Storia della Guerra della Independenza degli Stati Uniti di America, vol. 4

Part 26

Chapter 263,149 wordsPublic domain

Quando si ebbero in Inghilterra le novelle di tanti, e così gravi disastri, e massime dei patti di Jork-town si commossero maravigliosamente gli animi, e del desiderio di cose nuove s'impressionarono. Già era venuta a noia a tutti la lunghezza della guerra, e la enormità delle spese, che in ella si erano fatte, o tuttavia si facevano. Ma le novissime sconfitte accrebbero questa universale scontentezza; e colla diminuzione della speranza delle vittorie era nato in ognuno un maggior desiderio della pace. Si vedeva manifestamente, che lo sperare di poter ritornare un'altra volta in sulla guerra offensiva sulla terra-ferma d'America era del tutto vano; e che il costringere gli Americani all'obbedienza per mezzo della forza era cosa impossibile diventata. Le segrete mene per dividere quei popoli, il terrore, e la crudeltà dell'armi dei Barbari, i tentativi di tradimento, la distruzione del commercio, la falsificazione dei biglietti di credito, cose tutte, che i ministri britannici avevano messo in opera, e le vittorie stesse di Howe, di Clinton e di Cornwallis non avevano potuto tanto operare, che gli Americani facessero sembianza di volere all'antica soggezione ritornare. E se furono costanti nell'impresa, allorquando la nave loro si trovava inabissata, e vicina a sommergersi, come si poteva credere, che fossero per piegarsi ora, ch'ella era dai prosperevoli venti dentro il desiderato porto sospinta? Egli era chiaro agli occhi di tutti, che la guerra contro l'America non poteva più altro fine avere fuori di quello di ottenere, riconosciuta però la independenza, i più onorevoli accordi, che si potessero. Da un altro canto le gravi perdite fatte nelle Antille facevano di modo che si temesse di maggiori; e si stava in molta apprensione rispetto alla Giamaica, contro la quale si sapeva, che i Borboni volevano dirizzare le forze loro con grandissimo apparato. Il danno poi di Minorca, e la perdita di San Filippo, così forte castello, erano causa, che si dubitasse anche di Gibilterra. Tutte queste disgrazie imputavano i popoli, siccome sogliono fare, non alla contrarietà della fortuna, ma alla insufficienza dei ministri. La qual cosa, se non era del tutto senza ragione, non era però senza qualche torto. Coloro, che dentro il Parlamento, e fuori si erano ai disegni di quelli sin dal principio della querela opposti, levarono un grandissimo romore. Andavano dicendo, esser questi i presagiti frutti della ministeriale imprudenza ed ostinazione. Sclamavano, doversi cambiare quest'inetti e corrotti servitori della Corona; doversi impedire, che coloro, i quali la patria condotto avevano all'orlo del precipizio, non le dessero ad un bel tratto la pinta e l'ultimo trabocco; doversi infine aprir la via alla salute collo scartare questi decennali intoppi; doversi gettar via quest'impronti istromenti di una infelice guerra. Queste vociferazioni erano conformi al temporale, e trovavano negli scontenti popoli buona corrispondenza. Inoltre a nissuno era nascoso, che, poichè la necessità dei fati aveva operato sì, che bisognasse calare agli accordi coll'America, e la independenza di lei riconoscere, non era convenevole, che coloro, i quali tanto gli Americani avevano colle irritative leggi prima, e poscia coll'armi troppo spesso a mò dei Barbari esercitate, asperati, essi accordi praticassero, riputando poco atti istromenti di una buona pace gli autori di sì aspra guerra. Già il generale Conway con molta eloquenza orando nella Camera dei Comuni il giorno 22 di febbraio aveva posto, e vinto il partito, perchè si pregasse Sua Maestà, commettesse a' suoi ministri di non continuar più oltre nel proposito di voler ridurre le colonie alla leanza per mezzo della forza, e della guerra sulla terra-ferma d'America. Nella tornata poi de' 4 marzo pose, ed ottenne il partito, che coloro, i quali consigliassero al Re, di continuar la guerra offensiva sul continente della settentrionale America fossero chiariti nemici del Re, e della patria. Per le quali cose tutte coloro, che dirigevano le consulte segrete, dove le cose si stillavano, e si risolvevano, si accorsero, ch'era oggimai tempo di por mano al solito rimedio del cambiamento dei ministri. Vi era fra gli uomini un'aspettazione grandissima. Infine il dì 20 di marzo, avendo il conte di Surrey mosso nella Camera dei Comuni, perchè si supplicasse al Re di far gli scambj ai ministri, lord North alzatosi, e con molta gravità favellando disse, che non occorreva, si dessero più oltre pensiero di questa bisogna; perciocchè il Re già aveva i presenti congedato, e fra breve avrebbe nuovi ministri creato. Poscia continuò a discorrere, che prima di tor congedo dalla Camera si credeva egli obbligato di renderle grazie dell'appoggio e del favore, che pel corso di tanti anni conceduto gli aveva. Aggiunse, che un successore di maggior capacità, di maggiore senno, e più atto, e fatto per riempir quel luogo, era facile trovare; ma più zelante degl'interessi della patria, più fedele al suo Principe, ed amator più sincero della constituzione, non parimente. Sperava, che i nuovi ministri della Corona, qualunque essi fossero, avrebbero tali consiglj presi, che effettualmente avrebbero liberata la patria dalle presenti difficoltà, e sì dentro che di fuori la sua umile fortuna sollevata. Concluse dicendo, che del rimanente egli era pronto a stare alla sua patria di tutti gli atti del suo reggimento; e che quando se ne volesse far una disamina, ei non era a patto nissuno per isfuggirla. Furono i nuovi ministri creati di quelli, che nelle due Camere del Parlamento si erano più caldamente mostrati alla causa degli Americani favorevoli. Tra questi il marchese di Rockingam fu eletto primo Lord del Tesoro, il conte di Shelburne, ed il signor Fox segretarj di Stato, lord Giovanni Cavendish camerlingo; l'ammiraglio Keppel fu nel medesimo tempo creato visconte, e Capo del maestrato sopra le cose navali, che chiamano l'uffizio dell'ammiragliato. Tanta fu l'allegrezza dei popoli a queste elezioni, che si temette, quel di Londra non prorompesse, come suol fare, in qualche improvvisa riotta. Ognuno era diventato confidentissimo, che presto si sarebbe il fine della guerra, e di tante calamità conseguito. Solo avrebbero voluto, che i patti fossero onorevoli, e perciò tutti desideravano, e pei nuovi ministri speravano, che qualche evento favorevole la Gran-Brettagna riscuotesse da quel bassamento, in cui era caduta per gl'infelici casi avvenuti sull'uscir del passato, ed in sull'entrar del presente anno.

FINE DEL LIBRO DECIMOTERZO

LIBRO DECIMOQUARTO

[1782]

Gli Stati, che esercitavano la guerra, non aspettavano altro per compir i disegni che avevano orditi sul principiar del presente anno, che la perfezione degli apparecchj, la stagione favorevole e la occasione propizia. Stracchi gli uni e gli altri dalla lunga guerra si accorgevano ottimamente, che gli avvenimenti di questo medesimo anno avrebbero, e la fortuna di quella, e le condizioni sue definito. Non ignoravano neanco, che a chi ne tocca vicino alla pace, a quel ne va il peggio; perciocchè non ha tempo di riaversi. Per la qual cosa avevano tutti ogni ingegno posto, e ponevano, ed ogni opera facevano, perchè fossero le armi loro sì gagliarde, che dovessero ad ogni modo restarne al di sopra. Volevano gli alleati principalmente ed acquistar il dominio dei mari di Europa, e far l'impresa di Gibilterra, ed impadronirsi della Giamaica. I Francesi in ciò erano specialmente, che si soccorresse alle cose loro nelle Indie orientali, le quali nonostante il valore di Suffren, e molte non men ostinate, che bene combattute battaglie contro Hughes, le cose loro erano andate in declinazione, e già le due importanti Terre di Negapatam, e di Trincamale erano in poter degl'Inglesi venute. A tutti questi fini, siccome pure a proteggere le proprie conserve, e quelle del nemico intraprendere s'indirizzavano i pensieri dei confederati. Si erano perciò accordati, che le armate spagnuola ed olandese andassero a trovar la francese nel porto di Brest, e con quella congiuntesi ne uscissero poscia all'alto mare; e correndo dallo stretto di Gibilterra sino alle coste della Norvegia da ogni forza nemica lo nettassero. Era l'intento loro, che mentre le navi più grosse, oltratesi nei mari ed anche nei canali più stretti, le armate nemiche impedissero dall'uscir fuori, le fregate spazzassero ogni cosa nell'aperto, e le conserve ed il commercio inglese sperperassero. Nè a ciò si ristavano. Volevano altresì bezzicar continuamente, e tenere in apprensione le coste della Gran-Brettagna, ed anche, se qualche favorevole occasione si aprisse, scendervi, e desertar il paese, e se i popoli romoreggiassero, o non fossero i difensori pronti, farvi anche di peggio. A tutte queste cose fare erano molto atti, avendo, quando le forze loro congiunte fossero, meglio di sessanta navi di fila con un numero maraviglioso di velocissime fregate. Non avevano a gran pezza gl'Inglesi nei porti loro una forza, che fosse sufficiente al resistere ad un sì formidabile apparato. Speravasi dal canto della lega, che la guerra antillese ed europea avrebbe in questo anno il medesimo fine avuto, che nel varcato quella d'America; e che in tal modo si sarebbe di breve conseguìto una lieta, e felicissima pace.

Dall'altra parte in Inghilterra i nuovi reggitori dello Stato niuna cosa lasciavano intentata per soccorrere alle cose afflitte, e per resistere a quella piena, che loro veniva addosso. Quello, che per l'inegualità delle forze non potevano, speravano coll'arte dei capitani, coll'ardire dei soldati, e colla opportunità delle fazioni conseguire. Mentre stavano apparecchiando l'armata, e tutte le cose necessarie al soccorso di Gibilterra, impresa, che sopra tutte le altre, dopo quella della sicurezza del regno, stava loro a cuore, conobbero, che prima di tutto era mestiero l'impedir la congiunzione dell'armata olandese colla francese e colla spagnuola. Nel che si otteneva ancora, e nel medesimo tempo, che s'interrompesse il commercio, che gli Olandesi andavano facendo nel Baltico, ed il proprio dagli insulti loro si preservasse. Perilchè fecero uscire dal porto di Portsmouth l'ammiraglio Howe con dodici navi di fila, avendogli commesso, andasse a volteggiarsi sulle coste d'Olanda. La cosa tornò lor bene. Imperciocchè l'armata olandese, la quale, commesse le vele al vento, già era uscita dal Texel, abbandonato del tutto l'imperio di quei mari, di nuovo era rientrata nel porto. Howe dopo essere stato pel torno di un mese in crociata presso quelle coste, veduto, che il nemico non faceva mostra alcuna di voler uscire un'altra volta, ed avendo per l'insalubrità della stagione molti malati a bordo, se ne tornò a porre in Portsmouth. Ma fu poco dopo mandato al medesimo servizio in luogo dell'Howe l'ammiraglio Milbanke, per opera del quale, comechè il commercio d'Olanda del Baltico non ricevesse danno alcuno, ciò non di meno quel d'Inghilterra fu tutelato, e soprattutto il passo pel canale della Manica all'armata nemica impedito. Così l'Olanda, tanto chiara repubblica nei tempi andati, fuori del valor dimostrato nella giornata di Doggers-bank nulla fece in questa guerra, che di sè, e dell'antica sua fama degno fosse. Tanto era ella dall'antica gloria e potenza scaduta; miserabile effetto delle esorbitanti ricchezze, dell'eccessivo amor del guadagno, e forse più ancora delle malaugurose Sette, che vi regnavano; perciocchè se in una repubblica quelle Sette, che risguardano il reggimento interno dello Stato, sono qualche volta utili a mantenere viva la libertà e la generosità degli animi nei popoli, non è nissuno, che non veda, che quelle, le quali hanno per obbietto i potentati esterni, partoriscono un tutto contrario effetto, e fanno, che dalla rabbia in fuori, nissuno vivace spirito si conservi. Certamente il più manifesto segno, che s'indebolisce la forza, e si perde la independenza, si è in una nazione lo scellerato parteggiare pe' forestieri; e quest'era per l'appunto la condizione degli Olandesi di quei tempi. Quindi è, che sul finir della presente guerra, se non fu l'Olanda all'estrema condizione condotta, che anzi se ricuperò in gran parte le cose perdute, ciò all'armi ed all'intervenimento della Francia, piuttostochè alle proprie forze si dee massimamente, anzi intieramente riputare.

Ripigliando ora il filo della storia là, donde il lasciammo, si erano d'intorno a questi tempi le certe novelle ricevute in Inghilterra, ch'era pronta a salpare dal porto di Brest una considerabile conserva volta alle Indie per recarvi rinforzi di soldati, d'armi e di munizioni. Dubitandosi dall'un canto della Giamaica, dall'altro delle possessioni delle coste del Malabar, non s'indugiarono punto i ministri, e fecero tosto uscire l'ammiraglio Barrington con dodici navi d'alto bordo, perchè andasse in cerca di quella conserva, e trovata la sfolgorasse. Eseguì egli diligentemente i comandamenti loro, ed arrivato nel golfo di Biscaia s'incontrò nella conserva, la quale consisteva in diciotto navi onerarie, ed in due da guerra chiamate il Pegaso, ed il Protettore, che le convogliavano. Era il tempo brusco, ed il mare tempestoso. Ciò non di meno dava loro la caccia velocemente. Il vascello il Fulminante, molto franco veleggiatore condotto dal capitano Jervis, sopraggiungeva, e si attaccava col Pegaso, che era governato dal cavaliere di Sillano. Durò la battaglia, essendo le forze delle due navi pressochè uguali, per bene un'ora molto feroce. Ma finalmente il Francese, morti o feriti molti de' suoi, si arrendè. Essendo il vento fresco, ed il mare grosso appena Jervis potette una piccola parte dei prigionieri della predata nave marinar nella sua, e por dentro a quella una piccola parte de' suoi. Portava perciò grandissimo pericolo, che si riscuotessero. Ma arrivò in questo punto il capitano Maitland colla sua nave la Regina, e compì la bisogna. Ciò fatto, una folata gli separò. S'imbattè poi Maitland in un'altra grossa nave francese, chiamata l'Azionario, e combattutala, dopo leggier contrasto, la pigliò. In questo mezzo le più leggieri fregate avevan dato la caccia alle onerarie, le quali in sul primo apparir degl'Inglesi, dato il segno, si erano a bello studio, e con molta velocità sparpagliate. Dodici vennero in poter loro, grave perdita alla Francia. Imperciocchè oltre le navi, le armi e le munizioni sì da guerra, che da bocca, meglio di undici centinaia di valenti soldati vennero in poter dei vincitori. Barrington colle predate navi, colle spoglie, e coi cattivi felicemente rientrava nei porti d'Inghilterra. Questi consiglj di far correre i vicini mari da flotte spedite, essendo riusciti bene, determinarono gl'Inglesi di continuare nei medesimi; al che fare tanto più volentieri si accostarono, quanto che nissuna novella era loro pervenuta, che fosse la grossa armata dei confederati in punto d'arrivare su di quelle spiagge; e se le deliberazioni delle leghe furono in ogni tempo lente, perchè intricate, e di diversi interessi frammescolate, molto anche tali furono nella presente occorrenza, quantunque la Francia e la Spagna fossero ardentissime nel desiderio di abbassar la potenza dell'inveterato nemico. Perciò gl'Inglesi, i quali con nissun altro, che con loro stessi si consigliavano, assai si avvantaggiavano colla prontezza, e coll'unità delle deliberazioni. Per la qual cosa, entrato Barrington, mandarono fuori Kempenfeldt a correre il golfo di Biscaia, commettendogli, che tutto quel male, che potesse, facesse al commercio francese, l'inglese proteggesse, e specialmente due ricchissime conserve, che frappoco si aspettavano, una dalla Giamaica, l'altra dal Canadà, dagl'insulti del nemico preservasse.

Finalmente dopo molto tempo consumato in vano, si erano i confederati posti all'ordine per mandare ad effetto quelle imprese, che avevano disegnate. Il conte di Guichen preposto al governo dell'armata francese, e don Luigi di Cordova, capitano generale dell'una e dell'altra, salparono dal porto di Cadice nell'entrare di giugno con venticinque navi delle più grosse tra francesi e spagnuole; e volte le prue a tramontana viaggiavano alla volta dell'Inghilterra col desiderio, e colla speranza di cavar dalle mani di quegli arditi isolani l'imperio del mare. Ivano piaggiando le coste di Francia, e mentre procedevano nel viaggio loro venivano di mano in mano a congiugnersi altre navi da guerra, che in diversi porti stanziavano, e massimamente una maggiore squadra, che nel porto di Brest era sorta. Per tutti questi accostamenti diventò l'armata dei confederati sì numerosa, che vi si annoveravano bene da quaranta vascelli grossi di alto bordo. Arrise la fortuna a questi primi conati. Incontratisi nelle conserve di Terranuova, e di Quebec, le quali erano convogliate dall'ammiraglio Campbell con una nave di cinquanta, e parecchie fregate, quelle parte pigliarono, parte sperdettero. Diciotto onerarie vennero in poter dei vincitori, assai ricca e preziosa preda. Le navi da guerra scamparono, ed entrarono a salvamento nei porti di Inghilterra. Così i Francesi, con un insigne fatto, della perdita della conserva delle Indie si rappigliarono. Ottenuta questa, se non difficile, certo utile vittoria, e diventati del tutto padroni del mare, si recarono verso le bocche del canale della Manica, e quivi schieratisi, come già altre volte fatto avevano, dall'isola Scilly al capo Ognissanti, stavano attendendo a quello, che fosse per succedere sulle coste dell'Inghilterra, alla preservazione delle proprie conserve, ed al rapimento di quelle del nemico continuamente badando. I ministri britannici non se ne stavano neghittosi; ma poste ventidue navi di fila sotto la condotta dell'ammiraglio Howe, gli mandarono, uscisse al mare, evitasse la battaglia trascorrendo, ogni opera facesse per proteggere la conserva della Giamaica, preziosa in sè stessa, e più ancora per la recente perdita della Canadese. Non mancò Howe a sè stesso; ma da quel capitano pratico, ch'egli era, tostamente sbrigatosi dall'armata nemica, veleggiava a ponente di questa di verso la parte, dalla quale doveva venir la conserva. E tanto fu egli, o destro, o fortunato, che la cosa gli venne fatta. Peter-Parker, che faceva il convìo alla conserva, questa stessa, e tutta l'armata dell'Howe entrarono a man salva nei porti d'Irlanda in sul finir di luglio. Se ne tornarono poscia i confederati dopo l'inutile mostra, non più fortunati, e non più arditi in questa, che nelle due prime stati fossero, nei porti loro.

L'impresa però, intorno la quale con maggior contenzione d'animi si travagliava in Europa, quell'era dell'assedio di Gibilterra. Gl'Inglesi tutti erano in questo, che a quella Fortezza si soccorresse; i Francesi, e massime gli Spagnuoli, che s'intraprendessero i soccorsi. Questa cosa era venuta in gara tra di loro; poichè oltre la gloria dell'armi, e l'onor delle Corone, quella rocca era opportunissima alla conservazione dell'imperio del mare mediterraneo. Neanco mai in nissun'altra fazione di guerra ebbero gli uomini tanta aspettazione collocato, quanta in questa, e quest'assedio pareggiavano ai più famosi, così degli antichi, come dei moderni tempi. La pressa era grande in Inghilterra per quel soccorso; perciocchè sapevasi, che di già dentro la rocca s'incominciava ad aver carestia di munizioni, massimamente da bocca, e che gli assediatori avevano il largo assedio cambiato in oppugnazione, volendo con mirabili macchine, delle quali sarà per noi favellato in appresso, far pruova di pigliare per forza quello, che colla fame non avevano potuto. Adunque mentre a quelle mura tanto per natura, e per arte forti e munite sovrastava un'aspra, e non mai per lo avanti udita battaglia, i ministri britannici facevano riscontrar in Portsmouth tutte le forze navali del regno, incluse quelle, che stanziavano sulle coste dell'Olanda, e le altre, che correvano il golfo di Biscaia. Là concorrevano anche in gran numero quelle da carico, sulle quali con grandissima diligenza si abbarcavano le provvisioni. L'impresa del soccorso di Gibilterra bolliva forte. Infine sul principiare di settembre, essendo ogni cosa in pronto, Howe, capitano generale dell'impresa, accompagnato dagli ammiragli Milbanke, Roberto Hughes e Hotham partì da quel porto, avendo sotto la sua condotta, oltre quelle da carico, ch'erano una gran moltitudine, trentaquattro navi d'alto bordo, non poche fregate, e molti brulotti. Dalla fortuna di quell'armata pendeva quella dell'assediata Fortezza.