Storia della Guerra della Independenza degli Stati Uniti di America, vol. 3

Part 29

Chapter 293,699 wordsPublic domain

Ma però nel mese di luglio fu fatta addosso gl'Indiani una terribile rappresaglia dai repubblicani condotti dal generale Sullivan. Le spedizioni l'anno scorso contro di quelli eseguite da Buller e Clarke non avevano ancora potuto soddisfare agli animi dei Capi della Lega, i quali tuttavia ardentissimamente desideravano di fare un'adeguata vendetta della distruzione di Viomino. Oltreacciò pareva loro necessario di frenar le correrìe, che sugli estremi confini non cessavano di fare que' sfrenati selvaggi resi più arditi dall'impunità, ed instigati dagli agenti britannici, i quali con denari e con presenti, in pubblico ed in privato avevano tutto quel paese avvelenato. Tra quelli si mostravano più vive e più moleste le sei tribù più possenti di tutte per la lega contratta fra di loro, per gli ordini già avvicinatisi a quei di uno Stato civile, e pel gran numero dei venturieri europei, che alle medesime tramescolati si erano, e dai quali avevano già in qualche modo le fogge degli armeggiamenti, e dei militari scaltrimenti d'Europa imparato. A queste si erano accostate altre nazioni selvagge meno rilevanti, eccettuati però gli Oneidiani, i quali, standosene di mezzo ad osservare, tennero il fermo al congresso. Per la qual cosa si deliberarono i Capi americani a volere con uno sforzo rilevato liberarsi del tutto da quella rangola; e siccome Dio, secondo il detto del volgo, non paga il sabbato, far pagar il fio a quella gente spietata delle crudeltà di Viomino. Alla qual risoluzione altrettanto più volentieri si accostarono, perciocchè le cose della guerra procedevano, come abbiam veduto, assai freddamente nelle province più vicine al mare. Fu ordito talmente il disegno di questa fazione, che il generale Sullivan, il quale doveva guidare tutta l'impresa, salendo con circa tremila soldati su per le rive della Susquehanna arrivò a Viomino, e quivi aspettava il generale Jacopo Clinton, che veniva pel fiume Moacco con sedici centinaia di soldati. Seguivano un gran numero di guastadori, di bagaglioni, di saccardi, di galuppi, ed altra simile bordaglia per far le strade, portar le vettovaglie, devastar il paese. Le vettovaglie erano copiosamente fornite, sebbene non tante, quante Sullivan avrebbe desiderato. Doveva l'esercito passar lungo spazio per paesi, che non ne somministravano. Di cavalli se ne avevano in copia; delle artiglierie da campo sei con due obici. I due generali congiunsero le genti loro a Viomino il giorno 21 d'agosto. Messisi all'ordine, di nuovo si ponevano in via verso le parti superiori della Susquehanna. Alla fama di questa venuta avevano gl'Indiani fatti tutti que' sforzi, che meglio per loro si potevano per difendersi, ed allontanar dal paese loro l'imminente rovina. Guidati da quei Johnson, Butler e Brandt nominati nei precedenti libri, si erano assembrati in numero assai ben grosso, e si accozzarono con essi loro da dugentocinquanta leali. Credutisi forti, erano venuti sopra la Terra di Newtown, per la quale doveva Sullivan passare, e quivi, aspettandolo, avevan construtto una grossa e lunga trincea, che assicurarono vieppiù con un palancato, ed alcuni imperfetti bastioni alla foggia europea. Arrivato Sullivan tosto attaccò la battaglia. Si difesero gl'Indiani molto francamente per ben due ore, quantunque non avessero artiglierie. Per isloggiargli più facilmente da quel riparo commise Sullivan al generale Poor, andasse allargandosi sulla dritta per andar a riuscir loro alle spalle. Veduta questa mossa, ed assaliti anche aspramente da fronte, si perdettero gli Indiani di animo, e si diedero precipitosamente alla fuga. Pochi furono uccisi, nissuno venne in poter dei vincitori. Sottentrarono questi, e s'impadronirono di Newtown. Si sentirono talmente questi uomini selvaggi a questa rotta, che più non si rattestarono. Ora altro ostacolo non rimaneva da superare ai sullivani, per correre il paese indiano, fuori di quello delle vettovaglie e della difficoltà, la quale era grandissima, delle strade. L'uno e l'altro superarono con incredibile pazienza. Arrivarono finalmente, e ne seguì una intiera distruzione della contrada, la quale gli abitatori, uomini e donne, vecchi e fanciulli intanatisi ne' deserti e foreste più selvagge, abbandonato avevano. Arsero le case, guastarono le messi, mandarono a male ogni sorta di biade, tagliarono gli alberi fruttiferi. Nel che fu tanta rabbia usata, ch'era la cosa venuta a vergogna a parecchj ufficiali non avvezzi a fare, come dicevano, quel mestier di ladroni. Ma Sullivan era inesorabile, volendo eseguire le commissioni, ed i soldati volentieri l'obbedivano, avendo mal animo addosso agl'Indiani, perchè si ricordavano di Viomino. Guastarono da centosessanta mila moggia di biade. Rovinarono in fondo da quaranta villate, tagliarono un numero infinito di alberi sì fattamente, che in un solo verziere ne furono atterrati da quindici centinaia tra pomi, peri e persici. I bestiami ancora, quelli, ch'erano rimasti o trasportarono, o uccisero. Nulla si lasciò che intatto fosse o di ciò, che vegetasse sopra la terra, o di ciò, che vivesse nelle stalle od in sui pascoli, o che l'industria umana prodotto o provveduto avesse.

Questa spedizione non solo fu notabile pel rigore, col quale fu mandata ad effetto, ma ancora per le nozioni, che si acquistarono intorno la condizione di quelle società selvagge. E' pare che quelle nazioni, le quali ora furono ad un tanto sterminio condotte, più oltre fossero nella civiltà procedute, che prima si credesse, o che si sarebbe potuto giudicare. Le case loro erano nei più ameni e salutevoli luoghi poste, spaziose, pulite, e non senza qualche eleganza, che poco più si sarebbe potuto desiderare. I campi poi, nei quali così grasse e prosperevoli eran cresciute le biade, dimostrarono, non esser ignota a quelle genti l'arte di coltivar la terra. L'antichità e la maravigliosa grandezza degli alberi fruttiferi, e la frequenza de' bruoli davano certo indizio, che non di recente, ma già da lungo tempo fossero ad un tal grado di civiltà salite. E siccome il seminar le biade, ed il piantar gli alberi sono non dubbj argomenti, che l'uomo guarda nell'avvenire, così si venne a conoscere, esser falso quello che si credeva vero degl'Indiani, cioè non aver essi previdenza. Le quali cose si debbono dalla frequenza della popolazione loro riconoscere, dalla famigliarità degli Europei, e massimamente dagli uffizj de' Missionarj, i quali ne' tempi andati, e forse ancora a quei medesimi erano fra di loro vissuti o vivevano. Furono gl'Indiani dalla presente battitura sì fattamente sbigottiti, che non fecero più dopo in alcun tempo verun motivo d'importanza. Compiuta l'opera, ritornò Sullivan a Easton nella Pensilvania. I suoi uffiziali e soldati molto lo ringraziarono, e seco lui si congratularono con pubbliche dicerìe, che andarono anche per le stampe, del prospero successo della spedizione, ciò facendo o spontaneamente, o perchè Sullivan, siccome uomo anzi leggieri e glorioso, ch'egli era, che no, così volesse, facessero. Poco tempo dopo, essendo diventato cagionevole, chiesta licenza dal congresso, l'ottenne facilmente; perciocchè erano i membri di quello disgustati con lui, o fosse per le sue superbe vantazioni, o perchè, siccome quegli, ch'era assai largo di bocca, sovente gli cardava.

Raccontate nel modo fin qui scritto le cose, che accaddero sul continente americano tra i reali ed i repubblicani, o tra questi e gl'Indiani, l'ordine della storia richiede, che ci facciamo a descrivere quelle che avvennero tra gl'Inglesi ed i Francesi nelle isole Antille, dopoch'erano arrivati ai primi i rinforzi di Europa condotti dal Rowley, ed ai secondi quelli del conte di Grasse. Dall'accostamento di queste novelle forze erano le due flotte nemiche divenute a un dipresso egualmente gagliarde. Avrebbero gl'Inglesi voluto venirne ad una battaglia giusta. Ma D'Estaing, il quale, siccome molto più forte di soldati di terra, che Byron non era, aveva in animo principalmente di conquistare le vicine isole inglesi, fuggiva la battaglia, la quale se avesse infelice fine avuto, avrebbe renduta la superiorità sua nell'armi terrestri infruttuosa. Perciò se ne stava quietamente nel Porto-Reale della Martinica, aspettando una favorevole occasione per far qualche onorata impresa in servizio del suo Re. Questa non tardò molto la fortuna a parargli davanti. Erasi partito addì sei di giugno l'ammiraglio Byron da Santa Lucia per recarsi all'Isola di San Cristoforo, dove avevan fatto la massa le conserve delle Antille, pronte a far vela per alla volta dell'Europa. Intendeva di conviarle con tutta la sua armata per un grande spazio, sia perchè, se ne avesse lasciato una parte in qualche porto di quelle isole, non avendovene nissuno, che del tutto sicuro fosse, sarebbe stata esposta agli assalti di un nemico molto più forte, sia perchè si sapeva, ch'era partito di Francia, ed era tra via con un altro grosso rinforzo per D'Estaing il conte de La-Motte-Piquet. Era cosa evidente, che se questi si fosse abbattuto in sui mari nelle conserve, le avrebbe prese con inestimabile danno dell'Inghilterra, quando non fossero state da una forza sufficiente accompagnate. Partito Byron da Santa Lucia non furon tardi i Francesi ad usar la occasione, che loro si scopriva. Commise D'Estaing al cavaliere di San Rumain, andasse con cinque navi armate, e quattrocento uomini di sopraccollo tra soldati stanziali e milizie ad assaltare l'isola di San Vincenzo. Faceva ottimamente il cavaliere i comandamenti del capitano generale; e nonostante le correnti che lo sviarono, e la perdita di una nave, sbarcò le sue genti sopra l'isola. Dal detto al fatto si insignorì coll'armi in mano di un colle, che sta a ridosso di Kingston, borgo capitale dell'Isola. I Caraibi, o sia i naturali abitatori, gente armigera e bellicosa, venivano a torme a congiungersi cogli assalitori. Il governatore Morris, quantunque avesse sotto di sè più gente da difendersi, che non aveva San Rumain per offenderlo, forse per paura dei Caraibi grandemente irritati all'avarizia e crudeltà degl'Inglesi, si arrendè a patti. Furono essi assai onorevoli e somiglianti a quei, che ottenne il governatore della Domenica, quando venne quell'isola in poter dei Francesi.

In questo mezzo era arrivato al Forte Reale della Martinica l'ammiraglio La-Motte-Piquet, che aveva condotto sei navi di alto bordo, le quali, congiunte alle diciannove, che già aveva D'Estaing, componevano una fioritissima armata di venticinque grosse navi di fila. Si annoveravano fra di esse due di ottanta cannoni, ed undici di settantaquattro. Queste forze erano superiori a quelle di Byron, il quale non aveva altro che diciannove, tra le quali una di novanta, undici di settantaquattro, le altre minori. Aveva inoltre La-Motte-Piquet recato un rinforzo di stanziali con molte munizioni sì navali, che da guerra. Elevato per queste cose D'Estaing a maggiori speranze, si risolvette a far l'impresa della Grenada, difficile assai per la fortezza dei luoghi, ma di non poco momento per la situazione, e pei proventi dell'isola. Aveva egli già buon tempo posto il capo a questa fazione; ma sempre andò indugiandosi, aspettando il tempo, in cui fosse per prevalere di armi navali. La quale cosa avendo conseguìto per l'arrivo di La-Motte-Piquet, la mandava ad effetto. Salpò addì 30 di giugno dalla Martinica, ed il secondo giorno del seguente mese dato fondo nel Molinier, che è un seno di mare così detto nell'isola di Grenada, pose in terra da duemila e trecento soldati, la maggior parte Irlandesi condottisi ai soldi della Francia, e capitanati dal colonnello Dillon. Occuparono incontanente i posti circonvicini. Era tutta l'isola governata dal lord Macartney con un presidio di circa ottocento soldati, dugento stanziali, i rimanenti milizie. Erano questi alloggiati sopra un poggio, che chiamano Morne dell'Ospedale, il quale oltrechè si è naturalmente di una salita assai ripida, resa anco più difficile dalle more, che vi avevano alzate qua e là, era stato affortificato da parte delle falde con una grossa palificata, e più insù con tre trincee, l'una posta a sopraccapo dell'altra. Signoreggia questo poggio la città di Giorgio, il Forte ed il porto. D'Estaing intimò la resa a Macartney. Rispose, che per verità non conosceva le forze di D'Estaing, ma che conosceva bene le sue, e si voleva difendere. Sapeva benissimo il capitano francese, che se v'era modo alcuno di conquistare l'isola, questo si era per una battaglia di mano. Imperciocchè non dubitava punto, che indugiandosi, sarebbe sopravvenuto Byron in soccorso, e gli avrebbe rotto il disegno. Per la qual cosa non mise tempo in mezzo, ed ordinò i suoi all'assalto. Vennero la notte seguente approssimandosi al poggio, ed a due ore dopo mezzanotte da ogni parte lo accerchiarono. Eran divisi in tre colonne per dare all'inimico diversi riguardi, la dritta guidata dal visconte di Noailles, la manca da Dillon, la mezzana tra le due dal conte D'Estaing medesimo, il quale s'era animosamente posto a capo ai granatieri. Gli artiglieri, non avendo cannoni da governare, chiesero, ed ottennero di marciare i primi. Incominciavasi la battaglia per un assalto simulato dato sotto l'ospedale dalla parte del fiume San Giovanni. Non così tosto ebbe principio, che le tre colonne con grand'ordine, e con maggior ardire inarpicandosi per l'erta ivano all'assalto. Sostennero gli assaltati l'urto loro con molta costanza. Parvero esitare un istante. Gl'Inglesi scrivono, avergli ributtati. I Capi gl'incoraggiavano. Si avventavano più fieri che prima. L'uno serrava l'altro e lo spigneva avanti. Nè le palificate, nè la difficoltà della salita, nè le trincee, nè la furia dell'armi nemiche tanto poteron operare, che non riportassero una gloriosa vittoria. D'Estaing il primo coi granatieri saltò armatamente dentro gli alloggiamenti inglesi. Lo seguitarono gli altri. In un momento gl'inondarono. Gl'Inglesi chiedevano la vita, i Francesi la concedevano. L'oscurità della notte ebbe accresciuto orrore alla cosa, gloria ai vincitori. Trovarono undici cannoni di diversa gittata e sei bombarde. La mattina, fatto dì, voltarono le conquistate artiglierie contro il Forte, che tuttora si teneva per gl'Inglesi. Fatto il primo colpo, mandò Macartney un trombetto, chiedendo i patti. D'Estaing gli concedeva un'ora e mezzo, perchè facesse le proposte. Mandata una bozza di capitolazione a D'Estaing, questi ricusò le condizioni. Ne mandò il Francese un'altra del suo all'Inglese, contenente sì nuovi e strani capitoli, che Macartney e gl'isolani stessi amarono meglio rimettersi senz'alcuna condizione nell'arbitrio dei vincitori, che accettargli. E così fu fatto. Se grandi e meritevoli di eterna memoria furono le virtù ed il coraggio degli assalitori durante la battaglia, non furono minori la temperanza e l'umanità loro dopo la vittoria. La città fu preservata dal sacco, al quale avrebbe potuto esser posta giusta le consuete regole della guerra. Furon protetti gli abitatori nella roba e nelle persone, e le salvaguardie concedute a tutti coloro che le domandarono. Dillon specialmente meritò la lode di mansueto e civile guerriero. S'impadronirono i Francesi di cento pezzi di artiglierie e di sedici bombarde. Fecero settecento prigionieri. Vennero anche in mano loro da trecento bastimenti mercantili di ricco carico, che si trovavano nel porto. Tra morti e feriti perdettero poco più di cento soldati.

La prudenza di D'Estaing nell'aver voluto con tanta celerità compir l'impresa della Grenada gli tornò bene. Imperciocchè il giorno sei di luglio compariva a veduta del porto di San Giorgio tutta l'armata inglese condotta da Byron, seguitata da molte navi da carico, le quali portavano un buon nervo di soldati da sbarcare levati da Santa Lucia. Aveva quest'ammiraglio accompagnato buona pezza le conserve delle Antille nel viaggio loro verso l'Europa, e poscia concessa loro la scorta, che credette necessaria fosse per conviarle sino nei porti d'Inghilterra. Se n'era poscia tornato colle diciannove navi di tre palchi, che gli rimanevano, e con una fregata a Santa Lucia. Quivi ebbe le novelle della perdita di San Vincenzo, e perciò si era recato in un col generale Grant sul volerla ricuperare. A questo fine aveva imbarcate le genti, e veleggiava alla volta di quell'isola. Durante il viaggio gli sopraggiunse la notizia, che D'Estaing aveva assaltato la Grenada. Perilchè ebbe tosto rivolto il suo cammino per andarsene all'aiuto di questa. Aveva D'Estaing avuto avviso per mezzo delle sue fregate mandate fuori a speculare dell'approssimarsi dell'armata inglese, ed aveva perciò comandato ai capitani delle sue navi, salpassero e si discostassero da terra. Alcuni avevano di già questo comandamento eseguito, altri erano in punto per eseguirlo, quando comparì a piene vele l'armata di Byron, che correva sopra quella di D'Estaing, e le presentava la giornata. Spirando il vento di levante, e da greco levante, e venendo quegli di Santa Lucia sulla Grenada lo aveva in poppa. Veduto D'Estaing sì vicino il nemico, ordinò a quelle navi che ancora salpato non avevano tagliassero i cavi, e si mettessero tosto in mare in ordine di battaglia colle altre, e così fu fatto. Ma siccome in questo mentre sopraggiungeva l'inimico, ciascuna nave si recò in fila, come più presto potè, senz'andare a cercar i luoghi loro nella solita ordinanza. Gl'Inglesi godevano il sopravvento, ed ivano poggiando verso la Grenada, credendo, che Macartney tuttavia si tenesse. Seguitavano più ancora in fuori a sopravvento le navi da carico. I Francesi avevano il sottovento, ed orzavano verso l'armata inglese. I primi desideravano molto di venire ad una stretta battaglia, perciocchè speravano colla rotta dell'armata francese ricuperar la Grenada. I secondi, siccome quelli, che là erano venuti principalmente per conquistare questa isola, e che questo fine ottenuto avevano, non volendo più mettere in arbitrio della fortuna ciò, che di già aveva ella posto in mano loro, ripugnavano ad una battaglia giudicata, ed intendevano di combattere alla larga, e solo quando necessario fosse per romper agl'Inglesi il disegno di ricuperar la Grenada. Con questi diversi fini andavano l'uno all'incontro dell'altro i due ammiragli. Da principio solamente quindici navi dell'armata francese si appresentarono alla battaglia; perciocchè le altre per la forza delle correnti erano state risospinte a sottovento. Arrivava il vice ammiraglio Barrington, che guidava l'antiguardo colle tre navi, il principe di Cornovaglia, il Boyne ed il Sultano, e si attaccava colla vanguardia francese. Si combattè da ambe le parti con grandissimo furore. Ma le tre navi inglesi, avendo contro di loro molte più francesi, perchè le compagne non avevano ancora avuto tempo di arrivare, ricevettero gravissimo danno, massimamente negli attrazzi, sia perchè tal è la maniera del trarre dei Francesi nelle battaglie navali, sia perchè si combatteva di lungi, e sia finalmente perchè i Francesi tiravano da sottovento, e perciò le palle loro andavano più alte. Barrington ne rimase ferito. Arrivarono intanto le altre navi inglesi, e dal canto suo D'Estaing aveva fatto di modo, che quelle fra le sue, le quali erano rimaste indietro a sottovento, fossero venute a trovarlo, e postesi in fila colle prime quindici, che incominciato avevano la battaglia. Gl'Inglesi si difilavano continuamente verso la Grenada, viaggiando di conserva le navi da carico sulla sinistra loro verso l'alto mare, trovandosi la fila delle navi da guerra tra esse navi da carico e l'armata francese. Scorrendo in tal guisa le due armate l'una a riscontro dell'altra per contrario verso si combattè senza cessare, finchè entrambi ebbero trapassato. Ma siccome le navi inglesi erano venute contro le francesi cacciando, e però un po' disordinate, e che da un altro canto erano queste molto più destre a vela, e perciò in piena potestà di serbar a posto loro quelle distanze che volevano, ne seguì, che poche delle prime ebbero a sopportare tutto il peso delle artiglierie di molte, o di tutte le seconde. Quindi è, che furono grandemente danneggiate, e più di tutte il Grafton, la Cornovaglia ed il Lione; massimamente quest'ultima, la quale fu rotta di modo, che pareva vicina a naufragare. Il Montmouth altresì, il quale si era ravvisato per indur i Francesi a combattere più manescamente, di mettersi di traverso della vanguardia loro per arrestarla, fu malconcio di modo, che il Lione stesso non l'era di vantaggio. Ma la testa della vanguardia inglese continuando a camminare era pervenuta alla bocca della cala di San Giorgio nella Grenada, dove veduto le bandiere francesi sventolare sulle creste dei Forti, e ricevuto anche i colpi delle batterie più vicine, furono fatti certi gl'Inglesi di quello ch'era, la Grenada venuta essere in poter del nemico. Per la qual cosa conoscendo ottimamente l'ammiraglio Byron, che nella presente condizione della sua armata, e con quella dei Francesi tanto superiore a ridosso, era diventata cosa impossibile lo snidargli, commise tostamente al capitano Barker, ch'era preposto alle navi da carico, facesse altri pensieri, e più che velocemente le conducesse in salvo in Antigoa o a San Cristoforo. Egli intanto rivoltò le prue verso tramontana affine di proteggere le navi da carico nel viaggio loro pure a quella volta, acciò non venissero in mano del nemico. Ma le tre navi, il Grafton, la Cornovaglia ed il Lione, le quali pei gravi danni sofferti non potevano acconciamente governarsi, non solo rimanevano indietro, ma ancora si lasciavano cadere a sottovento, e perciò più vicine ai Francesi, ed in pericolo di esser mozzate fuori e prese. Infatti accortosi D'Estaing dello stato loro aveva voltati i bordi, e poste le prue a ostro per eseguir ciò, che Byron temeva, cioè di tagliar fuori, e pigliar quelle tre navi. Ma l'ammiraglio inglese per impedir questo disegno rivoltò anch'esso i bordi, e veleggiò di nuovo vers'ostro. Mentre in tal modo le due armate nemiche, dopo d'aver orzato buona pezza, correvano poscia l'una e l'altra poggiando vers'ostro, il Lione arrancandosi, così scassinato com'egli era, il meglio, che potesse, e pigliando il vento da poppa, s'incamminò verso ponente, ed arrivò qualche giorno dopo alla Giamaica. Avrebbe potuto facilmente D'Estaing, se avesse voluto, pigliarlo. Ma non volle sparpagliar la sua armata per non correr pericolo di cadere a sottovento della Grenada. Perciocchè intendeva di raccorla tutta nei porti di quest'isola. Le due altre navi delle tre trovaron modo, prima che i Francesi s'interponessero, di ricongiungersi colla restante armata. Il Montmouth non potendo più mareggiare, fu mandato speditamente ad Antigoa. Le due armate nemiche continuarono a stanziar nelle medesime acque a veduta l'una dell'altra fino alla seguente notte, e standosene gl'Inglesi tuttavia a sopravvento per protegger le navi da carico, che se ne andavano, e non osando assaltar l'inimico, perchè inferiori di forze, e molto danneggiati. I Francesi se ne stettero anch'essi oziosi a sottovento, non potendo rappiccar la battaglia, appunto perchè si trovavano a sottovento, e forse ancora probabilmente non volendo D'Estaing fare l'ultima sperienza della virtù de' suoi, perciocchè quello, che sin là s'era fatto, si poteva, come se fosse una vittoria, rappresentare, oltre i motivi che gli facevano desiderare di schivar l'estreme battaglie. La mattina seguente rientrò D'Estaing nella cala di San Giorgio con infinito plauso dei soldati e degli abitanti francesi, i quali erano stati spettatori della battaglia. Le onerarie inglesi, eccettuata una, che venne in mano dei Francesi, arrivarono tutte a salvamento nell'Isola di San Cristoforo. Byron dopo di essersi tenuto in sul mare alcuni dì dopo il fatto, andò finalmente a porre anch'esso nei porti dell'isola medesima.