Storia della Guerra della Independenza degli Stati Uniti di America, vol. 3
Part 19
Era intanto il giorno otto di luglio uscita dal porto di Brest l'armata di Francia divisa anch'essa in tre squadre, la vanguardia guidata da conte Duchaffault, la battaglia dal conte D'Orvilliers capitano generale, e la dietroguardia dal duca di Chartres, principe del sangue, il quale aveva per guida e moderatore l'ammiraglio De La-Motte-Piquet. Vi si noveravano trentadue navi di tre palchi ciascuna, tra le quali il vascello ammiraglio nominato la Brettagna di cento dieci cannoni, una di novanta chiamata la Città di Parigi, la quale portava il conte di Guichen, due di ottanta, dodici di settantaquattro, una di settanta, dodici di sessantaquattro, e le altre di sessanta con una di cinquanta. Seguitavano una moltitudine di fregate. Era l'intenzione del conte D'Orvilliers di non venire a battaglia affrontata col nemico, se non molto avvantaggiato; non che non gli bastasse la vista, ch'era egli in vero d'animo alto, e delle cose marinaresche intendentissimo; ma perchè voleva, si esercitassero prima ottimamente le ciurme, e perchè sperava, senza mettersi all'incerto rischio della battaglia, prevalendo di navi spedite, potere far un gran danno all'Inghilterra con intraprendere le conserve che a quei dì si aspettavano dall'occidente e dall'oriente. Veleggiava in tanto verso il capo d'Ognissanti, credendosi o che l'armata inglese, siccome già debole, riputandola a venti navi di linea, e non di vantaggio, non si sarebbe osa uscir dai porti, o se uscita fosse, l'avrebbe o cacciata, o sconfitta, ed acquistato ad ogni modo il dominio del mare. Si dimostrò la fortuna favorevole a questi primi conati. Imperciocchè sboccati appena da Brest s'incontrarono nella fregata inglese la Lively mandata avanti a specolare dall'ammiraglio Keppel, ed, accerchiatala, la pigliarono. Stava tutto il mondo attento e sospeso nell'aspettazione delle future cose, mentre le due più potenti nazioni dell'Europa si difilavano in sui mari l'una contro l'altra, desiderosa l'Inglese di mantener l'antica fama della navale superiorità, bramando per lo contrario ardentissimamente la Francese di côrre un'opportuna occasione di cancellar con una nuova vittoria la memoria dell'antica debolezza, e delle passate sconfitte. A questo fine, nè indarno, aveva il governo francese tutti i suoi consiglj indiritti già da parecchj anni addietro. Eran le navi pronte e fornitissime, i marinari pratichi, i capitani molto eccellenti. Restava, favorisse la fortuna i generosi disegni.
Arrivarono le due armate in cospetto l'una dell'altra la sera dei 23 luglio, essendo distanti a trenta leghe dal capo d'Ognissanti, e spirando il vento da ponente. Il conte D'Orvilliers, credendo l'inimico più debole di quello ch'era veramente, desiderava e cercava la battaglia. Ma fattosi vicino all'armata inglese, e scoperto ch'essa era a un dipresso altrettanto forte, quanto la sua, la schivava con altrettanta industria, con quanta dapprima la ricercava. E godendo egli il sopravvento, era impossibile che gl'Inglesi lo venissero malgrado suo ad affrontare. La notte due navi francesi s'erano lasciate trasportare sottovento dell'armata inglese. La qual cosa vedutasi la mattina da Keppel, ordinò ad alcune delle sue, si avventassero contro, e le pigliassero, od almeno le mozzassero fuori dalla restante armata. Sperava in tal modo, che o l'ammiraglio francese si sarebbe per soccorrerle posto al rischio della giornata, ovvero almeno, che si sarebbero potute pigliare, o tagliar fuori di modo, che non potessero raccozzarsi. Preferiva D'Orvilliers il non fare alcun motivo per andare in aiuto loro, in guisa che, sebbene non venissero le due navi in poter degl'Inglesi, furon esse però sì lungo spazio allontanate, che non ebbero più nissuna parte negli avvenimenti che seguirono. Continuarono le due armate a veggente l'una dell'altra pei quattro seguenti giorni, studiandosi con molta industria l'Inglese o di alzarsi al vento, o di talmente accostarsi al Francese, che di necessità si dovesse appiccar la battaglia. Ma per arrivare a questo fine egli era impossibile serbar l'ordinanza intiera, e perciò aveva Keppel comandato si desse la caccia alla spezzata verso sopravvento; con ciò però, che si tenessero le navi ristrette, quanto meglio si potesse. La qual mossa era anche necessaria per non perder di vista l'inimico. Questo partito, il quale non era senza pericolo, perciocchè poteva facilmente accadere, che si offerisse ai Francesi qualche buona occasione di opprimere subitamente con forze superiori qualcuna delle navi inglesi, fu causa, che la mattina dei venzette, giorno in cui seguì la battaglia, l'armata francese fosse con miglior ordine attelata, che non l'inglese, la quale pareva disordinata. La mattina medesima continuando tuttavia il vento da ponente, ed avendo i Francesi il sopravvento, erano le due armate separate l'una dall'altra lo spazio di tre leghe, di tal maniera però, che la dietroguardia inglese si trovasse un po' più indietro sottovento, che la battaglia e la vanguardia. Laonde ordinava Keppel a Palliser, si facesse avanti, e cacciasse verso sopravvento, acciò venisse ad affilarsi coll'altre due squadre dell'armata. Eseguì Palliser gli ordini dell'ammiraglio. Questa mossa fe' credere al D'Orvilliers (e forse non senza ragione, perciocchè Palliser colle sue navi sempre più andava rimontando al vento) che l'intenzione del nemico fosse di assaltare il retroguardo francese, e di girargli dietro per andar a guadagnare il sopravvento. Per prevenir il qual disegno, fatte girar di bordo le navi, iva a porsi, rivoltando l'ordine dell'armata colle navi del centro e della vanguardia dietro quelle della retroguardia. Intanto, e per questa stessa mossa, e per alcune variazioni di vento, delle quali molto acconciamente si giovarono gl'Inglesi, vennero tanto vicine le due armate, che s'incominciò la battaglia, spirando il ponente, e correndo i Francesi da tramontana a ostro, gl'Inglesi da ostro a tramontana. Questo modo di combattere, stando le armate non ferme, ma in mozione, il quale era anche l'effetto della mossa testè fatta dalla francese, molto piaceva al D'Orvilliers, siccome quegli, il quale non avendo potuto schivar la battaglia, ne otteneva almeno, che ella non potesse esser terminativa; poichè ne seguiva necessariamente dal modo sopraddetto, che le due armate si disordinassero durante la battaglia, e quegli, che avrebbe minor danno ricevuto, non potesse immediatamente valersi della fatta impressione sia in una particolar nave del nemico, sia in tutta la sua armata. Adunque, camminando in tal guisa le due flotte nemiche in contrario verso, e molto vicine l'una all'altra, cominciarono ad attaccarsi le prime navi della vanguardia inglese colle prime della dietroguardia francese, la quale, siccome abbiam detto, era succeduta nel luogo della vanguardia, e così continuò la battaglia, finchè tutta la fila inglese fosse passata a petto a petto di tutta la fila francese, di modo che la retroguardia inglese guidata da Palliser, e la vanguardia francese divenuta dietroguardia, e condotta dal Duchaffault, furon le ultime a spiccarsene. Fu in quest'affronto grave il danno da ambe le parti; ma siccome seguendo il costume loro i Francesi avevan tratto al sartiame, e gl'Inglesi, come soglion fare, ai gusci delle navi, così le navi francesi ricevettero in questi maggior danno, che le inglesi, e per lo contrario le vele, le corde, gli alberi, e le antenne in queste molto maggiormente danneggiate furono, che in quelle. I Francesi dopo il fatto non tardarono a riordinarsi, trovandosi le navi loro per la ragione sopraddetta più atte al veleggiare. Medesimamente la vanguardia e la battaglia inglesi non indugiarono molto, quantunque la nave dell'ammiraglio avesse ricevuto molto danno, ad ordinarsi, e presentare di nuovo il viso al nemico. Ma le navi del Palliser con alcune altre non solo non avevano ancora orzato, e non s'erano rivolte di bordo, ma essendo molto danneggiate obbedivano al vento, ed andavano abbassandosi sottovento. In questo stato di cose D'Orvilliers o sia che si proponesse, come scrivono gl'Inglesi, di tramezzare e tagliar fuori dalla restante armata loro queste navi, ovvero che, come affermano i Francesi, intendesse, di recarsi a sottovento, perchè, aspettando una seconda battaglia, volesse tôrre agl'Inglesi, ed acquistar per sè il vantaggio di poter scaricar con frutto anche le artiglierie del ponte di sotto, andava distendendosi in punta per entrar di mezzo tra le navi di Keppel e quelle di Palliser. Accortosi l'ammiraglio inglese del disegno dei Francesi si fece avanti colle sue navi, ordinando nel medesimo tempo all'Hartland, lo seguitasse colle sue per mettersi di traverso tra la vanguardia francese, che incominciava a spuntare, e le navi di Palliser. O sia, che questa mossa di Keppel abbia veramente rotto il disegno ai Francesi di tagliar fuori queste ultime navi, come infatti ottenne, ovvero, che non avessero questi in animo altro che di recarsi al sottovento, certo è, che per queste volte ne rimasero gl'Inglesi al sopravvento, ed i Francesi al sottovento. Stava perciò in balìa dei primi il rinnovar la battaglia, se però tutte le navi loro fossero state a questo bisogno sufficienti. Ciò avrebbe voluto Keppel eseguire. Ma le navi di Palliser, ora che l'ammiraglio, e l'Hartland s'eran frapposti tra lui ed i Francesi, ed a questi avvicinatisi, si trovavano in sopravvento dell'altre, e per conseguente più lontane dall'armata francese, e poco in atto di poter aiutar le compagne nel caso della rinfrescata battaglia. Per la qual cosa Keppel, prima di volerla ricominciare, pose fuori il segnale, che tutte le navi, le quali stavano a sopravvento, venissero ad arringarsi ai luoghi loro nella generale ordinanza. Qui nacque un equivoco, che fu causa, che gli ordini di Keppel non furono eseguiti. Non avendo la nave propria di Palliser ripetuto il segnale, i capitani delle altre credettero, che quello fatto da Keppel volesse significare, andassero a raggiungere la nave del Palliser, e non quella dell'ammiraglio, e così fecero. In questo mezzo continuavano i Francesi ad appresentarsi ordinati alla battaglia a sottovento. Ripetè Keppel il medesimo segnale; ma non con miglior frutto. Mandò poscia alle cinque della sera (Palliser scrive alle sette) il Capitano della fregata il Fox acciò a viva voce comandasse a Palliser quello, che già gli aveva ordinato col segnale. Tutto fu nulla. Nè il Formidabile ch'era la nave propria del Palliser, nè le altre non si muovevano. La qual cosa vedutasi da Keppel, ed essendo già l'ora trascorsa fino alle sette, pose il segnale a ciascuna delle navi di Palliser particolarmente, eccettuato però al Formidabile, forse per un certo riguardo al grado ed all'uffizio, che teneva il vice ammiraglio, venissero a' luoghi loro. La qual cosa si mettevano in punto di eseguire. Ma intanto era sopraggiunta la notte, che pose fine ad ogni speranza di combattimento. Queste sono le cagioni, che impedirono l'ammiraglio Keppel dal rinnovar la battaglia, ossiachè la disobbedienza del Palliser procedesse dalla impossibilità di muoversi pei gravi danni provati nell'affronto, come par probabile, e come giudicò la Corte nel solenne processo che ne seguì, ovvero da alcune sue parzialità, essendo esso ministeriale, contro il Keppel. Comunque ciò sia, questo diè luogo ai Francesi di dire, che da mezzodì fino a sera appresentarono la battaglia a Keppel, ma che questi non la volle accettare. La qual cosa fu vera nel fatto. Ma in rispetto alle intenzioni dell'ammiraglio inglese, volle egli bene, ma non potè per le raccontate ragioni attaccarsi di nuovo col nemico. La notte, o sia che i Francesi contenti al modo, col quale avevano combattuto la battaglia, e del fine di questa, che si poteva, come una vittoria, appresentare ai popoli il che su quei primi principj era una gran cosa, più non volessero tentar l'indomani la fortuna di un'altra giornata, oppure, che talmente fosse danneggiata la flotta loro, che non potessero, valendosi dell'opportunità del vento, che spirava propizio, voltaron le prue verso le coste loro, ed entrarono il giorno seguente a piene vele nel porto di Brest. Lasciaron però al luogo della battaglia per ingannare il nemico col fargli credere, che vi stessero, tutta la notte fermi tre vascelli corridori coi soliti fuochi accesi. La mattina in sul far del dì già ai era dilungata l'armata francese dinanzi all'inglese, che appena si poteva dai calcesi travedere. Solo continuavano a starsene poco lontani a sottovento i tre vascelli. Ordinò Keppel alle navi il Principe Giorgio, il Robusto, ed un'altra, desser loro la caccia. Ma non si fe' frutto alcuno, essendo molto franchi veleggiatori; ed avendo le navi inglesi gli arredi sconciamente rotti e sconquassati. L'ammiraglio Keppel si addrizzò a Plymouth, dove intendeva di rassettare le navi, lasciatene però in crociata alcune delle più intiere, acciò il commercio britannico proteggessero, e principalmente le flotte che si aspettavano.
Morirono nella narrata battaglia degl'Inglesi da cento quaranta con circa quattrocento feriti. La perdita dei Francesi non è certa. Ma è assai probabile, abbia avanzato quella degl'Inglesi. La qual cosa si ritrae da alcune autorità private, dalla moltitudine dei marinari e soldati di mare, coi quali sogliono essi riempir le navi loro, e dal modo del trarre degl'Inglesi, i quali hanno in costume di por la mira, rasentando coi tiri l'acqua del mare, al corpo delle navi nemiche.
Il mese che seguì, uscirono di nuovo le due nemiche armate all'alto mare. Ma o che si cercassero vicendevolmente, come pubblicarono, o che si schivassero l'una l'altra, come alcuni lasciarono scritto dell'inglese, molti della francese, certo è, che più non s'incontrarono. Certo è ancora, che si purgò il mare, e si aprirono i vantaggi alle flotte mercantili d'Inghilterra, mentre dall'altra parte molti ricchi bastimenti francesi con grave danno e querela delle città di Bordeaux, di Nantes, di Saint-Malò, e di Avra di Grazia vennero in poter del nemico.
Tale fu l'esito della battaglia di Ognissanti, la quale incominciò la guerra europea, e nella quale ebbero gli Inglesi ad osservare, non senza maraviglia loro, che i Francesi non solo combatterono col solito coraggio, ma che di più, e molto acconciamente, seppero dell'opportunità dei venti valersi, e con mirabile destrezza e disinvoltura le navi loro maneggiarono, e per ogni verso andaron facendo molto maneschi le volte. Il che diè a temere ai primi, avessero a riuscir più duri gl'incontri di questa guerra, che non quei della passata. In Francia se ne fecero molti rallegramenti per dar animo, e migliori speranze ai popoli; in Inghilterra se ne favellò molto sinistramente. Alcuni si dolsero del Keppel, altri del Palliser secondo i diversi umori delle Sette; tutti della fortuna. Dopo varie vicende ne nacquero due solenni processi l'uno contro l'ammiraglio, l'altro contro il vice ammiraglio. Furono assoluti ambidue, il primo con universale esultazione dei popoli; il secondo con quella dei ministeriali.
FINE DEL LIBRO NONO
LIBRO DECIMO
[1778]
L'infelice successo della guerra canadese, e l'inutilità dei prosperi eventi della pensilvanica avevano convinto la pertinacia dei ministri britannici, che colla forza dell'armi impossibile fosse il ridurre gli Americani a soggezione. Della qual cosa ora tanto più fermamente si persuadevano, che la Francia, tanto possente per terra e per mare, aveva le sue alle armi del congresso congiunte. Nissuno non vedeva, che avendo potuto gli Americani durare contro la guerra fatta loro coll'estremo sforzo suo dall'Inghilterra lo scorso anno, molto più facilmente avrebbero potuto resistere per l'avvenire, confermato lo Stato loro dal tempo, assicurate le speranze dalla prospera fortuna, aiutate le armi da un principe potente. Invano si sarebbe sperato di potere in America mandare nei futuri anni altrettanti soldati, quanti se n'erano mandati nei passati. Perciocchè oltre che de' lanzi pochi o nessuno se ne potevano più oltre ottenere, e che la bisogna del reclutare procedeva tuttavia lentamente in Inghilterra, si aveva ed il timore di un'invasione francese nel cuore stesso del regno, e bisognava di necessità fornire le Antille di grossi presidj per preservarle dagli assalti dei Francesi, i quali si sapeva, che stavano assai forti nelle loro. Non era nascoso nei Consiglj britannici, che la principal mira, che in questa nuova guerra, dopo la separazione dell'America dalla Gran-Brettagna, ponevano i Francesi, era l'acquisto delle ricche isole inglesi; nè ignoravasi, che già avevano prevenute le mosse, e mandato a questo fine molte genti nelle proprie possessioni. Stavano perciò le Antille inglesi quasi senza difesa esposte agli assalti nemici; qualunque fosse di ciò la cagione, ossiachè i ministri avessero creduto, che la guerra colla Francia non si dovesse rompere sì tosto, ossiachè quelle sì vive speranze, che avevano di vincere ad ogni modo la guerra del passato anno gli avessero indotti a pensare, o che la Francia non si scoprirebbe, o che quando pure si scoprisse, la vittoria avuta sulla terra-ferma americana avrebbe pôrta la opportunità di potere inviar per tempo i richiesti aiuti nelle vicine isole. Si temeva eziandio del Canadà, non solo dal canto degli Americani, ma ancora, e molto più, da quello dei Francesi, essendo i Canadesi più francesi che inglesi, e tuttavia ricordevoli dell'antica congiunzione. Perciò vi si volevano lasciare presidj gagliardi e fermi. Ne seguiva da tutte queste cose, che non si potessero rifornire gli eserciti, che militavano contro gli Stati Uniti, e bisognava per lo contrario menomargli per mandarne una parte a tutti gli anzidetti servigj. Ma dall'altro lato non si sgomentavano i ministri, sperando di potere colle offerte d'accordo, e col cambiare il modo della guerra, e fors'anche per le vittorie da aversi contro la Francia, ottenere ciò che colle sole armi fin allora non si era potuto ottenere. Si persuadevano, che gli Americani stanchi dalla lunga guerra, e tanto scarsi di pecunia e di credito pubblico, sarebbero facilmente calati agli accordi; o che almeno, se non il congresso, o tutti, certo una considerabile parte avrebbero accettate le proposte; e speravano, che le parzialità e le dissensioni avrebbero od alla totale ricongiunzione, od al totale soggiogamento aperta la via. A questo fine si era apposta nella provvisione d'accordo fatta dal Parlamento la clausola, che i commissarj avessero facoltà di negoziare non solo con qualunque maestrato, ma ancora con qualunque ordine di persone, e con qualsivoglia privato cittadino che si fosse. Avendo poi trovato sì dura resistenza negli abitatori delle settentrionali province, si eran fatti a credere, stando essi molto alle baie e novelle dei fuorusciti, che troverebbero la materia più tenera nelle meridionali; e perciò si determinarono a volger le armi contro di queste, le quali siccome più abbondanti d'uomini fedeli alla Corona, si sarebbero, come riputavano, più facilmente, e dalla guerra lasciate sbigottire, e dalle offerte degli accordi lusingare. Oltrechè abbondavano esse di grassi pascoli e di feraci terre molto opportune al vivere degli eserciti, e molto più da increscerne agli abitatori, quando andassero guaste dalla guerra. Ma a qualunque fine avessero a riuscire queste speranze, volevano i ministri continuar nella guerra, quando tornassero vani i tentativi d'accordo, per non aver la sembianza di credere alle minacce della Francia; e qualunque avesse ad esser l'esito, che riserbassero i fati alla guerra americana, e' bisognava pure, credevano, se però debbon gli Stati aver cura dell'onore e della propria dignità, sperimentar ancora per un tempo la fortuna dell'armi; e se si aveva in ultimo a riconoscere la independenza dell'America, il che diventato era l'oggetto proprio venuto in contesa, di ciò pensavano, essersi sempre in tempo, e doversi meglio, cedendo all'avversa fortuna, concedere dopo le infelici battaglie onorevolmente, che vilmente acchinandosi alle minacce di un superbo nemico darlo via indifesi ed inonorati. Questi erano i motivi che operavano nei ministri della Gran-Brettagna nel presente periodo della guerra, ai quali accomodaron poscia tutte le risoluzioni loro. Ma siccome si avvedevano benissimo, che quando l'Inghilterra non avesse fatto altre dimostrazioni, non avrebbe mancato il congresso di ratificare al trattato fatto colla Francia, e che dopo ciò molto più difficile diventerebbe, che ed il congresso medesimo ed i popoli dalla presa risoluzione si volessero discostare, così si consigliarono d'inviar tosto e diffondere in America, anche prima che già fossero approvate dal Parlamento, le provvisioni d'accordo, sperando in tal modo, che vedutosi dagli Americani, che l'Inghilterra rinunziava a ciò, ch'era stato la prima e la principal cagione della contesa, vale a dire alla tassazione, avrebbero facilmente preso forma tutte le altre difficoltà, e si sarebbe potuto la ratificazione impedire. Il che ottenutosi, i commissarj, i quali sarebber venuti dietro, avrebbero dato perfezione alla concordia. Arrivarono adunque le copie delle provvisioni alla Nuova-Jork verso la metà del mese di aprile, ed il governator Tryon, persona, come abbiamo veduto, attiva e sagace molto, fattele prima pubblicare nella città, fece opera, che trapelassero in mezzo agli Americani, molto magnificando il buon animo del governo verso l'America. Scrisse nel medesimo tempo al generale Washington, ed al Trumbull, governatore della Cesarea, richiedendogli, cosa nuova e strana, le recassero a notizia, il primo de' suoi soldati, il secondo dei popoli cesariani. Washington avanzò le provvisioni al congresso, perchè provvedesse. Trumbull rispose al Tryon molto gravemente; si maravigliava bene di questo insolito modo di procedere in un negoziato da introdursi tra due nazioni; stantechè in somiglianti casi le domande e le proposte sian solite ad indirigersi non all'universale dei popoli, ma sibbene ai governi loro; che ciò nonostante forse una volta una tale proposta da parte dell'antica patria avrebbe potuto riceversi con allegro e grato animo; ma che quei dì erano trascorsi via irrevocabilmente. Rammentò le petizioni non udite, le ostilità incominciate, la barbarie della guerra esercitata dagl'Inglesi, l'insolenza loro nella prospera fortuna, le crudeltà usate contro i cattivi, posto avere un insuperabile ostacolo alla riconciliazione. La pace solo potersi ottenere coll'independenza. Sperimenterebbergli gl'Inglesi affezionati e profittevoli amici, quanto stati erano risoluti e fatali nemici. Se la pace volevano, non procedessero con insidie, ma apertamente la dimandassero a coloro, che concedere la potevano.