Storia della Guerra della Independenza degli Stati Uniti di America, vol. 4
Part 25
Nelle Antille intanto la fortuna non si mostrava più propizia agl'Inglesi, di quanto si fosse mostrata sulla terra-ferma d'America. Era venuto a notizia del marchese di Bouillé, che il governatore dell'isola di Santo Eustachio, confidatosi o nella fortezza del luogo, o nella lontananza dell'armata del conte di Grasse, faceva molto negligenti guardie. Senza mettere punto tempo in mezzo imbarcò alla Martinica dodici centinaia di stanziali, ed alcune milizie del paese sopra tre fregate, una corvetta, e quattro altri legni minori armati in guerra. Salpò, e volse il corso del suo viaggio a Sant'Eustachio. Per meglio confermar il nemico in questa sicurtà, nella quale ei s'era addormentato, diè nome, che se ne iva all'incontro dell'armata francese, la quale ritornava dall'America. Arrivava la notte dei 25 novembre sopra l'isola. Ma qui ebbe molto a travagliarsi. L'ira del mare, grosso fuori dell'usato, non solo l'impedì di sbarcar tutti i suoi soldati, ma ancora le fregate allontanò dalla riva, ed i palischermi fe' rompere contro gli scogli. Si adoperò egli con tanta industria, ch'ebbe, comechè non senza grandissima fatica, posto a terra quattrocento soldati della legione irlandese con alcuni primi feritori di due reggimenti francesi. Queste genti separate per mezzo di un mare fiottoso dalle compagne correvano grandissimo pericolo; poichè il presidio dell'isola sommava bene a settecento valenti soldati. Ma il marchese di Bouillé da quell'uomo animoso ch'egli era, nulla punto smarritosi alla difficoltà del tempo, tosto pigliò quella risoluzione, che sola lo poteva condurre alla vittoria. Questa fu di spingersi velocemente avanti, ed operar per sorpresa quello, che per la quantità delle forze non poteva. Arrivò improvviso vicino alla Fortezza; e tale fu la buona fortuna, e la celerità sua, e tanta la negligenza del nemico, che trovò la mattina a buon'ora una parte del presidio, che sicuramente se ne stava armeggiando sulla spianata. Altri erano sparsi qua e là per le case, e pei quartieri. Il primo avviso, che ebbero gl'Inglesi della presenza del nemico, imperocchè anche quando gli videro comparire gli scambiarono per Inglesi, portando gl'Irlandesi gli abiti rossi, si fu una scarica di archibusate fatta loro addosso a mezzo tiro, che tolse di vita alcuni, e molti più ferì. Seguiva una baruffa. Il governatore Cokburn, che in quel punto ritornava da una cavalcata fatta per diporto, accorso all'improvviso romore, fu fatto prigioniero. Intanto i feritori francesi si erano allargati, e girato alle spalle degl'Inglesi si erano alla porta del Forte accostati. Vi accorrevano dentro disordinatamente gl'Inglesi, e si studiavano di alzar il ponte levatoio. Ma sopraggiunti in questo mentre i veloci Francesi, entrarono con quelli alla mescolata. Sopraffatti gl'Inglesi dall'improvviso caso, e nissun ordine avendo, che intiero fosse, poste giù le armi, si arrenderono. Così venne tutta l'Isola di Sant'Eustachio in poter dei Francesi. Fu ricchissima la preda. Settanta pezzi di cannoni furono il frutto della vittoria. Un milione di lire, ch'era stato posto in sequestro dagl'Inglesi, fu tosto dal vincitore generoso restituito agli Olandesi, ai quali apparteneva. Il governatore Cokburn si richiamò di una somma di dugento sessantaquattromila lire, come di suo peculio, e questa gli fu con eguale liberalità consegnata. Ma però Bouillé partì a bottino fra suoi soldati un milione, e seicentomila lire, che appartenevano all'ammiraglio Rodney, al generale Vaughan, e ad altri uffiziali inglesi, ed erano il frutto delle vendite fatte a Sant'Eustachio. Così furono prima da Lamotte-Piquet, poscia da Bouillé rapite ai rapitori le ricchezze di quest'isola, sicchè poco rimase in mano loro di sì preziose spoglie. Le vicine isole di Saba, e di San Martino vennero anch'esse il giorno dopo in poter dei Francesi.
[1782]
Ma sull'entrar di febbraio dell'anno susseguente i medesimi guidati dal conte di Kersaint, e portati da sette navi sottili armate in guerra racquistarono all'Olanda la colonia di Demerary, d'Essequibo, e di Berbice, dimodochè l'Inghilterra tutte le conquiste dell'ammiraglio Rodney, nelle quali molto liete speranze di prosperevole mercatura aveva collocate, con quella facilità e prontezza perdè, colle quali le aveva fatte. La Francia dal canto suo prima colla preservazione del Capo di Buona Speranza, poscia col ricuperamento delle colonie si acquistò il nome di fedele, e disinteressato alleato, ed ebbe cagione di vieppiù congiungersi con questi benefizj gli Olandesi.
Fatta la conquista di Sant'Eustachio, ed essendo dall'America arrivato alla Martinica il conte di Grasse, si determinarono i Francesi a seguitar il corso delle vittorie loro; e trovandosi tanto superiori di forze sì terrestri, che navali, non dubitavano di avere prosperi, ed importanti successi. Posero l'animo a voler assaltare l'isola della Barbada assai ricca; e siccome quella, che è posta a sopravvento dell'altre, molto accomodata al dominio di tutte. Due volte si avviarono con tutto l'apparato necessario, e due volte i venti contrarj gli ributtarono indietro, soffocato in tal modo il valor degli uomini dalla potestà troppo grande della fortuna. Si risolvettero allora a correre contro l'isola di San Cristoforo, che è situata a sottovento della Martinica. Vi arrivò il conte di Grasse il giorno undici di gennaio con trentadue navi di fila, il marchese di Bouillé con seimila soldati. Sorse l'armata nella cala di Bassa-terra, dove le genti sbarcarono. Erano gli abitatori dell'isola scontenti del proprio governo, sia a cagione della guerra d'America, che sempre avevano condannato, sia per certe provvisioni, che credettero agl'interessi loro contrarie, fatte dal Parlamento, e sia massimamente perchè le robe loro, che avevano ammassate in Sant'Eustachio, erano state poste sì aspramente a bottino da Rodney, e da Vaughan. Perciò in luogo di ostar ai Francesi, se ne stettero dall'un de' lati ad osservare. Gli Inglesi si ritirarono dalla Bassa-terra alla rocca di Brimstone-hill. Erano da settecento fanti vivi, ai quali vennero poco dopo ad accozzarsi trecento soldati delle bande paesane. Era governatore dell'Isola il generale Frazer, vecchio capitano di guerra. Guidava le milizie un Shyrley, governator di Antigoa. Brimstone-hill è un greppo, siccome di salita assai ripida, così poco accostevole, e posto a riva il mare, poco distante dalla città della Punta di Sabbia, che è riputata la seconda dell'isola, e circa quattro leghe da quella della Bassa-terra, che ne è la capitale. Ma le fortificazioni fatte sulla cima del poggio non erano alla naturale fortezza di questo corrispondenti, ed inoltre troppo ampie, perchè potessero convenevolmente esser difese da sì poco numero di soldati. Non così tosto furono i Francesi sbarcati, che partiti in quattro colonne marciarono alla volta di Brimstone-hill, e da ogni parte lo investirono. E siccome le artiglierie della piazza molto gli tribolavano, così conveniva loro di procedere con grande temperamento, facendosi avanti con trincee, e parate di terra. Difettavano grandemente di grosse artiglierie; perciocchè la nave che le portava, era andata a traverso presso la Punta di Sabbia. Ma tanta fu la pazienza, e l'industria dei Francesi, che una gran parte ne ripescarono. Ne fecero anche prestamente venire dalle vicine isole. Oltreacciò tanto fecero, che s'impadronirono di alcune assai ben grosse a piè del monte, che erano state mandate dall'Inghilterra molto tempo prima, e che per negligenza del governatore non erano state tratte sulla cima. Nè solo pigliarono le artiglierie, ma ancora una quantità non ordinaria di palle e di bombe. Così le armi e le munizioni, le quali il governo inglese aveva mandato per difesa della Fortezza, venute per la trascuraggine degli uomini in mano del nemico servirono alle offese. Eppure il caso della vicina isola di Sant'Eustachio avrebbe dovuto tener i Capi di San Cristoforo attenti e svegliati. Acciviti in tal modo i Francesi di ogni cosa necessaria, e pigliati sui vicini poggi i luoghi più acconci, diedero mano a percuotere colle artiglierie la rocca. Quei di dentro si difendevano francamente, e più che non si sarebbe potuto aspettare da sì debole presidio. In questo mezzo tempo, tornato dall'America, si ritrovava l'ammiraglio Hood nella cala di Carlisle nella Barbada con ventidue navi di fila. Avute le novelle del pericolo di San Cristoforo, quantunque fosse tanto inferiore di forze al conte di Grasse, si pose in via per andar a soccorrere l'assaltata isola. Salutata Antigoa dove levò il generale Prescot con circa due migliaia di soldati, veleggiò poscia alla volta della cala della Bassa-terra. Alla improvvisa apparizione dell'armata britannica si risentì tosto il conte di Grasse, e, troncato ogn'indugio, sciolse le ancore per andarle all'incontro. Ciò fece egli per poter nel vasto mare meglio giovarsi del maggior numero dei vascelli, pel quale prevaleva, ed anche per impedire, che Hood non andasse a porre alla Punta della Sabbia, donde avrebbe potuto vicinamente soccorrere Brimstone-hill. L'ammiraglio inglese, che stava a riguardo, fece segno di voler aspettare la battaglia; poscia ad un tratto indietreggiò, e ciò a fine di tirar il conte di Grasse ad allontanarsi vieppiù dall'Isola. La qual cosa ottenuto avendo di leggieri, improvvisamente voltò le prue verso la cala di Bassa-terra, ed opportunamente valendosi colle sue veloci navi del vento, vi arrivò, e gettò le ancore in quell'istesso luogo, dove prima le aveva poste l'ammiraglio francese. La qual cosa non fu senza molto, non solo cordoglio, ma ancora lode del suo nemico, il quale rimase a questa maestrevole volta grandemente ammirato. Lo seguitarono i Francesi, e si attaccò, sebbene con poco frutto, la vanguardia loro con quella degl'Inglesi. Venne poco poscia con tutta la sua armata il conte di Grasse, e diè un feroce assalto alla inglese, le navi della quale si erano affilate di modo, che stavano su due ancore colle poggia rivolte a terra, e l'orze al mare. Ne fu ributtato non senza grave perdita. Rinfrescò un'altra volta la battaglia, ma con non miglior evento di prima. Si astenne allora dal combattere, e se ne andò solamente volteggiandosi alla larga per bloccar dentro la cala l'armata inglese, e proteggere le conserve, le quali cariche di munizioni arrivavano dalla Martinica, e dalla Guadaluppa. Hood, veduto, che i Francesi attendevano ad altro, che a noiarlo in quella nuova stanza, sbarcò Prescot con tredici centinaia di soldati, i quali, fatto voltar le spalle ad una banda di Francesi, che là si trovavano, si posero in un forte alloggiamento sopra di un poggio. Sperava, che si sarebbe scoperta qualche occasione di soccorrere la rocca. Ogni cosa pareva promettergli una gloriosa vittoria. Aveva grandissima confidenza, che per la fortezza del luogo Frazer si sarebbe potuto tener lungo tempo. E siccome aveva i certi avvisi, che Rodney, ritornato dall'Europa con un rinforzo di dodici navi d'alto bordo, si avvicinava, così era certo, che, ove fosse arrivato, e congiuntosi con esso lui, il conte di Grasse, e più ancora il marchese di Bouillé avrebbero avuto carestia di buoni partiti. Già si prometteva nella mente sua la cattività di tutte le genti di Bouillé. Ma altre cose pensano gli uomini, ed altre ne dispone il cielo. Già il marchese avendo spacciato duemila soldati contro Prescot, lo aveva costretto ad abbandonar la Terra, ed a rifuggirsi di nuovo sulle navi. Da un'altra parte scosse dall'impeto delle artiglierie diroccavano ad ora ad ora a grandi sfasciumi le mura di Brimstone-hill; ed anzi quella parte, la quale fronteggiava il campo dei Francesi, tutta era caduta a terra. Non che una, ma parecchie breccie essendo fatte, vi si poteva entrar per assalto da ogni banda. Il governatore, perduta ogni speranza di conservar quella Fortezza, e non volendo aspettar l'assalto, il quale non avrebbe potuto non riuscir funesto a' suoi, chiese i patti. Furono essi assai onorevoli pei soldati, utili agl'isolani. In riconoscenza della valorosa difesa, che dentro fatto avevano Frazer, e Shyrley furono dal vincitor lasciati liberi, e franchi delle persone loro. Venuta per la resa di Brimstone-hill tutta l'isola di San Cristoforo in poter dei Francesi, l'armata dell'ammiraglio Hood, oltrechè lo stanziar in quel luogo non poteva più esser di alcuna utilità, si trovava esposta, se non tutta, almeno parte ai colpi delle artiglierie, che sulle più vicine spiagge avrebbero quelli potuto piantare. Nè era di poco momento la considerazione di doversi andare a congiungere coll'ammiraglio Rodney, che di breve si aspettava, o forse già era arrivato alla Barbada. Ma avendo l'armata francese così vicina, e così grossa, la cosa era piena di pericolo. Tuttafiata la necessità delle cose non lasciava luogo a dubitazione alcuna. Laonde la notte, che seguì la capitolazione, essendo i Francesi lontani a quattro leghe, gl'Inglesi, tagliati i cavi, acciocchè tutti i vascelli in uno, e nel medesimo punto potessero pigliar il vento, e l'abbrivo, ed in tal modo viaggiar più rannodati, se ne partirono, e senza nissun intoppo navigando arrivarono alla Barbada. Quivi con incredibile allegrezza loro si accozzarono con Rodney, il quale testè vi era giunto con dodici navi delle più grosse. Fu il conte di Grasse gravemente accagionato di negligenza, e di poco ardire per non aver istrettamente bloccato prima, che partisse, o assaltato quando partiva, o perseguitato, quando era partita l'armata dell'Hood. Lo scusarono alcuni, allegando, che avesse carestia di viveri; che non fossero le sue navi a gran pezza sì veloci, quanto le inglesi erano; e che inoltre in una indispensabile necessità si trovasse di ritornarsene tosto alla Martinica per proteggervi le conserve, che si aspettavano di breve dall'Europa. Comechè questa cosa se ne stia, certo è, che queste, o negligenza, o necessità, e la congiunzione dei due ammiragli inglesi riuscirono nel progresso del tempo non che di grande, di totale pregiudizio agl'interessi della Francia, come per le cose, che si diranno, sarà di mano in mano, a chiunque leggerà, manifesto. In questo mentre l'isola di Monserrato si arrendè anch'essa all'armi dei conti di Barras e di Flechin. Approdò il conte di Grasse pochi giorni dopo alla Martinica.
In tal modo si era la fortuna britannica abbassata sì in America, che nelle Antille. Ma l'armi del Re Giorgio miglior ventura non avevano in Europa di quella, che nei lontani lidi dell'occidente si avessero. Che anzi le cose sue si andavano di giorno in giorno riducendo in peggiore stato con infinito contento dei confederati, massimamente della Spagna, la quale ne raccolse prima i frutti. Era il duca di Crillon desiderosissimo d'impadronirsi del castello di San Filippo, sapendo con quant'ardore il Re Cattolico bramasse di aver in poter suo tutta l'isola di Minorca. Perciò nissuna diligenza, o artifizio di guerra aveva lasciato indietro per superare la Fortezza; e tanto si era acceso nel batterla, che l'opera delle artiglierie era piuttosto maravigliosa, che rara. Ma dubitando, che la oppugnazione per la natura del luogo, ch'era per arte, e per sito munitissimo, e per la gagliarda difesa, che vi facevano dentro gli assediati, troppo andasse in lunga, seguitò un consiglio, il qual avrebbe dovuto grandemente abborrire, e questo fu di sobillare, e di corrompere il governatore Murray, acciò gli desse per tradimento in mano quella Fortezza, che per forza non si confidava di potere sì tostamente conquistare. Aveva egli di così fare avuto commissione dal Re Cattolico, il quale caldissimo essendo in su quest'impresa di Minorca, non ebbe a disdegno l'abbassarsi ad un atto tanto indegno della Maestà reale. Rispose gravemente, ed alteramente Murray a Crillon; che allorquando un valoroso antenato di lui era stato dal suo principe richiesto, perchè il duca di Guisa assassinasse, aveva quella risposta dato, che egli avrebbe dovuto dare al Re di Spagna, quando gli commetteva di contaminar il carattere di un uomo, il nascimento del quale tanto era illustre, quanto fosse il suo, o quello del duca di Guisa; non gli scrivesse, o facesse parlar più, perciocchè ei non voleva più altramente con esso lui comunicare, che per la via delle armi. Rescrisse Crillon a Murray, che bene stava, e che la lettera di lui aveva l'uno e l'altro di essi in quella condizione collocati, che loro ottimamente si conveniva; e che in quella stima lo aveva confermato, nella quale sempre lo aveva avuto. Ma intanto le cose degli assediati erano ridotte ad una somma necessità. Quantunque saltati fuora avessero acremente assalito, e cacciato il duca di Crillon dal capo Mola, dov'egli aveva il suo principale alloggiamento, ciò nonostante ricevettero per la debolezza loro maggior nocumento, che utilità da questa fazione. Non avrebbero essi potuto pel poco numero loro a gran pezza bastare alla difesa di tanto ampie fortificazioni, quand'anche tutti fossero stati freschi di salute. Ma molto lontano da questo era il caso loro. Quei semi di scorbuto, dai quali erano i corpi loro infetti già prima dell'assedio, ora sviluppandosi, avevano questa mortale malattia tanto fatto montare, e moltiplicatala, e resala tanto feroce, che ogni dì appiccandosi ad un gran numero di soldati, questi o uccideva, o rendeva inutili alla difesa. Di questi effetti erano le principali cagioni la carestia, o per meglio dire la totale privazione degli ortaggi, l'essere i soldati stivati nelle sotterranee volte, l'orribile puzzo di queste, l'incredibile fatica, che duravano nella difesa della piazza. Allo scorbuto, come se di sè stesso non bastasse a condurre all'ultimo termine la misera guernigione, vennero a congiungersi le putride febbri, e la dissenteria, peste tanto fatale dei campi. Ciò nonostante sopportavano e sani, e cagionevoli con maravigliosa costanza i mali del corpo, e le fatiche dell'assedio; ed in ciò erano tanto infervorati, che non pochi già bacati essendo, e tocchi dai pestilenti morbi gli dissimulavano, ed ostinatamente affermavano esser sani, perchè non venissero dai Capi loro dalle militari fazioni esentati. Così pareva, che più per vigore dello spirito, che per fortezza delle membra reggessero la vita. Alcuni furono veduti morire stando in sulle guardie. Ma infine più potè la natura inferma, che la ostinazione degli animi. Nell'entrar di febbraio si trovò il presidio in tal modo assottigliato, che solo rimanevano seicentosessanta soldati, che fossero atti o tanto o quanto alle fazioni; e di questi la maggior parte erano anche infetti di scorbuto. Temevasi, che il nemico informato di tanta debolezza non andasse all'assalto, e con una battaglia di mano s'impadronisse del castello. Della qual cosa tanto maggiormente si dubitava, che le artiglierie già avevano la maggior parte delle difese superiori diroccate. Dei cannoni i più erano o scavalcati, o rotti, o imboccati; e tuttavia i nemici continuavano a fulminare. In tale stato di cose il resistere più lungo tempo sarebbe stato piuttosto bestiale ostinazione, che umano valore. Si arrendè Murray a patti, i quali furono molto onorevoli al presidio. Avessero tutti gli onori della guerra; fossero, data però la fede loro, come prigioni trasportati in Inghilterra; fosse fatto abilità a tutti i forestieri di ritornarsene colle persone, e colle robe alle proprie case; ai Minorchesi, che avevano seguitato le parti d'Inghilterra, fosse conceduto di poter godersi la patria e tutti i loro beni. Uscivano i cattivi piuttosto ombre, che uomini, miserabili avanzi di tanti valorosi soldati. Stavano schierati dall'una parte, e dall'altra i Francesi e gli Spagnuoli. Precedevano seicento, parte vecchi, parte decrepiti, parte malati, e tutti emaciatissimi soldati. Seguitavano centoventi reali artiglieri, poi dugento marinari; venivan dopo pochi Corsi, e forse alcuni più Greci, Turchi e Mori. Vedevano mesti, e compassivi i vincitori passar in mezzo di loro i cattivi. Giunti i vinti al luogo, in cui dovevano depor le armi, diventò anche più pietoso di prima lo spettacolo; poichè quivi sclamarono cogli occhi pregni di lagrime, che a Dio solo quelle armi rendevano. La quale cosa non fu senza ammirazione veduta, nè senza lode raccontata dai generosi vincitori. Fu grande altresì, e degna di onorata ricordanza la umanità di questi. Onde stringendogli pure la pietà naturale, e la forza della vera virtù cominciarono i soldati gregarj stessi a porgergli diversi rinfrescamenti, e con parole cortesi lodavano la loro costanza. Ma il duca di Crillon, ed il barone di Falkenhayen niuna cosa tralasciarono, per confortare i sani, se alcuno ve n'era rimasto, e per curar i malati, e gli uni, e gli altri di quelle cose fornire, delle quali abbisognavano. In ciò tanto si travagliarono, che parevano più di quelli, che dei proprj soldati solleciti. Le quali cose, siccome scemano orrore alla guerra, così dovrebbero anche le nazionali rivalità e nimicizie raddolcire e rattemperare. In cotal modo l'isola Minorca ritornò, dopo d'essere stata bene ottant'anni in poter della Gran-Brettagna, sotto l'imperio della Corona di Spagna.