Storia della Guerra della Independenza degli Stati Uniti di America, vol. 2
Part 23
«Sogliono per lo più gli uomini parziali, umanissimi e cortesissimi cittadini, meglio all'apparenza delle cose, e quasi alla corteccia di fuori nei discorsi loro risguardare, che alla ragione od alla giustizia; perciocchè il fine loro non sia di quetar i tumulti, ma sibbene d'incitargli; non di calmar le sfrenate passioni, ma d'infiammarle; non di compor le feroci discordie, ma di vieppiù inasprirle ed invelenirle. Nel che fare si propongon'essi, o di piacere ai potenti, od alla propria ambizione soddisfare, e ad ogni modo, andando a versi alla moltitudine, il favore suo accattare. Quindi è, che nelle popolari commozioni la più sana e la miglior parte, ed il diritto ed il giusto si trovan per l'ordinario coi meno, ed i contrarj coi più, ed in somiglianti casi i partiti, se pur si vuole, che non siano dalla ragione scompagnati, andar vinti dovrebbero per avventura, non col maggiore, ma piuttosto col minor numero dei suffragj. Le quali cose essendo così, da un buon principio debbe origine avere il mio ragionamento, siccome quello, che se non all'opinione dei più, certo a quella dei più modesti, dei più costanti e dei più indifferenti cittadini si rassomiglia, i quali questo tumultuario procedere detestano, questo voler far forza alle volontà, ed agl'intelletti condannano, questa tanta pressa in una cosa di tanto momento con gravissime parole biasimano, e grandissimamente abborriscono. Ma venendo a quello, ch'è il soggetto della presente controversia, dico, che gli uomini prudenti non abbandonano quelle cose, che certe sono, per correr dietro a quelle, che sono incerte. Che certa cosa fosse poi, che acconciamente ed utilmente potesse l'America governata essere alle leggi inglesi sotto il medesimo Re, e collo stesso Parlamento lo dimostrano chiaramente, e la durata felicità di ben dugento anni, e la presente prosperità, le quali il frutto sono di quelle venerande leggi, e dell'antica congiunzione. Non come soli, ma come congiunti ad altri, non colle americane, ma colle britanniche leggi, non come independenti, ma come sudditi, non come repubblica, ma come monarchia siamo noi a questa grandezza, ed a questa potenza saliti. E che cosa vogliono significare queste nuove fole immaginate ai dì della discordia e della guerra? Adunque gli abbagliamenti dell'ira avran più forza in noi, che l'esperienza dei secoli? O s'avrà tutto ad un tratto, ed in un momento di concetta collera a guastar la provata opera dell'antichità? So, che a tutti è caro il nome della libertà, ed io volentieri il concederò. Ma di questa abbiam noi goduto lungamente sotto la superiorità della monarchia inglese. Il che certo è; e vorremmo poi noi, lasciata questa in disparte, andarla a cercare, in non so qual forma di repubblica, la quale tosto si convertirebbe in licenza cittadina ed in popolare tirannide? E temo io bene, che, siccome nell'uomo il capo regge e sostiene tutte le altre membra, e con mirabile armonia le muove e governa, e tutti i moti loro con unità di consiglio allo stesso fine, ch'è la salute e la felicità sua, gl'indirizza, così ancora quel capo del nostro governo, che nel Re, e nel Parlamento è posto, quello sia, che solo possa le discordanti membra di questo, testè fortunato Impero, unite mantenere, ed i mali procedenti, o dalla varietà delle opinioni, o dalla diversità degl'interessi allontanando, la popolare anarchia, e la cittadina guerra impedire. E tanto son io in questo pensiero persuaso, ch'io credo, che la più crudele guerra, che far ci potrebbe l'Inghilterra, quella sarebbe di non farcene nissuna; ed il mezzo più sicuro per farci alla sua obbedienza ritornare, quello sarebbe di non usarne nissuno. Imperciocchè, cessato il pericolo dell'armi inglesi, le province sorgerebbero contro le province, le città contro le città, gli uomini contro gli uomini, e noi contro noi stessi quelle armi, colle quali il nemico combattiamo, rivolgeremmo. Tratti allora da un'insuperabile necessità, costretti saremmo a ricorrer di nuovo a quella tutelare autorità, che avevamo lungi gittata da noi, la quale forse non più nella condizione di cittadini liberi, ma sibbene a patti di servitù ci riceverebbe. Che pruova abbiamo fatto noi inesperti, e quasi fanciulli che siamo, di saper colle proprie gambe camminare, ed ai proprj consiglj reggerci? Nissuna; che anzi, se si dee delle future dalle preterite cose giudicare, la concordia nostra tanto basterà, quanto il pericolo, e non più; che già fin d'allora quando la possente mano dell'Inghilterra ci sostentava, per ignobili motivi di limitazioni di territorj, o di lontane giurisdizioni corsi siamo all'ire, alla discordia, e qualche volta perfino alle ferite. E che si dovrà pensare adesso, che i sangui sono riscaldati, ingrossati gli animi, le ambizioni svegliate, usate le armi? Abbenchè, se la congiunzione coll'Inghilterra tanta utilità ci presta per la pace interna mantenere, non è poi meno necessaria per procurarci presso le forestiere genti quella condescendenza e quel rispetto, che alla prosperità del commercio, alla dignità nostra ed al compimento di ogni nostra faccenda tanto sono richiesti. Finora nel nostro traffico colle altre nazioni la mano potente dell'Inghilterra, e la salutevole ombra delle armi sue ci difendevano e proteggevano; non come Americani, piccola e debol gente, ma come Inglesi nei ricchi porti, e nelle ragguardevoli città dall'occidente all'oriente, da tramontana al mezzodì ci appresentavamo; e con questo nome inglese addosso ogni porta ci era aperta, ogni via piana, ogni domanda con favore udita. Ma pongasi la separazione, ogni cosa si volgerà in contrario. Diventerà uso presso le nazioni, che noi ne siamo tenuti a vile; e perfino i pirati dell'Africa e dell'Europa correranno contro le nostre navi, e gli nostri uomini o uccideranno, o meneranno in crudele e perpetua schiavitù. Havvi in questo strano, oscuro, ed inesplicabile umano genere una evidente inclinazione ad opprimere ed a manomettere i deboli del pari, che a piaggiare ed a contentare i potenti; e più in esso opera il timore, che la ragione, più la superbia, che la moderazione, più la crudeltà, che la misericordia. So, che presso gli uomini è caro, e lodato il nome dell'independenza. Ma dico bene, e mantengo, che nella presente controversia gli amici dell'independenza sono gli autori della congiunzione, ed i fautori della servitù e della dependenza, i promovitori della separazione; se pure l'essere independenti vuol significare comandare e non obbedire agli altri, e l'esser dependenti obbedire e non comandare. Se l'esser independenti dall'Inghilterra, posto che ciò sia possibil cosa ad ottenersi, il che io niego, ci rendesse anche da tutte le altre nazioni independenti, si potrebbe abbracciar la proposta; ma cambiar la signoria inglese colla servitù mondiale è partito da stolti. Se voi bramate di essere a quella condizione ridotti, nella quale dovrete obbedire in tutto agli ordini della superba Francia, che ora sta facendo fuoco sotto, abbracciate pure la independenza. Se meglio amate la franchezza olandese, o veneziana, o genovese, o ragusea, ed alla britannica la anteponete, decretate pure la independenza. Ma se non vogliam cambiare la significazione delle parole, conserviam pure, e gelosamente mantegniamo, quella dependenza, che è stata fin qui il principio e la sorgente di questa prosperità, della libertà nostra, della sicura independenza. Ma qui parmi taluno guardarmi in viso, e dirmi, che nissuno niega, stata essere la congiunzion della America coll'Inghilterra cagione alla prima di molta utilità; ma che i nuovi ed insoliti consiglj dei ministri hanno tutto guasto e contaminato. Se io negassi, che il governo inglese dato abbia da dodici anni in qua un pessimo indirizzo alle americane faccende, e che i suoi nuovi consiglj non sappiano di tirannide, io negherei non solo quello che verissimo è, ma eziandio quello, che io stesso ho tante volte predicato e mantenuto. Ma crediamo noi, che non glien incresca, e non ne senta già buon tratto penitenza al cuore? Queste armi ch'egli apparecchia, e questi soldati ch'ei manda, non sono già per istabilire la tirannide in questi americani lidi; ma sibbene perchè, abbandonati i pericolosi consiglj, e vinta l'ostinazione nostra, consentiamo agli accordi. Nè giova il dire, che il governo quelle precauzioni userebbe, che atte sarebbero ad assicurarsi ad ogni modo di noi, e tentar poscia impunitamente sui popoli disarmati ogni maniera della più cruda superiorità. Conciossiachè il ridurci del tutto alla impossibilità della resistenza nei casi di oppressione non è cosa, che si possa fra le possibili annoverare. La lontananza della sede del governo, l'immensità dei frapposti mari, la popolazione nostra già grande, e ogni dì grandeggiante, l'animo bellicoso, la sperienza dell'armi; questi laghi stessi così larghi e così spessi, questi fiumi così frequenti e così grossi, questo sì vasto territorio, queste profonde selve, questi difficili e forti passi, queste sicure strette, ogni cosa atta alla resistenza, ogni cosa propizia alle difese, ogni luogo accomodato alle insidie faranno sempre in modo, che l'Inghilterra trovi un più sicuro imperio nella condiscendenza sua, e nella libertà di questi popoli, che non nel rigore e nell'oppressione. Oltrechè, la soprastanza continua delle nostre armi, e la costanza della vittoria sole potrebbero sforzar l'Inghilterra a riconoscere la franchezza americana; le quali se possiam noi sperare, chiunque che l'instabilità della fortuna conosca, potrà a giusta ragione giudicare. E se noi combattemmo felicemente a Lexington ed a Boston, siam pur perdenti stati sotto le mura di Quebec, ed in tutto il corso della canadese guerra. Nè nissuno non vede, che, se agli occhi di tutti è evidente la convenienza di ostare agl'insoliti tentativi dei ministri, la necessità di combattere per arrivare alla independenza non è egualmente manifesta a tutti. Si dee temere, che, cambiando il fine della guerra, si turbi eziandio il consenso, o si raffreddi l'ardor dei popoli nell'esercitarla, e che si scoprano in molti luoghi male soddisfazioni del nuovo stato. Se all'annullazione delle abborrite leggi la totale separazione dall'antica madre si sostituisse, starebbe la ragione dal canto dei ministri; noi meriteremmo l'infame nota di ribelli, e tutta la britannica nazione con gran consenso, e coll'estremo sforzo suo correrebbe contro coloro, i quali, da sudditi offesi e ricorrenti, diventati sarebbero di propria volontà esterni ed irreconciliabili nemici. Amavano gl'Inglesi il nome della libertà, che difendemmo; amavano la generosità e l'altezza dell'americana impresa; ma e biasimeranno, e detesteranno la proposta dell'independenza, e con animi concordi contro di noi combatteranno. Abbenchè io odo dire da questi propagatori di nuove dottrine, che i forestieri principi per gelosia contro l'Inghilterra non ci saranno dei soccorsi loro avari; come se pei principi assoluti far potesse l'esempio della ribellione; come se non avessero in questa stessa America colonie, nelle quali importa loro di mantenere l'ordine e la dependenza. E posto ancora, che più in quelli possano la gelosia, o l'ambizione, o il desiderio della vendetta, che il timore delle ribellioni, crediamo noi, che non sian per venderci ad assai caro prezzo quegli aiuti, che noi ne speriamo? Chi non conosce, a chi non dolse della perfidia e della cupidigia europea? Aonesteranno eglino con belle parole l'avarizia loro, e molto garbatamente, e con grandissima creanza, di ciò non dubito, dei nostri territorj ci spoglieranno, le nostre pescagioni e le nostre navigazioni impediranno, le nostre franchigie, ed i nostri privilegj intraprenderanno; e noi proverem con nostro danno, ma senza speranza di ristoro, quanto improvvido consiglio sia il credere a queste lusingherìe europee, ed il collocare negl'inveterati nemici quella fede, che negli antichi e sperimentati amici si aveva. Molti ancora per arrivar ai fini loro assai esaltano la repubblica sopra la monarchia. Io non sono in questo luogo per disputare, quale fra queste due qualità di governo debba l'uomo l'una all'altra preporre. So bene, che molte nazioni, e particolarmente la inglese, le quali fatto hanno pruova dell'una e dell'altra maniera di reggimento, trovato non hanno la pace ed il riposo, che nella monarchia. So bene ancora, che nelle repubbliche stesse popolari, tanta è nell'umana società la necessità della monarchia, i maestrati monarchici più o meno larghi, o stretti sonsi instituiti, e chiamati coi nomi di arconti, di consoli, di gonfalonieri, di dogi, e perfino di re. Nè voglio qui tralasciar di dire una cosa, la quale mi par molto vera, e questa è, ch'egli pare, che la costituzione inglese sia come quasi il frutto di tutti gli sperimenti da tanti secoli fatti in materia del civile reggimento dei popoli, nella quale sì fattamente si temperò la monarchia, che le malsane voglie del voler senza freno signoreggiare sono nel monarca rattenute, e si ordinò in sì fatta guisa l'autorità popolare, che l'anarchia ne è sbandita. Egli è perciò da temersi, che, tolto via il contrappeso della monarchia prevalga l'autorità popolare, e tutto tragga in iscompiglio e rovina; e che allora sorga qualche ambizioso cittadino, il quale occupi lo Stato, e spenga del tutto la libertà; poichè questa è la solita conversione degli Stati popolari mal temperati, che prima si volgono in anarchia, e poscia in dispotismo. Queste sono, cittadini e signori miei amantissimi, nella presente controversia le opinioni mie, le quali, se poste avanti gli occhi vostri non ho con ornate e veementi parole, certo almeno le ho candidamente e sinceramente, quanto per me si è saputo e potuto, donate ed offerite. E voglia il cielo, che i miei sinistri presagi non riescan veri un dì; e che voi in questo solenne concorso di popolo più non crediate alle gonfiezze, alle esagerazioni ed alle concitazioni degli uomini presontuosi e stemperati, che alle pacifiche esortazioni dei buoni e prudenti cittadini; conciossiachè la prudenza e la circospezione fondano e conservano gl'Imperj; la temerità e l'inconsiderazione gli fan rovinare».
Fu Dickinson con grandissima attenzione ascoltato; ma non essendo il temporale favorevole, ed operando in molti più il timore, che la opinione, non ottenne. Raccolto il partito, i più si trovarono in favore dell'independenza. Si fece adunque abilità ai deputati della Pensilvania di ritornar al congresso, e quivi consentire, che le colonie unite si dichiarassero liberi ed independenti Stati. Dickinson, essendosi tanto gagliardamente opposto, ne fu escluso. L'istesse cose si facevano nella Marilandia; e questa provincia debole in sè stessa, e situata nel mezzo delle altre, autorizzò anch'essa i suoi delegati a ritornar al congresso, e l'independenza approvare.
Adunque addì quattro luglio del presente anno riferendo Tommaso Jefferson, Giovanni Adams, Beniamino Franklin, Ruggiero Shermann e Filippo Livingston, le tredici colonie unite, rotta ogni leanza loro verso la Corona della Gran-Brettagna, si dichiararono Stati liberi ed independenti, ed assunsero il nome dei _tredici Stati Uniti d'America_. Il manifesto, che il congresso fe' pubblicare, per giustificare in cospetto di tutto il mondo la presente sua deliberazione, ed il quale si credette, fosse opera particolarmente di Jefferson, fu con molta concinnità di stile e di argomenti composto. Esso fu dagli scrittori di quei tempi grandemente celebrato, e fu il principio dell'independenza di una ricca e possente nazione. Incominciava con queste parole.
«Allor quando nel corso degli umani avvenimenti e' divien necessario ad un popolo di disciogliere quei vincoli politici, i quali ad un altro lo congiungevano, e di pigliar in mezzo ai potentati della Terra quella separata ed eguale stanza, alla quale le leggi della natura e di Dio gli danno diritto, egli si confà molto bene a quel rispetto, che alle opinioni dell'uman genere portar si debbe, il dichiarar le cagioni, che alla separazione spinto lo hanno.
«Noi crediamo, esser di per sè stesse evidenti queste verità, che tutti gli uomini creati sono eguali; che dotati sono dal Creatore loro con certi inalienabili diritti; che tra questi sono la vita, la libertà, ed il proseguimento della felicità; che per questi diritti sicurare si sono fra gli uomini instituiti i governi derivanti le legittime potestà loro dal consenso dei governati; che ogni qualvolta che alcuna forma di governo divien distruggitiva di questi fini, ha il popolo il diritto di alterarla, o di abolirla, e di un nuovo governo instituire in su tali principj fondato, e sì fattamente ordinato, che più probabilmente a lui appaia la sua sicurezza e felicità procurare. Egli è ben vero però, che la prudenza ci esorta, che non si debbono i governi da lunga pezza stabiliti di leggieri, nè per cause transitorie cangiare. Ed in fatti la sperienza ha dimostrato, che gli uomini più disposti sono a soffrire, quando i mali loro sono sofferevoli, che all'usar i diritti loro coll'abolir quegli ordini, ai quali sono eglino avvezzati. Ma quando una lunga serie di abusi e di usurpazioni invariabilmente allo stesso fine tendenti dimostra il disegno di volergli sotto l'assoluto dispotismo ridurre, egli è il diritto loro, egli è il dovere di levarsi dal collo un tal governo, e nuovi guardiani provvedere alla futura sicurezza loro. Tale è stata la presente sofferenza di queste colonie, e tale è ora la necessità, che le costringe ad alterare i primieri ordini del governo».
Fatta quindi una diligente enumerazione dei torti ricevuti e delle sofferte oppressioni, conclusero con dire, che un principe, (intendendo del Re d'Inghilterra) il quale stato è l'autore di tanti atti di tirannide, era inabile diventato ad essere il reggitore di un popolo libero. Raccontate poscia le pubbliche appellazioni ai popoli inglesi fatte, aggiunsero, che non avevano questi voluto dar udienza alle voci della giustizia e della consanguinità.
«Noi pertanto, proseguirono, essendoci di necessità fermi nella separazione, dichiariamo, che gli terremo, come il restante genere umano, nemici in guerra, in pace amici.
«Noi adunque rappresentanti degli Stati Uniti di America in generale congresso convenuti, appellandone al supremo Giudice del mondo della rettitudine delle nostre intenzioni, in nome e per l'autorità del buon popolo di queste colonie, solennemente pubblichiamo e dichiariamo, che queste unite colonie sono, e di diritto esser debbono liberi ed independenti Stati: che assolute sono da ogni leanza verso la Corona britannica; e che ogni politica congiunzione tra queste e lo Stato della Gran-Brettagna è, ed esser dee totalmente disciolta; e che, siccome liberi ed independenti Stati, hanno elleno piena potestà di romper la guerra e di concluder la pace, di far le alleanze, di stabilire il commercio, e di tutti quegli atti, e cose fare, che agl'independenti Stati di diritto appartengono. E per l'eseguimento di questa dichiarazione, ponendo tutta la nostra speranza e fede nella protezione della divina Provvidenza, noi scambievolmente impegniamo l'uno all'altro, e l'altro all'uno le nostre vite, le nostre sostanze ed il nostro onore[1]».
Tale è stata la dichiarazione dell'independenza degli Stati Uniti d'America, la quale se era, come pare, necessaria, non era però senza pericolo. Imperciocchè sebbene le cose erano a tal condizione ridotte, che la maggior parte degli Americani o la desideravano, o non la contrastavano, ciò nondimeno molti o apertamente la disapprovavano, o nell'animo loro la detestavano. E ciò che riusciva di maggior pericolo, si era, che gli avversarj massimamente in quelle province abbondavano, nelle quali si sapeva, che gli Inglesi avrebbero fatto una gagliarda impressione. Gli eserciti americani erano deboli, l'erario povero, gli ajuti esterni incerti; e che l'ardore dei popoli avesse a continuarsi, molto era da dubitare. Si sapeva da un altro canto, che l'Inghilterra si era ferma ad ogni modo a voler usar tutta la forza sua per ridur le colonie all'obbedienza, innanzi che esse vieppiù sì confermassero nella resistenza, od entrassero nelle alleanze coi principi forestieri. Nè non era da temersi, che, se le armi americane, siccome più probabile pareva, fossero state perdenti in su quei primi principj i popoli ne avrebbero accusata l'independenza; ed isbigottiti essendo, sarebbero, come soglion fare, coi desiderj loro molto più indietro tornati, che prima voluto non avrebbero. Quando s'incomincia a disperare, non si fa fine alle concessioni. Ma giacchè la guerra era inevitabile, e che ogni accordo era impossibile per l'ostinazione delle due parti, si trovava il congresso nella necessità di risolversi; non che credesse, che a qualunque partito si appigliasse, non vi fosse pericolo; ma amò meglio abbracciar quello, ch'era più risoluto, che non l'altro di continuar nella pretensione della rivocazione delle leggi, ch'era pieno di incertezza. Poichè quali fossero appunto le leggi da rivocarsi, non era ben chiaro. Alcuni volevano, si annullassero tutte le leggi fatte dal 1763 in poi; alcuni non tutte quelle, ma solamente una parte; chi questa e chi quell'altra; e finalmente vi erano di quelli, che non istavano contenti nemmeno alla totale rivocazione, ma volevano, se ne rivocassero alcune più antiche. Altri poi nel corso della querela avevano mosso alcune cose del tutto impossibili ad ottenersi dalla Gran-Brettagna. Nè si può negare, che la dichiarazione dell'independenza non fosse alla natura stessa delle cose conforme; poichè i tempi non avrebbero lungamente comportato, che un popolo numeroso, ricco, armigero ed avvezzo alla libertà da un altro assai lontano, e non troppo più grande dipendesse. Ogni cosa già si volgeva all'independenza; e questa è stata forse la più secreta cagione, per la quale i ministri inglesi si erano determinati a voler porre un più duro freno in bocca agli Americani. Egli è vero ancora, che i principi forestieri non avrebbero consentito a fornir gli ajuti, ed a far lega con coloro, i quali tuttavia si confessassero sudditi di un altro regno; mentrechè si poteva sperare, che fossero per praticare, e per concludere con quelli, che ad ogni patto si eran risoluti a voler diventare una nazione franca ed independente. Nel primo caso nemmeno la vittoria, nell'ultimo non che la vittoria, ma solamente la difesa, ed il bilicar coll'armi la fortuna avrebbe procurato le leghe.