antonio Sacchini_ (1734-1786) di Pozzuoli, autore dell'_Edipo a Colono_ e _Tommaso Traetta_ (1717-1779) unirono all'abbondanza melodica napoletana vigoria e verità drammatica. Ambedue ebbero vita avventurosa e visitarono più paesi.
_Giovanni Paisiello_ di Taranto (1741-1816) autore fecondissimo godè fama immensa tanto in Italia che in Germania e Russia. Più fortuna delle sue opere serie ebbero le comiche e buffe, fra cui il _Barbiere di Siviglia_ per lo stile festevole ed urbano, per eleganza di forma e per la freschezza inesauribile della melodia.
_Niccolò Zingarelli_ (1752-1837) napoletano, autore dell'opera Giulietta e Romeo, fu pedante e retrogrado ma egregio pedagogo;
Con _Domenico Cimarosa_ di Aversa (1749-1801) scolaro di Sacchini, autore di _Giannina e Bernardone_, del _Matrimonio segreto_, eseguito nel 1792 a Vienna con successo enorme, l'opera buffa, retaggio della terra italiana, arrivò al più alto grado di perfezione per la naturalezza, giovialità sana e per gli interessanti contrasti, il tutto raggiunto con arte sobria e sicura.
Come in tutte le arti ad un epoca di splendore segue per legge naturale quella della decadenza, quasi che il genio umano abbisogni di riposo, al fiore dell'opera napoletana succede un'epoca nella quale il manierismo prende il sopravvento, lo stile perde l'originalità e diventa incolore. Ad onta di tutto ciò l'arte italiana mantenne almeno nell'opera il primato ed i musicisti italiani continuarono per lunghi anni ancora a dare le loro opere nei teatri di corte di Germania, ad occuparvi i più onorifici posti, ed i cantanti italiani erano ricercati e preferiti. E non solo i teatri di Vienna, Monaco e Dresda, ma anche molti di altre città, come Berlino, Breslavia, Lipsia, Stoccarda, Brunswick, ecc., erano intieramente dominati dagli artisti italiani, sicchè per i compositori tedeschi non restava altro che scegliere o fra l'oblio e la trascuranza o l'imitazione degli italiani.