Storia della Guerra della Independenza degli Stati Uniti di America, vol. 2

Part 25

Chapter 253,299 wordsPublic domain

In questo mezzo un trombetto aveva portato una lettera di lord Howe indiritta al signor Giorgio Washington senza più. Il generale non la volle ricevere, allegando, che quei, che l'aveva scritta, non aveva il suo pubblico grado espresso; e che come privata persona non poteva, e non voleva alcun commercio di lettere, o altro intrattenere col capitano del Re. Il congresso molto commendò Washington; e di più stanziò, che niun capitano generale, o altro comandante qualsivoglia dell'esercito, ed in nissuna occasione, stesse a ricever lettere, o altri messaggi da parte del nemico, cavatone solo quelli, che nella soprascritta notato avessero il grado di ciascheduno.

I commissarj inglesi non avrebbero voluto per causa di un cirimoniale interrompere affatto col generale americano quelle pratiche, dalle quali aspettavano qualche frutto. Contuttociò non potevano consentire a riconoscere in Washington il grado del generalato, siccome quello, che stato gli era, siccome pensavano, conferito da una illegittima autorità. Immaginarono adunque un mezzo termine col far la soprascritta così: _al Signor Giorgio Washington_, etc., etc. Inviarono la lettera per mezzo del colonnello Patterson, aiutante di campo nell'esercito britannico. Fu intromesso al generale Washington, al quale favellò col titolo di eccellenza. Questi lo ricevette molto cortesemente, ma però con molto sussiego. Scusò Patterson la difficoltà della soprascritta con dire, che questi modi si usavano tra gli ambasciatori, quando non erano ben riconosciuti i gradi. Aggiunse, che i commissarj lo tenevano in grandissima stima, e che non avevano avuto in animo di pregiudicare alla sua dignità. Concluse dicendo, che l'aggiunta degli eccetera avrebbe tolte tutte le difficoltà. Rispose l'Americano, che quando si scrive ad una persona constituita in grado, si dee far menzione di questo; senzadichè la lettera sarebbe privata, e non pubblica; ch'egli era vero, che gli eccetera comprendevano ogni cosa; ma ch'era vero ancora, che non ne escludevano nissuna; e che quanto a lui, non avrebbe mai consentito a ricevere alcuna lettera spettante al suo uffizio, dove il grado suo notato non fosse. Riprese le parole Patterson, dicendo, che non voleva instar più; e si parlò quindi dei prigionieri di guerra da ambe le parti. Poscia l'Inglese fece una gran calca di parole, discorrendo della bontà e della benevolenza del Re nell'aver eletti a pacieri il lord, ed il generale Howe; che questi, siccome avevano le facoltà amplissime, così ancora un grandissimo desiderio di poter accordare le differenze nate tra i due popoli; e ch'ei bramava molto ardentemente, che questa sua visita fosse l'incominciamento della concordia. Replicò Washington, che non aveva nissun mandato a tal fine; ma che gli pareva bene, da quanto se n'era inteso, che i commissarj avessero solo la facoltà di concedere i perdoni; che quei, che errato non avevano, non abbisognavan di perdono; ch'erano sempre stati gli Americani amatori del giusto e dell'onesto, e che difendevano ciò, che credevano ai loro indubitabili diritti appartenersi. Questo, disse Patterson, sarebbe troppo vasto campo di discussione; e protestando anche, gli increscesse assai, che la stretta osservanza delle formalità interrompesse il corso di un affare di sì gran momento, chiesta licenza, se n'andò. In tal modo si partirono l'un dall'altro senza aver fermo alcuna cosa, e ritornarono le cose al primo desiderio di guerra. Imperciocchè dall'un canto il congresso conosceva ottimamente, che non poteva senza vergogna dalla sì fresca risoluzione dell'independenza rimuoversi; dall'altro dubitava, che le proposizioni dell'Inghilterra non avessero altro veleno nascosto, che le non dimostravano. Il congresso fe' pubblicare colle stampe le cose dette da una parte, e dall'altra durante l'abboccamento.

I generali inglesi, veduta l'ostinazione degli Americani, e deposta ogni speranza di concordia, volgevano tutti i pensieri alla guerra; e si determinarono a non più metter tempo in mezzo alla prima mossa d'arme. Per assicurarsi poi sulle prime di un posto, che servir potesse al bisogno di ritirata, ed abbondevolmente somministrasse le vettovaglie per una sì poderosa oste, si fermarono a voler tentar l'Isola-Lunga, nella quale eziandio per l'ampiezza sua potevano far pruova di tutta quella perizia nell'armi per cui si credevano sopravanzare, e sopravanzavano invero gli Americani. Adunque il giorno ventidue di agosto, ogni cosa essendo in pronto, e la flotta approssimatasi alla costa occidentale dell'isola presso alle strette, che chiamano Narrows, e dov'essa più s'avvicina all'Isola degli Stati, tutte le genti trovarono quivi un accomodato e facile sbarco tra le ville di Gravesend e del Nuovo-Utrecht, senza che gli Americani opponessero veruna resistenza. Una grossa parte dell'esercito americano sotto l'obbedienza del generale Putnam stava accampata a Brookland, ovvero Brooklin in una parte dell'isola stessa, ch'è formata a foggia di penisola. Aveva egli l'entrata in questa penisola gagliardamente fortificato con fossi e trincee, e teneva il suo sinistro corno volto al golfo di Wallabond, ed il destro era assicurato da una palude presso un luogo chiamato Gowans-Cove. Dietro di sè aveva l'Isola del Governatore, e quel braccio di mare, che l'Isola Lunga divide da quella della Nuova-Jork, pel quale all'uopo avrebbe facilmente potuto valicare alla città di questo nome, dove si trovava l'altra parte dell'esercito, e lo stesso generale Washington. Questi, veduta vicina la battaglia, non cessava di esortare i suoi; serbassero gli ordini, stessero forti, si ricordassero, che nel valore loro, in quelle destre posta era l'unica speranza, che rimanesse alla libertà americana; che per loro stava, che le case loro, i campi, ogni proprietà non diventassero preda dei barbari; difendessero con animi inviti i padri loro, i figliuoli, le spose dagl'insulti di una soldatesca efferata; che l'America risguardava in quel dì i suoi diletti campioni, e dall'operare loro aspettava o la salute o la morte.

Sbarcati gl'Inglesi, prestamente procedettero avanti. Erano i due eserciti separati da una giogaia di monti selvosi, la quale correndo da ponente a levante divide in due parti l'isola, e la chiamano le alture di Guana. Questa giogaia dovevan di necessità varcar gli Inglesi per andar a trovare il nemico dall'altra parte. Ma tre sole vie davano il passo, una più vicina alle strette; un'altra, che è quella di mezzo, la quale passa per Flatbush, ed una terza finalmente più lontana a destra, che traversa Flatland. In sulla cima poi dei monti si trova una strada, che va per la lunghezza loro, e mena da Bedford a Giamaica, colla quale le ultime due fra le sopraddette s'incontrano, e fan crocicchio su quelle alture. Le tre vie corrono tra balzi e dirupi, e molti passi vi sono difficili, stretti e forti. Il generale americano volendo il nemico tenere su quei monti, gli aveva con ogni diligenza occupati e forniti di soldati, dimodochè, quando ognuno avesse fatto il debito suo, sarebbe riuscito agl'Inglesi molto difficile il passare. Sulla strada da Bedford a Giamaica eran sì frequenti le scolte, che con grandissima facilità si potevano tramandare le novelle di quanto fosse per succedere sulle tre vie, dall'una all'altra. Il colonnello Miles col suo battaglione doveva guardare la via di Flatland, e mandar continuamente corridori tanto per questa, che per quella di Giamaica per sopravvedere, ed avvisare di ciò che occorresse. In questa condizione di cose l'esercito britannico dava all'erta marciando in sì fatta ordinanza, che la sua ala sinistra era volta a tramontana, la destra a ostro, ed il villaggio di Flatbush si trovava nel mezzo. Gli Essiani guidati dal generale Heister stavano in mezzo; gl'Inglesi sotto i comandamenti del maggior generale Grant formavano l'ala sinistra; ed altri reggimenti inglesi condotti dal generale Clinton, e dai due conti di Percy e di Cornwallis componevano l'ala dritta, nella quale avevano i capitani britannici posta la principale speranza della vittoria. Quest'ala si avvicinava a Flatland. L'intento loro era, che mentre gl'Inglesi condotti da Grant, e gli Essiani dall'Heister tenevano a bada il nemico in sui passi delle due prime vie, l'ala dritta girando e marciando per la terza di Flatland andasse ad occupare il crocicchio, che questa fa colla via per a Giamaica, e di là scesa nella pianura che si trova dall'altra parte dei monti, percuotesse gli Americani di fianco ed alle spalle. Speravano, che, siccome quel posto era il più lontano dal grosso dell'esercito loro, le guardie sarebbervi state più deboli, e forse più negligenti; e ad ogni modo non avrebbero potuto resistere ad una sì grossa schiera, che loro veniva addosso. Quest'ala dritta degl'Inglesi era la più numerosa, e tutta composta di gente eletta. La sera dei 26, guidando Clinton la vanguardia, che consisteva in fanti leggieri, Percy la battaglia, dove si trovavano i granatieri, le artiglierie ed i cavalleggieri, e Cornwallis la retroguardia, dove erano le bagaglie, alcuni reggimenti di fanti, e le più grosse artiglierie, si moveva tutta questa parte dell'esercito britannico con mirabil ordine e silenzio contro il nemico, partendo da Flatland, e traversando la contrada detta New-Lots. Il colonnello Miles non istando quella notte a buona guardia non si accorse dell'avvicinarsi del nemico, sicchè questi già era vicino ad un mezzo miglio alla strada di Giamaica sulle alture, due ore prima dello spuntar del dì. Quivi Clinton fece alto, e si dispose a dar l'assalto. Incontratosi in una pattuglia americana la faceva prigione. Nissune nuove pervenivano a Sullivan, che comandava a tutte quelle genti, le quali erano fuori degli alloggiamenti di Brooklin, di ciò che succedeva in questa parte. Trascurava egli di mandar oltre nuovi speculatori. Forse credette, che gl'Inglesi dovessero fare il principale sforzo loro contro l'ala sua dritta, essendo là la via più breve. Inteso Clinton dai prigioni, che la via di Giamaica non era guardata, essendogli balzata la palla in mano, si spinse avanti velocemente, ed a un punto preso l'occupò. Poscia senza frappor tempo in mezzo, voltosi a sinistra verso Bedford, andò ad impadronirsi di un importante passo, che i generali americani avevano lasciato senza guardia. Questa cosa diede affatto vinta la giornata agl'Inglesi. Seguì il conte di Percy colla sua schiera, e tutta la colonna avendo scollinato, scendè pel villaggio di Bedford nelle pianure ch'erano frapposte tra i monti e gli alloggiamenti degli Americani.

In questo mezzo il generale Grant per intrattener il nemico, acciò non volgesse l'animo alle cose che succedevano sulla via di Flatland, e per fargli credere, che gl'Inglesi intendessero di voler forzar il passo sulla dritta del campo americano, si era mosso a mezza notte, ed aveva assalito i Jorchesi ed i Pensilvanesi che lo guardavano. Questi andarono in volta; ma arrivato il generale Parsons, ed occupata una eminenza, rinfrescò la battaglia, e sostenne le cose, finchè venne in aiuto Lord Stirling con 1500 de' suoi. Qui si menava le mani gagliardamente; e la fortuna non inclinava nè da questa parte, nè da quella. Gli Essiani ancora avevano dato l'assalto dal canto loro sin dallo spuntar del giorno; e gli Americani condotti da Sullivan in persona sostenevano valorosamente l'impeto loro. Nel medesimo tempo le navi inglesi, dopo fatte alcune mosse, assalirono furiosamente una batteria posta a Red-Hook, a fine di tribolare l'ala destra del nemico, che combatteva da fronte contro Grant, e sempre più allontanarlo dal pensar alle cose, che seguivano in sull'ala sinistra ed in sul mezzo. Ciò nonostante gli Americani sostenevano con grandissimo ardire la carica dei nemici, e tuttavia combattevano ostinatamente, ignorando, che tanto valore, e sì fatti sforzi tutti erano indarno; poichè già era la vittoria posta in mano degl'Inglesi. Sceso Clinton nella pianura, e girando sul fianco sinistro degli Americani, percosse di costa coloro che sostenevano la pugna contro gli Essiani. Aveva anche prima mandato più oltre una grossa schiera, acciò, fatto un più ampio giro, assaltasse gli Americani alle spalle. Accortisi questi, dall'arrivo dei primi corridori inglesi, di quello ch'era, e del pericolo in cui si ritrovavano, suonarono a raccolta, e si ritirarono con buon ordine verso il campo, conducendo seco loro le artiglierie. Ma incontratisi coll'altra schiera delle genti reali, che aveva girato loro alle spalle, e che con molta furia gli caricò, furono rincacciati indietro, e ributtati in certe selve. Quivi s'incontrarono di nuovo negli Essiani, e così furon mandati dagli Essiani agli Inglesi, e da questi a quelli parecchie volte con infinita perdita loro. In tale disperato frangente dopo di essere stati in tal modo abburattati buona pezza, alcuni dei loro reggimenti con incredibil valore puntando, si aprirono la via in mezzo alle schiere nemiche, ed arrivarono agli alloggiamenti di Putnam. Altri trovarono scampo nelle profonde selve. L'inegualità de' luoghi, la frequenza dei ridotti, ed il disordine delle schiere fecero di modo, che si mantennero per parecchie ore molte particolari zuffe, nelle quali dal canto degli Americani morirono assai soldati. Sconfitta l'ala sinistra, e la battaglia dell'esercito americano, gl'Inglesi volendo averne una compiuta vittoria, spintisi a corsa furono tosto addosso ed alle spalle dell'ala dritta, la quale, ignorando tuttavia l'infelice evento dell'altra, seguitava a combattere contro il generale Grant. Finalmente, ricevute le novelle, si ritirarono. Ma incontratisi negli Inglesi, alcuni cercarono scampo nelle vicine selve, ed altri tentarono di varcar la palude di Gowans-Cove. Qui alcuni annegarono nell'acque; altri affogarono nella mota; ed alcuni pochi ebbero agio, quantunque perseguitati acerbamente dal nemico, di rifuggirsi nel campo. Perdettero in questo fatto gli Americani meglio di tremila combattenti tra morti, feriti e prigionieri. Tra questi ultimi si contarono il generale Sullivan medesimo, ed i brigadieri generali lord Stirling; e Woodhull. Quasi tutto il reggimento della Marilandia, nel quale erano entrati i più riputati gentiluomini della provincia, fu tagliato a pezzi. Sei bocche da fuoco vennero in poter dei vincitori. La perdita degl'inglesi fu di poca importanza, non arrivando a quattrocento tra morti, feriti e prigionieri. Certamente fecero in questa giornata gli Americani grande errore, poichè furono obbligati a combattere con una parte delle forze loro contro tutte quelle del nemico. Non usarono quella diligenza ch'era richiesta per venire in cognizione della quantità delle genti sbarcate; nè fecero correre dai loro sufficientemente le strade a far la scoperta, massimamente sul sinistro fianco, donde venne il pericolo; nè con opportune guardie fornirono i passi difficili sulla strada per a Giamaica. Alcuni bucinarono eziandio, quantunque leggermente, di tradimento in coloro, che avevano in cura di guardargli. Ma egli è certo, che peccaron meglio di negligenza, che di mal animo. Il colonnello Miles poi era tale, che non lasciava luogo a sospetto. Ei pare bensì, che Sullivan, o troppo confidente, o troppo rilassato, non usasse quel rigore, di cui era mestiero in una occorrenza tanto principale per impedire le pratiche, ed opprimere i trattati, che i leali tenevano cogl'Inglesi; sicchè erano questi diligentemente informati dei luoghi più deboli, e della negligenza, alla quale stavano le guardie. Gl'Inglesi e gli Essiani combattettero non solo con valore, ma ancora con una foga ed una rabbia incredibile per emulazion tra di loro, e per volersi levare le antiche macchie dal viso.

Il generale Washington era passato durante la battaglia dalla Nuova-Jork a Brooklin, e veduta la distruzion de' suoi; dicesi esclamasse fortemente in segno di grandissimo dolore. Poteva egli, se avesse voluto, trar fuora i suoi dagli alloggiamenti, e spingerli in soccorso di quelli, ch'erano alle mani col nemico. Poteva altresì far venire improvvisamente le restanti genti della Nuova-Jork, e comandar loro, entrassero a parte della battaglia. Ma con tutti questi rinforzi il suo esercito non sarebbe stato di gran lunga eguale a quello degl'Inglesi; e l'aura della vittoria, che già del tutto spirava favorevole a questi, ed il maggior ardire e disciplina loro ebbero ogni speranza tolto di poter ristorare la battaglia. Se avesse dato dentro, egli è probabile, che tutto l'esercito sarebbe stato a quel dì distrutto, e l'America ridotta a soggezione. Gli si dee perciò molta lode per non essersi lasciato in sì grave occorrenza trasportare ad un poco prudente consiglio; e per avere sè stesso ed i suoi serbato, ai casi avvenire, ed alla miglior fortuna.

Erano gl'Inglesi venuti in tanta baldanza per la recente vittoria, che seguendo subito la fortuna vincitrice volevano dar la battaglia al campo americano. Ma il generale inglese, rattenuto e prudente capitano, ossiachè credesse, che gli Americani fossero dentro più forti veramente di quello che non erano, o considerando che l'avuta vittoria gli avrebbe senza altro rischio dato in mano la città della Nuova-Jork, che era il principale oggetto della spedizione, contenne il furore de' suoi. Accampossi poscia a fronte degli alloggiamenti nemici, e la notte dei 28 sboccò a seicento passi di un bastione sulla sinistra. Intendeva di approssimarsi colle trincee, e di aspettare, che pel tempo l'armata cooperasse dalla parte del mare coll'esercito di terra.

Gli Americani dentro gli alloggiamenti loro si trovavano in grandissimo pericolo. Avevano da fronte un esercito superiore in numero, e che presto sarebbe loro venuto contro con una fortuna fresca. Le fortificazioni erano di poco momento, e gl'Inglesi lavorando indefessamente non avrebber penato molto a dar l'assalto con molta probabilità della vittoria. Da due dì e due notti pioveva dirottamente, sicchè ne eran guaste le armi e le munizioni. I soldati oppressi dalle fatiche, scorati dalla sconfitta, condotti a mal termine dai tempi contrarj avrebber fatto poca difesa. Le navi inglesi stavano sempre in procinto per entrare nella riviera di Levante. Il che fin allora non avevan potuto eseguire, impedite da un greco, il quale sin là per un riguardo favorevole della fortuna verso gli Americani, aveva loro soffiato contro. Ma il vento poteva mutarsi; ed una volta che gl'Inglesi si fossero fatti padroni di quella riviera, non avrebbero i soldati del congresso potuto conservare in facoltà loro il ritirarsi, e tutto l'esercito avrebbe portato pericolo di dover arrendersi alla prepotente forza dell'inimico. Fatta adunque una Dieta, i generali americani determinarono di votar tostamente quel luogo, e ritirarsi nella Nuova-Jork. Adunque, ogni cosa essendo in pronto, si prepararono alla ritirata coll'attraversare la riviera sopraddetta. Il colonnello Glover ebbe il governo dei vascelli e delle piatte pei trasporti. Il generale Macdougall stava sopra l'imbarco, ed il colonnello Mifflin doveva guidare la coda dell'esercito. Incominciarono a muoversi alle otto della sera dei 29 con grandissimo silenzio. Ma non eran a bordo, che alle undici. Un vento gagliardo, che soffiava allora da greco, ed il riflusso facendo correre rapidissimamente le acque all'ingiù, impedivano il passare. Già temevano di male. Ma poco dopo le undici cessava il greco, e si metteva forte un libeccio. Davano allora pieni di allegrezza le vele al vento, e passarono a Nuova-Jork. Parve, che la Provvidenza abbia voluto dar favore alla impresa loro. Imperciocchè verso le due della mattina si levò una folta nebbia (accidente insolito a quella stagione in quelle contrade), la quale ingombrò tutta la Isola Lunga, mentre l'aria era chiara dalla parte della Nuova-Jork. Washington esortato con molta instanza da' suoi, perchè si riparasse tosto dall'altra banda, non volle acconsentire, e fu fra gli ultimi a partire, quando già le ultime genti erano arrivate a bordo. Erano in tutto nove migliaia di soldati. Sgomberarono le artiglierie, le altre armi, le bagaglie, le munizioni e tutta la salmerìa. Gl'Inglesi non n'ebbero sospetto, finchè la mattina, fatto alta ora, e dileguata la nebbia, s'accorsero non senza somma maraviglia della levata del campo, e che gli Americani già avevano posto ogni cosa in salvo. Solo osservarono una parte della retroguardia americana fuori di gittata in sui battelli, la quale era poco prima ritornata sull'isola a fine di sgomberare alcune munizioni, che rimaste erano indietro. Chiunque vorrà attendere a tutte le circostanze di questo fatto, crederà facilmente, che niuna fazione militare fu mai da capitani eccellenti eseguita, che meglio di questa stata sia immaginata, nè con più prudenza condotta, nè che più prosperevole cielo abbia favoreggiato.

Rimaneva da votarsi l'Isola del Governatore posta sulla bocca della riviera di Levante, nella quale avevano le stanze due reggimenti con molte artiglierie e munizioni. L'avevano gli Americani fortificata per impedire agl'Inglesi il passo di quella riviera. Ma perduta l'Isola Lunga non si poteva questo intento più oltre ottenere, ed il presidio correva imminente pericolo di cader in poter del nemico. L'impresa di votar l'Isola del Governatore riuscì anch'essa molto felicemente, mal grado le navi inglesi, che vicine si trovavano. In tal modo tutta l'oste americana dopo la sconfitta dell'Isola Lunga si trovò ridotta in quella della Nuova-Jork.