Storia della Guerra della Independenza degli Stati Uniti di America, vol. 4

Part 5

Chapter 53,260 wordsPublic domain

Dopo le cose, che fin qui abbiamo raccontate, succedè per qualche tempo nelle Antille come quasi una generale tregua da ambe le parti. Ma se era cessata la rabbia degli uomini, sottentrò quell'assai più tremenda degli elementi. Era giunto il presente anno al mese d'ottobre, e godevansi gli Antillesi l'inaspettata cessazione dell'armi, e quella securità, che sì poco avevano sperato, quando i mari e le spiagge loro furono afflitte da una sì spaventevole tempesta, che pochi, o nissun esempio si trovano di altrettanto furore nei ricordi delle cose marinaresche, sì pieni peraltro di orribili disastri, e di compassionevoli naufragi. E quantunque questo terribile flagello di Dio abbia, dove più, dove meno disertato tutte le Antille, in nissuna però tanto infuriò, quanto nella fiorita isola delle Barbade. Incominciò a menare la non descrivibile tempesta la mattina dei dieci, e continuò ferocissimamente per ben quarantotto ore. Le navi, che sicure stavano nel porto, furon tosto strappate dalle ancore, e nell'alto e tempestoso mare sospinte. Correvanvi un vicinissimo pericolo di naufragio. Non meno degna di compassione si trovò la condizione di coloro, che rimasero in terra. Imperciocchè la notte, che seguì, crescendo vieppiù la violenza della bufera, le case diroccavano, gli alberi si diradicavano, gli uomini e le bestie erano arrandellati qua e là, e pesti miserabilmente. La capitale stessa dell'isola fu pressochè uguagliata al suolo. La magione del governatore molto forte, conciossiachè avesse le mura grosse ben tre piedi, era scossa fin dalle fondamenta, e faceva le viste di voler crollare. Di dentro abbarravano le porte, e le finestre, ed ogni sforzo facevano per resistere a tanto stravolgimento del cielo. Tutto fu nulla. Superò il dragone irreparabile; schiantò dai gangheri e dagli arpioni le porte e le imposte; le mura stesse diroccava. Il governatore colla sua famiglia si rifuggiva nelle sotterranee volte. Ma da questo cercato asilo contro il vento lo cacciava tosto l'acqua, la quale cadendo dal cielo dirottissimamente inondò, e, quasi un secondo diluvio, sopraffece ogni cosa. Uscivano allora all'aperta campagna, dove con incredibile stento e pericolo si ricoverarono dietro un mastio, sopra il quale era rizzata la stacca della bandiera; ma questo ancora traballando alla furia del trabocchevole vento, temendo di essere stiacciati da cadenti massi, un'altra volta si allargarono nei campi. Fortuna, che non si sbrancarono, perciocchè separati e privi l'un l'altro dell'aiuto dei compagni, tutti ne sarebbero stati morti. Pure aggirati dal remolino tornavano qua e là, e s'avvoltolavano nel fango e nella mota. Infine stanchi, fracidi e trafelati si ripararono ad una batteria, e dietro i carretti dei grossi cannoni si appiattarono, miserabile e poco sicuro asilo; imperciocchè anche questi erano violentemente scossi e traportati dalla procella. Le altre case della città, siccome più deboli, essendo state prima di quella del governatore rovinate, andavano gli abitatori vagando qua e là in quella tristissima notte senza asilo e senza ristoro. Molti perirono sotto i rottami delle case loro; altri annegarono nelle sopravanzanti acque: parecchj affogarono nella mota. Le tenebre spessissime, il frequente folgoreggiar del cielo, i tuoni spaventevoli, il fischiare orribile del vento, lo stridore della cadente pioggia, le grida miserabili dei morenti, le lamentazioni compassionevoli di coloro, che disperati erano al non potergli soccorrere, il pianto e gli urli delle donne e dei fanciulli facevano di modo, ch'e' pareva venuto il finimondo. Ma all'aprirsi del dì si discopriva agli occhi dei sopravviventi uno spettacolo da essere piuttosto raffigurato dalla spaventata immaginazione, che descritto da una mente non percossa da tanta calamità. Quella testè sì ricca, sì fiorita, sì ridente isola pareva ora ad un tratto trasformata essere in una di quelle polari regioni, dove per l'aspetto sinistro del sole regna un eternale inverno. Case nissune in piè, o rovine traballanti; alberi diradicati; cadaveri umani sparsi qua e là; niun bestiame vivente; la sopraffaccia stessa della terra non pareva più quella. Non che fossero distrutte le promettenti messi e le copiose ricolte; i giardini medesimi, sì dilettevole ornamento, ed i campi, sì lieta speranza dei mortali, non erano più: o arena, o fango, o pozze dappertutto; i partevoli termini distrutti; i fossi scassati; le strade sprofondate. Sommò il numero dei morti a parecchie migliaia. Questo si sa; ma quanto sia stato per l'appunto, è incerto. Imperciocchè oltre di quelli, ai quali furon sepoltura le rovine delle case loro, non pochi furono agguindolati dal crudel girone fin dentro il mare, altri sguizzati via da novissimi, e non mai più veduti torrenti, e fiumi, o dall'onde marine strascinati, le quali, oltrepassato il solito confine, dilagato avevano, e spazzato molto indentro le terre. Tanta fu la gagliardia del vento, che un cannone, che buttava dodici libbre di palla, ne fu trasportato, se si dee prestar fede ai documenti più solenni, da una batteria all'altra, lontana bene a trecento passi. Quello poi, ch'era avanzato al furor della tempesta, diventò preda in parte della rabbia degli uomini. Rotte le prigioni saltaron fuori in quella fatal notte i ribaldi, i quali in un coi Neri poco curando, come gente disperata, la rabbia del cielo, tutto avevan messo a sacco ed a ruba. E forse ne sarebbe stata tutta l'isola condotta ad un totale sterminio, ed i Bianchi tratti a morte, se non era, che vi si trovò a quel tempo il generale Vaughan con una grossa schiera di stanziali, i quali colla disciplina e virtù loro la scamparono. E tanto fecero, che cansarono una grossa quantità di munizioni da bocca, senza di che era da temersi che gl'isolani testè liberati dal flagello della tempesta non soggiacessero a quello non men orribile della fame. E non è da passarsi sotto silenzio da un candido amatore della verità, e delle opere gentili, che i prigionieri di guerra spagnuoli, che non eran pochi in quel dì nella Barbada sotto la condotta di Don Pedro San Jago, capitano del reggimento d'Aragona, fecero tutte quelle parti, che a ben nati e civili uomini si convenivano. Posti tra quel violento scroscio in balìa loro, non che si valessero dell'opportunità offerta per commettere qualche atto inimichevole, niuna cosa lasciarono intentata, nè a fatica, nè a pericolo alcuno si ristettero per aiutare i miseri Barbadesi. Nel che la cooperazione loro non riuscì di poca utilità. Le altre isole sì francesi, che inglesi furono poco meno di quella della Barbada devastate. Ma nella Giamaica all'impeto della tempesta si coniunse un orribile tremoto, ed inoltre il mare gonfiò sì fattamente, che tutte le case, ed i campi, sin molto addentro nell'isola, ne furono totalmente desertati. Ma stantechè il vento era da levante, gli effetti del temporale furono maggiori sulle spiagge occidentali della medesima, particolarmente nei distretti di Westmoreland, e di Hannover. Accadde in ispecialità, che mentre gli abitanti di Savanna-La-Mer, ricca e grossa Terra nel Westmoreland, stavano stupefatti osservando l'inusitato gonfiamento del mare, lo sterminato cavallone arrivò loro addosso, e tutto, uomini, bestie, case portò seco a perdizione. Non rimase vestigio veruno di quella infelice Terra. Più di trecento persone furono inghiottite dalle onde. I fertili campi rimasero largamente coperti d'infecond'arena. Le più opulenti famiglie furono ad un tratto ridotte alla più strema miseria. E se oltre ogni dire degna di compassione fu la condizione di coloro, i quali in terra abitavano, non fu migliore quella degli altri, che si trovarono in sull'acque. Imperciocchè delle navi, che gli portavano, alcune andarono a traverso negli scogli, altre furono ingoiate dal furibondo mare, ed altre a grande stento se ne tornarono lacere e fracassate nei porti. A queste fatali strette si trovarono non solo quelle, che viaggiavano, ma ancora quelle, ch'erano sorte nei porti anche i più sicuri, le quali o ruppero dentro i medesimi, o furono cacciate di forza nel mare sì straordinariamente fiottoso. Tra le altre il Fulminatore di 74 cannoni affondò anime e beni. Parecchie fregate o naufragaron del tutto, od in tal modo furono scassinate, ch'era difficil cosa diventata il racconciarle. Perirono in tutto per gli effetti di questa procella di navi inglesi un vascello di 74, due di 64, uno di 50, con sette in otto fregate. In mezzo a tanti, e sì gravi disastri, e ad un quasi totale disfacimento della natura, recò qualche conforto la umanità del marchese di Bouillé. Erangli venuti nelle mani alcuni marinari inglesi, miserabili reliquie delle ciurme delle navi il Lauro, e l'Andromeda, che rotte si erano sulle spiagge della Martinica. Gli rimandò franchi e liberi a Santa Lucia, mandando, non voler ritenere prigioni coloro, i quali erano stati alle prese cogli arrabbiati elementi, e dall'impeto loro scampati. Aggiunse, sperare, avrebbero gl'Inglesi i medesimi termini usato verso di quei Francesi, che l'inesorabile fortuna avesse gettato in poter loro. Ricordò, increscergli, gl'Inglesi cattivi esser così pochi, e nissun fra gli uffiziali essersi salvato. Conchiuse con dire, che siccome era stata comune ed universale la calamità, così anche dover esser comuni ed universali la umanità e la benevolenza. I mercatanti di Kindston, città capitale della Giamaica, con mirabil esempio di bontà cittadina tosto si obbligarono a somministrare un aiuto di diecimila lire di sterlini ai sofferitori. Il Parlamento, udito il fortunoso caso, quantunque a quei dì tanto fosse pressato dalle spese della guerra, decretò si donassero ai Barbadesi ottantamila lire di sterlini, ed a quei della Giamaica quarantamila. Nè i doni si ristettero alla munificenza pubblica; che anzi molti privati cittadini vollero soccorrere della propria pecunia gli abitanti delle Antille. Il navilio di Guichen, e quello di Rodney schivarono la burrasca, perchè il primo già era partito nel mese d'agosto per alla volta dell'Europa con quattordici vascelli di tre palchi, convogliando una ricca e numerosa conserva di navi mercantili. Il secondo, e per questa stessa partenza di Guichen, non sapendo, dove questi s'inviasse, e perchè quelle genti spagnuole sbarcate all'Avanna gli davano non poco sospetto, mandate, come abbiamo detto, alcune navi a proteggere la Giamaica, si era posto in via poco tempo dopo colle rimanenti per alla Nuova-Jork. Ma però in America, prima ch'egli vi arrivasse, anzi prima che partisse dalle Antille, v'era intervenuto un maraviglioso rivolgimento nelle pubbliche cose, siccome da noi sarà in conveniente luogo raccontato.

Combattendo nel modo che si è detto, tra di loro così ferocemente gli uomini e gli elementi sulla terra-ferma d'America, e nelle circonvicine isole, non se ne stavano in Europa oziosamente a badare i potentati guerreggianti. Prevalevano gl'Inglesi per l'unità dei consiglj; ma avevano a paragon dei confederati minor numero di navi, quantunque le loro meglio instrutte fossero di quelle dei Francesi e degli Spagnuoli. Avevano questi per lo contrario più numeroso navilio, e più copiosi soldati. Ma tratti gli uni e gli altri in diverse parti dai contrarj interessi non facevano quel frutto, che avrebbero potuto desiderare. Quindi è, che gli Spagnuoli, avendo sempre la loro principal mira posta all'acquisto di Gibilterra, là mandavano le genti, e spendevano i tesori. A questo medesimo fine le navi loro ritenevano nel porto di Cadice, invece di congiungerle alle francesi, e tentare, uniti a questi, qualche rilevata impresa contro la potenza britannica. Quindi i Francesi obbligati erano a mandar le loro in quel medesimo porto, ed intanto le armate inglesi bloccavano i porti loro dell'Oceano, intraprendevano il commercio, arraffavano le conserve, pigliavano le fregale. Era uscito all'alto mare con un'armata di circa trenta vascelli l'ammiraglio inglese Geary, il quale, morto Carlo Hardy, era stato posto in suo scambio al governo di quella. S'incontrò il dì tre di luglio in una conserva di navi mercantili francesi cariche di cocco, di zucchero, di caffè e di cotone, e scortate dal vascello il Fiero di 50 cannoni. Geary diè dentro, e ne pigliò dodici, e più ne avrebbe pigliato, e forse tutte, se non che una folta nebbia, e la vicinanza delle spiagge nemiche lo impedirono. Le altre giunsero a salvamento nel porti. Parecchie altre navi francesi, principalmente fregate, vennero poco tempo dopo, sebbene non senza una pertinace difesa, in poter degl'Inglesi. Tutti gl'incontri, ch'ebbero luogo, sarebbe troppo lunga bisogna il raccontare; merita però particolar menzione il cavaliere de Kergerion, il quale, governando la fregata la Belle-Poule, si difese lungamente contro Jacopo Wallace, che guidava il vascello il Nonpari di 64 cannoni; e non fu, se non dopo la morte del Kergerion, che il suo successore Lamotte-Tabouret, avendo lacere le vele, gli alberi rotti, fracassati i carretti delle artiglierie, e morti molti de' suoi, si arrese.

Di queste perdite molto bene si ristorarono i confederati il giorno 9 d'agosto. Era partita sul finir di luglio dai porti d'Inghilterra una numerosa conserva di bastimenti sì regj che mercantili per alla volta delle Indie orientali ed occidentali. Cinque dei primi portavano, oltre molte armi, munizioni ed artiglierie, una quantità notabile di attrazzi navali ad uso della flotta inglese, che stanziava in quelle lontane regioni. I secondi arrivavano a diciotto, ed erano o navi annonarie, o cariche di armi, di munizioni, di tende, e di reclute destinate a rinfrescare, e rifondere l'esercito d'America. Erano gli altri bastimenti mercantili di ricchissimo carico. Accompagnava la conserva il vascello d'alto bordo il Rumilli con tre fregate. Andavano al viaggio loro, e già radevano, sebben di lontano, le coste di Spagna, quando improvvisamente la notte degli otto agosto s'incontrarono in una squadra dell'armata confederata, la quale stava sulle volte sulla via solita a tenersi per alle due Indie. Era la squadra sotto la condotta dell'ammiraglio spagnuolo, Don Luigi di Cordova. Scambiarono gl'Inglesi i lumi soliti a porsi la notte dai naviganti sui calcesi per quei del convoglio loro, e seguitavano il nemico, credendo di seguitare i loro. La mattina seguente si trovarono impacciati in mezzo alla flotta spagnuola. Questa prestamente gli accerchiò e pigliò da sessanta bastimenti. Le navi da guerra scamparono. Ora entravano i vincitori nel porto di Cadice trionfando. Concorrevano i popoli a vedere la moltitudine dei cattivi, e le ricche spoglie, notabile ornamento alla vittoria, e spettacolo loro tanto più grato, quantoch'era ed inusitato e poco sperato. Scendevano a terra pressochè tremila prigioni d'ogni ordine, condizione ed età. Erano sedici centinaia di marinari, luttuosa perdita all'Inghilterra, e non pochi passeggieri. Gravissimo fu il danno non tanto per le cose mercantili, ma ancora, e molto più per le provvisioni da guerra, delle quali nelle due Indie gl'Inglesi abbisognavano. Fu questa assai lieta vittoria agli Spagnuoli, e da essi con infinita allegrezza ricevuta. Per lo contrario le novelle causarono nella Gran-Brettagna un rammarico grande, e si udirono contro i ministri in ogni parte gravissime querele, accusandogli ognuno di temerità, perchè sapendo, che i confederati stavano così gagliardi in Cadice, provveduto non avessero, che la conserva viaggiasse molto più alla larga dalle coste di Spagna.

Intanto se così si travagliava sui mari d'Europa, le cose non passavano neanco quiete sotto le mura di Gibilterra. Aveva la Spagna, come abbiamo veduto, capriccio sopra di questa Fortezza. In ciò pareva aver posto tutti i suoi pensieri, e volervi adoperare tutte le forze del regno. Era la cosa in sè stessa di molta importanza, e pareva anche poco onorevole ad un sì possente Re, che uomini forestieri possedessero una Terra dentro il suo reame, e gli tenessero, come si suol dire, quel calcio in gola. Paragonavasi il caso di Gibilterra con quello di Calais, allorquando questa città era posseduta dagl'Inglesi, e volevasi, che l'istesso fine avesse. Per la qual cosa, dopoch'era stata rinfrescata da Rodney, l'ammiraglio spagnuolo Don Barcelo sognava del continuo modi, e con ogn'industria s'ingegnava per impedire, che non entrassero dentro alla sfuggita nuovi soccorsi. Da un altro canto il generale Mendoza, al quale obbedivano le genti di terra, ogni sforzo faceva per serrare la Fortezza da quella parte, fortificando ogni dì il suo campo di San Rocco, e continuamente approssimandosi, quanto possibil era, con nuove cave e trincee. Ciò nondimeno, e nonostanti tutte le cautele usate dai capitani spagnuoli, tanta era l'instabilità dei venti e del mare, e sì fatta l'attività ed industria degli uffiziali inglesi, che di quando in quando entrava dentro nuovo fodero. Il che riusciva d'infinita allegrezza alla guernigione che ne pativa, e di uguale rammarico agli Spagnuoli, i quali s'erano fatti a credere, non potere la difesa bastar sì lungo tempo. Questi sforzi del presidio molto erano aiutati dalla presenza di parecchie navi da guerra, ch'erano state lasciate nel porto dall'ammiraglio Rodney, tra le quali una ve n'era di 74 cannoni, chiamata la Pantera. Per levarsi quel bruscolo d'in sugli occhi, gli Spagnuoli fecero il disegno di volerle ardere in un colle navi da carico, che nel medesimo luogo erano sorte, siccome pure i magazzini pieni di munizioni, ch'erano stati costrutti sulla riva del mare. Apparecchiarono a questo fine sette brulotti con un numero grandissimo di battelli e di bastarde; gli uni, e le altre pieni di soldati, e d'ogni sorta di armi da offendere. Nel medesimo tempo le navi da guerra di Don Barcelo sorsero, e s'arringarono avanti la bocca della cala, non solo per dar coraggio a' suoi, e concorrere nella impresa, ma ancora per intraprendere qualunque nave, che avesse voluto cansarsi. Dal lato di terra Mendoza stava pronto per accrescer terrore alla cosa, e per facilitar il disegno, a piover bombe dentro la città, tostochè i brulotti appiccato avessero il fuoco al navilio inglese. Appuntarono all'impresa la notte de' 6 giugno. Era ella molto scura, il vento ed il mare propizj. Gl'Inglesi non si addavano. Ivano i brulotti avvicinandosi, e già era vicino a compiersi il disegno. Ma gli Spagnuoli, o impazienti, o per l'oscurità della notte credendosi più presso di quello ch'erano veramente, o temendo di accostarsi di vantaggio, precipitarono gl'indugj, e dier fuoco ai brulotti ancora un po' lontani. Destaronsi gl'Inglesi a sì improvviso accidente, e nulla punto smarritisi al subito pericolo, uffiziali e soldati montarono spacciatamente nei battelli, e con mirabile coraggio accostatisi agli ardenti brulotti gli aggraffarono, e condussero alla larga in luoghi, dove non potessero far danno. Gli Spagnuoli senza frutto alcuno si ritirarono. Intanto era Mendoza intentissimo a farsi avanti coi lavori della circonvallazione. Il generale Elliot, al quale il Re Giorgio aveva commesso la cura di difendere quella rocca, lo lasciava fare. Ma quando lo Spagnuolo aveva condotto a fine le opere sue, ecco che Elliot a furia di cannonate le disfaceva, ed intieramente rovinava tutte. Saltava anche qualche volta fuori, e, guaste le opere degli assedianti, ne chiodava o rapiva le artiglierie. Queste vicende parecchie volte si rinnovarono. Se ne rallegravano gl'Inglesi; gli Spagnuoli ne sentivano una noia grandissima. Per la qual cosa aguzzando gl'intelletti loro alla necessità, e male soffrendo, che una piccola presa di genti, poichè il presidio di Gibilterra, inclusi gli uffiziali, non passava i seimila soldati, non solo loro resistessero, ma con sì prosperi successi gli combattessero, fecero una deliberazione, la quale molto noiò nel processo di tempo la guernigione, accrebbe la difficoltà ed i pericoli della difesa, e produsse in ultimo un total eccidio della città. Questa fu di construrre in gran numero certe piatte, che chiamarono _barche cannoniere_. Erano sì fatte, che portavano da trenta a quaranta botti, quaranta o cinquanta uomini, ed un cannone in prua, che buttava ventisei libbre di palla. Altre portavano bombarde. Avevano una larga vela, e quindici remi dalle due bande. Erano molto maneggevoli; ed intendevasi con esse di gettar bombe e palle nella città e nei forti di nottetempo, ed anche, quando la occasione si scoprisse, di assaltar le fregate. Poichè credevasi, che due di queste piatte fossero bastevoli a far istare una fregata. E siccome poco si alzavano sopra il pelo dell'acqua, così era cosa assai malagevole il por loro la mira, e colpirle. Non avendo i Gibilterrani in pronto una simil sorta di navi, male dagli assalti loro si sarebbero potuti difendere. Così gli Spagnuoli erano intentissimi nel procurare a sè stessi questo nuovo istrumento di oppugnazione, che stimarono dover apportare grandissimo giovamento alla felice riuscita dell'impresa.