Storia della Guerra della Independenza degli Stati Uniti di America, vol. 3
Part 17
«Debbono, onorandi cittadini, le nazioni, come gli uomini, seguire il giusto e l'onesto; il debbon tanto più efficacemente, quando caso è ancora, siccome per lo più è, onorevole e grande; e da un altro canto nessuna cosa più nuoce alla felicità degli Stati, che l'incertezza e l'instabilità dei consiglj. Imperciocchè il volere, ed il disvolere spesso significano da una parte in coloro che reggono, o debolezza di mente, o timidità d'animo; dall'altra sono non di rado cagione, che non si finiscano i disegni. Le quali cose essendo vere, siccome sono verissime, spero io, che non durerò molta fatica a persuadervi, che nella presente causa, nella quale gli uomini parziali corron pur troppo dietro a vane immaginazioni, molto bene si confà alla giustizia del pari che alla dignità nostra, ed ai più gravi interessi di questo regno il non discostarsi dagli abbracciati consiglj. Comunque abbia a girar la ruota sua la fortuna, questa, che facciamo, è una giusta guerra. Così definì la sapienza del Parlamento; così confermò il consenso dei popoli; così vuole la natura stessa delle cose. Perchè poi questa medesima guerra stata non sia fortunata, non è questo il tempo da doversi investigare. Comunque ciò sia, il difetto di prospera riuscita ha fatto in modo, che ora i Francesi c'insultano, e minacciano di assaltarci. Sonci alcuni, i quali vogliono, che in tale condizione la Gran-Brettagna si disperi, che deliberi disonoratamente, che dia per una minaccia francese vinta la causa agli antichi suoi sudditi. Ma che dico? Vogliono perfino, che noi temiamo di noi medesimi, e par loro già di vedere sventolar a rincontro delle porte di questa città le francesi insegne. Ma, lasciate dall'un de' lati le battisoffiole di questi uomini, non so se mi debba dire ambiziosi, o paurosi, io sarò per dimostrarvi, che la via, che sin qui si è seguita, non è solo giusta ed onorevole, ma ancora utile e profittevole. Ed in sul bel principio del mio ragionamento dimanderò io a questi sviscerati amici dei ribelli, se certi sono, che l'America intiera, ovvero solo pochi faziosi, i quali coll'arti, e coll'audacia loro si sono della somma delle cose impadroniti, vogliano l'independenza avere. In quanto a me si appartiene, io avviso, che questa independenza sia piuttosto una visione, la quale appare ai cervelli vaghi di nuove cose al di là, e al di qua dell'atlantico, che un universale desiderio dei popoli. Di ciò fan fede tutti gli uomini prudenti, che hanno lungamente conversato con quella gente invasata; questo medesimo attestano i migliaia di leali, che corsi sono alle reali insegne nella Nuova-Jork, e combattuto hanno pel Re nelle pianure di Saratoga, e sulle sponde del Brandywine. Questo finalmente confermano le prigioni stesse ripiene di uomini, che hanno amato meglio perdere la libertà, che rinunziare alla leanza; e preferito un vicino pericolo di morte all'impresa della ribellione; e se l'opera loro non riuscì di quella utilità, che dal numero e possanza loro aspettar si doveva, ciò non da tiepidezza, ma piuttosto dall'eccessivo zelo, che gli fece prorompere innanzi tempo, si debbe riconoscere. Ogni ragione persuade, che a quest'uomini, stati fedeli sin quando pretendeva l'Inghilterra alla tassazione, molti altri si aggiungeranno, ora che a quella si è rinunziato; poichè già tutti si sono accorti, quanto sia da anteporsi il vivere sotto il moderato imperio d'un giusto principe alla tirannide d'uomini nuovi ed ambiziosi. Qualche cosa ancora si dee concedere alla corrispondenza dei sangui, alla comune favella, agl'interessi vicendevoli, alla medesimità dei costumi, alla ricordanza dell'antica congiunzione. Quello stesso argomento tratto dal mio avversario dall'avarizia e dalle stranezze usate agli Americani dal governo francese nel negoziato della lega, molto mi persuade, che al nuovo, cupido, insolente ed infedele amico anteporranno l'antico, benefico ed amorevole concittadino. Nè debbo io sotto silenzio passare una cosa, che ad ognuno è nota, e questa è la povertà dell'erario americano, la quale fa, che affamano, e van nudi i soldati; che il congresso non si può di nessuna cosa necessaria allo Stato accivire; ed i creditori non hanno a gran pezza l'aver loro dai debitori; cosa di gravissimi scandali, d'ire private, e di molte maledizioni contro il governo loro cagione. Nè vi è nissuno fra gli Americani, il quale non veda, che, accettati i termini dall'Inghilterra proferiti, la Camera pubblica sarebbe ristorata, le proprietà particolari sicure, l'abbondanza in ogni parte del socievol corpo restituita. Verso la quale prosperità con maggior animo concorreranno, quando vedranno la possente Inghilterra, essersi risoluta al tutto a volere far pruova della sua fortuna, e con ogni sforzo suo la guerra continuare. Certamente non crederanno essi, che neanco gli aiuti di questa superba Francia possano di breve costringerci a calare ai vergognosi accordi. Parmi veder correre già fin d'adesso, o m'inganno forte, le americane genti alle nostre insegne, parte per fedeltà verso il Re, parte per amore del nome inglese, parte per la speranza del ristoro, parte per disgusto contro i nuovi ed insoliti alleati, e parte infine per concetta collera contro la tirannide del congresso. Allora è, che ci applaudiremo della costanza nostra, e conosceremo, quanto miglior partito sia stato, l'aver la parte più onorevole e degna di così gran Reame, come questo è, seguitata. Se non che io credo ancora, che la nuova guerra contro la Francia in luogo di sbigottirci, debba a migliori speranze innalzarci. Poichè se finora poco frutto abbiam fatto contro gli Americani, qualunque di ciò ne sia stata la cagione, qual è quell'Inglese, che non isperi, anzi che fermamente non creda, di dover le gloriose vittorie contro i Francesi riportare? Di ciò mi persuade la ricordanza delle passate imprese, l'amor dell'antica gloria, il presente ardire dei nostri soldati, e soprattutto la potenza del nostro navilio. Quindi è, che le cose prosperamente fatte per terra e per mare contro i Francesi compenseranno le perdite avute in America, e mancata agli Americani la speranza, che sì grande han posta nella efficacia degli aiuti del nuovo alleato, isbigottiranno, e preferiranno la sicura pace degli accordi alla futura independenza cotanto incerta renduta dalle nuove sconfitte degli alleati. Oltre a questo chi oserà affermare, che non sia la fortuna per inclinare a favor nostro sulle terre stesse americane? Forse non dobbiam noi sperare, che le armi nostre portate nelle province piane, fertili ed abbondanti di leali, più fortunate saranno, che allorquando nelle contrade delle montagne, e sterili, e selvagge, e piene di ribelli si esercitarono? Per me non dubito punto, che la felicità della guerra giorgiana e caroliniana sarà per ristorarci dell'infelicità della guerra cesariana, e pensilvanica. Ma pongasi, il che Dio non voglia, l'infelicità della guerra, io questo pure mantengo, che noi non dobbiamo però ristarci; imperciocchè se si perderà l'impresa, non si perderà l'onore; ed amo meglio, che l'americana independenza, seppure quest'è colassù prefissa dai fati inesorabili, sia piuttosto il risultamento dell'avverso destino, che della viltà nostra. Così adunque ci troverà dolci la Francia, che noi siamo per abbandonare la nostra fortuna, e per cedere alla fama della nimicizia di lei il possesso di tanta gloria? Noi che tutti ancora ci ricordiamo del tempo, in cui dopo d'avere colle replicate vittorie abbassato l'orgoglio e la potenza sua, correvam trionfanti i mari tutti e le terre americane? Di qual paese adunque sono gli autori di sì timidi consiglj? Inglesi forse? Per me nol credo. Di chi è questa bassezza d'animo, che ci vuol far disperare? Quella forse di donnicciuole, o di fanciulli aombranti? Certo il crederei, se non gli vedessi venire spesso fra queste mura a far le sinistre cornici, a sbizzarrirsi della fantasia di dir male della patria loro, a favellar dilettevolmente della debolezza sua, e la potenza dell'ambizioso nemico magnificare. E qual è poi questa Francia, che ci debba far tremare così molto alla prima? Dove sono le ciurme sue pratiche delle opere navali? Dove i soldati, che abbian vedute le battaglie? Dirò io a coloro che nol sanno, o che fan le viste di non saperlo, ch'ella è a questo tempo da interno male occupata, il quale farà, che verrà meno, quando vorrà muoversi. Chi non sa, che le mancan trenta milioni all'anno per far le spese allo Stato? Chi non sa, che delle prestanze non si può valere, gli uomini abbienti i grossi capitali essendovi e rari, e sfiducciati? E non solo la diffidenza vi è grande; ma l'opinione vi è contraria alla natura del governo. Imperciocchè per le spesse investigazioni, che recentemente si son cominciate a fare in Francia in fatto delle materie di Stato, già vi si va dicendo, che il vigesimo è un dono gratuito; che ognuno ha diritto di potere, e della necessità sua giudicare, e l'uso sopravvederne. Inoltre già s'incominciano a pruovar in Francia i pregiudiziali effetti dello zelo, col quale vi si è questa medesima causa americana favoreggiata; che quelle massime della monarchia con tanta costanza, e per sì lungo spazio mantenute dai Francesi, già sonvi contaminate con quelle della repubblica; e questi semi di libertà sempre diminuiscono la forza del governo, e se vi metteranno radice, e vi pulluleranno, noi vedremo il francese governo, quanto un altro qualsivoglia distratto e disordinato. Odo favellare della difficoltà degli accatti fra di noi, e del disavanzo dei monti. Ma i prestatori già sonsi obbligati, e le prime rate son pagate, e l'interesse è non solo non ingordo, ma moderato molto più là di quello, che il nemico avrebbe desiderato, e questi paurosi predicavano. Quanto al disavanzo stato è di niun momento, e già si son riavuti. Ma che dirò di quell'altro spauracchio dell'invasion francese? Noi abbiamo un formidabile navilio, trentamila stanziali, ottima gente; possiamo ad un tratto fare adunata delle bande paesane sì fattamente, che la Francia si terrà giù dall'impresa al tutto, o che glien increscerebbe, se la tentasse. Così di leggieri non si vincono questi Brettoni; nè questa patria è così facil preda a chicchessia. Dicesi ancora, che gli Americani son pronti a far lega con noi, e che di ciò ne hanno gettato i motti; e questi uomini credevoli già si lascian tirare. Non sappiamo noi, che coloro, i quali muovono queste pratiche, se però si dee prestar fede a questi romori, sono i rompitori dei patti di Saratoga, quegl'istessi, che imprigionano, che tormentano, che uccidono i fedeli sudditi del Re? Per me temo il dono, e ch'il reca; temo le americane insidie; temo gli ammaestramenti francesi; temo, vogliano avvilirci col rifiuto, dopo d'averci ingannati coll'offerta. Fin qui son ito divisandovi ciò, che la ragione di Stato da voi richiede; ora brevemente vi parlerò di quello, che la gratitudine, la giustizia, la umanità ricercano. V'incresca di coloro, i quali in mezzo al furore della ribellione si sono al Re, a voi, alla patria conservati fedeli. Muovetevi a pietà di quelli, i quali tutte le speranze loro han poste nella vostra costanza. Abbiate compassione alle spose, alle vedove, a' figliuoli loro, i quali, esposti ora senza difesa all'americana rabbia, pregano il cielo per la prosperità dell'armi regie, e nissun altro termine traveggono ai martirj loro, che nella vittoria vostra. Vorrete voi tutti questi abbandonare, e far pruovare loro danno della fede, che hanno avuta in voi? Dimostreranno gl'Inglesi minor longanimità nei proprj interessi loro, che i leali americani dimostrato ne hanno? Ah! questi abbominevoli consiglj non furono mai seguìti da questo generoso Regno. Parmi anzi già di vedere i vostri forti petti riempirsi di sdegno, e già le voci gridar vendetta degl'inusitati oltraggi, e già correr le mani alle riparatrici armi. Itene, o padri, a quel destino, al quale il ciel vi chiama. Salvate l'onor del Regno, soccorrete ai miseri, proteggete i fedeli, difendete la patria; e vegga l'Europa con maraviglia, e provi la Francia con danno, che scorre tuttavia nelle vostre vene immaculato e puro il britannico sangue. Per istringere adunque in poche parole ciò, che di questo io sento e penso, dico, che, posto dall'un de' lati il partito del mio avversario, si assicuri il Re, essere i suoi fedeli Comuni pronti a tutti quei mezzi somministrargli, i quali saranno necessarj a mantenere l'onor del suo popolo, e la dignità della sua Corona».
Finito ch'ebbe Jenkinson di parlare, seguì nella Camera un bisbiglio incredibile. Finalmente posto, e raccolto il partito fu quasi con tutti i voti deliberato, che si ringraziasse il Re, si continuasse a combattere contro le colonie, si prendesse la guerra contro la Francia.
Ma nella tornata della Camera dei Pari de' sette aprile, dopochè il Duca di Richmond aveva orato con accomodatissime parole, e con gagliardi argomenti sforzato si era di dimostrare, ch'era ormai tempo di dare un altro indirizzo agli affari del Regno, successe un caso molto lamentevole. Erasi il conte di Chatam, quantunque oppresso da una piuttosto mortale, che grave infermità, nella Camera, sebbene non senza grandissima fatica condotto, ed udite le nuove proposte che andavano attorno, e non potendo sopportare che si volesse la separazione dell'America persuadere, disse queste, che furono per esso lui le ultime parole:
«Signori, io mi sono fra queste mura in questo dì, non so come, certo oltre mia balìa recato per esprimere l'indegnazione, che io sento all'udire della renunziazione alla sovranità dell'America motivare. Mi rallegro io meco stesso, che il sepolcro non si sia ancor chiuso sopra il mio morto corpo; ch'io viva ancora per poter alzar la mia voce contro lo smembramento di quest'antica e nobilissima monarchia. Oppresso, come sono, e quasi del tutto vinto dal malore, poco io posso alla mia patria in sì periglioso frangente soccorrere. Ma, signori, finchè avrò vita e spirito, non consentirò mai, che si privino i reali discendenti della Casa di Brunswich, gli eredi della principessa Sofia, del più bel retaggio loro. Dov'è colui, che s'ardisce dare un tal consiglio? Succedette Sua Maestà ad un impero altrettanto grande in estensione, quanto immaculato in riputazione. Offuscherem noi lo splendore di questa nazione con una ignominiosa renunziazione de' suoi dritti, e delle sue più belle possessioni? Dovrà questo gran reame, il quale tutto ed intiero sopravvisse alle danesi depredazioni, alle scozzesi correrie, ed alla normanna conquista, che stette forte contra la minacciata invasione della spagnuola armata, cader ora prostrato a piè della Casa dei Borboni? Certamente, signori, questa nazione non è più quella ch'era. Potrà un popolo, il quale, son ora diciassette anni, era il terror del mondo, ora tanto abbassarsi, che dir possa al suo inveterato nemico: _te', quanto abbiamo; solo dacci la pace_? è cosa impossibile. In nome di Dio, se sceglier dobbiamo tra la pace e la guerra, e la prima non possa mantenersi, e perchè non cominciam l'altra senza esitare? Non conosco per verità, quali siano gli apparecchiamenti di questo regno; ma spero bene, siano sufficienti a preservare i suoi giusti diritti. Ma, signori, ogni cosa è migliore della disperazione. Facciasi almeno uno sforzo, e se cader dobbiamo, caggiamo com'uomini».
Qui fece fine al suo parlare. Sorse il Duca di Richmond, e cercò con sue ragioni di persuadere, che conquistar l'America per la forza dell'armi era cosa impossibile diventata, e che miglior partito era congiungersela in alleanza, che gettarla in grembo alla Francia. Volle il conte di Chatam replicare e ben tre volte tentò di alzarsi. Tutto fu indarno. Cadde in fine svenuto sul suo seggio. S'affoltarono per soccorrerlo il Duca di Cumberland, e parecchj altri de' principali membri della Camera. Trasportaronlo così fuori di senso com'egli era, nella vicina camera, che chiamano del principe. Successe una confusione, ed un andare e venire incredibile. Il Richmond sollecitava, che, stante questa pubblica calamità, si aggiornasse la Camera al dì seguente, e così fu fatto. L'indomani, ricominciatosi a discutere intorno il partito posto da Richmond, e poscia raccoltolo, non si ottenne.
Addì undici marzo passò da questa all'altra vita nella sua età di settant'anni Guglielmo Pitt, conte di Chatam. Agli otto giugno lo seppellirono con onoratissime, e pubbliche esequie nell'Abbazìa di Westminster, dove gli fu poco poscia rizzata un monumento. Fu egli, ossiachè si riguardi l'ingegno, o la virtù, o le cose fatte in prò della patria, uomo piuttosto da eguagliarsi agli antichi, che da anteporsi ai moderni. Ebbe lungo spazio in mano il governo del ricchissimo reame d'Inghilterra, e recatolo a tanta gloria, che mai ne' passati tempi non che avesse avuto, non avrebbe sperato l'uguale. Morì se non povero, certo sì poco facoltoso, che la famiglia sua non ne avrebbe potuto vivere orrevolmente. Il che non si sarebbe detto senza ragione a quei tempi, e molto manco si direbbe nella presente età. Ma la ricordevol patria riconosceva nei discendenti la virtù del padre. Fece il Parlamento una provvisione annua e perpetua di quattromila lire di sterlini alla famiglia di Chatam, e pagò di vantaggio ventimila lire di sterlini di debiti, che aveva Guglielmo contratti per mantenere il grado suo e la numerosa famiglia. Nessuno fin là, trattone solo il Duca di Malsborough, aveva in Inghilterra ottenuto sì alte e sì liberali ricompense. Fu poi eziandio del pari eccellente oratore, che uomo perito nelle cose di Stato, o integro cittadino. Difendeva in cospetto del Parlamento con ammirabil facondia quei partiti, i quali nelle consulte private aveva e sapientemente deliberati, ed animosamente raffermati. Abbenchè, in quanto al suo modo di dire, alcuni non senza ragione vi riprendessero e l'uso troppo frequente delle figure, ed una certa gonfiezza di stile molto propria di quei tempi. In questo poi principalmente avanzò tutti i reggitori delle nazioni della sua età, che seppe spirare a tutti i servitori dello Stato sì civili, che militari non solo l'animo ed il valore; ma ancora lo zelo e l'entusiasmo. La qual cosa non si concede dal cielo, se non di rado, e solo, agli uomini singolari. In somma, ei fu uomo da non ricordarsi mai senza lode, nè senza ardore d'animo da imitarsi.
Ma ripigliando ora, d'onde lasciammo vedendo i ministri britannici la guerra diventata essere inevitabile contro la Francia, andavano facendo all'incontro tutti quei provvedimenti, che necessarj credevan per esercitarla. Nel che tanto più ardenti si dimostravano, quanto che molto bene si avvedevano, che alla guerra francese ed americana, se fatta si fosse infelicemente, si sarebbe tosto aggiunta la spagnuola, e fors'anche la olandese, mentre che da un altro canto una subita e rilevata vittoria avrebbe queste due ultime prevenute. Per la qual cosa erano intentissimi soprattutto ad avanzar gli apparecchiamenti marittimi nei quali principalmente consistevano la difesa del regno, e la speranza della vittoria. Ma in questo, esaminatosi attentamente lo stato del navilio, si trovò, che non era nè sì numeroso, nè sì convenevolmente provveduto, come si sarebbe desiderato, e come alla gravità delle circostanze era richiesto. Del che se ne fece un gran romore nell'universale, e molte male parole si dissero nelle due Camere del Parlamento dal conte di Bolton, e dal Fox contro il conte di Sandwich, ch'era allora Capo dell'uffizio dell'ammiragliato. Tuttavia nessuna diligenza si ometteva per ristorarlo. Volendo poi in così grave frangente gli animi dei popoli confortare, e specialmente colla confidenza del capitano spirar coraggio, ed ardire ai marinari, elessero i ministri, a Capo di tutta l'armata, che era sorta nel porto di Portsmouth, l'ammiraglio Keppel, uomo nelle bisogne navali riputatissimo, e risplendente di molta gloria per le egregie cose da lui fatte nelle precedenti guerre. I lordi Hawke, ed Anson, quei due sì chiari lumi dell'inglese marineria, lo avevan tenuto molto caro, ed in gran conto; e certamente nissuna elezione d'uomo, quantunquemente celebrato ei fosse, avrebbe potuto altrettanto soddisfare agli animi di tutti, quanto questa dell'ammiraglio Keppel. Non isfuggì egli il carico, quantunque già fosse a quell'età pervenuto, nella quale l'uomo meglio desidera lo starsi, che l'operare, e maggior gloria di quella, che aveva ottenuto fin là, acquistar non potesse; che anzi doveva ripugnar naturalmente al commetterla di bel nuovo alla fortuna delle battaglie. Vi era anche in questo suo affare un'altra disagevolezza, e questa era, che i ministri, come libertino, gli puntavano addosso. Il che poteva riuscirgli nel corso delle cose di molto disgusto. Ma egli, risguardando meglio all'utilità della sua patria, che in così gran bisogno desiderava l'opera sua, che alle proprie comodità, non esitò punto ad accettare quell'uffizio, che con tanta contentezza de' suoi concittadini gli era stato commesso. Furono nominati a militare sotto di lui i due vice-ammiragli Hartland e Palliser, l'uno e l'altro uffiziali molto riputati. Arrivava Keppel a Portsmouth, dove in luogo di una grossa armata lesta al veleggiare trovò, non senza grandissima maraviglia, solamente sei navi di alto bordo pronte a mettere in mare, marinari pochi, ed a gran pezza non sufficienti provvisioni, ed attrezzi mancanti. Allegavano i ministri, le altre navi essere state mandate a diverse fazioni, ma di breve dover ritornare. Comunque ciò sia, l'ammiraglio tanto fece, e tanta diligenza usò, che a mezzo giugno si trovò in grado di salpare con venti navi di fila. Aspettava ancora altri e pronti rinforzi. Diè le vele al vento da Sant'Elena addì tredici. Lo accompagnavano i desiderj ardentissimi dei popoli. I tempi correvano oltre ogni dire stretti e difficili. Sapevasi, che aveva la Francia una grossa armata a Brest pronta a far vela, e fornitissima di ogni cosa. Le conserve, che portavano in Inghilterra le ricchezze dell'Indie, si aspettavano di dì in dì, e potevan diventar preda ai Francesi. Il che sarebbe riuscito di un danno inestimabile, non solo per la perdita delle ricchezze medesime, ma ancora e molto più per quella di un gran numero di marinari, i quali con gran desiderio si aspettavano per fornirne le navi da guerra. A questa cagione già di tanto momento si aggiungevano la difesa di tutte le coste della Gran-Brettagna tanto vaste, la sicurezza della grande e ricchissima metropoli, la preservazione degli arsenali, nei quali si contenevano tutte quelle cose, sulle quali e la presente grandezza dell'Inghilterra, e tutte le speranze avvenire stavano fondate. Tutti questi oggetti piuttosto di totale che di grande importanza erano commessi all'opera di venti vascelli.
Intanto i preparamenti di terra con eguale passo procedevano con quei di mare. La bisogna del reclutare si forniva efficacemente; e le cerne si levavano speditamente, e si ordinavano in bande a mò degli stanziali. Si ponevano parecchj campi ne' luoghi, che si credevano più esposti alle percosse del nemico. In cotal modo si preparavano gl'Inglesi alla vicina guerra. Già il governo aveva ordinato, rappigliandosi contro la Francia, che si ritenessero nei porti tutte le navi francesi, che dentro vi si trovassero.