Storia della Guerra della Independenza degli Stati Uniti di America, vol. 4
Part 29
Tra queste cose l'ammiraglio Rodney era alla Giamaica pervenuto, e nel porto di Kingston trionfalmente entrato. Concorrevano gl'isolani con infinita allegrezza a vedere il loro liberatore, le vincitrici, e le predate navi, le ricche spoglie, e quel nemico capitano stesso rimirando, che, già vincitore in America di una gran guerra, poscia minacciatore potentissimo della patria loro, compariva allora in sì dimessa fortuna vinto, e cattivo agli occhi loro. Ma se grandi furono la fortuna di Rodney, ed il contentamento dei Giamaichesi, non furono minori le cortesie, che quello e questi usarono verso il vinto nemico, niuna cosa tralasciato avendo, la quale potesse nell'avverso caso racconsolarlo. Poco poscia l'ammiraglio inglese, avuto lo scambio dall'ammiraglio Pigot, scambio, che fu ordinato, primachè si avessero a Londra le novelle della vittoria dei dodici aprile, partì per l'Inghilterra, alla volta della quale aveva anco sulla carovana della Giamaica inviato il conte di Grasse. Era venuto Rodney in molta disgrazia dell'universale a cagione di quelle rapine di Sant'Eustachio, delle quali se ne fecero anche risentitamente le parole in cospetto del Parlamento. Da ogni parte risuonavano querele contro di lui; e questo fu forse il principale motivo, oltre di quello della diversità delle Sette, che i ministri il rappellassero. Ma alle accusazioni, giunto che ei fu in Inghilterra, rispose mostrando cattivo ai popoli il conte di Grasse. Allora l'accagionato spogliatore di Sant'Eustachio diventò tosto l'idolo di tutta la nazione. E quegli stessi, che prima più la fama sua laceravano, ora più di tutti si studiavano di encomiarlo, le passate ruggini alla presente gloria condonando. Furono fatte in Inghilterra le gratissime accoglienze al conte di Grasse, parte per civiltà, parte per vanagloria. Arrivato a Londra, fu presentato al Re, gli furon fatte pubbliche feste, il popolo, che spesso sotto i balconi della sua casa concorreva, lo voleva vedere; e volesse egli, o no, gli era forza il mostrarsi, ed allora le acclamazioni e gli applausi non erano pochi, tutti ad alta voce chiamandolo, (tanto è bella la virtù, che piace anche ai nemici in un nemico) il bravo, il valoroso Francese. Ne' luoghi pubblici, dov'ei compariva, gli facevano le affoltate intorno, non per noiarlo, ma per fargli onoranza; e tanto si andò oltre con questo occupamento della plebe londinese verso il conte di Grasse, che pretendevano, e volevano che altri il credesse loro, che la fisonomia del conte ritraesse dell'inglese; e gli fu giuocoforza, si lasciasse fare il ritratto. Del quale se ne sparsero tostamente tante copie nel contado, che chi non l'aveva, era tenuto scemo, o disamorevole. Fu Rodney creato dal re Pari d'Inghilterra sotto il titolo di lord Rodney, Hood Pari d'Irlanda, Drake e Affleck Baroni del regno.
In Francia intanto le novelle della rotta dei dodici aprile furono di universale cordoglio cagione, tanto più grave, quanto stat'erano più liete le passate speranze. I Francesi però durevoli nell'allegrezza, trascorrevoli nella mestizia, ed animosi di natura tosto si riconfortavano. Fu il Re il primo a dar l'esempio della fermezza. Seguitavano gli altri. Comandò per rifornir i perduti, si fabbricassero incontanente dodici vascelli tra di 110 cannoni, di 80 e di 74. Il conte di Provenza, e quel d'Artesia, suoi fratelli, ne offerirono del loro ciascuno uno di 80. Il principe di Condé uno ne offerse di 110 in nome degli Stati di Borgogna. I Preposti de' mercanti, gli Schiavini e le sei Capitudini de' mercanti della città di Parigi, i negozianti di Marsiglia, di Bordeaux, di Lione si risolvettero anch'essi con maravigliosa prontezza a somministrare allo Stato ciascuno una nave della medesima portata. I ricevitori e gli appaltatori generali della Camera pubblica, ed altri pubblicani offerirono, e fornirono somme di pecunia di non poca importanza. Furono tutte queste esibizioni accettate; ma non già quelle, che avevano fatte i particolari cittadini, ai quali il Re, perchè la buona volontà dei già gravati popoli in maggior aggravio loro non tornasse, fe' le somme offerte, o già donate restituire. In cotal modo, per l'universale consentimento d'animi verso la patria, verso il Re bene inclinati, si sopportò in Francia l'acerbità della fortuna, si riparavano i passati danni, e le felici speranze dell'avvenire si rinfrescavano.
Avendo noi sin qui raccontato in quale modo per un irreparabile infortunio degl'Inglesi sia stata la guerra sulla terra-ferma d'America terminata, e come altresì per una fatale sconfitta delle forze navali della Francia sia veduta a conclusione nelle Antille, egli è oggimai tempo, che da quelle lontane ragioni la mente rivocando, ci facciamo a descrivere, qual fine ella abbia avuto là, dond'ella principalmente procedeva, vogliam dire in queste più vicine contrade di Europa. Erano gli occhi di tutti gli uomini rivolti all'assedio di Gibilterra. Nè non aveva mai nè in quell'età, nè forse in molte superiori veduto Europa tentarsi oppugnazione, che fosse di maggior aspettazione per la fortezza di quella rocca, e per gli effetti importanti, che dal perderla, o dal vincerla risultavano. Veleggiava Howe al soccorso di quella. Cadevano nei discorsi degli uomini varj concetti. Alcuni confidandosi nell'ardire e nel sapere britannici, e dalla felicità dei passati tentativi all'esito del presente argomentando, pensavano, che l'impresa del soccorso sarebbe a buon fine riuscita. Altri attendendo alle prepotenti forze navali della lega, nell'industria, e nel valore di Don Luigi, e del conte di Guichen, che le governavano, confidando, portavano una contraria opinione. Chi si persuadeva, osservati gli straordinarj preparamenti che stati erano fatti, e tuttavia si facevano dagli assedianti, che fosse non che probabile, vicina la resa della piazza. E chi per lo contrario credeva, considerata la fortezza del luogo, la concinnità delle fortificazioni, ed il coraggio degli assediati, ch'ella fosse non solo improbabile, ma impossibile. Tutti poi erano venuti in questa opinione, che l'opera sarebbe riuscita dura, e che vi si sarebbe sparso dentro molto sangue. Intanto la fama era corsa, e raccontando le cose di Gibilterra aveva acceso nell'animo di tutti gli uomini valorosi un ardentissimo desiderio di entrare a parte, od almeno di trovarsi presenti, come spettatori di quelle onorate fazioni, che sotto di quelle mura dovevano agli occhi degli uomini maravigliati rappresentarsi. Quindi è, che non solo dalla Francia, e dalla Spagna i più riputati personaggi per generosità, e per valore concorrevano a gara al campo di San Rocco, e nel porto di Algesiras, ma ancora dall'Allemagna, e dalle più lontane regioni del Settentrione. Nè tanto potè operar la barbarie nelle vicine popolazioni delle coste africane, che non accorressero anch'esse nei più propinqui lidi per poter di là l'inusitato spettacolo, che soprastava, prospettare. Ogni cosa era in moto nel campo, nelle flotte, negli arsenali dei confederati. Elliot dall'alto della rocca con mirabile costanza aspettava il pericoloso assalto. Ma primachè quelle cose raccontiamo degnissime invero di memoria, che seguirono, egli è cosa necessaria, e, secondochè noi stimiamo, da non riuscir discara ai nostri leggitori, l'andar descrivendo, qual fosse la natura de' luoghi, e quali le fortificazioni dentro e fuori della rocca, e quali ancora fossero gli apparecchiamenti, e le intenzioni degli assediatori. Ella è la Fortezza di Gibilterra fondata sopra di una roccia, la quale a guisa di lingua nata dalla terra-ferma di Spagna corre per lo spazio di una lega da tramontana a ostro, e si termina in un puntazzo, che chiamano punta d'Europa. La cima della roccia è alta a mille piedi sopra il pelo dell'acqua del mare. Il suo lato di levante, quello cioè, che è volto verso il mediterraneo, è tutto da una parte all'altra composto di un vivo macigno, e talmente rupinoso ed erto, che non che altro, il salirvi su è cosa del tutto impossibile. La punta d'Europa, fatta anch'essa di vivo sasso s'abbassa, e termina in una spianata venti piedi alta sopra l'acqua del mare, e quivi gl'Inglesi hanno piantato una batteria di venti colubrine, che traggono di punto in bianco. Dalla punta d'Europa indietro il promontorio s'allarga, ed alzandosi si distende poscia in un'altra spianata, che sta a ridosso della prima. Questa seconda è abbastanza grande, perchè i soldati vi possano fare per la difesa del luogo tutte le loro mosse, armeggiamenti, ed uffizj militari; e siccome la china è dolce, e ne sarebbe la salita agevole, così gl'Inglesi vi han fatto tagliate, e procinti di mura qua e là, e circondato il ciglione della spianata con un muro quindici piedi alto, e grosso altrettanti, e munitissimo d'artiglierie. Oltreacciò hanno costrutto all'indentro della spianata medesima un campo trincerato, ove come dentro una sicura ritirata possano ripararsi, e rattestarsi, caso, che fossero dalle esteriori difese cacciati. Da questo luogo havvi la via ad un altro più alto e posto tra massi dirupati e scoscesi, dove avevano gli assediati gli alloggiamenti loro piantato. Sul lato occidentale del promontorio a riva il mare è fondata lunga e stretta la città di Gibilterra, che era stata dall'ultima batteria data alla Fortezza quasi intieramente distrutta. Ella è chiusa a ostro da un muro, a tramontana da una vecchia bastita, che chiamano il castello de' Mori, e da fronte verso il mare da un parapetto quindici piedi grosso, e munito da luogo a luogo di batterie, che traggono a livello d'acqua. Dietro la città il monte si innalza molto ben erto sino alla cima. Per maggiore sicurezza di questa parte hanno anche gl'Inglesi due altre fortificazioni, che molto s'inoltrano nel mare, fatte, l'una e l'altra guernite di formidabili artiglierie. La prima posta a tramontana chiamano molo vecchio, la seconda molo nuovo. Nè contenti a questo fecero avanti il molo vecchio, ed il castello de' Mori un'altra bastita consistente in due bastioni accortinati, la scarpa de' quali, ed il cammino coperto sono molto difficili a minare, per esser contramminati ben per tutto. L'intendimento di chi fece questa murata si fu per battere colle artiglierie piantate in essa, e spezzare quella stretta striscia di terra, che corre tra il mare e la roccia, e per la quale si ha l'adito dalla terra-ferma di Spagna alla Fortezza. Più in là fu per mezzo di argini, e di cateratte introdotta l'acqua del mare, e formatosene una laguna, o marese, che molto aggiugne alla fortezza del luogo. La roccia finalmente la quale è a tramontana, che è quanto a dire dalla parte di Spagna, più alta, che in qualunque altro luogo, fronteggia il campo di San Rocco, ed è munita ne' luoghi più acconci di una maravigliosa quantità di batterie, che sopraggiudicano le une le altre, e traggono a cavaliere sopra il campo spagnuolo. In questo modo tutta quella mole era ridotta a Fortezza molto sicura. Tra quel risalto, che fa il promontorio di Gibilterra e la costa di Spagna, havvi dall'altra parte verso ponente una profonda tacca, dentro la quale ingolfandosi il mare forma quel seno, che chiamano il golfo di Gibilterra, o d'Algesiras. Il porto poi, e la città d'Algesiras sono posti sulla occidentale riva di questo golfo rimpetto Gibilterra. Il presidio, che vi era dentro, sommava a poco più di settemila soldati, e circa dugento cinquanta uffiziali. Tal era la natura di questa rocca, contro la quale la Monarchia spagnuola, come in una impresa studiosamente presa a gara, e vicinamente spettante all'onor della Corona, aveva gran parte delle forze sue adunato, aiutata ancora dai possenti rinforzi della Francia. I due Re confederati credevano, che nell'acquisto di quella consistesse la perfezione della guerra; e perchè la espugnazione far si potesse con riputazione e sicurtà maggiore, le fu preposto il duca di Crillon tanto risplendente per la recente vittoria, sperando tutti, che il conquistatore di Minorca avesse ad essere il vincitore di Gibilterra. I preparamenti poi per avanzare la oppugnazione erano non solo grandi, ma maravigliosi, e sin là inuditi. Più di dodici centinaia di cannoni de' più grossi stavano pronti a fulminar da ogn'intorno la piazza, e tanta era la quantità della polvere, che se ne avevano ottantatremila bariglioni; delle palle e delle bombe all'avvenante. Quaranta piatte con grosse artiglierie, la metà altrettante con enormi bombarde stavano in punto per noiar il presidio dalla parte del golfo, ed a queste dovevano e protezione, e maggior forza dare con terribile apparato cinquanta navi d'alto bordo, dodici francesi, le altre spagnuole. Altri legni più leggieri, come sarebbe a dire fregate e simili, s'erano a questi più gravi frammescolati, perchè potessero e soccorrere, e ministrare, ove d'uopo fosse, gli altri, e ficcarsi più vicini ne' luoghi più opportuni, ed ove la occasione si discoprisse, alla Fortezza. Oltreacciò più di trecento battelli s'eran fatti venire da tutte le parti della Spagna, i quali giunti a quelli, che già sì trovavano in Algesiras, erano una moltitudine infinita. S'intendeva che questi dovessero, durante l'assalto, che si sarebbe dato, somministrare alle navi da guerra il bisognevole, e sbarcare le genti, tostochè fosse la Fortezza smantellata. Nè minori erano gli apparecchj, che si erano fatti dalla parte di terra, di quello che si fossero quei del mare. Eransi gli Spagnuoli già fatti avanti colle zappe, ed avevano la circonvallazione loro compiuta, e rizzatovi su, con una quantità maravigliosa di cannoni, numerosissime batterie. Per infondere poi, se non maggior coraggio, del quale non mancavano, agli Spagnuoli, ma più vivi spiriti tanto necessarj alla bisogna di un assalto, s'erano fatti venire al campo di San Rocco dodicimila eletti Francesi. Considerata la smisurata copia degl'istromenti di oppugnazione, che si avevano in pronto, e la tostanezza dei soldati, i Capi dell'assedio desiderosissimi di vedere il fine dell'impresa erano in tanta confidenza venuti, che già avevano tra di loro posto in deliberazione, se si dovesse, senza più oltre badare, andar all'assalto. S'erano fisso in mente, che nel medesimo tempo, in cui le genti da terra avrebbero assaltato la Fortezza dalla parte dell'istmo, il navilio la battesse d'ogni intorno da quella del mare. Speravano in tal modo, che la guernigione già non troppo numerosa, oltre il numero dei morti e dei feriti, pel quale stata sarebbe infievolita, dovendo fronteggiare e difendersi da tante parti, ne sarebbe aperta la via ad una onorata vittoria. La perdita di alcune migliaia d'uomini, e quella di parecchie navi di fila stimavano leggier cosa, purchè un sì prezioso frutto si cogliesse. Ma i più savj e più prudenti capitani mantennero, che quest'era un partito non che pericoloso, temerario. Osservarono, che dalla parte di terra, finchè non si fossero levate le difese alla piazza, il tentar l'assalto sarebbe un mandar i soldati ad una certa morte senza nissuna speranza di vittoria; e che da quella del mare le navi ne sarebbero state dalle artiglierie della Fortezza guaste e distrutte, primachè avessero potuto fare sopra di quelle impressione di sorta alcuna. S'avvedevano ottimamente, che, se era impossibile, come appareva, vincer la rocca assaltandola solamente dalla parte di terra, così da un altro canto non si poteva sperare di poterla battere con frutto dalla parte del mare, se non si avessero in pronto navi, le quali meglio che le ordinarie, potessero ai colpi delle artiglierie resistere. Imperciocchè con breve assalto non era la Fortezza vincevole; un lungo era impossibile per la subita distruzione delle navi. Per rimediare a sì fatto pericolo, e porre in grado gli assediatori a poter durare anche per la parte del mare con una lunga battaglia contro la Fortezza, varie e moltiplicate furono le invenzioni degli uomini ingegnosi, i quali a sì gloriosa impresa avevano gl'intelletti loro aguzzati. Tutte furono con somma diligenza esaminate. Molte furono poste in disparte, come insufficienti; nissuna come di troppa spesa. Infine dopo molte consulte si approvò, e si convenne di trar ad esecuzione il trovato, per verità assai sottile e magnifico del signor d'Arçon, colonnello del corpo reale degl'ingegneri francesi. Questo fu la costruzione di certe macchine molto mirabili, che chiamarono batterie galleggianti, le quali non potessero nè essere rotte dalle palle fredde, nè accese dalle roventi. Il primo di questi fini si doveva conseguire per la straordinaria grossezza delle pareti di esse batterie, il secondo per mezzo di un invoglio, che tutte le rivestisse dalle parti, donde potevano venir i tiri, il quale consisteva in una coperta di grossissime travi, e di una grossa lama di sughero, il quale per essere stato lungamente immerso nell'acqua era, non che umido, inzuppato. Oltreacciò vi s'era racchiusa dentro, come quasi un grosso velo, in tutta la larghezza di essa coperta, una falda di sabbia bagnata. E tutte queste cose non soddisfacendo ancora l'animo dell'ingegnoso inventore, per render le sue macchine più sicure contro il pericolo dell'incendio, ebbe con maraviglioso magistero operato, che un'agevole circolazione di acqua si potesse per tutte le parti loro incessantemente stabilire. Conciossiachè fossero esse per ogni dove perforate, e per questi canali interiori, o docce per mezzo di numerose e larghe trombe, che dentro del mare pescavano, si poteva, non altrimenti, che nel corpo umano il sangue per mezzo del cuore viene spinto in tutte le vene, fare abbondevolissimamente l'acqua salire e trascorrere. Quindi è, che se fosse avvenuto, che una palla rovente fosse penetrata all'indentro, rompendo essa una, o più docce faceva di modo, che si spargesse a copia l'acqua tutto all'intorno della medesima, e sì la spegnesse; maraviglioso ordigno, che operava in guisa, che il male stesso fosse causa del suo rimedio. Perchè poi le macchine fossero preservate dall'impeto delle bombe, ed i soldati, che dovevano le artiglierie loro ministrare, dalla scaglia e dalle palle difesi, le aveva d'Arçon fatte coprire con un tetto accomignolato, pel quale sdrucciolando le bombe andassero, senza far alcun danno, a cader nel mare. Era il tetto alla restante macchina annodato per mezzo di certi ingegni, che il rendevano muovevole, in guisa che si poteva esso più, o meno a volontà di chi governava, e secondo il bisogno, inclinare. Era composto di cordoni reticolati, ricoperti di cuoi lavorati a posta, e bagnati. Tutto questo macchinamento stava fondato sopra gli scafi di grosse navi di portata da secento a quattordici centinaia di botti, alle quali a quest'uopo erano stati tolti tutti gli attrazzi, ed ogni specie di armamento. Erano queste batterie galleggianti dieci, e portavano tra tutte cencinquanta quattro grossissimi pezzi di cannoni, tutti rizzati in sulle batterie loro, oltre la metà altrettanti tenuti in riserbo per gli scambj. La sola Pastora, che era la capitana, ne aveva ventiquattro sulla batteria e dodici in riserbo. La Tagliapiedra, capitanata dal Principe di Nassau, e la Paula, che così chiamavano due altre delle più gagliarde, ne avevano poco meno. E perchè per le morti o le ferite non potessero venir meno gli artiglieri, si erano posti trentasei di questi sì Spagnuoli, che Francesi al maneggiamento di ciascun pezzo. Il governo di tutto questo navilio era stato commesso all'ammiraglio Don Moreno, capitano esperto e forte, la cui opera era stata di molta utilità nelle cose di Minorca. E comechè queste navi di trovato novissimo e per le materie, colle quali erano formate, e per la grandezza loro, e per la straordinaria quantità delle artiglierie, che portavano, fossero pesantissime, ciò nondimeno, tal era la maestria della costruzione loro, erano veleggiatrici leggieri, e come se fregate fossero, veloci e maneggevoli.
Essendo in tale modo tutti gli apparecchiamenti al fine loro condotti, ed ogni cosa in assetto, e credendosi se non da tutti, certo dalla maggior parte non che probabile, sicura la presa della Fortezza, allorquando le si desse l'assalto, arrivarono verso mezzo agosto all'oste i due Principi francesi il conte d'Artesia, ed il duca di Borbone. Ciò fu fatto studiosamente per dar maggior animo agli assedianti, e perchè potessero i principi côrre il frutto essi stessi dì sì gloriosa vittoria. E certo, se al loro giugnere al campo si rallegrassero, e di nuovo ardire si accendessero tutti, massimamente i Francesi, nissuno il domandi. Pareva loro mill'anni, che non incominciassero il fatto; ed avevano meglio di freno, che di sprone bisogno. Tanto erano vive le speranze, che si erano concette, che il duca di Crillon ne fu stimato cauto, ed anzi timido, che nè, per aver detto, che fra quindici giorni sarebbe stato padrone della Fortezza. La volevano pigliare in ventiquattr'ore. Fu la venuta dei Principi francesi accompagnata da ogni sorta di gentilezze. Teneva il conte d'Artesia con ispesa infinita gran tavola, e sì gran cortigianie usava, che pareva, che i modi parigini, e gli usi della Corte di Francia fossero stati ad un tratto in mezzo alla rozzezza dei campi, ed al romore dell'armi trasportati. Nè solo queste cortesie si usavano verso gli amici, ma seguendo il costume di quel secolo tanto ingentilito, anche verso i nemici. Avevano gli Spagnuoli intrapreso un plico di lettere indiritte agli uffiziali della guernigione di Gibilterra, e le avevano portate in Corte a Madrid, dove si tenevano in serbo. Queste il conte d'Artesia ottenne dal Re Cattolico, e giunto al campo le ebbe al loro ricapito mandate. Pel medesimo procaccio il duca di Crillon scrisse al generale Elliot, dell'arrivo dei principi ragguagliandolo, e da parte loro assicurandolo, in quanto pregio eglino tenessero e la persona, e la virtù sua. Richiedevalo, ed instantemente pregavalo, fosse contento di accettare un presente di frutta, e d'ortaggi, che per uso suo proprio gli mandava; siccome pure un po' di ghiaccio, ed alcune altre delicature pe' gentiluomini della sua casa. Pregavalo in ultimo luogo, che siccome non gli era nascoso, ch'ei si nutriva unicamente d'erbaggi, così gli piacesse d'informarlo, quali specie meglio amasse, per poternelo regolatamente, e giornalmente fornire. Rendette Elliot colla sua risposta cortesia per cortesia, molto il duca, ed i principi dell'amorevolezza loro ringraziando. Fece quindi a sapere al primo, che accettando il presente di lui, erasi scostato dalla determinazione, la quale si aveva fisso nell'animo, di niuna cosa consumare, e nissuna comodità a sè medesimo procurare, che gli altri suoi commilitoni non potessero usare o procurarsi. Concluse con dire, ch'ei credeva, che al suo onore si appartenesse, che ogni cosa, e così l'abbondanza, come la carestia fossero a lui, ed a' suoi soldati anche negli ultimi gradi constituiti, comuni. Pregollo finalmente, non mandasse più oltre presenti, poichè non avrebbe potuto all'avvenire usargli per sè stesso. Furono queste proposte e risposte molto degne e di quei che le fecero, e de' principi, ch'ei rappresentavano.