Storia della Guerra della Independenza degli Stati Uniti di America, vol. 4

Part 15

Chapter 153,190 wordsPublic domain

Mosso il Re di Francia da tutte queste cagioni e dal proprio interesse si determinò di mostrarsi nel presente anno più vivo, di quanto stato fosse nel passato, volendo con nuova vigorìa riparar i danni operati dalla antica freddezza. Per la qual cosa faceva lavorar di forza nell'arsenale di Brest, ed apparecchiava in ogni parte del Regno gagliardamente le armi terrestri. Tre erano i fini che principalmente si proponeva di voler conseguire. Il primo era quello di mandar sì fatta armata nelle Antille, che congiunta a quella che si trovava ne' porti della Martinica, se ne venisse ad acquistar superiorità sull'armata inglese. Quest'armata, al governo della quale fu preposto il conte di Grasse, doveva anche trasportare un buon numero di soldati, i quali accozzatisi nella Martinica con quei del Bouillé avrebbero qualche impresa d'importanza tentato contro le Isole inglesi. La qual cosa ottenutasi, e prima che fosse trascorso il tempo di guerreggiare in quei climi, s'intendeva, che il conte di Grasse si recasse sulle americane spiagge per ivi cooperare con Rochambeau e con Washington al sottoponimento delle forze, che la Gran-Brettagna vi aveva. Il secondo poi si era quello d'inviar una sufficiente flotta sulle coste africane, perchè soccorresse al pericolo del capo di Buona Speranza, e ciò fatto s'incamminasse alla volta delle Indie orientali, dove per l'industria e per la gagliardìa dell'ammiraglio inglese Hughes le cose francesi erano al di sotto. Col terzo finalmente si voleva una qualche rilevata fazione fare nei mari d'Europa in benefizio della Lega, e massimamente della Spagna. Si motivava specialmente dell'impresa di Minorca.

Frattanto in Inghilterra parte si sapevano, e parte si presumevano i disegni degli alleati; e perciò vi si facevano contro tutti quei preparamenti che si credevano del caso. Già vi si allestiva con gran sollecitudine una flotta, la quale doveva portar un rinforzo di alcuni colonnelli inglesi, e di tremila Essiani in America al lord Cornwallis, acciocchè fosse in grado non solo di poter conservare quello che acquistato aveva, ma ancora distendere più oltre la prosperità delle sue armi. Perocchè le vittorie di Cambden e di Guilford avevano maravigliosamente sollevato gli animi di tutta la nazione a nuove speranze, e tutti già si promettevano il pronto fine della guerra, ed il soggiogamento dell'America. S'intendeva parimente colla giunta della flotta medesima, quantunque in sè stessa non molto forte, a quella, che già esisteva nell'acque delle Antille, conservar all'armi britanniche quella superiorità, che acquistato vi avevano. Ma ognuno particolarmente stava attentissimo ad osservare, a qual fine tendesse un armamento forte che si faceva nei porti, consistente in una nave di 74 cannoni, una di 54, tre di 50, con parecchie fregate, brulotti, giunchi ed altri minori legni da guerra. Lo dovevano accompagnare molte navi da carico fornitissime di armi e di munizioni. Tre migliaia di valenti soldati erano stati posti a bordo sotto la condotta del generale Meadows. Il governo della flotta era stato commesso al comandante Johnstone. Molto varj erano i romori che correvano fra la gente intorno l'oggetto di questa spedizione, il quale era con grandissima gelosia tenuto segreto. I più però concorrevano nel dire, che la spedizione fosse volta alle Indie orientali per por fine colà alla signoria francese. La qual cosa, per quanto si potè giudicare dagli accidenti che seguirono, fu vera. Ma e' pare ancora, che la guerra, che sopravvenne coll'Olanda, abbia i ministri della Gran-Brettagna indotto a darle altro destino, restringendola alla fazione del capo di Buona Speranza, ed al mandar nelle Indie quegli aiuti, ch'erano creduti necessarj, se non al conquistar nuovo paese, almeno al conservar il conquistato. Ma di tutte le cure, che a questi dì pressavano nei consiglj britannici, forse la più rilevante, e certamente la più premurosa, era quella di soccorrere al presidio di Gibilterra. Nel che, oltre l'importanza della cosa, l'onor della nazione era grandemente interessato. Gli Spagnuoli e gl'Inglesi avevano quell'assedio preso in gara, ed i primi si andavano vantando, che ad ogni modo colla flotta che avevano a Cadice, avrebbero ogni soccorso, che si fosse voluto far entrare, impedito. Già dentro s'incominciava a disagiar grandissimamente di vettovaglie, essendo in gran parte consumate le munizioni l'anno precedente introdotte dall'ammiraglio Rodney, e quelle che sopravanzavano, erano sì corrotte, che poco erano mangerecce. Già Elliot era stato costretto a diminuire di un quarto la provvisione giornaliera del vitto a' suoi soldati; gli uffiziali stessi, perchè i gregarj sopportassero di miglior animo la privazione, furono proibiti dall'usar la polvere di cipri nella cura dei loro capelli. A queste strette era ridotto il presidio. Ma gli abitatori della città per la mancanza delle cose al vivere necessarie travagliavano grandemente. Tal era stata la vigilanza e la prontezza degli Spagnuoli nel vietar le vettovaglie, che dall'ultimo rinfrescamento in poi pochissime navi erano state lasciate entrar dentro dalle più vicine, come dalle più rimote, parti dell'Africa. Solo alcuni legni minorchesi, molto sguizzanti, a volta a volta vi erano trapelati. Ma non bastavano a gran pezza a tanta bisogna, ed i prezzi che mettevano i padroni alle robe loro, erano sì esorbitanti, che pochi vi si potevano accostare. Perfino le miserabili reliquie delle antiche provvisioni guaste, com'erano, si vendevano a prezzi sfoggiati. Una libbra di vecchio biscotto di bordo tutto bacato vi si comperava ventiquattro soldi, e non se ne trovava. Le farine corrotte, ed i piselli intonchiati un terzo più; il sale il più immondo, la spazzatura dei granai valevano sedici soldi la libbra; il butirro salato una mezza corona; un pollo d'India, quando se ne trovava, valeva meglio di trenta franchi; un porcello non si poteva avere, se non con cinquanta franchi; un'anitra ne costava più di dodeci; una gallina magra dieci; un ventre di vitello non si poteva avere per una ghinea, che sono meglio di venticinque franchi; ed un capo di bue si vendeva ancor più caro. Da ardere si aveva sì scarsamente, che le biancherie si lavavano coll'acqua fredda, e non si distendevano co' ferri; cosa, che riuscì di grave danno alla salute degli uomini nella stagione umida, e fredda del varcato inverno. Sopportava bene la guernigione tutti questi disagi con maravigliosa costanza; ma non avrebbe potuto durar più oltre, e quella importante rocca, la chiave del Mediterraneo, sarebbe fra breve ritornata all'obbedienza degli antichi signori, se prontamente non le si soccorreva. Da questi pensieri erano occupate le menti degli uomini in Inghilterra. In Olanda intanto si lavorava incessantemente negli arsenali per allestire un navilio, che capace fosse a rinnovar l'antica gloria, ed a mantener la dignità della repubblica. Si aveva principalmente in animo di proteggere il commercio, che gli Olandesi andavano facendo nel Baltico, e preservarlo dalla rapacità degl'Inglesi. In ciò però non si ottenevano tutti quegli effetti, ch'erano da desiderarci, sì per cagione delle Sette, che tuttavia bollivano in quel paese, e che la forza del reggimento infievolivano, come perchè la lunga pace vi aveva gli animi ammolliti, e fattovi trasandar le provvisioni navali.

Tali erano i rispetti, coi quali reggevano a questo tempo i principi i pensieri e le operazioni loro. Gli apparecchj di guerra, che avevano fatti per venirne a capo, erano grandi. Stava il mondo in grandissima aspettazione delle cose avvenire. I primi ad uscire furono gl'Inglesi. L'intento loro era di recarsi al soccorso di Gibilterra. Partirono da Portsmouth con ventotto navi d'alto bordo il giorno 13 di marzo. Ma furono obbligati a soprastar alcuni dì sulle coste d'Irlanda per aspettar le annonarie e le passeggiere, che in grandissimo numero si erano raccolte nel porto di Cork. Le conserve volte alle Indie sì orientali, che occidentali accompagnavano l'armata; dalla quale, arrivate che fossero in certi luoghi fuori del pericolo delle flotte nemiche, si dovevano spiccare per andarsene al viaggio loro. Viaggiava medesimamente di compagnia colla grande armata la flotta spedita di Johnstone destinata, come si è narrato, alla fazione del capo di Buona Speranza; e questa doveva sin là convogliare la conserva d'Oriente. Era l'armata governata dagli ammiragli Darby, e Digby, e da Lockart Ross; ed essendo partita in tre squadre ciascuna era da uno di essi capitanata. Siccome la necessità di soccorrere Gibilterra era evidente, che i preparamenti, che a questo fine si facevano nei porti della Gran-Brettagna, erano noti a tutti, e che anzi gl'Inglesi apertamente confessavano di voler ciò fare, così gli Spagnuoli avevano fatto ogni sforzo per far tornare vano questo disegno. Per verità avevano allestito nel porto di Cadice una armata di trenta navi di alto bordo, e datone il governo a Don Luigi di Cordova, uffiziale di molto valore. Tali erano le forze degli Spagnuoli. Ma queste magnificavano ancora vieppiù per istornare, se possibile fosse, gl'Inglesi dal tentar l'impresa. Perchè poi alle forze, ed alle parole si accoppiasse anche l'ardire, Don Luigi entrava, ed usciva spesso da Cadice, ed iva colla sua armata volteggiandosi sulle vicine coste del Portogallo per quella via, che gl'Inglesi dovevano tenere per correre a Gibilterra. Aggiungevano, esser pronte a congiungersi colle loro molte grosse navi francesi, che allora si trovavano nel porto di Tolone, ed in quei dell'Oceano. Infatti vi era nel solo porto di Brest un'armata sì possente, che di per sè stessa stata sarebbe abile a contrastar il passo, ed a combattere con buona speranza di vittoria tutta l'armata inglese. Vi si annoveravano ventisei vascelli d'alto bordo tutti pronti al veleggiare. E certamente, se questa si fosse congiunta coll'armata di Spagna, avrebbero i confederati acquistato una forza prepotente, e sarebbe agli Inglesi riuscita assai dura impresa quella del soccorso di Gibilterra. Così speravano gli Spagnuoli, che i Francesi avrebbero operato. Ma questi avevano troppo a cuore di proseguir i disegni loro nelle Antille, e nella terra-ferma d'America, siccome pure di ristorar le cose loro, che andavano in declinazione nelle Indie orientali, perchè si volessero risolvere, trasandati tutti questi oggetti di sì gran momento, ad aiutar la Spagna in una impresa, la quale ridondata sarebbe in solo e privato utile di questa. Per la qual cosa il giorno 22 di Marzo uscì da Brest con tutta l'armata il conte di Grasse, e volte le prue all'occidente s'incamminò verso le Antille. Viaggiava di conserva con esso lui il Signor di Suffren colla sua flotta consistente in cinque navi d'alto bordo, parecchie fregate, ed una grossa mano di soldati da terra. Doveva questi, tosto arrivato all'isola Madera, partirsi dalla grossa armata, e veleggiando a ostro verso la punta d'Africa, preservare il capo di Buona Speranza; e, ciò fatto, recarsi nell'Indie orientali. Così le due grandi armate, e le due più piccole inglesi, e francesi, alle quali i due nemici Re avevano commesso fazioni di tanta importanza, e nelle quali sì grandi speranze della salute e della prosperità dei regni loro collocato avevano, uscirono le une e le altre quasi nel medesimo tempo all'alto mare; e senza di quel soprastamento, che gl'Inglesi furono costretti a fare sulle spiagge dell'Irlanda; ogni ragion persuade, che si sarebbero incontrate, ed avrebbero definito con una giudicata battaglia sui mari d'Europa quella lite, che non dovevano se non se nelle lontane regioni delle due Indie determinare. Viaggiavano gli Inglesi con vento prospero verso il capo San Vincenzo, dove pervenuti con molta circospezione si governavano per sospetto dell'armata spagnuola. Ma Don Luigi, il quale ne' precedenti dì era ito in volta nel golfo di Cadice, avuto presto avviso dell'avvicinarsi degl'Inglesi, non confidandosi nelle forze proprie, e dimenticatosi dell'importanza della cosa, non gli stette ad aspettare, ed andò tostamente a ricoverarsi nel porto medesimo di Cadice. Così fu lasciata libera la via al nemico sino a Gibilterra. L'ammiraglio Darby, guardato dentro in Cadice, e conosciuto, che gli Spagnuoli nissuna mostra facevano di voler uscire, spinse avanti tutte le navi da carico, le quali sommavano nel torno di cento, facendole scortare da un certo numero di navi da guerra. Parte di queste dovevano stanziare nel golfo stesso di Gibilterra per difender le navi passeggiere dagli assalti delle piatte spagnuole, delle quali abbiamo nel precedente libro favellato; e parte arringarsi alla bocca dello stretto verso il Mediterraneo per impedir le offese, che di là avrebbero potuto venire. Darby intanto continuò a volteggiarsi avanti Cadice per attendere con ogni diligenza gli andamenti del nemico. Le cose riuscirono, come l'Inglese le aveva disegnate. E comechè gli Spagnuoli colle piatte molto si affaticassero per danneggiar alle annonarie, e che male le navi grosse potessero dalle importune bezzicature di quelle liberarle, perciocchè fossero troppo piccole a poter esser prese di mira, del che gli uffiziali inglesi a grandissima rabbia si concitavano, tuttavia nissun notabile frutto poteron'operare. Furono sicuramente poste a terra tutte le armi, e le munizioni sì da guerra, che da bocca con incredibile allegrezza degl'Inglesi, con non poco biasimo degli Spagnuoli, e con molta maraviglia di tutta l'Europa.

Il Re di Spagna, che aveva posto l'occhio a quest'impresa di Gibilterra, e che già vi aveva speso intorno tanti tesori, essendosi fatto a credere, che quella rocca sarebbe, come sicura preda, venuta tosto nelle sue mani, vedutosi ingannato di sì vicina speranza, determinossi a voler coll'armi di terra acquistar quello, che colle marittime non aveva potuto conseguire. In ciò tanto più vivo era il suo desiderio, che conosceva benissimo, a quanta diminuzione di gloria fossero andate soggette le armi sue presso gli uomini valorosi a quell'inaspettato rinfrescamento della Fortezza. Già si erano i suoi soldati dal campo di San Rocco fatti avanti, per quanto ciò era possibile ad eseguirsi, coi lavori della circonvallazione, e le opere loro avevano munite con una quantità grandissima di grossissimi cannoni e bombarde. Arrivavano i primi a centosessanta, le seconde a ottanta. Adunque ai dodeci d'aprile, e quando ancora la flotta inglese si trovava nel porto di Gibilterra, incominciarono tutto ad un tratto ad allumare queste artiglierie, le quali col fuoco, cogli scoppj, col fumo e colle palle facevano uno spettacolo orribile a vedersi e ad udirsi. E siccome il bersaglio loro era molto stretto, perciocchè la rupe di Gibilterra sia a un di presso lunga soltanto una lega, e larga un quarto, così il nembo delle palle e delle bombe vi era molto fitto, e nissun luogo vi era, se si eccettuano le casematte, e le sotterranee volte, dove l'uomo potesse contro l'impeto loro sicuramente ricoverarsi. Nè il governatore Elliot se ne stava neghittoso ad osservare; che anzi rendeva fuoco per fuoco, furia per furia sì fattamente, chè pareva la roccia tutto all'intorno gettasse fiamme e fumo, e tutta intiera in tuoni e folgori si disfacesse. Stavano sulle due vicine coste dell'Africa e dell'Europa maravigliate, e spaventate le genti, che colà erano a bella posta concorse ad osservare. Ma quei, ch'erano dentro, eccettuati i soldati, che si erano posti a' luoghi sicuri per difender la piazza, ed offendere il nemico, andavano esposti ad ogni sorta di più compassionevoli accidenti. Grand'era il terror loro; ma più grande ancora il danno. Le membra dei morti e dei moribondi sparse al suolo qua e là; le donne coi fanciulli in braccio andando chiedendo quella mercè, che trovare non potevano. Ne fur viste delle schiacciate in un coi figliuoletti, e sformate ad un tratto, e lacerate in mille pezzi dalle scoppianti bombe. Le infulminate si aggavignavano colle tremanti mani alle schiegge, e balze dei petroni per cercar asilo ne' luoghi più selvaggi e più rimoti. Alcune fra le principali furon lasciate entrar nelle casematte, dove si recarono a gran ventura il potere in mezzo al tanfo delle stanze, al trambusto delle soldatesche, ai gemiti dei feriti e dei moribondi da quella crudele morte scampare, che al di fuori minacciava la incredibile furia degl'istromenti da guerra. La città, che è posta sulla falda della roccia a riva il mare di verso occidente, ne fu distrutta da capo a fondo. Al che non poco contribuirono le piatte spagnuole, che di nottetempo velocemente sguizzavano tra le navi inglesi, e compita l'opera loro si ritiravano la mattina, giovandosi del vento, che per l'ordinario si mette a quell'ora, nel porto di Algesiras. Queste piatte parimente ebbero sfragellati coi tiri loro molti di coloro, i quali sui vicini fianchi della roccia ritiratisi, erano scampati al furor delle artiglierie del campo di San Rocco. Lo scaricar continuo durò con eguale frequenza meglio, che tre settimane; poscia si rallentò, vedendo gli Spagnuoli, che riusciva poco altro, che un romor vano; e non volendo dall'altra parte Elliot far tanta jattura di munizioni in una battaglia di poco frutto. Sparava egli bene di quando in quando per mostrare, ch'era vivo; ma la maggior parte del tempo se ne stava inoperoso a rimirare l'inutile furia degli Spagnuoli. Consumarono eglino in questa spessa batteria meglio di cento migliaia di libbre di polvere, avendo tratto settantacinquemila cannonate, e venticinquemila bombe. Nonostante la strettezza del luogo, e la maravigliosa spessezza dei tiri morirono de' soldati della guernigione assai pochi, e da dugento cinquanta furono feriti. Gli abitatori della città privi delle case, avendo sempre presente nell'immaginazione loro la miserabilità del passato caso, e temendo dei futuri, desiderarono di andarsene. Al che Elliot, dopo d'avergli con ogni maniera di più umano conforto racconsolati, facilmente ebbe consentito. La maggior parte s'imbarcarono a bordo della flotta, che aveva vettovagliato la piazza. Partì poscia la flotta medesima alla volta dell'Inghilterra. Ma prima, ch'ella vi arrivasse, la fortuna propizia ai Francesi, fe' ai nemici loro pruovar un sinistro, il quale causò gran danno alle cose loro, e fu una giusta pena delle rapine di Sant'Eustachio. Si aveva avuto in Francia il tempestivo avviso, che una numerosa conserva di navi cariche delle ricche spoglie di quell'isola n'era partita verso il finir del mese di marzo per recarsi nei porti d'Inghilterra. Si seppe ancora, che a questa conserva teneva dietro un'altra non meno preziosa pei proventi, ch'ella portava dell'isola Giamaica. Scortava la prima l'Hotham con quattro vascelli da guerra. Il momento era molto propizio ai Francesi, trovandosi a quei dì la grande armata britannica occupata nell'impresa di Gibilterra. Non si lasciarono i ministri di Francia fuggir dalle mani una sì favorevole occasione; che anzi con grandissima diligenza avevano fatto lavorare nel porto di Brest per metter in punto una flotta, perchè potesse correre sopra le conserve inglesi. La cosa ebbe effetto. In men che non si potrebbe credere furono allestite otto navi d'alto bordo, molto destre veleggiatrici. Ne fu dato il governo al conte de Lamotte-Piquet. Uscì egli dal porto il giorno 25 aprile, e dato di cozzo nella conserva di Sant'Eustachio, tutta la sperperò. Ventidue bastimenti predò; due altri vennero in mano dei corsari. Alcuni pochi colle navi di guerra, che convogliati gli avevano, si ricoverarono nei porti dell'occidentale Irlanda. I mercatanti inglesi, che avevano assicurati i navilj, perdettero per questo caso da settecentomila lire di sterlini. Non tardò l'ammiraglio Darby durante il suo viaggio ad aver notizia della cosa; e tosto si metteva all'ordine per intraprendere Lamotte-Piquet, primachè si fosse recato in salvo nei porti di Francia. Ma l'ammiraglio francese, che teneva gli occhi aperti, avuta sì prospera vittoria, ed avvertito dell'avvicinarsi di Darby, lasciata andare a suo viaggio la conserva della Giamaica, si cansò tosto, e felicemente apportò in Brest. Le feste, che si fecero in Francia per questa cattura non furon poche; e molte, ed assai meritate lodi furono date agli autori della fazione del pari opportunamente disegnata, che velocemente, e prudentemente eseguita. L'armata di Darby e la conserva della Giamaica arrivarono con prospera fortuna nei porti della Gran-Brettagna.