Storia della Guerra della Independenza degli Stati Uniti di America, vol. 2
Part 22
«Io non so, prudentissimi uomini e cittadini virtuosissimi, se delle faccende nate dalle civili discordie, delle quali sino a questo dì ci hanno gli scrittori delle storie tramandato la memoria, e le quali originarono o il desiderio della libertà nei popoli, o l'ambizione dei principi, alcuna se ne trovi, che più di quella, della quale ora a trattare abbiamo, grave ed importante si fosse, o sia che si risguardi il futuro destino di questo libero ed innocentissimo popolo, ovvero quello stesso dei nemici nostri, i quali, mal grado la crudel guerra e la tirannide nuova, sono pure i nostri fratelli, e dello stesso sangue nati, che noi siamo, ovvero infine quello di tutte le altre nazioni del mondo, le quali attente si sono rizzate in piè per rimirare il grande spettacolo, e presagiscono a sè stesse nella vittoria nostra maggior larghezza di vivere, o nella perdita più stretti vincoli, ed un più duro morso aspettano. Conciossiacosachè qui non si tratti di acquistare il dominio di qualche terra o territorio, o di volere ad alcuno con scelerata cupidigia soprastare; ma sibbene di conservare, o di perder per sempre quella libertà, che abbiamo dai maggiori nostri eredata, e che abbiamo a traverso i mari sterminati, in mezzo alle furiose burrasche cercata, ed in queste terre contro i barbari uomini, contro le crudeli fiere, e contro un pestilente cielo tante volte mantenuta e difesa. E se tante, e sì cospicue lodi date si sono, e tuttora si danno a quei generosi difenditori della greca e della romana libertà, che si dirà di noi, i quali quella, che non sulle voglie di una tumultuaria moltitudine, ma sugl'immutabili statuti, e sulle tutelari leggi sta fondata, difendiamo; non quella che il privilegio era di pochi patrizj, ma quella, che è la proprietà di tutti; nè quella infine la quale cogl'iniqui ostracismi, e collo spaventevole decimar degli eserciti era macchiata; ma sibbene quella, che tutta pura è, e dolce e gentile, e conforme ai civili e miti costumi d'oggidì? Or su dunque, che più s'indugia, o quali dimoranze son queste? Si dia fine alla bene incominciata impresa; e giacchè nella congiunzion coll'Inghilterra non possiamo più oltre sperare quella libertà, e quella felicità trovare, che tanto ci dilettano, si sciolga del tutto il nodo, e si ponga mano a quello, di che già di fatto godiamo, voglio dire all'intiera ed assoluta independenza. Nè voglio nell'ingresso medesimo del mio discorso tralasciar di dire, che se a queste fatali strette condotti siam noi, se a questo passo pervenuti, oltre il quale non potrà più altro tra l'America e l'Inghilterra intervenire, che quella pace, o quella guerra, che tra le forestiere genti esercitar si sogliono, ciò dalle insaziabili voglie, dai tirannici procedimenti, dai replicati, e più che decennali oltraggi dei ministri britannici dovrà solo, ed unicamente riconoscersi. Per noi non istette, che non fossero l'antica pace ed armonia ristorate. Chi non udì le nostre preghiere, e le supplicazioni nostre a chi non son note? Stancarono esse il mondo intiero. Solo l'Inghilterra non volle a quella misericordia verso di noi piegarsi, della quale si mostrarono tutte le altre nazioni liberali. E siccome la sopportazione prima, e poscia la resistenza non bastarono, che le preghiere inutili furono, siccome il sangue novellamente sparso, così dobbiamo noi procedere più oltre, e por mano alla independenza. Nè si creda da taluno, che questo sia un partito, ch'evitar si possa. Tempo verrà fuori di dubbio, si voglia o no, che la fatale separazione dovrà avvenire; perchè così portano la natura stessa delle cose, la popolazione nostra ognor crescente, la ubertà delle nostre terre, la larghezza del nostro territorio, l'industria dei concittadini, gli sterminati mari frapposti, la longinquità dei regni. E se questo è vero, come egli è verissimo, non è nissuno, che non conosca, che il più presto è il meglio, e che sarebbe non dico imprudenza, ma stoltizia il non pigliar la presente occasione, in cui l'ingiustizia britannica gonfiato ha i cuori di sdegno, spirato agli animi il coraggio, indotto nelle menti la concordia, riempiti gl'intelletti di persuasione, e fatto correre le mani alle difenditrici armi. E fino a quando dovrem noi valicare tremila miglia di un tempestoso mare, per andar a chiedere presso uomini altieri ed insolenti, o consiglio, od ordini ai nostri domestici affari? E non si confà ottimamente ad una nazione grande, ricca e potente, come siamo noi, ch'ella abbia in casa propria, e non in quella d'altrui il governo delle cose sue? E come potrà un ministro di uomini forestieri acconciamente delle cose nostre giudicare, delle quali cognizione non ha, e nelle quali non ha interesse? La varcata giustizia dei britannici ministri ci deve accorti fare dell'avvenire, se di nuovo potessero nei nostri corpi i duri artigli loro piantare. Giacchè così è piaciuto alla crudeltà dei nostri nemici di porci avanti gli occhi l'alternativa, o della servitù, o dell'independenza, qual è quel uomo generoso ed amante della patria sua, il quale stia in pendente per la elezione? Con questi uomini infedeli nissuna promessa è sicura, nissuna fede è santa. Pogniamo, il che il ciel non voglia, la soggiogazione, pogniam l'accordo. Chi ci assicura della mansuetudine britannica nell'usar la vittoria, o della fede nell'osservar i patti? Forse l'avere assoldato e spinto ai danni nostri gli spietati Indiani e gl'inesorabili Tedeschi? Forse la fede data, e rotta già tante volte nella presente querela? Forse la britannica fede della punica stessa più infedele riputata? Che anzi dobbiamo noi stimare, che, poichè venuti saremmo nudi, ed inermi nelle mani loro, abbiano contro di noi a disfogare il conceputo sdegno, ad esercitar la minacciata vendetta, a legarci, ed a strignerci con istrette catene per torci non solo la forza, ma anche la speranza di poter un'altra volta prorompere. Ma poniamo, nel caso nostro avvenga ciò, che mai avvenuto non è in alcun altro, cioè sia il governo britannico per dimenticar le offese, e per osservare i patti, crediamo noi, che dopo una sì lunga discordia, dopo tante ferite, tante morti, e tanto sangue possa la riconciliazione, che seguirebbe, esser durevole, e che di nuovo, e ad ogni piè sospinto, in mezzo a tanti odj, a tanti rancori, non nascano nuovi motivi di scandalo? Già son separate d'animo e d'interessi le due nazioni; l'una è consapevole dell'antica forza; l'altra diventata è della nuova; l'una vuol reggere senza freno; l'altra non vuol obbedir nemmeno colla libertà. Qual pace, qual concordia possonsi in tali termini sperare? Amici fedeli posson diventar bene gli Americani agl'Inglesi, sudditi non mai. E quand'anche credere si volesse, che la riunione fosse per riuscir senza rancori, non sarebbe ella senza pericoli. La potenza stessa, la ricchezza della Gran-Brettagna dovrebbero gli uomini preveggenti di timore riempire in sulle cose future. Essendo ella a tanta grandezza pervenuta, che poco o nulla a temere abbia dei potentati esterni, in mezzo alla sicura pace si ammolliranno gli animi, si corromperanno i costumi, invizierà la crescente gioventù, e, venute meno le forti braccia ed i generosi petti, diventerà preda l'Inghilterra di un nemico forestiero, o di un ambizioso cittadino. Se noi saremo tuttavia a quella congiunti, verremo a parte della corruttela e della sventura, tanto più da detestarsi, quanto più sarebbe irreparabile. Separati da quella, e tali quali siamo noi, non avremo a temere nè la sicura pace, nè la pericolosa guerra. E dichiarando la franchezza nostra, il pericolo non sarebbe maggiore, ma bene più pronti gli animi, e più chiara la vittoria. E' bisogna, che noi ci strighiamo da quest'incerti consiglj, e che usciam fuori da questi avviluppati andirivieni. Abbiamo noi la sovranità assunta, e non osiam confessarla; noi disubbidiamo ad un Re, e ci riconosciam per suoi sudditi; noi esercitiamo la guerra contro una nazione, dalla quale protestiamo ognora di voler dipendere. In mezzo a queste incertezze stanno dubbiosi gli animi; le ardite risoluzioni si impediscono; la via da tenersi non è spedita; i capitani nostri nè rispettati, nè obbediti; i soldati nè zelanti, nè confidenti; deboli noi di dentro, e vilipesi al di fuori; nè i forestieri principi potranno o stimare, o soccorrere sì timida, sì dubitamentosa gente. Ma bandita una volta l'independenza, e scoperto il fine, al quale si tende, diventeran ad un tratto più certi, e più risoluti i consiglj; e per la grandezza del proposito s'ingrandiranno gli animi; i maestrati civili di nuovo zelo si vestiranno, i generali di nuovo ardire, i soldati di nuovo coraggio, i cittadini tutti di più costanza, e con maggior prontezza attenderanno tutti alla bella, all'alta, alla generosa impresa. Temono alcuni del pericolo della presente risoluzione. Ma combatteranne forse l'Inghilterra contro di noi con più vigore o rabbia, di quanto abbia ella finora combattuto? Certo no. Chiama ella ribellione la resistenza all'opressione, del pari che l'independenza. E dove sono queste formidabili soldatesche, che abbiano a fare star gli Americani? Non hanno potuto le Inglesi, e potranno le Tedesche? Son queste forse più valorose, più disciplinate di quelle? Certo mai no. Senza di che, se è il numero dei nemici cresciuto, non è altrimenti il nostro diminuito; e l'uso dell'armi e l'esperienza della guerra ne' duri conflitti del presente anno acquistato abbiamo. E chi dubita poi, che l'independenza non ci guidi alle alleanze? Imperciocchè tutte le nazioni siano disiose di venir a parte del commercio nelle nostre ubertose terre, e nei nostri ricchissimi porti, che l'avara Inghilterra chiuso ha col monopolio sino a questi tempi. Nè meno son vaghe di veder una volta alfine l'odiata potenza britannica abbassata; che a tutti puzza questo barbaro dominio; tutti desiderano veder fiaccate quelle corna, e tutti renderanno colle parole e cogli aiuti immortali grazie ai valorosi Americani, per aver essi alla umanissima impresa dato cominciamento. Non altro aspettano i principi per iscoprirsi, che l'impossibilità degli accordi. Che se la risoluzione è utile, non è essa meno alla dignità nostra confacente. Pervenuta è l'America a quella grandezza, per la quale debb'ella fra le independenti nazioni esser annoverata. Di sì alto grado siam noi altrettanto degni, quanto gl'Inglesi medesimi. Perciocchè, se eglino son ricchi, ed anche noi lo siamo; se essi son valorosi, e noi pure così siamo; se essi son più numerosi, e noi per l'incredibile fecondità delle nostre caste spose crescerem tosto in frequenza di popolo, quanto essi cresciuti sono; se essi hanno celebrati personaggi in pace e in guerra, e noi pur ne abbiamo; e questi rivolgimenti politici son soliti a produrre i grandi, i forti, i generosi spiriti. Da quel che già si è da noi in questi primi principj fatto, facilmente arguir si può a ciò, che sarem per fare; poichè la sperienza è la madre degli ottimi consiglj, e la libertà quella degli uomini eccellenti. Già il nemico fu cacciato da Lexington da trentamila armati raccolti in un dì; già i famosi capitani loro dato han luogo in Boston alla perizia dei nostri; già le ciurme loro vanno vagando sulle ributtate navi pei mari immensi, morte di fame. Si accetti il favorevole augurio, e si combatta, non già per sapere con quali condizioni siam noi per servire all'Inghilterra, ma sì per poter fra di noi ordinare un viver libero, fondar un giusto, un independente governo. Combattettero i Greci contro l'innumerevol esercito dei Persiani prosperamente; poichè la libertà gl'ispirava. Afflissero con memorabili rotte la potenza dell'Austria, e sè stessi a libertà rivendicarono gli Svizzeri e gli Olandesi; perciocchè l'amor dell'independenza gli animava. Eppure anche questo Sole americano risplende sulle teste degli uomini valorosi; le nostre armi tagliano pure anch'esse; anche qui si sa, che cosa sia coraggio; anche qui si vede un universale consenso; anche qui si è imparato ad andar, non che animosamente, volentieri incontro alla morte per acquistare alla patria la libertà. Orsù adunque, che più s'indugia, perchè stiamo tuttavia a soprastare? Sorga, sì, sorga in questo faustissimo giorno l'americana repubblica. Sorga ella, non iscorrucciata, non conquistatrice, non fera; ma composta, ma pacifica, ma dolce. L'Europa ha gli occhi fissi in noi. Ella da noi chiede un esempio vivo di libertà, che contrastar possa per la felicità dei cittadini colla ognora crescente tirannide in su quei contaminati lidi. Ella ricerca da noi una gradita sede, dove possano gl'infelici trovar conforto, i perseguitati riposo. Ella ci prega, che noi apparecchiamo un propizio e ben coltivato campo, dove allignar possa, e crescere, e moltiplicare la sua bella e salutevol ombra abbondevolissimamente quella generosa pianta, la quale nata prima, e cresciuta in Inghilterra, ma ora dalle uggie malefiche della scozzese tirannide grama e stremenzita fatta, e dalla sua diletta stanza sbarbata, non trova in tutte quelle orientali terre una, che l'accolga, ed il vitale umore presti alle sitibonde, inferme ed illanguidite sue radici. Questo è il fine, a cui tendono tanti presi augurj; questo vogliono significare queste prime vittorie; questo mostrano il presente ardore, ed il consenso universale, questo presagiscono la fuga di Guglielmo Howe, e la pestilenza nata in mezzo alle genti del Dunmore; questo pronosticano i venti, che soffiarono insolitamente contrarj alle armate, ed alle inviate vettovaglie; questo istesso confermano le portentose burrasche, che sommersero le settecento navi in sulle coste di Terranuova. E se oggidì noi non manchiamo del debito nostro verso la patria, i nomi dei legislatori americani saranno nella mente dei posteri in quel luogo stesso posti, in cui son quelli di Teseo, di Licurgo di Romolo, di Numa, dei tre Guglielmi, e di tutti coloro, la memoria dei quali è stata fin qui, e sarà per l'avvenire cara agli uomini diritti, ed ai dabben cittadini.
Finito ch'ebbe Lee di parlare, si manifestarono da ogni parte fra gli ascoltanti non dubbj segni di approvazione. Ma non essendovi presenti i deputati delle province della Pensilvania e della Marilandia, e volendo anche il congresso con un po' d'indugio mostrare più maturità, aggiornò la cosa sino al dì delle calende di luglio. Intanto i libertini si travagliavano gagliardamente per ottenere, che si vincesse l'independenza anche nelle due province discordanti, e nei discorsi loro molto efficacemente intendevano alle persuasioni, aggiungendovi anche le minacce, che le altre colonie non solo le avrebbero dalla lega escluse, ma ancora corse sarebbero immediatamente ai danni loro. L'assemblea provinciale della Pensilvania non si lasciava svolgere. Fu convocato finalmente il popolo pensilvanese a parlamento, nel quale le disputazioni e le contese in proposito dell'independenza furono, e molte, e grandi. Giovanni Dickinson, uno de' deputati della provincia al congresso generale, uomo d'ingegno pronto, e di grande autorità, e che stato era, ed era tuttavia uno dei difensori più vivi dell'americana libertà, purchè però si consistesse nei termini della congiunzione coll'Inghilterra, orò nel seguente modo, siccome è fama, contro l'independenza.