Storia della Guerra della Independenza degli Stati Uniti di America, vol. 3

Part 33

Chapter 333,502 wordsPublic domain

Essendo già incominciata effettualmente la guerra tra la Spagna e la Gran-Brettagna, non poteva più il cavaliere de La-Luzerne, il quale era venuto a Filadelfia ad iscambiar il Gerard, presso il congresso addurre, affine di piegarlo a far le concessioni alla Spagna, la utilità e la necessità della congiunzione delle armi spagnuole a quelle degli alleati. Andava perciò ponendo loro sotto gli occhi il vantaggio, che ne risulterebbe grandissimo agli Stati Uniti, se avessero seco loro congiunto il Re Cattolico con trattati d'alleanza e di commercio, coi quali si regolassero i comuni e vicendevoli interessi loro, sia presenti che avvenire. Egli era chiaro, diceva, che la Spagna avrebbe giuocato di migliore contro l'Inghilterra, ove conosciuto avesse gli utili, che doveva ricavare da una guerra intrapresa principalmente in vantaggio e benefizio degli Stati Uniti. Da un altro canto nissuno non vedeva, quanto importasse a ben confermare le forze e la riputazione di essi Stati, se la independenza loro fosse specificata e solennemente riconosciuta da un sì grande e sì possente monarca, quale il Re Cattolico si era, e se con esso lui si congiungessero con un trattato d'amicizia e d'alleanza. Quest'alleanza, continuava esser in cima dei pensieri di sua Maestà Cristianissima, la quale stretta al Re Cattolico con tanti sacri vincoli, ed all'America con quelli della più tenera amistà, non poteva non desiderare ardentissimamente la più intima e durevole congiunzione fra ai loro. Molto si allargò il ministro medesimo in tutta questa materia, aggiungendo anche altri argomenti tratti dal diritto.

Ma tutto fu indarno. Il congresso, avvisandosi, che la Spagna entrava a parte della guerra, non già per gl'interessi di lui, nè per istabilire la independenza dell'America, la quale nella condizione delle cose di allora doveva meglio stimarsi una cosa fatta, che da farsi, ma sibbene pe' suoi proprj, e massimamente per disfare la potenza navale dell'Inghilterra, stava in sul tirato, e non voleva salir questo nuovo scaglione. Tuttavia per dimostrare il desiderio ch'egli aveva di fermare il piè col Re Cattolico, creava ministro plenipotenziario presso il medesimo Giovanni Jay, al quale comandò, che insinuatosi con esso lui vedesse d'indurlo a contentarsi di far un trattato d'amicizia e di commercio cogli Stati Uniti. Gli commettevano, che se il Re Cattolico entrasse nella lega contro la Gran-Brettagna, avrebbero gli Stati Uniti consentito, che egli assicurasse a sè stesso la possessione delle due Floride; che anzi, quando avesse nei trattati ottenuto il consentimento dell'Inghilterra, gliele avrebbero gli Stati Uniti guarentite, con questa condizione, che godessero la libera navigazione del fiume Mississipì dentro, e sino al mare. Aggiungevano, che non potevano consentir alla rinunziazione dei territorj situati sull'oriental riva del fiume. Gli comandavano ancora, richiedesse il Re di Francia, siccome quello, ch'era la guida e l'indirizzatore di tutta l'impresa, fosse contento di esser il mediatore, acciocchè i trattati colla Spagna potessero aver luogo. Aggiunsero parecchie altre domande da farsi al Re Cattolico. Ma per aver il congresso negato di accondiscendere a quelle condizioni, che più stavano a cuore alla Spagna, non solamente di tutte queste cose non se ne ottenne nissuna, ma di più, neanco quando il Re Cattolico denunziò la guerra alla Gran-Brettagna, volle l'independenza degli Stati Uniti riconoscere, nè accettare, nè mandar ambasciadori. Nello stesso tempo, in cui fu eletto Jay plenipotenziario alla Corte di Spagna, fu tratto Giovanni Adams ministro plenipotenziario per negoziar un trattato di pace e di commercio coll'Inghilterra.

Mentre nel modo che abbiamo detto, si travagliava in America, le cose in Europa si avvicinavano a quella riuscita, la quale tutti gli uomini prudenti avevano preveduta, e che desideravano coloro stessi, che facevano le viste di volersi ad un affatto contrario fine incamminare. Aveva la Spagna tutti gli suoi apparecchiamenti marittimi a compimento condotti, ed era giunta a quel termine, nel quale aveva deliberato di por giù la maschera dal viso. Voleva ella apertamente venire a parte della guerra, e, congiungendosi colla Francia, fare improvvisamente tal danno all'Inghilterra, che, battuta la potenza navale troppo eminente di questa, ne diventassero i Borboni signori del mare. A questo fine volendo trovare colorata occasione di giustificar le azioni sue, si determinò a ravvivar di modo le pratiche della mediazione introdotte in Inghilterra, ed a stringer sì fattamente il governo inglese, che non potesse, non venirne a capo. Per il che il marchese d'Almodovar, ministro spagnuolo a Londra, fece nel mese di giugno una gran pressa ai ministri britannici, perchè si discoprissero, e dessero finalmente una risposta terminativa. Quest'uffizio fece con tanto miglior animo, che già si sapeva, che il conte D'Orvilliers era uscito con tutta l'armata francese da Brest, e si era volto vers'ostro per andarsi a congiungere presso l'Isola di Cisarga colla spagnuola, la quale fornitissima di ogni cosa stava pronta a salpare, tostochè l'altra fosse pervenuta in quell'acque. A questa deliberazione dava altresì molto favore il considerare, che il navilio dell'Inghilterra, colpa della necessità o dei ministri, non era a gran pezza in tale condizione posto, che potesse fronteggiare quelle due possenti armate accozzate insieme. Risposero i ministri britannici, la condizione dell'independenza, anche modificata secondo le proposizioni di Spagna, non potersi ammettere. Il ministro spagnuolo allora partì da Londra, dopo di aver presentato al lord Weymouth, segretario di Stato, una dichiarazione, la quale conteneva, oltre il rifiuto dell'offerta mediazione, molti altri motivi di guerra, come sarebbero insulti fatti sui mari alla bandiera spagnuola, correrìe nimichevoli sulle terre del Re, instigazione ai Barbari di correre contro i sudditi spagnuoli della Luigiana, violazioni dei diritti del Re Cattolico nel golfo di Honduras, ed altri di simil fatta. Rispose la Corte di Londra con un altro manifesto, col quale secondo, che si suol fare in tali casi, ribatteva le accusazioni di quella di Madrid. Il Re d'Inghilterra rivocò da Madrid lord Grantham suo ambasciadore. Poscia mandò fuori un bando di rappresaglie contro la Spagna, ed un altro per regolar le partizioni delle prede. Pubblicò eziandio la Francia a questo tempo, siccome quella, ch'era la guidatrice ed il capo principale della lega, un manifesto, col quale espose agli occhi degli uomini d'Europa i motivi, pei quali le due Corti alleate erano state costrette a pigliar l'armi ed a far la guerra. I quali motivi lungamente detti possonsi ai seguenti ridurre: per vendicar le ingiurie, e per por fine (in questo parlando sinceramente) a quel tirannico dominio, che l'Inghilterra aveva usurpato, e pretendeva di mantenere sopra l'Oceano. Nè il Re di Spagna se ne stette tacendo con questi manifesti. Anzi dopo d'aver pubblicato due reali cedole, come le chiamano, atte a persuader a' suoi sudditi la necessità e la giustizia della guerra, mandò fuori un assai ben lungo manifesto, nel quale dedusse cento motivi di guerra, la maggior parte de' quali sono dell'istessa sorta di quelli, che il marchese d'Almodovar aveva nel suo primo manifesto annoverati. Aggiunse, ed a grande ingiuria si recò, che i ministri britannici nel medesimo tempo in cui rifiutavano le proposte alla scoperta fatte dalla Spagna, come mediatrice nei negoziati della pace, erano andati di nascosto insinuandosi alla Corte di Francia per mezzo di segreti agenti, e facendo larghissime offerte, acciò le colonie abbandonasse, e fermasse la pace coll'Inghilterra; e che nel punto stesso erano iti segretamente praticando per mezzo di un altro agente col dottor Franklin a Parigi, al quale fecero diverse proposte per ismembrar l'America dalla Francia, e perchè gli Americani gli affari loro racconciassero colla Gran-Brettagna, profferendo loro condizioni non pure somiglianti a quelle, che avevano e ricusate e disdegnate, quando procedevano da parte del Re Cattolico, ma più larghe ancora e più favorevoli. Delle quali cose le prime, vale a dire gl'insulti fatti alle insegne spagnuole, le ostili correrìe sui territorj del Re, le ingiuste sentenze delle Corti dell'ammiragliato sarebbersi potute riparare, se le due parti avuto avessero a quei tempi animi meno inimichevoli l'una contro l'altra. La seconda, cioè la duplicità dei ministri britannici a tempo dei negoziati della mediazione, se non è in loro da lodarsi, il che non ardiremmo di affermare, non è tampoco da biasimarsi, e non sapremmo dire, come possa addotta essere quale motivo di guerra. Imperciocchè queste aggirandole nelle faccende politiche siano non solo non nuove, ma nemmeno rade, e da tutti riputate, e massimamente da quei, che le usano, mezzi se non onorevoli, certo tollerabili per arrivar ai fini loro. Ma il primo e principal motivo della guerra, al quale tutti gli altri non servivano poco altro, che di coperta, quello si era del volere la superiorità marittima dell'Inghilterra atterrare. Nel che procedette il Re Cattolico anzi candidamente che no, imitando anche in ciò il Re di Francia. Perciocchè nel manifesto dichiarò, che per ottener il fine di una sicura pace egli era d'uopo temperare l'immoderata grandezza dell'Inghilterra sui mari, e quelle massime ch'ella soleva usare; per ottener il quale oggetto tutti gli altri potentati marittimi, ed anzi tutte le nazioni erano grandemente interessate. Il quale argomento, se era giusto e lodevole, sarebbe stato anche più onorevole, se il tirannico dominio dell'Inghilterra sui mari, del quale allora si facevano le querele, non fosse stato sì lungo tempo alla medesima non solo comportato, ma ancora con ella accordato. Replicò il Re della Gran-Brettagna con un altro manifesto, nel quale non senza molt'arte si studiò di ribattere gli argomenti dei due Re nemici, facendo anche molto instantemente le solite protestazioni di umanità, delle quali si può dire, che dopochè sono venute in uso presso i civili reggitori delle europee nazioni, non si vede, che le guerre siano diventate o meno frequenti, o meno distruggitive.

Intanto mentre le due parti in ciò si adoperavano, che la nuova guerra, che imprendevano, fosse agli occhi degli uomini giustificata, l'uno e l'altro Re protestando, che non erano stati i primi turbatori della pace, le due armate francese e spagnuola congiuntesi insieme nei mari di Spagna, spaventevoli molto all'apparenza, si appresentavano sulle coste della Gran-Brettagna. Consistevano in sessantasei grosse navi di alto bordo, tra le quali se ne annoveravano una spagnuola, che chiamavano la Santa Trinità di 114 cannoni, la Brettagna di 110, e la città di Parigi di 104, sette altre di ottanta, quindici di settantaquattro, e le altre minori. Seguitavano una moltitudine di fregate, di giunchi, di corvette, di fuste armate e di brulotti. Governava le due armate, come capitano generale il conte D'Orvilliers portato dalla Brettagna, essendo la vanguardia guidata dal conte di Guichen, e la dietroguardia da Don Gastone. La vanguardia stessa poi era preceduta da una squadra leggiera condotta da Latouche-Preville, consistente in cinque navi delle più sparvierate, ed accompagnate da tutte quelle fregate, che non appartenevano alle prime schiere. Era l'uffizio di questa squadra di sopravvedere, di sopraccorrere, e di spazzare i mari. Teneva dietro al retroguardo una squadra destinata anch'essa a speculare, ed alle riscosse capitanata da Don Luigi di Cordova, e composta di sedici grosse navi. Era, siccome pareva, il disegno degli alleati di fare una scesa nella parte, che trovato avrebbero più opportuna, della Gran-Brettagna, a ciò stimolati dalla grandezza dell'impresa, dalla possanza loro, dalla condizione poco difendevole dell'Irlanda, dall'inferiorità del navilio inglese, dalla debolezza degli eserciti stanziali dell'Inghilterra, di cui non poca parte era stata mandata a guerreggiar nell'America e nelle Antille. Per la qual cosa oltre quell'armata, della quale una più formidabile non aveva mai il mare Oceano solcato, trecento navi atte a trasportar soldati stavano apparecchiate nei porti di Avra di Grazia, di San Malò, ed altri su quelle coste. Ogni cosa in moto nelle province settentrionali della Francia. Meglio di quarantamila soldati già si trovavano assembrati sulle coste della Brettagna e della Normandia, e molti altri reggimenti marciavano a quella volta dalle altre parti del Regno. Creava il Re i generali, che dovevano governar la spedizione. Le genti, che già erano raunate nei porti e sulle coste che guardano l'Inghilterra, ogni giorno si esercitavano nelle diverse maniere d'imbarcarsi e di sbarcare, e tutte dimostravano un ardentissimo desiderio di recarsi sulle opposte rive per ivi combattere ed atterrare la potenza dell'antico rivale. Avevano seco moltissime ed ottime artiglierie; e cinquemila granatieri, il fiore degli eserciti francesi, trascelti con diligente cura da diversi reggimenti, dovevano servire d'avanguardia e di cominciatori alla segnalata impresa.

Erano pervenute in Inghilterra molto per tempo le novelle dei preparamenti della Francia, e della disegnata invasione. Nè avevano mancato i ministri a sè medesimi nell'apparecchiar tutte quelle difese, che e per la brevità del tempo, e per la presente condizione del Regno meglio avevano e saputo, e potuto. Avevano adunato sotto la condotta dell'ammiraglio Carlo Hardy trent'otto navi di alto bordo, e mandatele a mareggiare nel golfo di Biscaja a fine d'impedire, se ancora possibil fosse, la congiunzione delle due flotte nemiche. Ed è cosa maravigliosa, che le due armate, inglese ed alleata, le quali entrambe, ma principalmente l'ultima, si distendevano per un sì largo spazio di mare, non siano venute, incontratesi le navi mandate avanti a speculare, in cognizione l'una dell'altra. Mandò il Re un bando, pel quale annunziando ai popoli della Gran-Brettagna, che l'inimico intendeva di invadere il Regno, comandava agli uffiziali, che guardavano le coste, stessero a diligentissima guardia, e tostochè quello comparisse, facessero sgomberare dai luoghi interiori e più sicuri i cavalli, i boccini, le pecore, ogni sorta di bestiame e di vettovaglie, quelli soli eccettuati, che fossero per servire all'uso dei soldati britannici. Le bande paesane instrutte nell'armi si adunavano, e tenevansi pronte a correre ai luoghi dello sbarco. Le guardie stesse del Re erano leste a marciare. Tutti erano grandemente commossi al pericolo della patria. I più speravano molti temevano, tutti mostravano un animo ostinato alle difese. Ma l'armata degli alleati, la quale impedita dalle bonacce aveva lungamente penato a poter entrare nello stretto, ciò eseguì addì 15 di agosto, e si appresentò con terribile apparato al cospetto di Plymouth. Tosto si spaventano gl'inermi, gli armati corrono alle poste, si raddoppiano le guardie agli arsenali di Plymouth e di Portsmouth. In questa città si serra la Banca, e si interrompe ogni sorta di commercio. Gli abitatori della Cornovaglia fuggono a corsa a' luoghi più rimoti colle famiglie loro e cogli arredi più preziosi. Aggiunse nuove cagioni al terrore una nuova sventura. La nave l'Ardente di 64 cannoni, la quale da Portsmouth era in viaggio per recarsi all'armata di Carlo Hardy, venne in poter del nemico, veggenti i Plymottesi. L'ammiraglio inglese intanto iva volteggiandosi per l'alto mare a rincontro delle bocche dello stretto, non essendo in grado nè per la debolezza sua, nè per la situazione del nemico di porger soccorso alla patria sua, che si trovava in sì grave pericolo. Ma quello che operare non potevano gli uomini, operarono i cieli contrarj ad una sì grande impresa. Mettevasi in mezzo a tante speranze e tanti timori improvvisamente un greco gagliardo, il quale incominciò eziandio a sollevar il mare sì fattamente, che gli alleati ne furon cacciati a viva forza dallo stretto nel vasto Oceano. Cessato il vento, di nuovo si arringavano distendendosi dal capo Finisterra e dall'isola di Scilly sino alle bocche dello stretto molto vicinamente a queste, affine di mozzare la via all'Hardy, che non potesse entrare per ricoverarsi nei porti dell'Inghilterra. Ciò nonostante il dì ultimo d'agosto con mirabile industria veleggiando, ed avendo il vento favorevole, entrò l'ammiraglio inglese dentro lo stretto, vedendolo gli alleati, che non lo poterono impedire. Intendeva egli di adescargli tanto, che venissero ad ingolfarsi nelle strette del canale, dove il numero delle navi, pel quale grandemente prevalevano, sarebbe loro di niuno o di poco frutto stato, ricompensando in tal modo col vantaggio del sito il disavvantaggio delle forze. Lo seguitarono gli alleati sino al cospetto di Plymouth. L'una e l'altra armata serbavano una maravigliosa ordinanza, l'inglese per non lasciarsi avvicinare prima di essere arrivata a luogo conveniente, e per opprimere quei puntoni della francese che se le avvicinassero; la seconda per correre serrata, e difilarsi verso Plymouth per tagliare fuori l'altra. Ma il conte D'Orvilliers, o sia che non volesse troppo avventurarsi in quelle strette, o che il vento di levante, che si era mosso, l'impedisse, ovvero che incominciasse a patir fallimento di viveri, come fu scritto, o che la prossimità dell'equinozio lo rendesse riguardoso, o che le malattie contagiose, che infuriavano, ed ogni dì con gran numero di morti assottigliavano le sue ciurme, lo indebolissero, o che tutte queste cause insieme, come pare probabile, sel facessero, si levò dal pensiero; ed abbandonate le coste dell'Inghilterra, se ne tornò nel porto di Brest. Cotal fine ebbe un'impresa, la quale aveva minacciato di prossimo pericolo un potentissimo Reame. E certamente, siccome nissun'armata mai fu sì poderosa, così ancora nissuna fece sì deboli effetti. La mortalità poi fu di sì gran fatta sulle navi degli alleati, che ne perdettero da cinquemila tra soldati e marinari, e ne furono posti i capitani in disperazione di alcun buon successo per tutto il rimanente anno. Quindi nacque, che i più deboli raccolsero quei frutti, che avrebbero dovuto raccorre i più gagliardi. Non solo le numerose conserve inglesi, che portavano le ricchezze delle due Indie, arrivarono felicemente nei porti della Gran-Brettagna, ma ancora uscite di nuovo sul mare le navi dell'Hardy intrapresero molti ricchi bastimenti francesi e spagnuoli con gravissimo danno degli uni e degli altri, e non poca maraviglia dell'Europa, la quale se n'era stata grandemente sollevata a sì formidabile apparato, ed attentissima al fine, che dovesse avere quella contesa non che di grande, quasi di unica, e di non più udita importanza. Dall'esito ch'ella ebbe, confermossi, e crebbe assai la chiarezza del nome inglese nelle opere navali; e quantunque non avessero a patto nessuno gli alleati mancato, nè di arte, nè di ardire, tuttavia siccome i più degli uomini giudicano delle cose più dalla riuscita loro, che dalle cagioni, la fama loro ne andò soggetta a non poca diminuzione.

Ma quantunque le due grosse flotte nemiche per varj accidenti della fortuna, per la volontà dei capitani non abbiano voluto, o potuto combattere quella battaglia, nella quale da ambe le parti si metteva sì gran posta, vi furono però pochi giorni appresso feroci incontri tra navi particolari, nei quali i Francesi, gli Americani, e gl'Inglesi acquistarono la fama di alto e disperato valore. Aveva l'ammiraglio d'Orvilliers mandato fuori da Brest ad esplorar i mari verso le coste dell'Inghilterra la fregata la Surveillante sotto la condotta del cavaliere di Couedic, ed il giunco la Spedizione, capitanato dal visconte di Roquefeuil. S'incontrarono queste due navi poco lungi dal capo Ognissanti colla fregata inglese il Quebec, guidata dal capitano Farmer, ed accompagnata pure da un giunco chiamato il Rambler. Si attaccarono gli uni cogli altri con grandissimo furore il dì 7 ottobre; ed essendo il coraggio, l'industria e la forza da ambe le parti uguali, la battaglia durò bene tre ore e mezzo. Combattevano le due fregate sì vicino, che parecchie fiate le antenne dell'una s'intricarono in quelle dell'altra. Già le artiglierie avevano fatto un danno incredibile. Molti erano i morti ed i feriti. Caduti erano e fracassati gli alberi dell'una e dell'altra; e non si potevan più governare. Tuttavia non facevano sembianza alcuna di voler cessare o di arrendersi. Il capitano francese rilevava una ferita sulla testa, che gli toglieva i sensi; ma rinvenutosi seguitava a combattere. Poco poi ne toccava due altre mortali nel ventre; e ciò nonostante non che cessasse, ordinava, volendo venirne a capo, si andasse all'abbordo. Farmer anch'esso si difendeva non solo con valore, ma con una invincibile ostinazione. Per fare una spianata all'abbordo gettavano i Francesi dentro il Quebec molte granate; le vele di lui si accendevano. Il fuoco cresce, s'appicca ad altre parti della nave. Già il suo cassero ardeva. L'Inglese tuttavia si affaticava per ispegnerlo, e non si piegava ancora al volersi arrendere. Couedic per timore dell'incendio si allontanava non senza grande difficoltà. Perciocchè lo sprone della sua fregata si era intralciato cogli attrazzi della nemica. Infine la fregata inglese, conservate fino all'ultimo le bandiere alzate, appiccatosi il fuoco alle polveri, scoppiò. Il capitano francese con un esempio di umanità da non potersi abbastanza lodare, nè da doversi mai dimenticare tutto era in ciò, che salvasse il maggior numero che potesse d'Inglesi, i quali per fuggir il fuoco si erano a slascio precipitati nell'acque. Di trecento che erano, solo quarantatre ne potè scampare. Farmer fu inghiottito dalle acque in un colle reliquie della sua nave. La francese fracassata non poteva muoversi. Il giunco la Spedizione spiccatosi dal Rambler, col quale aveva combattuto, si recò in aiuto della fregata, e rimorchiando la condusse il giorno seguente nel porto di Brest. Il governo di Francia seguendo e gli esempj proprj, e quei delle nazioni più civili rimandò franchi e liberi in Inghilterra i quarantatre Inglesi, non volendo sostener prigionieri coloro, i quali scampato avevano alla rabbia degli uomini, dei cannoni, dell'incendio e del mare. Ebbero i Francesi quaranta uccisi e cento feriti. Il Re creò il cavaliere di Couedic capitano di vascello. Ma non potè lungo tempo godere l'onorata fama, che pel valore, e pell'umanità sua aveva acquistato; poichè, peggiorando ogni dì il male delle ferite, passò dalla presente all'altra vita tre mesi dopo il combattimento. Fu molto meritamente lodato, ed amaramente pianto in Francia, e con egual lode rammentato in tutta l'Europa, particolarmente in Inghilterra.