Storia della Guerra della Independenza degli Stati Uniti di America, vol. 4

Part 28

Chapter 283,642 wordsPublic domain

In questo mezzo il conte di Grasse, poichè il tempo era da spenderlo in operare, e non volendo più oltre indugiarsi al mandare ad effetto le commessioni, che aveva dal suo Re ricevute, e che di tanta importanza erano alla gloria ed alla prosperità del Reame di Francia, comandò alle navi della conserva, nel preservamento delle quali consisteva tutta la speranza dell'impresa della Giamaica, uscissero dal porto, e faceva lor fare l'accompagnatura dai due vascelli di guerra il Sagittario, e lo Sperimento. Poco poscia le seguitava egli stesso con tutta l'armata. Avrebbe voluto, andando a seconda dell'etesie, indirigersi direttamente a San Domingo. Ma preveggeva ottimamente, che sì facendo, ed ingombro, com'egli era, con una conserva che sommava meglio, che a cento legni passeggieri, ed in tanta costanza di vento, non avrebbe potuto tanto vantaggiarsi, che l'armata inglese non sopraggiungesse. La qual cosa lo avrebbe costretto alla battaglia, ch'ei voleva, e doveva schivare. Perciò pigliò altro partito. Prendendo voga verso tramontana, iva con tutto il suo numerosissimo navilio radendo le spiagge delle isole. Era questo un molto conveniente consiglio, e ne doveva l'ammiraglio francese sperare un felice evento. Poichè in tal modo conoscendo i suoi piloti molto meglio degl'Inglesi le giaciture di quei lidi, la maggior parte francesi, o spagnuoli, potevano più presso a questi spingere le navi. I diversi canali poi, che fra quelle frequenti isole si frappongono, e sicuri ricetti, e comodi venti offerivano contro il perseguitante nemico. Oltracciò poteva egli ordinar di modo le sue navi, che quelle da carico costeggiassero terra terra, mentre le guerresche si appetterebbero al di fuori contro le nemiche. Dal che ne poteva nascere facilmente, che le inglesi ne fossero spinte a sottovento; e perciò fosse lasciata libera la via alle francesi per a San Domingo. Con questo consiglio sperava il conte di Grasse di potersi appoco appoco sguizzare sino al luogo destinato alla massa generale in quell'isola. Le fregate inglesi, che stavano vigilanti alle poste, diedero tosto per mezzo dei concertati segnali avviso dell'uscita della flotta francese all'ammiraglio Rodney; ed egli che stava sull'ali, ed era pigliatore di gran partiti, troncati tutti gl'indugi, salpò incontanente per andarla a trovare. Era il giorno nono di aprile, e già i Francesi avevano incominciato a spuntar la Domenica, trovandosi a sottovento della medesima, quando si mostrò improvvisamente agli occhi loro tutta l'armata inglese. De Grasse comandò ai capitani della conserva, collassero tutte le vele, gissero ad apportar nella Guadaluppa. L'uno e l'altro ammiraglio con eguale arte ed ardire si ordinavano alla battaglia. Questa il Francese intendeva di combattere lontana per dar tempo alla conserva di allargarsi, e per non commettere all'arbitrio dell'incerta fortuna una impresa certa; l'Inglese manesca, perciocchè non poteva sperare alle cose sue riparo, se non se in una vittoria determinativa. Aveva seco il conte di Grasse trentatre navi di fila, tra le quali si noveravano la Città di Parigi di 110 cannoni, cinque di ottanta, ventuna di settantaquattro, le altre minori; erano le compagnie delle ciurme pienissime, e si trovavano a bordo da cinque a seimila eletti soldati di sopracollo. Governava il tutto, come capitano generale il conte di Grasse; la vanguardia era guidata dal marchese di Vaudreuil, il dietroguardo dal signor di Bougainville. Consisteva l'armata di Rodney in trentasei navi di alto bordo, fra le quali una di novantotto cannoni, cinque di novanta, venti di settantaquattro, e tutte le altre minori. Era al governo di tutta l'armata l'ammiraglio Rodney, dell'antiguardo il vice-ammiraglio Hood, del dietroguardo il sotto-ammiraglio Drake. Avrebbero voluto gl'Inglesi venirne tosto con tutta l'armata loro alle mani; ma trovandosi tuttora dietro le alture della Domenica, ne erano impediti dal tempo bonaccioso. Solo meglio che potevano, si ingegnavano di approfittar dei buffi, che di quando in quando si levavano, per approssimarsi ai Francesi. Ma questi, essendo più inoltrati verso la Guadaluppa, già godevano del benefizio del vento, ed ogni mossa operavano, che loro pareva più opportuna. Infine la brezza incominciò a gonfiar le vele della vanguardia Inglese, della quale giovandosi Hood pervenne a tiro d'artiglieria presso l'armata nemica, e si appiccò la battaglia alle nove della mattina. Era De Grasse confidentissimo della vittoria. Perocchè combatteva con tutte le sue forze contro una sola parte di quelle del nemico. Perciò l'incontro fu molto aspro, e la pressa, che facevano i Francesi molto grande. Ma gl'Inglesi, comechè con grave danno loro, fecero tal retta, che nè rincularono, nè si smagliarono. Intanto le prime navi della battaglia inglese, ottenuto il vento, venivano per soccorrere la vanguardia, che pativa, e che aveva bisogno di aiuto, e giunte a tiro con una incredibile furia entrarono anch'esse nella mischia; nè fu con minor valore l'impeto loro dai Francesi ricevuto. Fulminava soprattutto terribilmente colla sua nave il Formidabile, e colle due sue seconde il Namur, ed il Duca, tutte e tre di novanta cannoni, l'ammiraglio Rodney. Ma un capitano francese, il quale governava una nave di settantaquattro, ostinatissimamente se gli opponeva, e fatta con magnanima risoluzione voltare a ritroso la vela di gaggia dell'albero maestro per tôrre a' suoi ogni opinione, ch'ei si volesse ritirare, e però fargli nella pugna più ostinati, ferocissimamente combatteva contro le tre più grosse navi di Rodney. E tanta fu la virtù sua, che un uffiziale inglese, scrivendo a' suoi, lo ebbe a chiamare _divino Francese_. Arrivarono in questo mezzo di mano in mano le altre navi di Rodney, e già poco anch'erano lontane quelle del dietroguardo condotte da Drake. Per la qual cosa il conte di Grasse, il quale avendo buono in mano non voleva rimescolare, fece tirar indietro i suoi, ed in tal modo fu posto fine ad un combattimento, nel quale non saprei, se stato sia maggiore il valor, o la perizia delle marinaresche cose, che e l'una parte, e l'altra dimostrarono. Non seguitarono gl'Inglesi, sia perchè avevano il vento meno favorevole, sia perchè le navi della vanguardia avevano grave danno ricevuto, massime le due il Real Pino, ed il Montagù, ch'erano la testa. Il che vedutosi dall'ammiraglio francese, ordinò incontanente alle navi della conserva, le quali avevano afferrato alla Guadaluppa, salpassero di nuovo, e gissero al viaggio loro. La qual cosa essendo stata diligentemente eseguita dal signor Langle, che le governava, arrivarono esse, pochi giorni dopo, tutte felicemente a San Domingo. Alcune navi francesi furono assai malconce. Fra le altre il Catone fu sì danneggiato, che ne fu mandato per rassettarsi alla Guadaluppa. Queste cose impedirono, che il conte di Grasse non potesse sì tosto, come avrebbe voluto, rimontare al vento di quel gruppo d'isole, che chiamano le Sante, siccome era il suo disegno, per recarsi poscia a sopravvento della Desirada, e quindi difilarsi, passando a tramontana dell'isole, a San Domingo. Gl'Inglesi, racconce le navi loro, di nuovo s'erano posti a seguitare i Francesi. De Grasse sempre bordeggiava per riuscire a sopravvento delle Sante, e già tanto aveva operato, che il dì undici, superate le Sante, incominciava a spuntar a sopravvento della Guadaluppa; e già aveva sì gran vantaggio preso dell'armata inglese, che solo i gabbieri di questa, e ciò a gran fatica, potevano la francese discoprire. Gl'Inglesi, i quali sapendo ottimamente, quanta posta vi andasse, avevano con quella maggior celerità, che avevano potuto, seguitato i Francesi, ora già erano pressochè totalmente disperati di potergli raggiungere; e già i Capi ristrettisi tra di loro si consigliavano, se non fosse miglior partito per lo servizio delle cose loro il torsi giù dal seguitar l'inimico, e volger le prue a sottovento, affine di arrivare, se possibil fosse, prima di lui nelle acque di San Domingo. Mentre in questo fortunevole punto se ne stavano deliberando, ed ansiosamente d'in sulle gagge velettando, incerti del destino, che alla Giamaica soprastava, ed a chi dovesse dell'Inghilterra, o della Francia la signoria delle Antille rimanere, ecco comparir di lungi, era l'ora del mezzodì, due navi francesi, le quali non potendo pareggiare la prestezza delle compagne, si erano lasciate, e si lasciavano continuamente cadere a sottovento delle loro, e perciò più vicine all'armata inglese. Erano queste il Zelante, il quale pare, che sia stato destinato dai cieli ad essere in questi dì un fatale intoppo alla fortuna francese, e la fregata l'Astrea, che il conte di Grasse gli aveva mandato dietro, perchè lo rimorchiasse. Aveva poco prima questo Zelante, non so se per imperizia di chi il guidava, o se per fortuito caso dato di cozzo nella Città di Parigi, e ne ebbe rotti gli alberi dello sprone e del trinchetto. Il quale accidente, rallentando il suo abbrivo, l'aveva fatto rimanere indietro. Tosto si rinfrescavano nel cuor degl'Inglesi le speranze di quella battaglia, che tanto agognavano. Perciocchè credevano fermamente che ov'essi fossero venuti sopra alle indietreggiate navi per pigliarle, l'ammiraglio francese sarebbe venuto in soccorso di quelle, e per conseguente postosi nella necessità del combattere. Per la qual cosa con incredibile contenzione d'animo aiutandosi, ed incalzandosi l'un l'altro, poichè stringeva molto il tempo, tanto fecero, che si avvicinarono di modo, che le due navi, se De Grasse non le soccorreva, sarebbero senza fallo alcuno, prima che abbuiasse, in poter loro venute. Credesi, e non senza ragione, che se il conte contento alla gloria acquistata sulle rive della Virginia avesse saputo moderare la propria fortuna, ed abbandonato a quel destino, che le minacciava, le due fatali navi, avrebbe con felicità corsi i mari fino a San Domingo, e là congiuntosi cogli Spagnuoli avrebbe spenta del tutto la potenza britannica in quei lidi. Poichè già si era tanto allargato a sopravvento, che quando avesse il suo cammino seguitato, non sarebbe più stata riuscibile cosa agl'Inglesi il raccostarlo. Ma giudicando, che fosse contro la dignità, e la riputazione di quell'armata il sopportare, che così vicino a lei venissero predate le navi, si risolvette, certo con animoso, ma non meno arrischiato consiglio, ad andare in soccorso loro, mettendosi in tal modo, per voler salvare una piccola parte della sua armata, in pericolo di perderla tutta. Rivolse adunque le prue al nemico, e preservò il Zelante. Ma intanto si fu di tanto spazio avvicinato, che fu sforzato ad ogni modo a far la giornata. I due nemici ammiragli con grande animo, e con accesa disposizione di tutti i loro vi si apparecchiavano, consapevoli l'uno e l'altro, che in quella si combatterebbe la gloria dei due regni, e la signoria delle Antille. Ma essendo l'ora tarda, e volendo i due generosi nemici a buono sciente combattere, sino all'indomani mattina la indugiarono; solo spendendo la notte nell'esortare i loro ad apparecchiare i corpi e l'armi alla battaglia. Il campo, in cui si doveva combattere, è un pelago posto tra le isole Guadaluppa, Domenica, le Sante e Maria-galante; di qua e di là a sopravvento, ed a sottovento acque infedeli, e lidi scogliosi. L'indomani all'ore sei della mattina le due armate si attestarono attelate l'una a rincontro dell'altra, avendo quella di Francia le scotte a orza, quella d'Inghilterra a poggia. In questo punto essendo il vento, per aver variato da levante a scirocco, diventato più favorevole agl'Inglesi, questi giovandosene tosto ai spinsero avanti colla vanguardia, e colla maggior parte della mezzana schiera, e pervenuti a mezza gittata di cannone incominciarono una fierissima battaglia. Durò essa dalle sette della mattina sino alle sette della sera. Di mano in mano gli altri vascelli inglesi della squadra di mezzo, e la più parte di quei del dietroguardo, incluso il Barfleur, capitanato dallo stesso Hood, arrivarono anch'essi a tiro, ed affilatisi vennero a parte del combattimento. Il Zelante in questo mentre condotto a rimorchio dall'Astrea si avviava alla Guadaluppa. Nissuno creda, che mai in altre battaglie maggior valore d'uomini affocatissimi nel voler riportare la vittoria si sia dimostrato, come in questa e Francesi, ed Inglesi dimostrarono. Spesseggiavano le fiancate; il fumo, il rimbombo, il fracasso, e lo stroscio delle navi, che si tritavano, eran orribili. Il Formidabile, ch'era l'almirante, trasse fino in ottanta fiancate; la Città di Parigi altrettante. Stette un pezzo dubbia la vittoria. Le navi si dirompevano con grossi sbrani ad ogni momento, e l'anelito degli uomini era grande. Dal bel principio della battaglia gli Inglesi, secondo l'usanza loro, avevano fatto pruova di ficcarsi in mezzo e di romper l'ordinanza francese. Ma non avendo il vento abbastanza propizio per potersi lanciar con quel momento, che sarebbe stato necessario, e da un altro canto avendo i Francesi fatto gran retta, furono risospinti. Intanto la vanguardia e battaglia del conte, avendo grave danno ricevuto, massime negli attrazzi, e maggiore di quello, che sopportato avesse la dietroguardia, ne nacque, che il movimento di quelle due prime squadre si rallentò notabilmente, e non avendo quest'ultima, ch'era rimasta più intiera, accomodato il suo al movimento di quelle altre, ne avvenne che l'ordinanza si scompigliò; perocchè alcune navi vennero a trovarsi più innanzi, altre più indietro. A questo sconcerto già grave in sè stesso, e che fu colpa degli uomini, si aggiunse una contrarietà di fortuna, e questa fu che il vento si voltò da levante scirocco sino a scirocco schietto, accidente sfavorevole ai Francesi, poichè le vele loro ne furono improvvisamente volte a ritroso, e favorevole agl'Inglesi, che ne vennero ad acquistare il vento più propizio. Se ne giovò Rodney incontanente, e con mirabile rattezza spintosi avanti col Formidabile, col Namur, col Duca, e col Canadà, fracassato e disarborato affatto il vascello il Glorioso, ruppe e fendè l'ordinanza francese, tre navi distante dalla Città di Parigi, dove combatteva il conte di Grasse. Ciò fatto, comandò tosto alle navi, che orzando lo seguitassero. Il che prestamente stato essendo eseguito ne avvenne, che tutta l'armata inglese riuscì a sopravvento della francese. Queste mosse definirono la fortuna della giornata. Gl'Inglesi si scagliarono poggiando contro i Francesi, i quali disordinati ed ingarbugliatisi insieme tutti male si potevano contro un nemico ordinatissimo, stretto, ed esultante per la speranza della vicina vittoria, riparare. D'allora in poi i Francesi non combattettero più raccolti in file regolari, ma con navi separate, o gomitoli snodati. In tale pericoloso frangente non mancarono per altro a sè stessi. Tentarono di rannodarsi a sottovento; ma ciò non venne loro fatto. Non potendo più operare con consiglio comune, combattettero in singolari affronti con tanto valore, che al tutto si mostrarono di miglior fortuna meritevoli. Ora gl'Inglesi s'avventavano a questa, ora a quell'altra nave, secondochè veniva lor meglio il destro per pigliarle. Il Canadà si attaccò coll'Ettore, e dopo una ostinata resistenza lo prese. Il Centauro si mise a petto al Cesare, l'uno e l'altro rimasti pressochè intieri. Ne seguì un furiosissimo affronto. Il Francese non voleva arrendersi. Vennero ad assaltarlo altri tre vascelli d'alto bordo. Ma il signor di Marignì, che il capitanava, in luogo di abbassar la tenda, intorato, e feroce la faceva chiodare all'albero, e tuttavia tirava avanti con una furia di cannonate. Fu morto. Il successore si difendeva con pari coraggio. Infine, caduto l'albero maestro, e perduti tutti i suoi corredi, cedendo alla fortuna, si arrendè. Il Glorioso anch'esso, non senza prima aver fatto una gagliarda difesa, venne in poter degl'Inglesi. L'Ardente ebbe la medesima fortuna. Il Diadema rotto e fracassato affondò. Ma se fu grande la virtù dimostrata dai capitani francesi sin qui raccontati, le navi dei quali vennero in poter degl'Inglesi, fu degna altresì di perpetua lode quella del conte di Grasse, il quale parve, si fosse posto in animo di voler piuttosto andare a fondo, che arrendersi. Lacera essendo, e sfessa la sua nave, la Città di Parigi, per una battaglia, che già da dieci ore durava, nissuna sembianza faceva di volersi piegare e tuttavia continuava a tronare orribilmente ed a rispondere da ogni parte. Veniva ad assaltarlo ferocemente il capitano Cornwallis colla nave il Canadà, e tuttochè con incredibile valore si affaticasse, non faceva frutto. Perocchè quella enorme mole lungi da sè con prepotente forza il ributtava. Venivano per dargli l'ultimo strazio a congiungersi col Canadà altre sei grosse navi inglesi; ma tutto era nulla. Erano intanto accorse per isbrigarlo le navi francesi la Linguadoca e la Corona, poscia il Plutone ed il Trionfante. Ma sopraffatte dalla moltitudine delle navi di Rodney furono costrette a lasciar la capitana loro nel gravissimo pericolo, in cui si trovava. Venutagli meno quest'ultima speranza, e veduta la sua armata testè sì fiorita, ora tutta o fugata, o presa, l'invitto animo del conte di Grasse non si voleva per ancora inclinar alla resa; e continuando nella difesa non rifinava di trarre. Sopraggiungeva allora Samuele Hood avventatissimo col suo Barfleur, e giunto presso la Città di Parigi (già il giorno si rabbruzzava) vi scaricò dentro con orribile strabocco un nembo sì fitto di palle, che ne furono strambellati tutti coloro, che sulla coperta si ritrovavano. Fu scritto, ne siano rimasti uccisi al primo tratto sessanta. Disperato della salute aveva tuttavia il conte cura dell'onore. Sostenne tanta furia ancora più per un quarto d'ora. Infine, abbassata la tenda al Barfleur, si arrendè all'Hood. È fama che nel momento della resa tre soli uomini rimanessero viventi, e non feriti sopra la coperta, dei quali uno si fu il conte stesso. In questo molto la Città di Parigi, vascello, ch'era a ragione stimato il più bel ornamento, ed il principale propugnacolo della marineria francese, venne in potestà degl'Inglesi. Era stato dato in dono dalla città di quel nome al Re Luigi Decimoquinto, allorquando le cose navali della Francia erano state a tanto bassamente condotte durante la guerra del Canadà. Vi si erano spesi intorno da quattro milioni di tornesi. Trentasei casse di contanti, tutte le artiglierie, le somerie, e le munizioni, che dovevano all'assalto della Giamaica servire, diventarono preda del vincitore. Morirono in questa battaglia degl'Inglesi, inclusi anche quelli, che furono uccisi nella giornata dei nove, e furon feriti meglio di un migliaio; dei Francesi molti più, oltre dei prigionieri. Fra i primi furono morti degli uffiziali segnalati i due capitani Boyne e Blair. Lord Roberto Maners figliuolo, che fu del marchese di Granby, giovane di grandissima aspettazione, ferito gravemente, dopo d'essere stato alcun tempo in fine di morte, anch'egli trapassò. De' secondi sei capitani di nave, tra i quali il conte d'Escars, e de la Clocheterie furono da questa vita tolti. Avrebbe l'ammiraglio Rodney per non corrompere la speranza di cose maggiori, voluto seguitare dopo la battaglia il nemico. Ma essendo sopraggiunta la notte, e volendo prima assicurarsi delle prede, e conoscere il danno ricevuto da' suoi, e dalle sue navi, se ne temperò. La mattina seguente fu medesimamente dal ciò fare impedito dalle bonacce, che sopravvennero presso le spiagge della Guadaluppa. Avendo però fatto sopravvedere nei vicini porti delle isole nemiche, ed accortosi che in questi non si erano gli avanzi della rotta armata riparati, e dubitando di quello, ch'era, cioè che si fossero dirizzati a San Domingo, comandò, per non fermare il corso della vittoria, all'ammiraglio Hood, la cui squadra era rimasta più intiera, se ne andasse a stare sulle volte in quelle acque. Gli commise ancora, che, compiuta la bisogna, si recasse al Capo Tiberone, dove sarebbe colla restante armata ito egli stesso per ivi fare la generale massa. Infatti, eccettuate alcune navi, le quali furono condotte a racconciarsi a Sant'Eustachio dal signor di Bougainville, le altre raccolte dal marchese di Vaudreuil andarono a far porto al Capo-Francese in San Domingo. Intanto era arrivato nelle acque di quest'isola l'Hood, e mentre si stava volteggiando nel passaggio di Mona, che la medesima da quella di Portoricco divide, osservò di lontano quattro navi, due d'alto bordo, due altre minori. Quest'erano il Giasone, ed il Catone, che ritornavano dai concieri della Guadaluppa, colla fregata l'Amabile, e la corvetta la Cerere. Non erano i capitani loro informati dell'esito della battaglia dei dodici, e viaggiavano a sicurtà. Hood diè dentro; e dopo una leggiera avvisaglia tutte le pigliò. Una quinta nave, che si discoperse, sebbene non senza gran fatica, scampò. Così perdettero li Francesi otto navi d'alto bordo, delle quali il Diadema affondò, il Cesare arse, e sei fecero chiara e notabile la vittoria degl'Inglesi, per essere in poter loro venute. Raccozzatisi insieme Rodney, e Hood al Capo Tiberone, il primo colle prede e colle navi malconce si avviò alla Giamaica, il secondo se ne rimase con venticinque delle più intiere nelle acque di San Domingo, acciò e gl'inimici osservasse, ed impedisse loro di tentar qualche fatto di rilievo contro le possessioni britanniche. Imperciocchè quantunque scoraggiati dalla recente sconfitta, erano tuttavia gli alleati assai formidabili, avendo al Capo-Francese, Vaudreuil ventitre navi di fila, e Don Solano sedici con molte migliaia di pedoni a potere, ove d'uopo fosse, sbarcare. Ciò nondimeno non solo si perdè del tutto l'impresa della Giamaica; ma ancora nissuna fazione d'importanza si tentò, dopo la raccontata, nelle Antille. Se ne tornarono gli Spagnuoli nell'Avana. Alcune navi francesi si avviarono, facendo la scorta ad una conserva, verso l'Europa, e con prospero viaggio vi arrivarono. Vaudreuil colle rimanenti andò ad ammainar le vele nei porti della settentrionale America. In tal modo furono agli alleati sturbati i disegni sopra la Giamaica, e questo fine ebbe l'antillese guerra. Solo il giorno sei di maggio le isole Bahame, state fin là sicuro nido d'infestevoli corsari, all'armi spagnuole si arresero. Un'altra fazione, debol compenso a tanta perdita, successe prosperamente ai Francesi nelle regioni più settentrionali dell'America. Aveva il marchese di Vaudreuil poco prima, che partisse per alla volta degli Stati Uniti, spedito il signor De la Peyrouse colla nave lo Scettro, e due fregate, commettendogli, se ne andasse al seno d'Hudson, e là tutto quel maggior male che potesse, facesse alle possessioni della Compagnia inglese. La cosa riuscì, e la Compagnia ricevè un danno di parecchj milioni. Fu questa spedizione degna di ricordanza, non già per gli ostacoli, che gli uomini abbiano opposto, giacchè stavano gl'Inglesi indifesi e sicuri, ma sibbene assai per le difficoltà, che parevano piuttosto insuperabili, che grandi, de' luoghi. Le spiagge erano difficili, e poco esplorate, le acque infedeli; e quantunque corresse, quando arrivarono, la stagione del finir di luglio, tuttavia il sido vi era sì grande, e i ghiacci sì grossi, che poco mancò, le avventurieri navi non vi fossero rapprese dentro, ed in quel crudissimo clima per tutto l'inverno confinate.