Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 13
Part 15
I progressi dell'industria aveano formate e arricchite le Repubbliche dell'Italia; il tempo della loro libertà è l'epoca più fiorente per esse della popolazione e dell'agricoltura, delle manifatture e del commercio, e i loro lavori, da prima meccanici, condussero a poco a poco le arti dell'ingegno e del lusso. Ma la situazione di Roma era men favorevole, il suolo men fertile; i suoi abitanti inviliti dall'amore dell'ozio, inebbriati dall'orgoglio, s'immaginavano stoltamente che i tributi de' sudditi dovessero nudrir sempre la Metropoli della Chiesa e dell'Impero. La moltitudine de' pellegrini che visitavano le tombe degli Appostoli seguiva in tal qual modo a mantenere i Romani in simile abbaglio; l'ultimo Legato de' Papi, l'instituzione dell'_Anno Santo_[254], non fu men utile al popolo che al Clero. Dopo la perdita della Palestina, la beneficenza delle indulgenze plenarie assegnata alle Crociate, divenia priva di scopo, e rimase pel corso di otto anni stagnante il più prezioso tesoro della Chiesa. Bonifazio VIII, ambizioso in uno ed avaro[255], gli aperse un nuovo canale. Egli era istrutto quanto bastava per aver cognizione dei Giuochi Secolari, che sul finire di ciascun secolo si celebravano a Roma. Per esplorare senza pericolo la credulità popolare, venne composta una predica su questo argomento. Dopo sorde vociferazioni ad arte sparse, e dopo aver condotte opportunamente in campo le testimonianze di alcuni vecchi, nel giorno I gennaio del 1300, la chiesa di S. Pietro ringorgò di Fedeli, che gridavano ad alta voce per implorare le indulgenze dell'Anno Santo _come era consueta cosa il concederle_. Il Pontefice che spiava ed eccitava ad un tempo la devota loro impazienza, si lasciò facilmente persuadere, udite le testimonianze de' vecchi, della giustizia di questa domanda, e pubblicò un'assoluzione plenaria, a favore di tutti i Cattolici, che nel corso di quell'anno, e alla fine di ciascun secolo, visiterebbero umilmente le chiese de' Santi Pietro e Paolo; felice novella che si divulgò ben presto per tutta la Cristianità. Dalle province più vicine dell'Italia sulle prime, indi dalle più rimote contrade, quali erano l'Ungheria e la Brettagna, vidersi sciami di pellegrini che coprivano le strade, sospirosi di ottenere il perdono de' loro peccati, mercè un viaggio, aspro e dispendioso per vero dire, ma che almeno i rischi del servigio militare non offeriva. In mezzo a questo generale entusiasmo, vennero dimenticati tutti i riguardi che il grado o il sesso, la vecchiezza o le infermità potevano meritare, e tal fu la sollecitudine della divozione, che molti individui perirono calpestati per le strade e per le chiese in mezzo alla folla. Non è sì facile calcolare con esattezza il numero de' pellegrini, probabilmente esagerato dal Clero, abile nel diffondere la contagion dell'esempio. Ma uno Storico giudizioso che risedeva a Roma in que' giorni, assicura che durante il giubbileo non si trovarono mai meno di dugentomila stranieri nella città; e un altro testimonio afferma che in tutto l'anno vi concorsero più di due milioni di pellegrini. La più lieve offerta per parte di ciascun individuo avrebbe bastato a somministrare un immenso tesoro: ma due preti, muniti di rastri, non avevano notte e giorno altra faccenda che di raccogliere, senza contarli, i mucchi d'oro e d'argento tributati all'altar di S. Paolo[256]. Fortunatamente era un anno di pace e d'abbondanza, e benchè fossero care le biade ed enormi i prezzi delle osterie e degli alloggiamenti, l'accorto Bonifazio e gli avidi Romani aveano avuta l'antiveggenza di apparecchiare inesausti magazzini di pane e di vino, di carne e di pesce. In una città sfornita di commercio e d'industria, spariscono presto le ricchezze meramente accidentali. La cupidigia e la gelosia della successiva generazione la mossero a chiedere a Clemente VI[257] un secondo Anno Santo senza aspettar la fine del secolo. Il Papa ebbe la pieghevolezza di acconsentire, anche per concedere a Roma un tenue compenso di quanto essa aveva perduto per la traslocazione della Santa Sede; e a fine di non venire accusato di mancare alle leggi de' suoi predecessori, fondò la nuova assoluzione plenaria del 1350 sulla legge mosaica, dalla quale prese il nome di _Giubbileo_[258]. Si obbedì alla voce del Santo Padre, nè i pellegrini cedettero in numero, zelo e liberalità a quelli del primo Giubbileo. Ma soggiacquero al triplice flagello della guerra, della pestilenza e della fame; ne' castelli dell'Italia non venne rispettato il pudore delle vergini e delle matrone, e i feroci Romani, non più rattenuti dalla presenza del loro Vescovo, spogliarono ed assassinarono un grande numero di stranieri[259]. Vuole, non v'ha dubbio, attribuirsi all'avidità de' Papi l'accorciato intervallo de' Giubbilei, prima di cinquant'anni, poi di trentatre, finalmente di venticinque. La durata però del secondo di questi intervalli aveva avuto per suo ragguaglio il numero degli anni della vita di Gesù Cristo. La profusione delle Indulgenze, il numero dei Fedeli portato via dal Protestantismo, l'indebolimento della superstizione, diminuirono la rendita de' Giubbilei; ciò nondimeno l'ultimo che si è celebrato (il decimonono) fu un anno di gioia e di profitto per li Romani; nè, in ordine a ciò, il sorriso del filosofo turberà il trionfo del Clero e la prosperità di una popolazione[260].
Nell'incominciamento dell'undicesimo secolo, l'Italia vedeasi in preda alla feudale tirannide, gravosa del pari al Sovrano ed al popolo. Le numerose italiane repubbliche, dilatando ben tosto la loro libertà e dominazione nelle campagne circonvicine, vendicarono i diritti della natura umana. Rotta la spada de' Nobili, fatti liberi i loro servi, spianatene le Castella, questi ritornarono in seno alla società, e ripigliate le consuetudini dell'obbedienza, l'ambizione loro agli onori municipali si limitò; nelle orgogliose aristocrazie di Venezia e di Genova ciascun patrizio si mostrò sottomesso alle leggi[261]. Solo il debole e irregolare Governo di Roma non potè domare i suoi figli ribelli, che nella città, e fuor delle mura, disprezzavano l'autorità del Magistrato. Non era più una lotta civile fra i Nobili e i plebei che il Governo dello Stato si contendessero; i Baroni, mantenendo coll'armi la loro independenza, fortificavano i lor palagi e castelli in guisa che potessero reggere ad un assedio; e nelle domestiche loro querele metteano in campo numerose bande di vassalli e di servi. Non li rannodava al loro paese o l'origine, o alcun sentimento di affetto[262]; onde un vero Romano avrebbe respinti lungi da sè questi superbi stranieri che, disdegnando il nome di cittadini, assumeano orgogliosamente il titolo di Principi romani[263]. Per una sequela di oscure rivoluzioni, le famiglie aveano perduti i loro archivj; aboliti erano i soprannomi; il sangue di diverse nazioni mescolato erasi per mille canali all'antico; e i Goti, e i Lombardi, e i Greci, e i Franchi, e i Germani, e i Normanni avevano dal favor del Sovrano ottenuti i più bei possedimenti, siccome un tributo meritato dal valore. È cosa facile da immaginarsi che non altrimenti accader doveano le cose; ma l'innalzamento di una famiglia di Ebrei al grado di Senatori e di Consoli è il solo avvenimento di sì fatto genere, che troviamo in mezzo alla lunga cattività di questi sciagurati proscritti[264]. Sotto il Regno di Leone IX, un ebreo ricco e fornito d'ingegno, abbracciò il Cristianesimo, e ottenne al Sacro Fonte l'onore di cambiare l'antico nome in quello del regnante Pontefice, suo patrino. Pietro figlio del medesimo, avendo mostrato zelo e coraggio nella causa di Gregorio VII, questo Papa gli concedè il governo del Molo d'Adriano, detto indi la Torre di Crescenzio, oggi giorno Castel S. Angelo. Numerosa prole ebbero il padre ed il figlio: le lor ricchezze radunate dall'usura passarono nelle più antiche tra le famiglie romane; e tanto crebbero i parentadi, e il loro influsso, che un nipote del convertito giunse ad assidersi sulla Cattedra di S. Pietro. Sostenuto dalla maggiorità del Clero e del popolo, regnò molti anni sul Vaticano col nome di Anacleto, e l'invilimento del titolo di Antipapa gli derivò soltanto dall'eloquenza di S. Bernardo e dal trionfo d'Innocenzo III. Dopo la caduta e la morte di Anacleto la famiglia di lui non comparisce più nella Storia, nè avvi fra i Nobili moderni chi volesse da ebraica prosapia discendere. Non è mio disegno il dar qui a conoscere le famiglie romane che si estinsero a diverse epoche, o quelle che fino ai nostri giorni sonosi mantenute[265]. La famiglia de' _Frangipani_, contò Consoli nel risorgimento della Repubblica, e trae il proprio nome dalla generosità ch'essa ebbe di _frangere_, dividere il suo pane col popolo in tempo di carestia, ricordanza ben più gloriosa che non è quella di avere, siccome i _Corsi_ e i loro aderenti, racchiuso un grosso quarto della città entro il recinto delle proprie fortificazioni. I _Savelli_, di derivazione, a quanto sembra, sabina hanno mantenuto il lustro dell'antica loro dignità. Trovasi sulle monete de' primi Senatori l'antico soprannome di _Capizucchi_; i _Conti_ hanno conservati gli onori, non già i dominj de' Conti di Signia; e gli _Annibaldi_[266] debbono essere stati ben ignoranti, o modesti, se non hanno vantata dagli Eroi di Cartagine la lor discendenza.
Ma nel novero, e forse al di sopra dei Pari e Principi di Roma, fa di mestieri distinguere le famiglie rivali de' _Colonna_ e degli _Orsini_, la cui Storia particolare forma una parte essenziale degli Annali di Roma moderna.
1. Il nome e le armi de' Colonna[267] hanno dato luogo a molte assai incerte etimologie. In queste ricerche gli Antiquarj e gli Oratori non hanno dimenticate nè la Colonna di Traiano, nè le Colonne d'Ercole, nè quella alla quale Gesù Cristo fu flagellato, nè l'altra luminosa che guidò nel deserto gl'Israeliti. Nel 1104, la Storia incomincia a parlarne la prima volta, e la spiegazione ch'essa offre sul loro nome, ne attesta fin d'allora la potenza e l'antichità. I Colonna aveano provocate le armi di Pasquale coll'impadronirsi di _Cavae_; possedeano per altro legittimamente i feudi di Zagarola e di _Colonna_ nella Campagna di Roma; ed è probabile che quest'ultima città andasse ornata di qualche alta colonna, avanzo di una casa antica di campagna, o di un tempio[268]. Possedevano ancora una metà della città di Tuscolo, situata in quelle vicinanze, d'onde presumesi la loro discendenza dai Conti di Tuscolo che nel secolo decimo oppressero i Papi. Giusta l'opinione degli stessi Colonna e del Pubblico, traggono essi la propria origine dalle rive del Reno[269]; nè i Sovrani dell'Alemagna sonosi creduti inviliti per un'affinità reale, o favolosa con una Casa, che nelle vicissitudini di sette secoli, ha più volte ottenute le illustrazioni del merito, sempre quelle della fortuna[270]. Verso la fine del secolo decimoterzo, il più possente ramo della medesima era composto d'uno zio e di sei fratelli, tutti chiari nell'armi, o ad ecclesiastiche dignità sollevati. Pietro, l'un d'essi, scelto Senatore di Roma, fu portato sopra carro trionfale al Campidoglio, e da alcune voci salutato col titolo vano di Cesare. Giovanni e Stefano vennero creati Marchesi d'Ancona, e Conti della Romagna da Nicolò IV, tanto propenso alla loro famiglia, che ne trasse origine il ritratto satirico in cui si vede il Pontefice imprigionato entro una Colonna incavata[271]. Dopo la morte di questo Pontefice, s'inimicarono per l'alterigia del lor contegno Bonifazio VIII, il più vendicativo degli uomini. Due Cardinali della ridetta famiglia, l'uno zio dell'altro, essendosi chiariti contrarj all'elezione di Bonifazio, questi perseguì la lor gente coll'armi spirituali e temporali della Santa Sede[272]. Gridò una Crociata contro i suoi personali nemici; i beni dei Colonna vennero confiscati; le truppe di S. Pietro, e quelle delle famiglie nobili, rivali dei Colonna, assediarono le Fortezze che questi tenevano sulle due rive del Tevere; e rovinata Palestrina, o Preneste, primaria loro residenza, passò l'aratro sul terreno, ove fu questa città; il che era emblema di una eterna desolazione. I sei fratelli, spogliati d'onori, banditi, proscritti e ridotti a mentir panni, errarono per l'Europa, esposti ad infiniti pericoli, e sol confortati dalla speranza del ritorno e della vendetta; duplice speranza che dalla Francia fu secondata. Divisarono essi, e condussero a termine la spedizione di Filippo il Bello, e loderei la loro magnanimità, se avessero rispettato il coraggio e l'infortunio del tiranno prigioniero. Annullati gli atti civili di Bonifazio VIII, il popolo romano restituì ai Colonna gli antichi possedimenti e le dignità che aveano perdute. Potrà giudicarsi quanto ricchi eglino fossero dal calcolo delle loro perdite, e queste dedursi dai centomila fiorini d'oro, che vennero ad essi, su i beni de' complici e degli eredi dell'ultimo Papa, conceduti in compenso. I successori di Bonifazio VIII ebbero la prudenza di abolire tutte le censure, e tutti i decreti d'incapacità civile pronunziati contro una Casa, i cui destini vennero fatti più saldi e luminosi da questo stesso passeggiero disastro[273]. Lo Sciarra Colonna diede luminosa prova del suo ardimento nel far prigioniero il Papa ad Agnani; e lungo tempo dopo, quando Lodovico di Baviera venne coronato Imperatore, questo Sovrano, per attestare ai Colonna la sua gratitudine, permise ai medesimi di fregiare d'una Corona reale le armi lor gentilizie. Ma tutti gli altri Colonna superò in merito e rinomanza Stefano, primo di cotal nome, amato e stimato dal Petrarca, siccome eroe superiore al suo secolo, e degno di vivere agli antichi tempi di Roma. La persecuzione e l'esilio ne invigorirono l'ingegno nell'arti della pace e della guerra: vittima della sventura, fu scopo alla pietà, ma in uno al rispetto; la presenza del pericolo era per esso un eccitamento di più a palesare il suo nome che veniva perseguitato, e un dì essendogli chiesto: «Ov'è ora la vostra fortezza?» — «Qui» rispose, portandosi la mano al cuore. Con virtù, eguale sostenne il ritorno della prosperità, e fino all'ultimo de' suoi giorni, per riguardo e ai suoi maggiori e a sè stesso e a i suoi figli, Stefano Colonna fu uno de' personaggi più illustri della Repubblica Romana, o della Corte di Avignone.
2. Gli Orsini vennero da Spoleto[274] nel secolo dodicesimo, chiamati da prima i figli d'Orso, nome di qualche personaggio innalzato a grande dignità, del quale però non sappiamo altra cosa se non che fu il ceppo della famiglia Orsini. Si segnalarono bentosto fra i Nobili di Roma e pel numero e valore de' lor partigiani, e per le munitissime torri che li difendevano, e per le dignità senatorie e cardinalizie di cui molti di essi andarono insigniti, e per due Papi di lor famiglia, Celestino V e Nicolò III[275]. Le ricchezze degli Orsini provano quanto antico sia l'abuso del nepotismo. Celestino vendè, per arricchire i suoi nipoti, il dominio di S. Pietro[276], e Nicolò, che sollecitò per essi regj parentadi, volea fondare a favor loro nuovi Regni nella Lombardia e nella Toscana, e farli a perpetuità padroni della carica di Senatori di Roma. Quanto abbiam detto sulla grandezza dei Colonna porta splendore sopra gli Orsini, stati mai sempre antagonisti dei Colonna, ed eguali in forze, durante la lunga querela che per due secoli e mezzo turbò la Chiesa; querela di cui fu vera cagione la gelosia della preminenza e del potere; ma per procacciare alle loro liti uno specioso pretesto, i Colonna presero il nome di Ghibellini e le parti dell'Impero, gli Orsini quello di Guelfi, e parteggiarono per la Chiesa. L'Aquila e le Chiavi sventolarono su le loro bandiere, e queste due fazioni che si scompartivano fra loro l'Italia, non si diedero mai a più violenti furori, come allor quando era stata da lungo tempo dimenticata l'origine e la natura della loro disputa[277]. Dopo la ritirata de' Papi ad Avignone, si contrastarono, armata mano, il governo della Repubblica; convennero finalmente che in ciascun anno verrebbero eletti due Senatori rivali, perpetuando in tal guisa i mali della discordia. Le particolari nimistà di queste due Case disastrarono le città e le campagne, e la sorte si avvicendò continuamente nel favorire l'armi or di questa, or di quella. Ma niuno era morto sotto il ferro dell'altro fra gl'individui delle due famiglie, allorchè Stefano Colonna il Giovane sorprese e trucidò il più rinomato fra gli Orsini[278]. Non dovè Stefano il suo trionfo che alla violazione di una tregua; ma fu oltre ogni dire vile la vendetta degli Orsini che assassinarono dinanzi alla porta di una chiesa un fanciullo di Casa Colonna e due servi che lo seguivano. Il medesimo Stefano Colonna fu nominato Senatore di Roma per cinque anni, datogli un collega, che non dovea rimanere in carica più di un anno. La Musa del Petrarca abbandonandosi ai voti, o alle speranze del poeta, predisse che il figlio del suo rispettabile Eroe restituirebbe l'antica gloria a Roma e all'Italia; che la giustizia di esso sperderebbe i lupi, i leoni, i serpenti e gli orsi, tutte belve congiurate a rovesciare l'immobile e salda marmorea COLONNA[279].
NOTE:
[161] _Cioè Gregorio II che fu eletto Vescovo di Roma circa l'anno 716, tempo in cui, appunto, l'Imperatore Leone Isaurico voleva abolire il culto delle Immagini, introdottosi circa due secoli prima, sostenendolo in Italia Gregorio cogli altri Vescovi. Cotale controversia mise a sollevazione l'Italia contro l'Imperatore suo Sovrano, e diede occasione a Gregorio d'opporsi biasimevolmente al pagamento delle pubbliche gravezze, ch'egli non doveva confondere colla quistione del culto delle Immagini, e di prendere dominio temporale in Roma e ne' vicini territorj. Fu questo il primo passo de' Papi (anteriore agli atti di Pipino, ed ai diplomi de' principi Carolini, e degli Ottoni), poco considerato dalla maggior parte degli Storici, alla potestà e sovranità temporale._ (Nota di N. N.)
[162] L'Abate Dubos, che ha sostenuta ed esagerata l'influenza del clima con minore acume del Montesquieu, succedutogli in questa opinione, fa un'obbiezione a sè stesso dedotta dal tralignamento de' Romani e de' Batavi; e sul primo di questi esempj risponde; 1. essere l'alterazione, sofferta dai Romani, meno reale che apparente; e doversi attribuire alla prudenza de' Romani moderni, se tengono celate entro sè stessi le virtù de' loro maggiori; 2. aver sofferto un grande e sensibile cambiamento l'aere, il suolo e il clima di Roma. (_Réfléxions sur la Poésie et la Peinture_, p. II, sect. 16).
[163] Ho tenuti per tanto tempo lontani da Roma i miei leggitori, che mi è forza insinuar loro di richiamare a memoria o rileggere il Capitolo XLIX di questa Storia.
[164] Gli autori che descrivono meglio la coronazione degli Imperatori alemanni, soprattutto di quelli dell'undicesimo secolo, sono il Muratori, che si tiene ai monumenti originali (_Antiquit. ital. medii aevi_, t. I, _Dissert._ 6, p. 99, ec.) e il Cenni (_Monument. domin. pontific_., tom. II, _Dissert._ 6, p. 261). Non conosco quest'ultimo che per le compilazioni fattene dallo Schmidt (_Storia degli Alemanni_, tom. III, p. 225-266).
[165] _Exercitui romano et teutonico!_ Si scorgea di fatto la realtà dell'esercito degli Alemanni, ma quanto chiamavasi esercito romano, non era più che _magni nominis umbra_.
[166] Il Muratori ne ha offerta la serie delle monete pontificie (_Antiquit._, t. II, _Dissert._ 27, pag. 548-554). Non ne trova che due anteriori all'anno 860; e noi ne abbiamo, da Leone III fino a Leone IX, cinquanta, nelle quali vedonsi il titolo e l'effigie dell'Imperatore regnante; nessuna di quelle di Gregorio VII, o di Urbano II, è pervenuta sino a noi; sembra però che Pasquale II non volesse permettere sulle proprie monete questo contrassegno di dependenza.
[167] _Vedi_ la nota di N. N. in fine del Volume.
[168] _Il Teologo dice, che que' contrasti ostinatissimi non derivano d'ambizione, ma da zelo._ (Nota di N. N.)
[169] _V._ Ducange, _Gloss. Mediae et infimae latinitatis_, t. VI, p. 364, 366, _Staffa_. I Re prestavano questo omaggio agli Arcivescovi, e i vassalli ai loro Signori (Schmidt, t. III, pag. 262). Era una delle più sagaci arti della politica della Corte di Roma il confondere i contrassegni della sommessione figliale con quelli della feudale.
[170] _Vedi_ la nota di N. N. alla fine del Volume.
[171] Lo zelante S. Bernardo (_De Consideratione_, lib. III, t. II, p. 431-442, edizione di Mabillon, Venezia 1750) e il giudizioso Fleury (_Discours sur l'Hist. eccles._, IV e VII) deplorano queste appellazioni che tutte le Chiese portavano innanzi al Pontefice romano; ma il Santo, che credeva alle false decretali, condanna solamente l'abuso di tali appellazioni: lo Storico, più avveduto, rintraccia l'origine e combatte i principj di questa nuova giurisprudenza.
[172] _Germanici..... Summarii non levatis sarcinis onusti nihilominus repatriant inviti. Nova res! Quando hactenus aurum Roma refudit? et nunc Romanorum consilio id usurpatum non credimus_ (S. Bernard., _De Consideratione_, l. III, c. 3, p. 437). Le prime parole di questo passo sono oscure, e verisimilmente alterate.
[173] _È già noto a' dotti d'istoria civile ed ecclesiastica quanto grandi sieno stati i mali e gli abusi in ciò, e quante le cattive e ridicole consuetudini, che, contrarie alle vere idee della religione, influirono a corrompere in quel tempo la buona morale pubblica._ (Nota di N. N.)
[174] «Allorchè i Selvaggi della Luisiana vogliono cogliere il frutto, tagliano il tronco, e dalla pianta atterrata lo svelgono. Ecco qual è il governo dispotico» (_Esprit de Lois_, lib. V, cap. 13). Le passioni e l'ignoranza sono sempre dispotiche.
[175] _Gli oracoli de' preti (così non bene denominando l'Autore le decisioni ecclesiastiche) non sono in sostanza, se rettamente dati, che cose derivanti più o meno direttamente dalle Sacre Scritture, o da queste dedotte, e definite coll'autorità de' Concilj, de' SS. Padri e de' Papi, e quindi il buon cattolico che crede alle Sacre Scritture, ed ai giudizj di quelle autorità, riceve per mezzo de' preti spiegazioni, istruzioni e precetti, giacchè i laici o non vogliono, o non possono istruirsi su i libri anzidetti. Se poi si abusò per ignoranza o per arte, cagionando in tempi d'ignoranza e di fanatismo mali grandissimi, ciò è da condannarsi._ (Nota di N. N.)
[176] Giovanni di Salisbury in un colloquio famigliare con Adriano IV, suo compatriotta, accusa l'avarizia del Papa e del Clero: _Provinciarum diripiunt spolia, ac si thesauro Craesi studeant reparare. Sud recte cum eis agit Altissimus, quoniam et ipsi aliis et saepe vilissimis hominibus dati sunt in direptionem_ (_De Nugis Curialium_, l. VI, c. 24, p. 387). Nella pagina successiva, biasima la temerità e l'infedeltà de' Romani, l'affezione dei quali invano si sforzavano i Papi di cattivarsi con donativi anzichè per virtù meritarla. Dobbiamo dolerci che Giovanni di Salisbury, avendo scritto sopra tanti argomenti diversi, non ci abbia somministrata, in vece di tratti di morale e di erudizione, qualche notizia di sè medesimo, e de' costumi del suo tempo.
[177] Hume's, _History of England_, vol. I, p. 419. Lo stesso autore, sulla testimonianza di Fitz-Stephen, racconta un atto di crudeltà, singolarmente atroce, commesso contro i preti da Goffredo, padre di Enrico II. «In tempo ch'egli (Goffredo) dominava la Normandia, il Capitolo di Seez avvisò di procedere senza il consenso del suo Signore alla elezione di un Vescovo. Goffredo ordinò che i Canonici e il Vescovo testè nominati venissero privati delle parti genitali, indi che sopra un piatto gli venisse portata la prova materiale dell'esecuzione della sentenza». Quegl'infelici aveano bene ogni ragione di lamentarsi del dolore e del pericolo di vita ai quali soggiacquero; ma poichè aveano fatto voto di castità, il tiranno non li privò che d'una ricchezza per essi inutile.