Storia della Guerra della Independenza degli Stati Uniti di America, vol. 4
Part 30
Fattesi dall'un canto e dall'altro tutte queste cortesie dicevoli alla pace, si pose tosto mano alle orribilità della guerra. Era fin là Elliot stato quasi inoperoso a rimirare i preparamenti degli alleati, e veduto, ch'ebbe spuntare nel porto di Algesiras quelle enormi moli delle batterie galleggianti, se nulla rimesse della sua costanza, fu nondimeno commosso a non poca maraviglia. E non sapendo quale avesse ad essere l'effetto loro, molto se ne stava dubbio e sospeso. Faceva però da parte sua tutti quegli apparecchj, che per un uomo prudentissimo si potevano fare, e di tutte quelle difese si forniva, che meglio credeva, fossero atte a potere l'impeto loro frastornare. E tanto ei si confidava nella fortezza del luogo, e nella virtù de' suoi, che in niun modo dubitava del finale esito della contesa. Per dimostrar poi al nemico, che egli era vivo, invece di aspettar l'assalto si recò in sull'assaltare. Avevano gli assedianti, con incredibile celerità lavorando, condotto a perfezione le trincee dalla parte di terra, e già molto si avvicinavano alle falde della Rocca. Volle Elliot pruovarsi, se le potesse guastare. Perciò la mattina degli otto settembre ei piovve contro di quelle una sì sfolgorata quantità di palle roventi, di bombe, e di carcasse, che fu cosa maravigliosa. Alle dieci già la batteria detta di Maoone era tutta in fiamme; i magazzini, i carretti dei cannoni, gli assiti delle loro piazzuole, ed i gabbioni in più di cinquanta luoghi, spaventevole spettacolo, ardevano. Le traverse, massime sulla punta orientale della circonvallazione, il parapetto, le trincee furono in gran parte distrutte. E non fu senza gran fatica, e grave perdita di soldati, che venne fatto agli assedianti di spegnere il fuoco, e d'impedire la totale rovina delle opere loro. Si risentì il duca di Crillon gravemente, e l'indomani, risarciti avendo la notte con prestezza maravigliosa i danni, fe' scoprire tutte le sue batterie, ch'erano cento novantatre bocche da fuoco, e battè con inestimabile furia le fortificazioni degl'Inglesi, così quelle della montagna, come quelle di sotto. Nello stesso tempo una parte della flotta, giovandosi di un favorevole vento, e lentamente movendosi, andò traendo contro il nuovo molo, ed i bastioni vicini; poscia non fu sì tosto arrivata alla punta d'Europa, che ivi schieratasi in ordinanza diè una feroce stretta alle batterie, che la difendevano. Ma poco nocumento provarono da tante, e sì furiose battaglie gli assediati. Succedè per pochi dì un silenzio di guerra, il quale doveva per una sanguinosa battaglia rompersi. Era il giorno tredici di settembre destinato dai cieli ad una fazione, della quale non si legge nelle storie nè la più aspra pel valore dimostrato da ambe le parti, nè la più singolare per la qualità delle armi, nè la più terribile, mentre durava, nè la più gloriosa per la umanità mostrata dai vincitori dopo l'evento. Essendo già la stagione divenuta tarda, e temendo i confederati, che l'Howe, il quale si avvicinava, non riuscisse a rinfrescar la Fortezza, si risolvettero a non mettere più tempo in mezzo per mandar ad effetto quell'assalto, che avevano in animo di darle. Era il disegno loro, che e le batterie di terra, e le galleggianti, e la flotta, e le piatte armate, fulminassero tutte al medesimo tempo la piazza. Avevano di modo ordinato la cosa, che mentre dal campo di San Rocco si traesse furiosamente contro gli assediati in arcata, acciò le palle di rimbalzo e di rimando non gli lasciassero stare ai posti loro, le batterie galleggianti andassero ad arringarsi lungo il muro, che fronteggia il golfo, distendendosi dal molo vecchio sino al nuovo. In questo mezzo le piatte, o sia le barche armate di cannoni e di bombarde, postesi alle due ali della fila di queste batterie galleggianti, dovevano tirar di fianco contro le batterie inglesi, le quali difendevano quelle fortificazioni, che sono a riva il mare. L'armata intanto, aggirandosi qua e là, avrebbe questa, o quella parte noiato, secondochè pei venti, e per le circostanze della battaglia si sarebbe potuto più convenientemente eseguire. In cotal modo in uno e medesimo punto quattrocento bocche da fuoco, senza far conto delle artiglierie dell'armata, avrebbero battuto la piazza. Dal canto suo aveva Elliot ogni cosa preparato alla difesa necessaria. Erano i soldati alle guardie loro, gli artiglieri colle corde accese presso i cannoni; ed un numero maraviglioso di fornaci ardevano per infuocare le palle. Alle sette della mattina le dieci batterie galleggianti condotte da Don Moreno si muovevano. Alle nove arrivavano, e parallele si attelavano alle mura della Fortezza, comprendendo lo spazio dal vecchio al nuovo molo. La capitana di Don Moreno si pose a fronte del bastione del Re; poscia a diritta, ed a stanca della medesima si arringarono le altre con grandi ed ordine e costanza. S'incominciò allora da ambe le parti a por mano allo sparar delle artiglierie con uno schianto, ed un romore orrendo. Dalla terra, dal mare, dalla roccia fioccavano a copia le palle, le bombe, le carcasse; ma terribil era soprattutto l'effetto delle palle roventi, delle quali sì spessa grandine saettò Elliot, che parve a tutti, ed ai nemici stessi cosa maravigliosa. E siccome le batterie galleggianti erano quelle delle quali come di cosa nuova, e non bene conosciuta stavano gli assediati in maggiore apprensione, così contro di queste, come ad un comune bersaglio dirizzavano essi la mira dei colpi loro. Ma queste, tal era l'eccellenza della costruzione loro, non solo efficacemente resistevano, ma rendendo fuoco per fuoco, furia per furia, già avevano non poco danno operato nelle mura del vecchio molo. Folgoravano con eguale forza e assediati e assedianti, e stette un pezzo dubbia la vittoria. Infine verso le tre ore meriggiane certi fumaiuoli si scopersero sopra il tetto delle due batterie galleggianti la Pastora, e la Tagliapiedra. Questi erano causati da alcune palle roventi, che penetrate molto indentro nelle pareti, non avevano potuto essere spente dal versamento dell'acqua fatto dagli artifiziali doccioni, ed avevano alle vicine parti il fuoco appiccato. Questo covando, ed appoco appoco serpeggiando, continuamente si allargava. Vedevansi allora acquaiuoli, i quali con non poca prestezza, ed evidente pericolo della vita loro operando, si affaticavano in versar acqua nelle buche fatte dalle palle, per ispegnervi il distendentesi fuoco. Tra per l'opera loro, e per l'effetto dei sifoni, tanto si contenne il medesimo, che le batterie continuarono a stare, ed a trarre sino alla sera. Quando poi incominciava ad annottare, era l'incendio sì cresciuto, che non solo era molta la confusione in esse, ma ancora il disordine si era in tutta la fila sparso. Allora, rallentandosi notabilmente il loro trarre, quello della Fortezza venne a sopravanzare. Elliot sempre più s'infiammava nella battaglia, e spesseggiava co' tiri. Si continuò a scaricar tutta la notte. La mattina ad un'ora le due batterie ardevano. Le altre parimente, o per l'effetto delle palle roventi, o perchè gli Spagnuoli, come scrissero, disperati di poterle salvare, avessero a bella posta appiccato il fuoco, erano in fiamme. Ora il perturbamento, e la disperazione apparivano grandi. Facevano gli Spagnuoli ogni momento segnali, e specialmente mandavano all'aria spessi razzi per implorar dai compagni loro soccorso. Si spiccavano allora dalla flotta i battelli, e venivano intorno alle brucianti macchine a raccorre i loro. Ciò facevano con mirabile intrepidezza, ma con grandissimo pericolo. Imperciocchè non solo erano esposti all'infinita moltitudine delle palle, delle bombe, e delle carcasse, che vibravano gli assediati, i quali, essendo l'aria rischiarata dalle larghe fiamme, traevano colpi aggiustati, ma ancora al pericolo delle ardenti navi, piene, com'esse erano, di ogni sorta di stromenti di morte. Nissuno pensi, che mai più miserando, o più spaventevole spettacolo si sia offerto agli occhi de' mortali di questo per la lontana oscurità della notte, pel vicino chiarore dell'incendio, pel rintuonar orrendo delle artiglierie, per le grida dei disperati, e dei moribondi. Venne ad accrescere terrore alla cosa, e ad interrompere la pietosa opera dei soccorritori il capitano Curtis, uomo di non poca perizia nelle faccende di mare, e di smisurato ardire. Governava questi dodici piatte, ciascuna delle quali portava in prua un cannone di diciotto, o di ventiquattro. Ell'erano state costrutte a bella posta per contrastare alle piatte spagnuole. Il loro trarre a pelo d'acqua, e la mira ferma erano causa, che facessero grandissimo effetto. Curtis le ordinò di modo, che ferivano di fianco la fila delle galleggianti. Da ciò ne nacque, che diventò oltre ogni dire degna di compassione la condizione degli Spagnuoli. Le piatte loro non s'ardivano più avvicinarsi, e furono costretti ad abbandonar le stupende navi loro alle fiamme, ed i compagni o ad una certa morte, od alla mercè di un nemico attizzato dalla battaglia. Parecchj battelli, e barche affondarono. Altre allontanandosi scamparono. Alcune feluche si appiattarono la notte; ma, spuntata l'alba, prese a bersaglio dagl'Inglesi, si arrendettero. Se stato era terribile lo spettacolo della notte, non fu meno compassionevole quello, che si scoperse agli occhi dei circostanti in sullo schiarir del nuovo dì. Uomini disperati, che in mezzo alle fiamme chiedevano pietà. Altri scampati al fuoco andavano vagando per le acque con non minor pericolo della vita loro. Di questi alcuni vicini ad affogare cercavano di aggrapparsi colle tremanti mani alle abbronzate, od ardenti navi; altri afferrato avendo le nuotanti tavole, o travi delle guastate navi a quelle fermamente, come all'ultima speranza, ch'era rimasta loro, si attenevano; e tuttavia ad alta voce gridavano aiuto verso i soprastanti vincitori. Questi, tocchi dalla infinita miserabilità del caso, e dalla propria umanità mossi, dall'ire temperandosi, cessarono del tutto lo sparare; e furono come animosi nella battaglia, così misericordiosi dopo la vittoria. Nel che tanto più sono degni di lode da stimarsi, che non potevano soccorrere ai vinti senza evidente pericolo loro. In ciò dimostrossi il capitano Curtis piuttosto singolare, che raro, tanta essendo stata l'attività sua, che parve più desideroso di salvare la vita altrui, che di conservare la propria. S'aggirava colle sue piatte intorno le fiammanti navi, e coloro, ch'erano prossimi ad essere o ingoiati dalle acque, o arsi dal fuoco, raccoglieva e ristorava. Fu visto ancora salir egli stesso sulle navi infuocate, e colle sue proprie mani trarre di mezzo le fiamme gli atterriti e ringrazianti nemici. Intanto ad ogni tratto correva pericolo di essere morto. Poichè ora scoppiavano i magazzini di polvere, ed ora le artiglierie di per sè stesse si scaricavano a misura, che il fuoco arrivava a toccar quelli, o ad aver riscaldato queste. Parecchj de' suoi furono in tal guisa o morti, o sconciamente sgabellati. Accadde ancora, che avendo egli troppo vicino accostato la sua nave ad una di quelle, che ardevano, scoppiando questa ad un tratto, ne fu vicino a perdere la vita. Meglio di quattrocento alleati furono dagli sforzi di Curtis da inevitabile morte riscattati. Ciò non di manco i morti in tutto questo fatto, tra Francesi e Spagnuoli, varcarono quindici centinaia. I feriti, che vennero in mano dei vincitori, furono negli ospedali della Fortezza trasportati; e quivi umanissimamente trattati. Nove batterie galleggianti arsero, o per l'effetto delle palle arroventite, o per opera degli Spagnuoli. La decima, caduta in poter degl'Inglesi, fu arsa da questi, perchè non la poterono dall'incendio, che già sopravanzava, preservare. La perdita degl'Inglesi non fu di molto momento, non avendo avuto dai nove di agosto in poi più di sessantacinque morti e 388 feriti. Fu altresì leggiero il guasto fatto nelle fortificazioni, e tale, che non diè luogo ad alcuna apprensione per l'avvenire. Di tal maniera fu la vittoria acquistata con eterna sua laude da Elliot, e dal presidio di Gibilterra. Tutti i tesori, che il Re Cattolico aveva con infinita larghezza spesi nella construzione di quelle maravigliose moli, la pazienza, e la virtù de' suoi soldati, il valore, e la baldanza dei Francesi furono indarno. Quantunque non si possa di certo affermare, che coi preparati mezzi, quando anche stati fossero con tutta la efficacia, e secondo la intenzione dei capitani diligentemente usati, si fosse potuto la Fortezza espugnare, pare però, che in tutto il corso di questa bisogna abbiano i confederati commesso più errori di non poco momento. E prima di tutto l'avere per le narrate cagioni precipitato gl'indugi, e voluto dar di presente la battaglia, fu causa, che d'Arçon non ebbe potuto a quella perfezione le sue macchine condurre, che avrebbe desiderato. Imperciocchè pignendo, e ripignendo gli stantuffi delle trombe, si era egli accorto, che l'acqua dei doccioni trapelava, e si spandeva internamente sulle vicine parti con pericolo di bagnar le polveri, e renderle inabili all'accendersi. Avrebbe trovato rimedio a quest'inconveniente, ma gli fu tronco il tempo per la pressa, che si ebbe. Quindi i doccioni interiori furono turati, e solo lasciati aperti gli esteriori, i quali furono insufficiente riparo contro l'ardor delle palle. Fu anche sì presto l'ordine mandato a Don Moreno, perchè dalla punta di Maiorca, dove si trovava colle sue batterie, si recasse immediatamente all'assalto, che non potè farle sorgere presso il vecchio molo, com'era il disegno, donde avrebbe potuto e maggiormente esso molo danneggiare, e ritirarsi agevolmente indietro, ove lo avesse giudicato necessario. Andò invece a gettar le ancore nel miluogo tra il vecchio ed il nuovo molo. Nè le piatte degli Spagnuoli furono di quella utilità, che si aspettava, o impedite dal vento contrario, come essi scrivono, ovverochè, vista quella inescogitabile tempesta di tante maniere d'istromenti di morte, che mandava e rimandava la Fortezza, non si siano ardite. Da una o due in fuori, nissuna pigliò il posto, nè trasse. La stessa grossa armata se ne stette pressochè inoperosa, ossiachè il vento le fosse contrario, o che vi siano state gelosie tra i capitani di terra, e quei di mare. Nè le batterie del campo di San Rocco, quale di ciò sia stata la cagione, tutta quella opera diedero, che avrebbero potuto dare. Trassero pochi colpi, e quasi tutti orizzontali, pochissimi in arcata, comechè dalle circostanze del fatto fosse chiaro, che maggior fondamento si doveva fare nelle palle di rimbalzo, che nelle dirette. Da tutte queste cose ne conseguitò, che i soldati della guernigione, invece di essere sopraffatti dalla moltitudine dei tiri, ed in tale modo aggirati, che non sapessero a qual parte volgersi, ebbero la maggior parte facoltà di recarsi a ministrar le artiglierie, che fronteggiavano le batterie galleggianti, e queste con insuperabile energia sbattere, sconquassare e distruggere. Per tali cause fu guasto il più generoso, e meglio ordito disegno, che fosse da lungo tempo nella mente degli uomini caduto, furono rotte le più belle speranze, e nacque una opinione, che quella rocca di Gibilterra, la quale già era giudicata fortissima, fosse del tutto inespugnabile.
Ora era ridotta nei confederati tutta la speranza del vincere la Fortezza in sull'assedio, giacchè per assalto ciò avevano tentato invano, dandosi a credere di poter colla fame conseguire quello, che colla forza delle armi non avevano potuto. Per ottener questo fine egli era necessario d'impedire, che Howe, il quale di breve si aspettava, non riuscisse a far entrare nuova scorta nella piazza. Si erano perciò i confederati posti nel golfo di Gibilterra con un'armata di circa cinquanta navi d'alto bordo, tra le quali se ne annoveravano cinque di 110 cannoni, ed un'altra detta la Trinità di 112. Intendevano di combattere colle grosse l'armata inglese, quando arrivasse, e colle sottili di dar la caccia alle annonarie, e l'una dopo l'altra arraffarle. Perchè invece di andare ad incontrare il nemico nell'alto mare presso il Capo di Santa Maria, dove prevalendo di numero di navi avrebbero potuto con somma utilità spiegar l'ordinanza loro, abbiano piuttosto eletto di aspettarlo in uno stretto golfo, in cui la moltitudine delle proprie navi sarebbe stata più d'impaccio, che di giovamento, noi non abbiamo saputo spiare. E' pare, che il Re di Spagna medesimo, il quale sempre infiammatissimo nel desiderio di conquistar Gibilterra, andava dì e notte di quest'impresa mulinando, abbia così ordinato. Veleggiava intanto Howe per l'Atlantico alla volta della Fortezza, non peraltro con quella velocità, colla quale avrebbe desiderato; perciocchè i venti contrarj il ritardavano. Dai quali indugi era egli grandemente vessato pel timore, che si approssimasse la Fortezza alla dedizione, e che il soccorso arrivasse troppo tardi. Ma non fu sì tosto giunto sulle coste del Portogallo, che gli pervennero le novelle della vittoria d'Elliot. Dalle quali riconfortato sperò di poter più facilmente il disegno suo trarre ad esecuzione, credendo che i nemici, dopo tanta perdita venuti dimessi, non fossero, come prima, abili a contrastarglielo. Pervenuto vicino allo Stretto, una furiosa tempesta gli conquassava le navi; ma ciò con poco danno loro. Bene fu grande quello, che ne ricevettero gli alleati nel porto d'Algesiras. Una delle loro andò a traverso presso la città stessa di questo nome; un'altra fu tratta dalla forza del vento sotto le mura di Gibilterra, dove venne in potestà del presidio. Due furono a viva forza spinte nel Mediterraneo; parecchie altre furono sconcie e sfesse grandemente in varie parti. La mattina seguente l'armata inglese entrava nello Stretto ordinata in battaglia con un vento di scirocco. Fatto notte, si trovò rimpetto il golfo di Gibilterra. Ma essendosi il vento abbonacciato, e volto a ponente, solo quattro delle annonarie poterono nel porto di quella città approdare. Le altre coll'armata furono dalle correnti trasportate nel Mediterraneo. Seguitarono gli alleati con tutta l'armata loro. Ma ossiachè le bonacce ed un annebbiamento che sopravvennero, glielo impedissero, o che veramente l'intento loro non fosse di volerne venire ad una battaglia giusta, se non avvantaggiatissimi, si ristettero. Per la qual cosa l'ammiraglio Howe maestrevolmente usando un levante, che in quell'ora, cominciò forte a soffiare, rientrò nello Stretto, e tutte le sue annonarie fe' entrare nel porto di Gibilterra. In questo mezzo l'armata inglese si era arringata alla bocca dello Stretto verso il Mediterraneo tra le due opposte rive d'Europa e di Ceuta. Sopraggiungeva a piene vele l'armata de' confederati. Ma Howe andò considerando, che, poichè si era il vettovagliamento della Fortezza effettuato, il quale era il principal fine dell'incumbenza, che gli era stata data, e la totale conclusione dell'opera, sarebbe stato soverchio consiglio il porsi al rischio di una campale battaglia, massime prevalendo il nemico di forze, ed in luogo, dove per la vicinità delle coste nemiche una disfatta avrebbe un intiero sterminio della sua armata partorito. Nè gli sfuggì il pensiero, che, se la battaglia non si potesse schivare, sarebbe stato miglior partito il farla in luogo aperto, dove volteggiandosi avrebbe potuto combatterla alla larga, piuttosto che in istretto, dove sarebbe stata di necessità terminativa. Per le quali cagioni, volendo recarsi in luogo, dove la qualità del sito non facesse inferiori le sue condizioni, date le vele al favorevole vento, attraversò di nuovo lo Stretto, e se ne tornò nell'Atlantico. Lo seguitarono gli alleati, ma peraltro non con tutta l'armata. Perciocchè dodici vascelli de' più grossi per esser tardi all'abbrivo erano rimasti indietro. Ne accadde tra le due vanguardia e retroguardia nemiche una assai aspra, ma però lontana affrontata, per la quale nulla si giudicò, se non che alcune navi ricevettero grave danno da ambe le parti. Si allargarono poscia gl'Inglesi, le navi dei quali erano più veloci, sì fattamente, che gli alleati, perduta ogni speranza di raggiugnerli, andarono a dar fondo nel porto di Cadice. Howe, mandate otto delle sue navi alle Indie occidentali, e sei sulle coste d'Irlanda, se ne tornò colle rimanenti a Portsmouth. In tal modo e per l'avuta vittoria, e pel rinfrescamento della vettovaglia, le cose di Gibilterra furono poste in sicuro stato con molta gloria degl'Inglesi, e non senza biasimo degli alleati, i quali presso quelle mura sfallirono parte per precipitazione, parte per iscordo, e nell'aperto mare parte per la contrarietà de' tempi, parte per mancanza d'ardire. Imperocchè la prepotenza delle forze loro navali tanto in questa ultima, quanto nelle precedenti fazioni sulle coste della Gran-Brettagna riuscì piuttosto di vana mostra, che d'effettivo danno al comune nemico. Ma se in tutto il corso della guerra eglino alle giudicate battaglie tra armata ed armata, o si ristettero, o furono disfatti, o al più combatterono con egualità di fortuna, negli affronti particolari, che non di rado tra nave e nave intervennero, e nel presente, e nei varcati anni, tanto ardire, e sì fatta perizia delle cose marinaresche dimostrarono, massimamente i Francesi, che combatterono sempre onorevolmente, spesso felicemente. Dei quali effetti, quali ne siano state le cagioni, noi lasceremo a coloro, che più di noi sanno di guerra e di marineria, giudicare.