Storia della Guerra della Independenza degli Stati Uniti di America, vol. 4
Part 16
In questo mezzo le due flotte di Johnstone e di Suffren veleggiavano alla volta del capo di Buona Speranza; e non che l'uno non sapesse dell'altro, erano per lo contrario i due nemici capitani ottimamente informati della partenza, del cammino e dei disegni dell'avversario. Andavano perciò entrambi a gara per arrivar i primi al destinato luogo. Ma l'Inglese era stato obbligato, per rinfrescarsi, di far porto nella cala di Praya posta nell'Isola di San Jago, la principale di quelle, che, raccolte come in un gruppo, si chiamano del capo Verde, ed appartenevano alla Corona di Portogallo. Quivi attendeva a far acqua, a procacciar bestiami, a fornirsi di camangiari, ed altri servigj fare necessarj al lungo viaggio, ch'era in punto d'intraprendere. Molti uomini delle compagnie navali si trovavano a terra. Ne ebbe Suffren tostano avviso, e senza metter tempo in mezzo s'incamminava a golfo lanciato verso il porto di Praya. Aveva ferma speranza di arrivarvi improvviso, e di sorprendere gl'Inglesi trasandati, e non avvisantisi. Già iva radendo inosservato marina marina una lingua di terra, che da levante abbraccia il porto, e si avvicinava alla bocca di questo. Ma la nave inglese l'Iside, che più vicina era alla bocca medesima, discoprì in quel momento al di là della lingua di terra le cime degli alberi di alcune navi, che dapprima diedero sospetto. Poscia dal modo, con cui erano governate, si conobbe, ch'erano francesi; diè l'Iside il segno. Si rivocavano i marinari dalla spiaggia; si sgomberavano le corsìe, si apparecchiavano alla battaglia. Girata intanto la punta, compariva, qual era, la flotta francese alla bocca del porto, e dal detto al fatto l'una coll'altra si mescolarono. Avevano gl'Inglesi un vascello da settantaquattro, tre altri minori, con tre fregate, e molti legni mercantili dell'India armati in guerra; ma erano sconcertati, e fuori di sesto, nè arringati per ricever la carica del nemico. I Francesi ne avevano due di settantaquattro, e tre di sessantaquattro. Cominciarono questi col tirare di buone fiancate all'Iside, che si trovò la prima; poscia ordinatisi in un puntone, si spinsero avanti dentro del porto, passando tra mezzo le navi inglesi e sparando furiosamente; e nel medesimo tempo da poggia, e da orza. L'Annibale, ch'era la testa, guidato dal cavaliere di Tremignon, posciachè si fu inoltrato dentro, quanto più potè, con mirabile intrepidità operando, imperciocchè le navi inglesi traevano gagliardamente dai due lati, gettò l'ancora. Seguitollo in secondo luogo l'Eroe guidato dallo stesso Suffren, poscia nel terzo, come dietroguardo, l'Artesiano governato dal cavaliere di Cardaillac. I due rimanenti poco si poterono avvicinare, e trovandosi a sottovento si allargarono, fatti i primi tiri, nell'alto mare. Due navi inglesi l'Iside, ed il Romney poco si potevano giovare, la prima per essere stata gravemente dai vascelli francesi nel loro passare danneggiata, la seconda per essersi trovata posta troppo indentro nel fondo del porto. Così combattevano dai due lati tre navi di alto bordo contro tre somiglianti, scaricando i Francesi in un tempo, per trovarsi in mezzo, dalle due bande, gl'Inglesi da una sola. Ma le fregate inglesi, ed i vascelli armati della Compagnia dell'Indie, riavutisi, vennero a parte del combattimento, e fortemente secondarono le più grosse. Durò la battaglia lo spazio di un'ora e mezzo, quando finalmente l'Artesiano, morto il suo capitano, e non potendo più resistere a sì duro bersaglio, tagliato il cavo, si allontanò. Allora Suffren privato del retroguardo, e fieramente percosso anch'esso dai due lati diè medesimamente indietro colla sua nave l'Eroe, e ne venne fuori del porto. Da questa ritirata delle due navi l'Eroe e l'Artesiano ne nacque, che l'Annibale restò solo esposto ai colpi di tutti i vascelli nemici. Ne ricevette un danno grandissimo; perdè tutti gli alberi, prima il trinchetto, poscia il maestro, e finalmente l'artimone. Tuttavia con incredibile sforzo operando si condusse sino alla bocca del porto, dove, preso a rimorchio dalla nave la Sfinge, e riparati meglio, che si potè, gli alberi, andò a ricongiungersi colla restante armata. Avrebbero voluto gl'Inglesi seguitare i Francesi, e rinfrescar la battaglia. Ma i venti, le correnti, l'ora tarda, ed i gravi danni pruovati dall'Iside glien'impedirono. Questo fu il combattimento di Praya, il quale si passò con poca riputazione dell'uno e dell'altro capitano. Errò l'Inglese nell'essersi tenuto a sì mala guardia in una cala aperta ed indifesa, quando sapeva pure, che il nemico andava aggirandosi nelle medesime acque. Nè vale il dire, che forse credette, che la neutralità del luogo l'avrebbe preservato. Perciocchè egli stesso affermò, che i Francesi, quando viene loro il destro, non son soliti a portar rispetto a queste neutralità. La qual cosa, se è vera, non si vede, con qual ragione possano gl'Inglesi ai nemici loro rimproverarla. Errò ancora per aver lasciato sbarcar a terra tanto numero de' suoi; per aver locato le navi più piccole alla bocca del porto, e per aversi lasciato fuggire dalle mani il vascello l'Annibale sì malconcio. Errò da un altro canto Suffren per aver voluto combattere in sull'ancore; imperciocchè per quanto si può argomentare delle probabili cose se, come prima fu arrivato, e senza perder tempo a gettar l'ancore, fosse ito all'abbordo, od almeno avesse combattuto a vela, avrebbe una compiuta vittoria riportato del nemico sorpreso, e non apparecchiato alla battaglia. Riparati tostamente i danni, l'armata inglese seguitò la francese; ma trovatala attelata in ordine di battaglia, si astenne dal venirne al cimento. Sopraggiunta poi la notte, le due armate l'una dall'altra si scostarono. Ritornò l'inglese nel porto di Praya. La francese veleggiando tuttavia vers'ostro, e rimorchiando l'Annibale, si condusse in quel porto del capo di Buona Speranza, che chiamano _falsa baia_. Là andarono tosto a raggiungerla le sue conserve, le quali, per irne ad assaltar gl'Inglesi nel porto di Praya, aveva lasciate nell'alto mare sotto il convoglio della corvetta La Fortuna. In cotal modo fu guasto il disegno, che gl'Inglesi avevano fatto sopra il capo di Buona Speranza. Ma non potendo essi conquistare, vennero in sul corseggiare. Ebbe Johnstone avviso da' suoi speculatori, che si trovavano nella cala di Saldana, vicino al capo medesimo, parecchie navi della Compagnia olandesi dell'Indie di ricchissimo carico. S'incamminò a quella volta per predarle. Arrivato sulle coste dell'Africa, piaggiando egli stesso come piloto, acciocchè le sue navi non fortunassero nei vicini scogli, camminando, velocemente la notte, nascondendosi il giorno, tanto fece, che arrivò improvvisamente sopra la cala, e predò cinque di quelle navi più ricche e più grosse. Le rimanenti arsero. Ottenuta questa cosa, la quale fu causa, che la spedizione sua non sia stata del tutto intrapresa a credenza, avviò una parte della flotta col generale Meadows alla volta dell'Indie. Egli poi col Romney, le fregate, e le ricche spoglie se ne tornò in Inghilterra. Suffren dal canto suo, assicurato con buon presidio il Capo, rivolse anch'egli le prue verso le orientali Indie. Così la guerra, che già infuriava in Europa, in Africa ed in America stava per rinfrescarsi più feroce, che prima, sulle lontane rive del Gange.
Ritornando ora alle cose che si facevano sotto le mura di Gibilterra, alla furiosa batteria data loro succedette una quasi totale calma. Solo quelle piatte trapellando nottetempo molto noiavano la guernigione. Per la qual cosa il governatore per liberarsi ad un buon tratto da quella rangola, piantati alcuni cannoni di lunghissima gittata, che a quest'uopo stesso gli erano stati portati d'Inghilterra, e rizzate certe grosse bombarde nell'esteriori batterie, arrivava con palle e con bombe ad infestar il campo di San Rocco; e tutte le volte, che arrivavano le piatte, ed ei traeva furiosamente dentro gli alloggiamenti spagnuoli. Accortosi perciò Mendoza, che Elliot ciò faceva solamente per rappresaglia degli assalti delle piatte, fu costretto di comandare ai capitani di queste cessassero dagl'insulti loro, e se ne stessero quietamente nel porto di Algesiras. Solo stessero vigilanti al non lasciar entrar vettovaglie nella piazza. Erano intanto gli Spagnuoli indefessi nell'avanzar i lavori delle trincee, e già si erano condotti assai vicini alle falde della rocca, dimodochè la circonvallazione si distendeva da destra a sinistra per tutta la larghezza dell'istmo, che quella rocca medesima congiunge colla terra-ferma di Spagna. Avevano poi sulla stanca scavato il cunicolo di comunicazione tra l'esterior circonvallazione e gli alloggiamenti. Elliot, che se ne stava sicuro sulla cima della rupe, non volendo spendere le sue munizioni invano, gli aveva lasciati fare. Ma quando le opere loro furon condotte a fine, allora deliberò di guastarle, col fare loro addosso una incamiciata. Saltò fuori alle tre della mattina del giorno 27 di novembre con tre schiere di valenti soldati tutte governate dal generale Ross. Le accompagnavano un buon numero di palajuoli, e marrajuoli, e d'artiglieri con fuochi lavorati. Procedettero con grandissim'ordine e silenzio. Sopraggiunsero improvvisi. Dato dentro mettevano prestamente in fuga le guardie, e si facevano padroni della prima parata. Tutto scombuiarono. Gli artiglieri, appiccato il fuoco, tutto quello, che accendibil'era, arsero; ruppero i carretti dei cannoni, ed i mortaj, e quelli con incredibile celerità chiodarono. I guastatori volsero sossopra le piazzuole delle artiglierie; rovinarono le traverse; i parapetti uguagliarono al suolo. I magazzini arsero l'uno dopo l'altro nel general incendio; e quella magnifica opera, che tanta fatica, tempo e spesa costato aveva, fu nello spazio di una mezz'ora distrutta. Gli Spagnuoli, o sopraffatti dall'improvviso caso, o credendo i nemici più grossi di quello, ch'erano, non si ardirono uscir dal campo loro per ributtargli. Solo trassero continuamente, sebbene con niuno effetto, a palla ed a scaglia. Gl'Inglesi compiuta la bisogna, ritornarono sani e salvi ad incastellarsi.
In Europa intanto covava un disegno, il quale doveva, se fosse stato condotto a fine, grandemente affliggere la potenza britannica nel mare mediterraneo. Restavano gli Spagnuoli molto male soddisfatti della Francia, siccome quella, che pensato avesse sin allora solamente ai proprj suoi interessi, e non a quei dei suoi alleati. Si dolevano aspramente, ch'ella non avesse aiutato le imprese della Giamaica e di Gibilterra, come se non vedesse volentieri crescere nei mari di America, e nelle terre d'Europa il nome spagnuolo. L'aver gl'Inglesi così sicuramente vettovagliato quest'ultima Terra, senza che i Francesi nissun motivo di sorta alcuna fatto avessero per impedirlo, ed il poco frutto fatto contro le mura di quella dall'ultima e sì feroce batteria data loro con sì estremo sforzo, avevano questi mali umori vieppiù accresciuti, e fattigli diventar aperte scontentezze. Mormoravano universalmente i popoli della Spagna, e dicevano della Corte di quelle cose, che sarebbe stato meglio tacere. Affermavano, che questa non per interesse dei popoli spagnuoli, ma solo per secondare, e per far le spalle ai disegni dell'avara ed ambiziosa Francia, aveva quella guerra intrapresa. La chiamavano una guerra di Corte e di famiglia. Stimolata la Francia dall'importunità di questi discorsi, e considerato, che l'abbassar, in qualunque modo si fosse, la potenza britannica, era un accrescere la sua, si risolvette a voler efficacemente cooperar a qualche impresa, che di breve ridondasse in utile e benefizio speciale della Spagna. E siccome quella della Giamaica non si poteva sì tosto tentare, perchè sarebbe stato richiesto assai tempo ai necessarj preparamenti, e quella di Gibilterra era troppo dura a poterla compir prestamente, così si voltarono i pensieri ad un'altra, la quale tanto più riuscibile pareva, quanto che gl'Inglesi non se l'aspettavano. Questa fu la conquista dell'isola Minorca. Oltre i motivi finora raccontati, che facevano di modo, che la Francia molto questa fazione desiderasse, era essa ancora grandemente grata agli Spagnuoli. Ella è l'isola Minorca in sì opportuno sito posta per corseggiare, che molti arditissimi corsari, i quali colà si riparavano, tenevano infestati tutti i mari, e disturbata la navigazione, ed i commerci sì di Spagna che di Francia, coll'intraprendere le navi di queste due nazioni, come ancora le neutrali, che con quelle andavano trafficando. Oltre di che ella era quasi come una depositerìa, dove gli Inglesi ammassavano le munizioni, sì da guerra che da bocca, le quali traevano dalle vicine coste dell'Africa, e poscia o le navi loro ne fornivano, o trafugavano dentro Gibilterra. La facilità dell'impresa era anche un possente incentivo al tentarla. Imperciocchè nonostante, che la rocca di San Filippo, ch'è il principale propugnacolo dell'isola, fosse di sito e di mura assai forte, la qualità del presidio non corrispondeva nè alla fortezza, nè alla importanza del luogo. Eranvi dentro solamente quattro reggimenti, due inglesi, due annoveriani, che sommavano a poco più di due migliaia di soldati; e quantunque l'aria ivi sia salubre, e gli erbaggi copiosi, erano quelli malsani ed infetti di scorbuto. Governavano tutto il presidio i generali Murray e Draper. Fatta la risoluzione, i confederati francesi e spagnuoli si accordavano di modo, che il conte di Guichen sul finir del mese di giugno partì da Brest con un'armata di diciotto vascelli di alto bordo de' più grossi, ed andò a congiungersi nel porto di Cadice colla spagnuola, che l'aspettava. Aveva con lui i Signori de Beaussett e de Lamotte-Piquet, l'uno e l'altro uffiziali di molta rinomea. L'armata spagnuola, la quale era governata da don Luigi di Cordova, come capitano generale, e dai due sotto-ammiragli Don Gastone e Don Vincenzo Droz, arrivava a trenta vascelli grossi. Si era poi ivi fatto una massa di diecimila Spagnuoli, ottima gente, i quali senza indugio alcuno si posero sulle navi. Salparono il giorno 22 di luglio, ed arrivati sopra Minorca, senza ostacolo alcuno incontrare, sbarcarono nella cala di Moschito il dì 20 d'agosto. Recaron tosto in lor potere tutta l'isola, inclusavi la città di Maone, che ne è la capitale. I difensori, essendo così deboli, avevano tutti questi posti abbandonato, e s'erano dentro di San Filippo incastellati. Poco poscia arrivarono da Tolone quattro reggimenti francesi sotto la condotta del barone di Falkenhayen. Avevano i due Re confederati dato il governo di tutta l'impresa al duca di Crillon, giovane nato di chiarissimo sangue, desiderosissimo della gloria, e delle cose della guerra molto intendente. Si era egli condotto agli stipendj della Spagna, ed essendo Francese fu creduto personaggio acconcio alla comune impresa. Ma l'assedio di San Filippo era una cosa assai difficile a pigliarsi a fare. È la Fortezza tagliata nel vivo sasso, e tutta ben minata. Lo stesso sdrucciolo, e la strada coperta scavati dentro nel sasso medesimo sono assicurati con mine, contramine, palificate, e munitissimi tutt'all'intorno sopra la corona del fosso di artiglierie. Attorno il fosso, che è profondo venti piedi, gira una galleria sotterranea, e merlata, sicuro asilo ai difenditori. Traverso segrete e scannafossi danno l'adito dalle opere esteriori al castello. In esse, che sono fatte a mò di laberinto, sono scavati pozzi profondi con coperchj muovevoli, e qua e là feritoje da ogni lato. Il castello circondato anch'esso da un cammino coperto fortificato con contramine non solo è difeso da controscarpe e mezze lune, ma di più da un muro sessanta piedi alto, e da un fosso trentasei piedi fondo. Il mastio poi, ch'è una torre quadrata fiancheggiata da quattr'orecchioni, ha le mura alte ottanta piedi, ed un fosso profondo quaranta, scavato nel macigno. Aveva anch'esso ed il suo corridoio, e le stanze pei soldati. Nel miluogo havvi una spianata, perchè la guernigione vi possa fare gli suoi armeggiamenti. Intorno alla medesima sono costrutti i quartieri pei soldati, ed i magazzini per le munizioni, gli uni, e gli altri a botta di bomba, e tutti nella durissima roccia scavati. Gl'Inglesi finalmente per assicurarsi vieppiù avevano rovinata, ed uguagliata al suolo la vicina città di San Filippo. Si avvicinarono cautamente i confederati a questa cittadella, siccom'ella in sito alto locata torreggia, e domina tutto il paese all'intorno, così non iscavando, ma piuttosto trasportando ed innalzando terra le loro trincee formavano. Elevarono un grosso ciglione murato lungo dugento piedi, alto cinque, e grosso sei. Questa difficile opera fu tratta a fine, senza che gli assedianti ricevessero alcun danno, non osando Murray saltar fuori, o perchè troppo si diffidasse della debolezza del presidio, o perchè troppo confidasse nella fortezza del luogo. Solo ebbe gittato bombe e palle, che non fecero effetto di sorta alcuna. Infine, essendo la parata compita, scopri Crillon le batterie, e con cento undici cannoni, che buttavano ciascuno ventiquattro libbre di palla, e con trentatre bombarde, che aprivano tredici pollici di diametro, fulminava la piazza.
Mentre queste cose si facevano sotto le mura San Filippo, l'armata de confederati, nella quale si trovavano pressochè cinquanta navi delle più grosse, guidata dal conte di Guichen, si era rivolta alle rive dell'Inghilterra. Era l'intento dell'ammiraglio francese di andare all'incontro dell'armata inglese, e di assaltarla, essendo venuto in grandissima speranza della vittoria, imperciocchè non fosse essa a gran pezza pel molto minor numero delle navi abile a resistere a tanto apparato. Disegnava altresì con questa mossa d'impedir gli aiuti, che dall'Inghilterra si sarebbero potuti mandare a Minorca. Sperava finalmente di poter intrachiudere la via, e por le mani addosso alle conserve, che partite dall'Indie, ad ora ad ora si attendevano nei porti della Gran-Brettagna, siccome pure a quella, che, raccozzatasi nel porto di Cork in Irlanda, era in procinto di partirne per alle orientali ed occidentali Indie. Nè stava senza aspettazione che l'inopinata apparizione di una sì possente armata sulle coste di quel Regno non fosse per farvi nascere dentro qualche buona occasione di fare un onorato fatto in servigio della lega. Arrivato arringava la sua flotta alla bocche dello stretto distendendola dal capo Ognissanti sino all'Isola di Scilly. Era allora l'ammiraglio Darby con ventuno vascelli d'alto bordo in mare ed in via per andar all'incontro delle conserve. Ebbe gran ventura nell'essere informato per mezzo di un bastimento neutrale dell'avvicinarsi dei confederati così grossi; senza del che si sarebbe trovato alla non pensata impacciato nell'armata loro, e quello, che succeduto ne sarebbe, nissun nol vede. Avuto l'avviso, si ritirò tosto dentro la cala di Torbay. Venivano spacciatamente a congiungersi con esso lui altri vascelli di prima portata, finchè ne ebbe da trenta. Gli ordinava entro la cala medesima, la quale è aperta, e poco difendevole, a mò di crescente luna, per poter più agevolmente ributtar il nemico, se questi lo volesse assaltare. Ma il pericolo era tuttavia grande. Temevasi della flotta, temevasi delle città marittime, principalmente di Cork, Terra indifesa, e piena di magazzini zeppi di munizioni di ogni sorta. Erano in tutta l'Inghilterra gli animi sollevatissimi. Compariva a gonfie vele l'armata alleata in cospetto di Torbay. Convocò Guichen incontanente una Dieta militare, per aver il parere dei Capi intorno a quello, che fosse a fare. Voleva egli, che si desse dentro, e si assaltasse l'armata britannica. Discorreva, esser questa quasi come presa dentro una rete; l'occasione aver corta vita, e non mai, trasandata questa, potersi un'altra più propizia sperare per ispogliar del tutto la Gran-Brettagna dell'imperio del mare. Ricordava, con quanta infamia essa occasione si perderebbe, e quanto pungenti stimoli di penitenza seguiterebbero, chi non l'abbracciasse. Essere il nemico impacciato, aversi buona quantità di brulotti, l'effetto dei quali in quell'ordinanza fitta ed immobile delle navi di Darby stato sarebbe inevitabile; dimostrassero con un nobile ardire agli alleati, quali, e quanti essi fossero. Don Vincenzo Droz non solo sosteneva la opinione del capitano generale, ma di più si offeriva pronto a guidar la testa, e ad attaccar la zuffa il primo. Ma il signor di Beausset, uomo nelle cose navali di grandissima riputazione, manteneva la contraria sentenza. Argomentava, che l'assaltar il nemico in quel luogo era lo stesso, che privarsi del vantaggio, che si aveva grandissimo, del maggior numero delle navi; che non si sarebbe potuto andare alla battaglia coll'ordinanza spiegata, ma sibbene per puntone, ed una nave dopo l'altra; la qual cosa avrebbe fatto abilità ai nemici, i quali avrebbero tratto a mira ferma rasentando l'acque, e con palle incrocicchiantisi da destra e da sinistra, di fracassar le navi già fin prima, che giugnessero ai posti, che sarebbero lor destinati. Concludeva, che siccome la risoluzione di assaltare il nemico in quel luogo non si poteva a patto nissuno giustificare, così credeva, che più riuscibile partito, e se non di eguale, certo di grande importanza, fosse il por l'animo ad intraprendere la conserva, che poco lontana esser doveva, dell'Indie occidentali. Si accostarono all'opinione di Beausset Don Luigi, e tutti gli altri uffiziali spagnuoli, trattone Don Vincenzo. Prevalse perciò l'opinione di costoro, e l'impresa fu posta da l'un de' lati. Ma se i confederati non vollero, o non seppero quella occasione usare, che la fortuna aveva loro apparecchiato, così ella guastò loro poscia quel disegno, che in luogo del primo abbracciato avevano. Incominciarono le malattie ad incrudelire a bordo delle navi, massime delle spagnuole, e le burrasche, che seguirono poco dopo, obbligarono i due ammiragli a pensare alla salute loro. Onde avvenne, che Guichen co' suoi si ritirò a Brest, e Don Luigi a Cadice. Entrarono sicuramente le conserve nei porti d'Inghilterra. Così questa seconda apparizione dei confederati sulle coste inglesi riuscì altrettanto vana, quanto la prima; ma però i soccorsi verso Minorca ne furono impediti.