Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 13
Part 27
[428] Tali cose scriveva il Petrarca al suo amico, che arrossendo e piangendo additavagli, _maenia_, _lacerae specimen miserabile Romae_, e annunziava l'intenzione di restaurarle (_Carmina latina_, lib. II, _epist. Paulo Annibalensi_, XII, p. 97, 98).
_Nec te parva manet servatis fama ruinis_ _Quanta quod integrae fuit olim gloria Romae_ _Reliquiae testantur adhuc; quas longior aetas_ _Frangere non valuit, non vis aut ira cruenti_ _Hostis, ab egregiis franguntur civibus heu! heu!_ _Quod ille nequivit_ (Hannibal) _Perficit hic aries._
[429] Il marchese Maffei, nella quarta parte della sua _Verona illustrata_, parla degli anfiteatri e specialmente di quelli di Roma e Verona, delle loro dimensioni, e logge di legno, ec. Sembra che, per riguardo alla sua estensione, l'anfiteatro di Tito abbia ottenuto il nome di _Colosseo, o Culiseo_, perchè eguale denominazione fu data all'anfiteatro di Capua, che non possedea una statua colossale; oltrechè la statua di Nerone era stata collocata nel cortile (_in atrio_) del suo palagio, non nel Colosseo (p. IV, l. I, c. 4, p. 15-19).
[430] Giuseppe Maria Suares, dotto Vescovo, al quale dobbiamo una Storia di Preneste, ha pubblicata una particolare dissertazione sulle sette, o otto cagioni probabili di questi forami, dissertazione ristampata indi nel _Tesoro_ di Sallengro. Il Montfaucon nel _Diarium_ (p. 233) decide che l'avidità de' Barbari _est una germanaque causa foraminum_.
[431] Donato, _Roma vetus et nova_, p. 285.
[432] _Quamdiu stabit Colyseus, stabit et Roma; quando cadet Colyseus, cadet Roma; quando cadet Roma, cadet et Mundus_ (Beda, _in Excerptis, seu collectaneis_ presso il Ducange, _Gloss. med. et infimae latinitatis_, tom. II, p. 407, edizione Basilea). Gli è d'uopo attribuire queste parole ai pellegrini anglo-sassoni, condottisi a Roma prima dell'anno 735, tempo in cui Beda morì; perchè non credo che il venerabile monaco sia mai uscito dell'Inghilterra.
[433] Non mi riesce di trovare nelle Vite de' Papi, offerteci dal Muratori (_Script. rer. ital._, t. III, p. 1), il passo che attesta questa distribuzione delle fazioni nemiche; so che appartiene o alla fine dell'undecimo secolo, o al principio del decimosecondo.
[434] _V. Statuta urbis Romae_, lib. III, cap. 87, 88, 89, p. 185, 186. Ho già offerta un'idea di questo codice municipale. Il giornale di Pietro Antonio dal 1404 al 1417 (Muratori, _Script. rer. Ital._, t. XXIV, p. 1124) fa parimente menzione delle corse di _Nagona_ e del monte Testaceo.
[435] Benchè gli edifizj del circo agonale non durino ancora, questa piazza ne conserva tuttavia la forma ed il nome; ma il monte Testaceo, questo cumulo singolare di _maiolica rotta_, sembra solamente serbato ad una costumanza annuale di buttare dall'alto al basso alcune carra di maiali per dare divertimento alla plebaglia (_Statuta urbis Romae_, p. 186).
[436] Il _pallio_, giusta il Menagio, viene da _palmarium_, ma questa è una ridicola etimologia. È cosa facile da concepirsi come gli uomini abbiano potuto trasportare l'idea e il vocabolo di questo manto, o abito, alla sua materia prima, indi al dono che ne veniva fatto, siccome premio della vittoria (Muratori, _Diss._ 33).
[437] Per sovvenire a tali spese, gli Ebrei di Roma pagavano ogn'anno millecentotrenta fiorini; e questo conto bizzarro, per cui ai mille cento que' trenta venivano aggiunti, era in memoria delle trenta monete d'argento ricevute da Giuda in prezzo della vendita di Gesù Cristo. Vi era una corsa a piedi di giovani, tolti così dai cristiani, come dagli Ebrei. (_Statuta urbis_, _ivi_).
[438] Lodovico Buonconte Monaldesco nel descrivere questi combattimenti di tori, anzichè ripetere cose che egli si potesse ricordare, ha seguìta la tradizione, qual trovasi nel più antico de' frammenti degli _Annali romani_ (Muratori, _Script. rer. ital._, t. XII, pag. 535, 536). Comunque bizzarre ne sembrino tali particolarità, pure trovasi nel modo in cui vengono raccontate, il carattere della verità.
[439] Il Muratori ha pubblicata una Dissertazione a parte, la ventinovesima, intorno ai giuochi degl'Italiani del Medio Evo.
[440] Il Barthelemi in uno scritto breve, ma istruttivo (_Mém. de l'Acad. des Inscript._, t. XXVIII, p. 585), ha parlato di questo accordo delle fazioni, _de Tiburtino faciendo_, nel Colosseo, fondandosi sopra un alto originale che trovasi negli Archivj di Roma.
[441] _Coliseum.... ob stultitiam Romanorum majori ex parte ad calcem deletum_ (Poggi, p. 17).
[442] Eugenio IV ne fe' donazione ai Monaci olivetani, come lo assicura il Montfaucon, fondandosi sopra le Memorie di Flamminio Vacca (n. 27); questi Monaci, egli dice, speravano sempre di trovare un'occasione favorevole per far rivivere un tal diritto.
[443] Dopo aver misurato il _priscus amphitheatri gyrus_, il Montfaucon (p. 142) si contenta d'aggiugnere che all'avvenimento di Paolo III era tuttavia intatto; _tacendo clamat_. Il _Muratori_ (_Ann. d'Ital._, t. XIV, p. 372) si spiega con maggior libertà sull'attentato del Pontefice Farnese e sull'indignazione del popolo romano. Contro i nipoti di Urbano VIII non vi sono altre prove che quel detto popolare: _Quod non fecerunt Barbari, fecerunt Barbarini_; ma può essere che la sola somiglianza delle parole lo abbia suggerito.
[444] Il Montfaucon, come Antiquario e prete disapprova lo smantellamento del Colosseo: _Quod si non suopte merito atque pulchritudine dignum fuisset quod improbas arceret manus, indigna res utique in locum tot martyrum cruore sacrum tantopere saevitum esse._
[445] Però gli Statuti di Roma (l. III, c. 81, p. 182) assoggettano ad una menda di cinquecento _aurei_ chiunque demolirà un antico edifizio, _ne ruinis civitas deformetur, et ut antiqua aedificia decorum urbis perpetuo repraesentent._
[446] Il Petrarca nel suo primo viaggio a Roma (A. D. 1337, _Mémoires sur Pétrarque_, t. I, p. 322, ec.) rimane stupefatto _miraculo rerum tantarum, et stuporis mole obrutus... Praesentia vero, mirum dictu, nihil imminuit: vere major fuit Roma, majoresque sunt reliquiae quam rebar. Jam non orbem ab hac urbe domitum, sed tam sero domitum, miror_ (_Opp._, pag. 605, _Familiares_ 11, 14. _Joanni Columnae_).
[447] Egli eccettua, lodandone le _rare_ cognizioni, Giovanni Colonna. _Qui enim hodie magis ignari rerum romanarum, quam romani cives! Invitus dico, nusquam minus Roma cognoscitur quam Romae_.
[448] L'Autore, dopo avere in questa maniera descritto il Campidoglio, aggiunge: _Statuae erant quot sunt mundi provinciae, et habebat quaelibet tintinnabulum ad collum. Et erant ita per magicam artem dispositae, ut quando aliqua regio romana imperio rebellis erat, statim imago illius provinciae vertebat se contra illam; unde tintinnabulum resonabat quod pendebat ad collum; tuncque vates Capitolii qui erant custodes senatui,_ etc. Cita l'esempio de' Sassoni e degli Svevi, i quali dopo essere stati soggiogati da Agrippa, nuovamente si ribellarono; ma _tintinnabulum sonuit; sacerdos qui erat in speculo in hebdomada senatoribus nuntiavit._ Agrippa tornò addietro e ridusse ad obbedienza i Persiani (Anonym., in Montfaucon, p. 297, 298).
[449] Lo stesso Scrittore assicura che Virgilio _captus a Romanis exiit, ivitque Neapolim_. Guglielmo di Malmsbury nell'undecimo secolo (_De gestis regn. anglor._, l. II, pag. 66) parla di un mago, e ai tempi di Flaminio Vacca (n. 81, 103) era opinione volgare che gli stranieri (i Goti) invocassero i demonj per trovare i tesori nascosti.
[450] _V._ l'Anonimo (p. 289). Il Montfaucon (p. 191) giustamente osserva che, se Alessandro è rappresentato in uno de' cavalieri, queste statue non possono essere l'opera, nè di Fidia, nè di Prassitele, vissuti, l'uno nell'Olimpiade 83, l'altro nell'Olimpiade 104, vale a dire prima del vincitore di Dario (Plinio, _Hist. nat._ XXXIV, 19).
[451] Guglielmo di Malmsbury (l. II, p. 86, 87) racconta la scoperta miracolosa (A. D. 1046) del sepolcro di Pallante, figlio d'Evandro, ucciso da Turno; fin dal punto di questa morte, egli narra, si vide sempre qualche luce nel sepolcro del defunto; vi si trovò un epitaffio latino; il corpo ben conservato apparteneva ad un giovane gigante e portava nel petto una larga ferita (_Pectus perforat ingens_, ec.). Se questa favola ha per fondamento una ben che menoma testimonianza de' contemporanei, bisogna bene compassionare gli uomini e le statue che in quel secolo barbaro apparvero.
[452] _Prope porticum Minervae, statua est recubantis, cujus caput integra effigie, tantae magnitudinis, ut signa omnia excedat. Quidam ad plantandas arbores scrobes faciens detexit. Ad hoc visendum, cum plures in dies magis concurrerent, strepitum audientium fastidiumque pertaesus, horti patronus congesta humo texit_ (Poggi, _De varietate fortunae_, p. 12).
[453] _V._ le _Memorie di Flamminio Vacca_ (n. 57, p. 11, 12) sul finire della Roma antica del Nardini (1704, in 4).
[454] Nel 1709, il numero degli abitanti di Roma, non compresi otto o diecimila ebrei, sommava a centrentottomila cinquecento sessantotto (Labat, _Voyage en Espagne et en Italie_, t. III, p. 217, 218 ). Nel 1740, la popolazione ascendeva a cenquarantaseimila ottanta anime; nel 1765, quando ne partii, se ne contavano censettantunmila ottocento novantanove, non calcolati gli ebrei. Ignoro se l'aumento della popolazione abbia continuato.
[455] Il padre Montfaucon divide in venti giorni le osservazioni che ha fatte sulle diverse parti di questa città (_Diarium. italic._, c. 8-20, p. 104-301). Doveva almeno dividerlo in venti settimane, o venti mesi. Questo dotto Benedettino, passando in rassegna i topografi dell'antica Roma, esamina i primi sforzi del Biondi, di Fulvio, Marziano e Fauno, di Pirro Ligorio, che sarebbe stato senza confronto il migliore di tutti, se alle sue fatiche fosse stata pari l'erudizione; considera indi gli scritti di Onofrio Panvinio, _qui omnes observavit_, poi le Opere recenti, ma imperfette, del Donato e del Nardini. Ciò nullameno il Montfaucon desidera sempre una pianta e una descrizione più compiuta dell'antica città, ad aggiungere il quale scopo raccomanda le seguenti cose: 1. misurare lo spazio e gl'intervalli delle rovine; 2. studiare le iscrizioni e gli avanzi de' palagi ove se ne trovano: 3. cercare tutti gli atti, chirografi, e giornali del Medio Evo che somministrano il nome di un luogo o di un edifizio di Roma. Appartiene soltanto alla munificenza d'un Principe o a quella del Pubblico il fare eseguire questo lavoro, come il Montfaucon lo vorrebbe; però l'estesissima pianta, pubblicata dal Nolli nel 1748, somministrerebbe una base salda ed esatta per la topografia dell'antica Roma.
(_Nota alla pagina 141_) Molti teologi sanno fare alcune distinzioni intorno al Papa: lo considerano ora come uomo, ora come dottore, ora come Vescovo, ora come primo in potestà ed in onore fra' Vescovi, cioè Papa, ora come Sovrano. Secondo queste distinzioni ne viene, che i vizj personali di alcuni Papi non appartennero, nè devonsi attribuire che all'uomo; che gli errori non devonsi attribuire che al Dottore, e non al Papa. Noi daremo due fatti storici intorno a ciò, e mostranti l'effetto delle suddette distinzioni. Liberio Papa legittimo, e poscia dichiarato Santo, fu eletto l'anno 352, tempo in cui continuava ancora fieramente, malgrado la decisione, e la relativa professione di fede, ossia _Credo etc._ del Concilio generale di Nicea di 318 Vescovi (_Credo etc._, da noi riferito distesamente nella nostra nota, pag. 89 e 90 del Tomo 12) dell'anno 325, la gran lite fra i Cristiani-cattolici, sostenitori della _consustanzialità_ di Gesù Cristo con Iddio Padre, cioè coll'Esser Supremo, vale a dire della _divinità_ di Gesù Cristo, ed i Cristiani-ariani (così detti dal prete Ario loro Capo) e semi-ariani, negando i primi la _consustanzialità_ e la _divinità_ di Gesù Cristo, ed accordando i secondi soltanto ch'egli sia simile a Iddio Padre, cioè all'Esser Supremo, ma non _consustanziale_ allo stesso, ossia della stessa di lui sostanza, come avea deciso il Concilio di Nicea, essendo poi anche questa similitudine negata dagli Ariani. I Vescovi, il Clero, i laici Cristiani erano perciò divisi in due o tre parti: nella Chiesa dei paesi orientali, vale a dire dell'Asia Minore e Province vicine, sembra che il maggior numero fosse ariano e semi-ariano, e ne' paesi occidentali, Cattolico: il Concilio ariano di Tiro si convocò contro il Concilio di Nicea, appena terminato; ne abbiamo gli atti negli Storici ecclesiastici. Finchè visse l'Imperator Costantino, tanto famoso, i Cattolici da lui colla forza sostenuti e protetti, avevano prevaluto di molto, ma succedutogli Costanzo, suo figlio, gli ariani e semi-ariani, da lui fortemente sostenuti e protetti, ripresero nuove forze e potere nella gran lotta. Vi fu un Concilio provinciale di Cattolici in Roma a favor d'Atanasio, Vescovo d'Alessandria in Egitto, perseguitato dagli Ariani e da Costanzo, e di cui abbiamo un atto di credenza, ossia Simbolo, conforme alla decisione di Nicea. L'anno 341, presente Costanzo, si convocò in Antiochia un Concilio di 97 Vescovi, parte cattolici, e parte ariani; vi si scrissero alcune professioni di fede in cui non v'era la parola _consubstantialem_, determinata dal Concilio di Nicea; gli Ariani vi prevalsero di molto per l'influenza dell'Imperatore Costanzo. Vi fu poi anche un Concilio d'Ariani in Arles l'anno 353 contro i Cattolici e contro Atanasio, in cui fu deposto Paolino Vescovo di Treviri per non aver voluto sottoscrivere la condanna d'Atanasio. Per ordine di Costanzo si radunò ancora (siccome si era radunato, per comando di Costantino, il Concilio di Nicea dov'egli stette con pompa e potenza imperiale) l'anno 355 un Concilio di 300 Vescovi co' Legati di Liberio, per trattare, o terminare la grande controversia, che tutto lo Stato sconvolgeva, ed empieva di mali. Era Liberio contrario agli ariani e semi-ariani Vescovi, che in gran numero erano nel Concilio, e non voleva condannare Atanasio, ma avendo questi di molto prevaluto, fu Liberio mandato in bando in Tracia da Costanzo con Eusebio, Vescovo di Vercelli, che fu mal concio da bastonate, con Lucifero di Cagliari, con Paolino di Treviri, Vescovi pure sostenitori della _consustanzialità_. Vi fu un altro Concilio di Vescovi ariani in Antiochia contro Atanasio; ve ne fu un altro in Francia l'anno 356, adunato da Saturnino Arcivescovo d'Arles, già ariano, o semi-ariano, in cui fu bandito S. Ilario Vescovo cattolico di Poitiers; e così di seguito vi furono concilj contro concilj, anatemi contro anatemi. Intanto che Liberio Papa, cacciato dalla Sede di Roma, stavasi bandito in Tracia in trista situazione, si radunò un Concilio di 300 e più Vescovi tanto orientali, che occidentali in Sirmich, città della Schiavonia, l'anno 357, nel quale furono scritti e professati due atti di fede, il primo semi-ariano, e l'altro ariano. Liberio stanco della pena dell'esilio, e bramoso di ricuperare la Sede pontificia di Roma, sottoscrisse pur troppo l'atto di fede, ossia il _Credo etc._ semi-ariano, di quel Concilio, per unirsi a' semi-ariani, e obbedendo all'Imperatore Costanzo; ce lo conferma con dispiacere anche Severino Bini cattolico, e divoto de' Papi, e glossatore della nuova ed ampia Collezione de' Concilj di Labbe, edizion di Venezia: _Post quam biennio exulasset (Liberio) ad subscribendum Sirmiensi confessioni primae, ad condemnandum innocentem Athanasium, et denique ad comunicandum cum Arianis, taedio exilii et calamitatum, denique spe recuperandae pristinae sedis, atque dignitatis inductus, infelix, infeliciter labitur, sibique vitae ac morum turpissimam maculam incurit_. Labbe t. 3, p. 195, edizione di Venezia. Ma Liberio cedette all'umana debolezza, errò come dottore: fu poscia dolentissimo della sua condotta, dopo aver ricuperata la Sede de' Papi, che se non erano ancora sovrani, erano oltremodo ricchissimi. Ecco la lettera scritta da Liberio, essendo ancora in esilio, a' Vescovi ariani, o semi-ariani, pregandoli ad intercedere presso l'Imperatore la sua liberazione, ed il suo ritorno alla Sede di Roma, e colla quale dichiara di ricevere e tenere ferma la semi-ariana professione di fede del Concilio di Sirmich suddetto, dicendola vera e cattolica, cioè vera ed universale.
_Pro deifico timore sancta fides vestra cognita est hominibus bonae voluntatis, sicut lex loquitur; juste judicate, filii hominum. Ego Athanasium non defendo, sed quia susceperat illum bonae memoriae Julius, decessor meus, verebar ne forte in aliquo praevaricator judicarer. At ubi cognovi, quando Deo placuit, juste vos illum condemnasse, mox consensum meum commodavi sententiis vestris: litteras super nomine ejus, idest de damnatione ipsius, per fratrem nostrum Fortunatianum dedi perferendas ad Imperatorem nostrum Constantium. Itaque, amoto Athanasio, a comunione omnium nostrum, cujus nec epistolia a me suscipienda sunt, dico me cum omnibus vobis, et cum universis episcopis orientalibus, seu per universas provincias, pacem et unanimitatem habere. Nam ut verius sciatis me veram fidem per hanc epistolam meam proloqui, dominus meus et frater comunis Demophilus, qui dignatus est pro sua benevolentia, fidem, et veram catholicam exponere, quae Sirmii a pluribus fratribus et coepiscopis nostris tractata, exposita, et suscepta est, hanc ego libenti animo suscepi, in nullo contraddixi, consensum accomodavi, hanc sequar, haec a me tenetur. Sane petendam credidi sanctitatem vestram, quia semper videtis in omnibus, me vobis consentaneum esse, dignamini, comuni consilio ac studio laborare quatenus de exilio jam dimittar, et ad sedem quae mihi credita est divinitus revertar. Epistola VII Liberii ad orientales episcopos._ Bini stesso presso Labbe dice: _haec est vera illa, et germana epistola Liberii, quam scripsit_.
Ecco un'altra lettera di Liberio.
_Epistola Liberii ad Ursacium, Valentem et Geminium_ (Vescovi ariani d'Occidente): _eorum interventa liberari ab exilio, sediquae suae restitui cupit_.
_Quia scio vos filios pacis esse, diligere etiam concordiam, et unanimitatem ecclesiae catholicae idcirco non aliqua necessitate compulsus, teste Deo dico, sed pro bono pacis et concordiae, quae martyrio proponitur, his literis convenio, Vos charissimi domini mei. Cognoscat prudentia vestra. Athanasium qui Alexandrinae ecclesiae episcopus fuit, priusquam ad Comitatum Sancti Imperatoris pervenissem, secundum, literas orientalium episcoporum, ab ecclesiae romanae comunione separatum esse, sicut testis est omne praesbyterium ecclesiae romanae etc._ In fatti Liberio, per l'intercessione de' Vescovi ariani presso l'Imperatore Costanzo, ritornò trionfante sulla sede romana; di che oltre tutti gli altri Storici, non che dell'eresia di Liberio, ci accerta S. Gerolamo, scrittore quasi contemporaneo: _Liberius medio victus exilii in haereticam pravitatem subscribens Romam quasi victor intravit. S. Jeron. in Chron._ S. Ilario Vescovo di Poitiers fermo sostenitore della _consustanzialità_ e _divinità_ di Gesù Cristo, deposto e bandito ora dall'Occidente, ora dall'Oriente dai Concilj ariani, così disse pure del Papa Liberio: _Haec est perfidia ariana.... anathema a me tibi dictum Liberii, et sociis tuis... iterum tibi anathema, et tertio praevaricator Liberii_. _Lib. 6, fragm._, edizione Parigi 1693.
Onorio I fu eletto Papa legittimo l'anno 625. Sorse allora questione fra' Vescovi, se Gesù Cristo, avendo due nature, divina ed umana, siccome avea dogmaticamente deciso contro i Cristiani-eutichiani, il quarto Concilio generale di Calcedonia, avesse anche due volontà, e non una sola. Questa nuova questione dogmatica doveva esser decisa da un altro Concilio generale, che fu perciò convocato molti anni dopo, e fu il sesto generale, essendo Papa Agatone, eletto l'anno 678. Questo Concilio, tenuto in Costantinopoli, decise aver Gesù Cristo due volontà, una divina, l'altra umana (vedi la nostra Nota T. 9, p. 94) contro i Vescovi, il Clero, ed i secolari Monoteliti, così detti perchè sostenevano aver Gesù Cristo una sola volontà, e furono condannati e dichiarati eretici. I principali sostenitori del monotelismo erano stati Macario Patriarca d'Antiochia, il Vescovo Teodoro Faranitano, i Patriarchi di Costantinopoli Sergio, Paolo, Pirro e Pietro, e Ciro Patriarca d'Alessandria. Il Papa Onorio, sotto il cui pontificato erasi mossa la questione, aveva scritto una lettera a Sergio, colla quale consigliava a lasciare la controversia, tanto una parte, che l'altra, dicendo doversi rifiutare ed escludere dalla professione di fede le parole nuovamente introdotte, esprimenti una o due operazioni e volontà in Gesù Cristo, perchè mettevano in campo questioni oscure ec. Ma i Monoteliti interpretarono la lettera a loro favore, posero Onorio nel loro partito, e divulgarono che Onorio pure credeva avere Gesù Cristo una sola volontà. _Hist. sextae Synodi._ Labbe, T. 7, p. 610.
Ecco la lettera.
_Dilectissimo fratri Sergio, Honorius._ Dopo alcune parole dice: _Nec non et Cyro fratri nostro, Alexandrinae civitatis praesuli, quatenus novae adinventionis unius vel duarum operationum vocabulo refutato, claro Dei ecclesiarum praeconio nebulosarum concertationum caligines offundi non debeant, vel aspergi, ut profecto unius vel geminae operationis vocabulum noviter introductum ex predicatione fidei eximatur. Nam qui haec dicunt, quid aliud nisi juxta unius vel geminae naturae Christi Dei vocabulum, ita et operationem unam, vel geminam suspicantur? Saper quod clara sunt divina testimonia. Unius autem operationis vel duarum esse vel fuisse mediatorem Dei et hominum Dominum Jesum Christum sentire et promere ineptum est etc._ _Actio 13, Conc. VI._ Labbe, _sacrorum Conc. etc._, edizione Veneta. T. II, p. 582. Il Concilio generale sesto suddetto, decidendo dogmaticamente contro i Monoteliti, comprese nella condanna anche Onorio, onde a questo venne macchia d'eresia in materia di dogma, dalla quale (non sembrando ciò chiaramente risultare dalle espressioni della sua lettera, mostrante piuttosto indifferenza e brama di pace) fu difeso dagli Scrittori premurosi di sostenere l'infallibilità de' Papi nelle materie dogmatiche e di religione.
Qualunque possano essere le difese d'Onorio, convien dire che le cose che stavano contro lui, sieno state tali da determinare il suddetto Concilio generale, ossia ecumenico sesto, a condannarlo cogli altri eretici Monoteliti. Ecco gli atti del Concilio:
_Sancta Synodus dixit: Eos qui semel condemnabiles demonstrati sunt, et secundum sententiam nostram jamdudum ejecti de sacris diptychis, opportunum existit etiam in exclamationibus hos nominatim anathematizari. Georgius archiepiscopus hujus civitatis dixit; necessarium est nominatim memoratas personas anathematizari; et exclamaverunt universi; Multos annos Imperatoris etc. Theodoro haeretico Faranitano anathema, Sergio haeretico anathema, Cyro haeretico anathema, Honorio haeretico anathema, Pyrro haeretico anathema, Paulo haeretico anathema, Petro haeretico anathema, Macario haeretico anathema, Stefano haeretico anathema, Polychronio haeretico anathema, Aspergio Pergensi anathema, omnibus haereticis anathema, omnibus qui suffragantur haereticis anathema; augeatur fides christianorum; orthodoxo et universali Concilio multos annos. Actio 16. Sacrorum Conc. Nova etc._ Labbe, T. II, p. 622.