Storia della Guerra della Independenza degli Stati Uniti di America, vol. 3

Part 24

Chapter 243,561 wordsPublic domain

In questi tempi i Capi americani e francesi si disponevano a voler fare di nuovo l'impresa del Canadà. Speravasi, oltre la possessione di una sì importante provincia, che si sarebbero potute rovinare le pescagioni britanniche sugli scanni di Terra-Nuova, e, ridotte a divozione le città di Quebec e di Halifax, por fine alla potenza marittima dell'Inghilterra su per quelle spiagge. I Francesi erano i principali stimolatori di questo consiglio. Gerard e D'Estaing forse artatamente, il marchese De La-Fayette, siccome giovane, e di queste mene politiche non avvisantesi, nettamente, e per amor della gloria. Doveva egli uno dei primarj capitani essere all'acquisto di quella provincia. D'Estaing pubblicò un manifesto indiritto ai Canadesi in nome del suo Re, col quale, ricordato prima, ch'eran nati Francesi, rammentate eziandio le antiche glorie e prosperità sotto il modestissimo Imperio dei Borboni, dichiarò, che tutti gli antichi sudditi del Re nell'America settentrionale, i quali più oltre non riconoscessero la superiorità della Gran-Brettagna, sarebbero protetti ed assicurati. Ma Washington si dimostrò contrario alla fazione, e ne scrisse le sue ragioni al congresso. L'impresa fu posta dall'un de' lati. Allegarono, non essere l'erario loro, le armerìe, le canove, i soldati in grado di poter fornire una tanta impresa; e che troppo increscerebbe loro, quando per la necessità delle cose non potessero poi dal canto loro quelle condizioni adempire, che promesse avessero. Quest'era il loro ragionare aperto. Ma invero temevano, che vi fosse sotto materia, e che il Canadà si acquistasse non all'America, ma alla Francia.

L'avere il conte D'Estaing abbandonata in sul compirla l'impresa di Nuovo-Porto, aveva non poco alterato gli animi degli Americani, massime nelle province settentrionali; e molti incominciavano a star di malavoglia contro i novelli alleati, sospettando che questi facessero seco loro a mal giuoco. A questa cagione aggiungevasi la ricordanza, ch'era tuttavia molto viva, spezialmente nella minutaglia, dell'antiche gare e gelosie nazionali, che la fresca lega, e la necessità dei soccorsi francesi non avevan potuto spegnere. Si sforzava Washington, e gli altri Capi americani di mitigar questi maligni umori, i quali dubitavano, non prorompessero in manifesta discordia. Nè minore attenzione usava il conte D'Estaing durante la sua fermata nel porto di Boston, non sol per ischivar ogni occasione di scandali, ma di più per conciliarsi gli animi dei nuovi alleati. E certamente sì fatta fu la condotta non che degli uffiziali francesi, dei semplici marinari, che non si potrebbe con parole sufficienti lodare. Questa circospezione non potè tanto operare, che non nascesse la sera dei tredici settembre una forte baruffa tra alcuni Bostoniani e Francesi con danno di questi ultimi. Il cavaliere di San Salvatore, uffiziale francese, vi perdè la vita. I maestrati della città, volendo levare ai Francesi l'occasione di ogni sdegno con mostrar loro segno di buona e pronta volontà a punire i colpevoli, bandirono, avrebber dato un guiderdone a chi avesse svelato gli autori della rissa, e nel medesimo tempo pubblicarono, i cittadini non avervi avuto colpa, ma sibbene i marinari inglesi fatti cattivi nelle navi, ed i disertori dell'esercito burgoniano, i quali avevan preso soldo su quelle degli armatori bostoniani. La cosa quietò. D'Estaing, o fosse soddisfatto, o come prudente il paresse, non fece altra dimostrazione. Nissun colpevole si scoprì. I Massacciuttesi decretarono, si facesse un monumento al San Salvatore.

Ma troppo più grave di questa si fu la rissa nata la notte de' sei di questo stesso mese di settembre a Charlestown di Carolina tra i marinari americani e francesi, la quale si terminò in una formale battaglia. Incominciarono i primi ad ingiuriare con brutte parole i secondi, i quali se ne risentirono. Dalle parole si venne ai fatti, e brevemente i Francesi furon cacciati di forza dalla città, e costretti di rifuggirsi alle navi. Trassero quindi coll'artiglieria e colla schioppetteria contro la città, e gli Americani medesimamente contro le navi francesi dalle case e dalla spiaggia vicina. Vi si perdettero di molte vite da ambe le parti. Si promise, ma invano, una taglia di mille lire di sterlini a chi scoprisse gli autori. Il capitano generale della provincia esortò con pubblico bando i suoi cittadini a tener i Francesi in luogo di buoni e fedeli alleati, ed amici. Si fecero nel medesimo tempo provvisioni contro il mal uso dello sparlare. Così finirono le due riotte di Boston e di Charlestown, delle quali furono universalmente accagionati, se non con verità, certo con prudenza, i bocconi ed i maneggi britannici. Perciocchè temettero i Capi americani, che per questo sdegno non girassero loro sotto i Francesi, siccome quelli che gli conoscevano facili a dar la volta.

In quest'anno si rinfrescò più feroce che prima la guerra indiana; poichè sebbene i selvaggi fossero stati intimoriti dai prosperi successi di Gates, ed avessero mandato ambascerie a congratularsene seco lui e cogli Stati, ciò nondimeno tante furono l'industria degli agenti inglesi presso i medesimi, e l'efficacia dei presenti, che ne ricevevano, e tante e sì fatte le promesse e le instigazioni dei fuorusciti, i quali colà rifuggiti si erano in un colla naturale e propria sete del sacco e del sangue, che poterono tanto operare, che andavano facendo correrie qua e là sull'estreme frontiere settentrionali con infinito danno e terrore dei popoli. I Capi più operativi, che gli guidavano a queste sanguinoso fazioni erano il colonnello Butler, che già si era acquistato nome nelle precedenti guerre indiane, ed un Brandt nato di sangue misto europeo ed indiano, avventato e feroce bestione sopra quanti abbia mai prodotto l'umana natura, troppo spesso vaga di somiglianti mostri. Non la perdonavano nè a età, nè a sesso, nè a condizione, nè a consanguinità; ma tutto, e tutti traevano indistintamente a rovina ed a morte. La pratica che avevano i fuorusciti de' luoghi, la radezza delle abitazioni sparse qua e là nei deserti, la lontananza del governo, e la necessità del difendersi in altre rimote parti erano cagione, che i Barbari potessero, e facilmente rompere i confini, e sicuramente ritirarsi. Nè alcun rimedio efficace sin là s'era potuto fare contro l'impeto di sì crudeli nemici. Ma in mezzo a questa piuttosto orribile devastazione che guerra, ne nacque un caso degno di grandissima compassione, e che per me non saprei, se nelle storie degli uomini disumanati, e venuti al mondo con anime di fiere bestie, s'incontri od il maggiore, od il peggiore di questo. Erasi stabilita sull'orientale riva del fiume Susquehanna nell'estremo confine della Pensilvania, ed in sulla via per Oswego dai popoli connecticuttesi la colonia di Viomino popolosa, ricca e profittabile oltre qualunque altra, che a quei tempi fiorisse in America. Consisteva ella in otto villaggi, a ciascun dei quali era stato circoscritto un territorio di cinque miglia quadrate, che distendevansi da una parte e dall'altra del fiume. Non si potrebbe immaginare nè più felice cielo, nè più fertile terra di questi. Gli uomini poi simili a loro ignoravano, e le troppe ricchezze, che inorgogliano ed inviziano, e la povertà che tribola ed avvilisce. Tutti vivevano nell'aurea mediocrità, nè il proprio prodigalizzando, nè l'altrui desiderando. Occupati di continuo nei camperecci lavori fuggivano l'ozio e la noia, i malori ed i vizj, che lo seguitano. Eravi là insomma una vera immagine o rappresentazione di quell'età, che gli antichi poeti favoleggiando chiamato hanno col nome dell'oro. Ma la domestica felicità, di cui godevano, tanto non gli potè trattenere, sì fatta era l'ardenza dei popoli in questa causa loro, che non pigliassero le armi, ed in soccorso della patria volonterosamente non concorressero. Dicesi, abbiano mandato all'esercito un migliaio di soldati; cosa maravigliosa tra mezzo a sì poca e sì fortunata gente. Eppure nonostante la privazione di sì fiorita e sì frequente gioventù non iscemava a modo nissuno l'abbondanza delle ricolte; essendo tuttavia le masserie sì fattamente ripiene di ricche messi, ed i pascoli sì gremiti di grassi bestiami, che con abbondanti provvedimenti non cessavano di sopperire all'esercito.

Ma nè la felicità del cielo, nè la fertilità della terra, nè la longinquità del sito potettero impedire, che non entrasse tra di loro la scellerata rabbia delle Sette. E sebbene i Tori, come gli chiamavano, altrettanto numerosi non fossero, quanto coloro, che facevano professione della libertà, ciò nonostante la possanza loro non era da aversi in dispregio; e molto ancora si ajutavano colla pertinacia e coll'ardire. Quindi è, che non solo le famiglie stavano contro le famiglie, ma ancora spesso i figliuoli contro i padri, i fratelli contro i fratelli, e perfino le mogli contro i mariti. Tanto è vero, che non v'è bontà che resista all'opinione, nè felicità alla discordia cittadina. I Tori poi erano stati asperati dai danni sofferti nelle correrie fatte in compagnia dei selvaggi nel precedente anno contro Viomino, ma molto più, e massimamente, perchè molti Tori forestieri non conosciuti, i quali usando l'ospitalità tanto famosa degli Americani di quei tempi, e particolarmente dei Viominesi, erano venuti a piantar le sedi loro dentro la colonia, dati alcuni motivi di far sospettare di sè stessi, furono arrestati, ed alcuni mandati nel Connecticut, perchè ivi fosser loro fatti i processi, altri cacciati dalla colonia e banditi. Gli odj perciò si rincappellarono. Giurarono i Tori, e meditavano la vendetta. Si accozzarono cogli Indiani. Il tempo era prospero, perciocchè la gioventù viominese era ita alla guerra. E perchè non venisse meno il disegno, che tramavano, desiderando, che riuscisse improvviso, perchè gli avversarj non avessero tempo di provvedersi, deliberarono di voler usar gli inganni, simulando l'amicizia e la pace, quando ad altro non pensavano che alla vendetta ed alla guerra. Parecchie settimane prima che intendessero d'andar all'assalto, mandarono più uomini a posta per protestare con efficacissime parole, ed a chieder la pace. Queste lustre dall'un canto addormentavano i popoli di Viomino, dall'altro davan comodità ai Tori ed agl'Indiani di accordarsi cogli amici loro, e di considerare lo stato delle cose nella colonia. Ciò nonostante malgrado la presente sicurezza, e che le parole dei selvaggi sonassero tanto in contrario, avevano i Viominesi, siccome suole per l'ordinario avvenire, allorquando gravi calamità sovrastano ai popoli, un non so quale presentimento di quello, che doveva avvenire, avuto. Mandarono perciò lettere a Washington, pregandolo, gli soccorresse. Le lettere non pervennero, perchè furono tolte dai leali pensilvanesi; e quand'anche fossero arrivate, non era più tempo. Già erano i Barbari insorti contro l'estreme parti della colonia, e vi avevano fatto alcuni rubacchiamenti poco importanti per la grandezza loro, molto per le crudeltà; infelice preludio a quei mali più terribili che dovevano di breve seguire.

Era giunto il presente anno al principio del mese di luglio, quando i Barbari forti e gagliardi comparirono alla non pensata sulle rive della Susquehanna. Guidavangli quel Giovanni Butler e quel Brandt con altri Capi selvaggi molto ben noti per le crudeltà usate nelle precedenti fazioni. Erano in tutto sedici centinaia di guerrieri, un quarto Indiani, gli altri Tori travestiti, e dipintisi la pelle in modo, che il parevano. Gli uffiziali però portavano gli abiti dell'uffizio e del grado loro, e somigliavano stanziali. Avevano i Viominesi per sicurezza loro, e stante la lontananza dei consorti, e la prossimità dei selvaggi, piantato quattro Forti, ed avevano forse da cinquecento soldati sparsi qua e là per le frontiere, od alloggiati nei Forti medesimi. Governava tutta la colonia un Zebulone Butler, cugino a Giovanni, e uomo, se di qualche valore, certo di poco cervello. Alcuni lo accusarono di fede dubbia; il che è incerto. Certo è bene, che uno dei quattro Forti, ch'era più vicino ai confini, era guardato da soldati infetti delle opinioni dei Tori, i quali sul primo apparire dei nemici lo diedero in poter loro. Un secondo, ricevuto un furioso assalto, si arrendè a discrezione; dove quantunque i Barbari risparmiassero le donne ed i fanciulli, i rimanenti crudelmente ammazzarono. Si ritirò in questo mezzo Zebulone con tutti i suoi nella Fortezza principale chiamata Kingston, dove concorrevano a calca, come in luogo di salute, spaventati e con miserabili grida le donne, i vecchi, i fanciulli, i malati, e tutti coloro, che inabili erano a portar l'armi. Era la Fortezza assai difendevole, e quando Zebulone avesse tenuto il fermo, si poteva sperare, che vi si sarebbe rotto l'impeto dei nemici, sintantochè fossero arrivati gli aiuti. Ma Giovanni piaggiandolo e promettendogli ogni cosa, operò si, e talmente, che lo trasse fuori della Fortezza sotto colore di un accordo, il quale fu, che se venisse a parlamento alla campagna, ci ritirerebbe i suoi dalla Fortezza, e si concluderebbe la pace. Infatti diè indietro Giovanni con tutti i suoi soldati. Uscì poscia Zebulone per andar al luogo accordato pel parlamento, assai distante dal Forte; e per non esser solo si fece seguitare da quattrocento soldati armati, quasi la totalità del presidio. Il che se non è stato un tradimento, stato è certamente una molto strana ed inescusabile semplicità. Arrivato Zebulone al convenuto luogo non trovava anima vivente, ed increscendogli di ritornarsene senza conclusione, procedeva verso le falde di certe montagne, ch'erano poco lontane, sperando di trovarvi qualcuno, con cui potesse favellare. Mentre marciava per quell'orrida solitudine, nissun segno se gli appresentava, od ombra di vestigio umano. Avrebbe dovuto ristarsi; ma il destino lo tirava; e di continuo si sospingeva avanti. La contrada intanto incominciava a diventare scura e selvereccia. Discoprì finalmente tra mezzo le macchie e gli arbusti di lungi un drappello, che pareva lo invitasse a seguitare. E quei, che lo portava, come se temesse egli stesso di tradigione, si ritirava, sempre drappellando, in dietro con quel passo, col quale Zebulone camminava avanti. Intanto gl'Indiani, che sapevano il paese, essendosi molto opportunamente valuti dell'oscurità di quelle boscaglie, già lo avevano accerchiato da ogni banda, mentre egli, ignaro del tutto del suo pericolo, tuttavia andava innanzi per convincere i traditori ch'ei non gli voleva tradire. Ma infine gl'Indiani lo svegliarono ben essi dal forte sonno, i quali saltati fuori dalla imboscata, che fatto avevano nelle vicine foreste, furiosamente, e con tremendi urli lo assalirono. Fatto un gomitolo dei suoi si difendeva gagliardamente, mostrando migliore animo nella battaglia, che mente nelle pratiche precedenti. E nonostante che la cosa fosse tanto improvvisa, menavano i suoi soldati così fieramente le mani, e con tanta costanza serbavano gli ordini, che la battaglia non solo rimaneva dubbia, ma già incominciava a favor loro inclinare. In questo punto, ecco un soldato del Zebulone o per tema, o per tradimento gridare improvvisamente: _indietro; il colonnello ha comandata la ritirata_. Tosto balenano, si rompon gli ordini, i Barbari entrano tra le file. Segue una strage orribile. I fuggenti sono trafitti dalle trascorrevoli armi, i contrastanti ammaccati dai mazzeri, o abbocconati dai coltelli. Sani con feriti, moribondi con boccheggianti si abbaruffano in ogni strana attitudine. Felice chi muore prima, o tosto; imperciocchè gl'Indiani scotennavano i viventi, ed i Tori indragati, quando non potevan coll'armi, colle mani gli sbranavano. Nissuno si pensi, che alcuna rotta sia mai stata più lagrimevole di questa, nè che tanta crudeltà siasi usata da feroci vincitori sopra i vinti. La maggior parte morirono. Da settanta col Zebulone scampati dalla beccheria si ricoverarono sbandatamente in un Fortino dall'altra parte del fiume.

I vincitori di nuovo investivano Kingston, e per ispaventar con orribile spettacolo il già debole presidio vi briccolaron dentro dugento zaccagne tuttavia grondanti di sangue dei loro parenti, amici e compagni. Il colonnello Dennisson, comandante del Forte, veduta l'impossibilità del difendersi, mandò chiedendo a Butler, quali condizioni concederebbe, se si arrendessero. Rispose con ferità più che barbara e bestiale, e con una sola parola l'_Ascia_. In un frangente tanto spaventevole difendevasi Dennisson per un tempo, come meglio sapeva e poteva. Infine morti, o feriti quasi tutti i suoi, si arrendè a discrezione. Entrarono i Barbari, ed incominciarono a trar fuori dal Forte i vinti, i quali già si credevano di esser menati ad una certa morte. Ma infastiditi dall'impaccio e dalla lunghezza delle particolari morti si ravvisarono di stivargli, uomini, donne, vecchi e fanciulli alla mescolata dentro le case e le baracche, alle quali posto il fuoco, gli arsero dentro tutti, dilettandosi essi nell'udire le compassionevoli grida di tanta moltitudine di morenti.

Rimaneva in poter dei Viominesi il Forte Wilkesborough. Sopraggiungevano i vincitori, e quei di dentro, sperando di trovar mercè, si arrendettero senza resistenza alcuna ed a discrezione. Ma se la resistenza irritava quegli uomini feroci, o piuttosto quelle fiere avide del sangue umano, la cessione non gli disasprava. La rabbia loro si esercitò principalmente contro i soldati del presidio, i quali eran piuttosto stradieri da confini, che stanziali o milizie. Tutti gli ammazzarono con inudita barbarie, e con nuovi ed inusitati martorj. Gli altri, uomini, donne e fanciulli, i quali non parevan loro meritare una speciale attenzione, arsero, come quegli altri, nelle case e nelle baracche, tutti comprendendo in un universale incendio.

Prese le Fortezze, ivano i Barbari alla sicura disterminando la contrada. Adoperavano il ferro, il fuoco, ogni stromento di distruzione. Le messi e le ricolte, l'une e l'altre abbondantissime, ardevano. Le case, gli arredi, le masserizie, preziosi frutti e cari dell'umana industria e della civile società, si guastavano, come più veniva a grado, o come meglio sapevano studiarsi i distruggitori. Ma eglino spietati e snaturati, com'erano, non si ristavano ai volti umani; anzi contro le bestie stesse rivolgevano il furor loro. Tagliate le lingue ai cavalli, alle pecore, ed ai boccini gli lasciarono poscia andar vagando per quelli testè sì pieni e lieti, ed ora distrutti pascoli, contenti al veder prima i tormenti loro, che la morte.

Noi siamo stati lungamente in forse, se raccontare dovessimo i particolari esempj della barbarica crudeltà; imperciocchè solo nel rammentargli ci sentivamo raccapricciare. Ma considerato, che forse se ne potrebbero i buoni Principi ritrarre dalle guerre, ed i cittadini dalle civili discordie, non abbiam voluto, che la memoria di quelli a queste nostre storie mancasse. Essendo il capitano Bedlock stato spogliato nudo, gli si piantarono nel corpo suo fuscelletti di pino, poscia posto sopra una catasta di rami del medesimo albero, datovi il fuoco, fu arso vivo miserabilmente. I capitani Ranson e Durgee furon gettati anch'essi viventi nelle fiamme. I Tori non che non eguagliassero, forse superavano la crudeltà dei selvaggi. Uno fra gli altri, la cui madre si era ad un secondo marito sposata, e questa, ed il padrigno, e le sue proprie sorelle ed i bambini loro ammazzò. Un altro uccise colle sue mani stesse il proprio padre, e tutta la sua famiglia disterminò. Un terzo si bruttò le mani nel sangue dei fratelli suoi, delle sorelle, del cognato e dello suocero. Queste furono una parte delle dispietanze usate dai selvaggi, e dai fuorusciti nell'eccidio di Viomino. Altre, se possibil sia, più orribili, passiamo sotto silenzio.

Nè meno lamentevole era la condizione di coloro, la più parte donne e fanciulli, i quali avanzati a tanto sterminio, si eran rifuggiti nelle selve in quell'ore, in cui i Barbari infuriavano contro i mariti e padri loro. Dispersi e vaganti per le foreste, dove il caso o la paura gli guidava, senza cognizione de' luoghi, senza vestimenta, senza vettovaglie, ogni estremo di miseria dovettero sopportare. Parecchie partorirono fra boschi, troppo lontani dai luoghi abitati, perchè potessero sperar soccorso. Le più forti di mente e di corpo scamparono; le altre perirono; ed i corpi loro e quei delle innocenti creature diventarono preda alle crudeli fiere. In cotal modo fu ad un totale subbissamento condotta la più fiorente colonia, che allora in America si ritrovasse.

La distruzione di Viomino, e le crudeltà che l'accompagnarono, riempirono d'orrore, di sdegno e di compassione gli Americani tutti; e si proponevano bene tra loro medesimi di volerne fare un dì un'adeguata vendetta. Ma di ciò nelle presenti occorrenze della guerra avevano meglio il desiderio, che la facoltà. Tuttavia furon fatte quest'anno alcune spedizioni contro gli Indiani, le quali se non riuscirono di molto momento alla somma delle cose, furono però molto memorabili per la prudenza, e per l'ardimento, co' quali furono eseguite. Partì dalla Virginia il colonnello Clarke accompagnato da una forte schiera per recarsi contro le colonie poste dai Canadesi sulle superiori rive del Mississipì nella contrada degl'Illinesi. Intendeva Clarke di opprimere con un improvviso impeto fino nei più reconditi ridotti e serragli loro questa gente impronta e crudele. Costeggiata prima la Monongahela, poscia l'Ojo, si volse a tramontana per alla volta di Kaskakias, capitale villata di que' stabilimenti. I repubblicani giunti in quel luogo, ed entrati dentro quasi senza resistenza niuna, essendo i terrazzani occupati dal sonno, se ne fecero padroni. Poscia cavalcarono il paese vicino, e ridussero a divozione altre terre. Gli abitanti spaventati correvano a giurar obbedienza agli Stati Uniti. Di là poi si volse Clarke contro altri Barbari più vicini, e penetrando nei più segreti ricettacoli e caverne loro, tutto pose a fuoco ed a sangue. Così sperimentarono i selvaggi nelle proprie case quei mali, che avevano portati nelle altrui. Il che operò di modo, che per l'avvenire diventarono timidi all'assaltare, e gli Americani animosi al difendersi.

Un'altra spedizione somigliante a questa fu qualche mese dopo intrapresa da un altro colonnello Bluter contro i Tori e gl'Indiani abitatori delle rive della Susquehanna, quegli stessi, ch'erano stati gli autori dell'eccidio di Viomino. Arse e distrusse parecchie villate, ed i ricetti degli odiati Tori. Le messi, le ricolte, le case, i mulini, tutto fu guasto e sperperato. Gli abitatori, avuti gli avvisi per tempo, si eran recati in salvo, e di ciò molto bene glien incolse loro; poichè sarebbero stati pagati a misura di carbone del macello di Viomino. Compitasi dagli Americani la bisogna, se ne tornarono sani e salvi a' luoghi loro, non senza però aver sopportati infiniti disagi e pericoli. In questo modo si terminò quest'anno la guerra indiana.