Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 13
Part 13
Ne fa or di mestieri osservare quegli avvenimenti che nel decorso del secolo dodicesimo, nuova Era per Roma ed epoca di una nuova esistenza, annunziarono o confermarono l'independenza di questa Capitale. 1. Il monte Capitolino, uno de' Sette Colli di Roma[202], è lungo circa quattrocento verghe, largo dugento. Una salita di cento passi conduce alla sommità della rocca Tarpea; salita che era assai più ardua, prima che le rovine degli edifizj ne avessero addolcito il pendio e colmati i precipizj. Fin dai primi secoli, il Campidoglio servì ad uso di tempio durante la pace, di Fortezza nelle stagioni di guerra; i Romani vi sostennero un assedio contro i Galli divenuti padroni della città; ne' tempi delle guerre civili tra Vitellio e Vespasiano[203], questo Santuario dell'Impero fu preso e dato alle fiamme. All'epoca istorica cui son pervenuto, i tempj di Giove e delle Divinità che gli facean corteggio, aveano dato luogo a monasterj e ad edifizj d'altra natura; distrutti intanto, o danneggiati dal tempo vedeansi il grosso muro e i lunghi portici che si scorgevano un giorno sul pendio della collina. Il primo uso che fecero i Romani di lor libertà, fu di fortificare nuovamente il Campidoglio al quale non per questo restituirono l'antica bellezza. Ivi posero la loro armeria, ivi teneano i consigli; e senza dubbio non potevano ascenderlo senza che i cuori i più freddi s'infiammassero alla rimembranza dei loro antenati. 2. I primi Cesari avevano il diritto privilegiato di far battere le monete d'oro e d'argento; cedettero al Senato quello di fabbricar monete di bronzo e di ottone[204], più vasto campo offerto agli emblemi e alle leggende di cui largheggiava l'adulazione, onde i Principi poterono dispensarsi dalla cura di celebrare eglino stessi le proprie virtù. Mostratisi meno ambiziosi dell'adulazione del Senato i successori di Diocleziano, i loro uffiziali ripresero a Roma e nelle province la soprantendenza di tutte le monete, prerogativa ereditata dai Goti che regnarono in Italia, non meno che dalle dinastie greche, francesi, alemanne. Il Senato di Roma ricuperò, nel secolo dodicesimo, questo diritto onorevole e lucroso di battere moneta, diritto che da otto secoli aveva perduto, e al quale sembrava che i Papi avessero rinunziato fin d'allora che Pasquale II portò oltre l'Alpi la sua residenza. Trovansi ne' gabinetti degli Antiquarj alcune di queste medaglie del dodicesimo, o del tredicesimo secolo, battute dalla Repubblica romana, fra le quali una in oro, sopra una faccia della quale è scolpito Gesù Cristo che tiene nella mano sinistra un libro con questa iscrizione: VOTO DEL SENATO E DEL POPOLO ROMANO, ROMA CAPITALE DEL MONDO; sta sulla parte opposta S. Pietro rimettendo la bandiera ad un Senatore in toga che gli è prostrato dinanzi, ed ha vicino a sè uno scudo ove sono scolpiti i nomi del Senatore e le armi di sua famiglia[205]. 3. Col declinare del poter dell'Impero, divenendo minori gli attributi del Prefetto della città, questi era finalmente disceso al grado di un uffiziale municipale: nondimeno rimaneva inappellabilmente in sua mano la giurisdizione civile e criminale; ricevea dai successori di Ottone una spada nuda in che consistevano la forma dell'Investitura a quella carica e l'emblema degli uffizj che le andavan congiunti[206]. Tal dignità non concedevasi che alle nobili famiglie di Roma: il Papa confermava l'elezione del popolo; ma i tre giuramenti, ai quali il nuovo Magistrato obbligavasi, gl'imponevano doveri contraddittorj, che forse lo avranno più d'una volta posto nell'imbarazzo[207]. I Romani divenuti independenti, fecero di meno di questo servo, il quale per così dire non apparteneva loro che per una terza parte, mettendo in vece di lui un _patrizio_; ma un sì fatto titolo, che Carlomagno non aveva sdegnato, era troppo grande per un cittadino, o per un suddito, onde, cessato il primo fervore della sommossa, acconsentirono senza fatica che fosse nuovamente nominato un Prefetto. Circa un mezzo secolo dopo, Innocenzo III, il più ambizioso, o certamente il più felice de' Pontefici, liberò i Romani e sè stesso da ogni avanzo di sommessione ad un Principe straniero, concedendo al Prefetto l'Investitura, mediante una bandiera e non più una spada, e chiarendolo assoluto da ogni specie di giuramento, o servigio verso gl'Imperatori alemanni[208]. Il governo civile di Roma venne affidato ad un ecclesiastico, o cardinale, o posto sulla strada di divenirlo; ma limitata oltremodo erane la giurisdizione, e nei tempi della libertà di Roma sol dal Senato e dal popolo ricevea le facoltà congiunte colla sua carica. 4. Dopo il risorgimento del Senato[209], i Padri Coscritti, se mi è lecito valermi di un tale vocabolo, vennero insigniti de' poteri legislativo ed esecutivo; ma la lor vista non estendeasi oltre all'orizzonte che li comprendea, e questo orizzonte era per lo più intorbidato dai tumulti e dalle violenze. Allorchè l'Assemblea era compiuta, la componeano in tutto cinquantasei Senatori[210], i primarj de' quali distingueansi col nome di Consiglieri; li nominava il popolo, forse ogn'anno; ma ciascun cittadino non dava il proprio voto che per la scelta degli elettori, de' quali ve ne avea dieci per ciascun rione, o parrocchia; la qual forma presentava ancora la base più salda di una libera costituzione. I Papi che, in questa civile burrasca, trovarono più espediente tenersi al porto per non naufragare, confermarono con un Trattato l'instituzione e i privilegi del Senato; aspettando dal tempo, dalla pace e dall'influsso della religione l'istante di riacquistare il perduto potere. I Romani, mossi talvolta da riguardi di pubblico, o privato interesse, faceano qualche sagrifizio momentaneo delle loro pretensioni, ed era allora che rinovavano il giuramento di fedeltà al successore di S. Pietro e a Costantino, Capo legittimo della Chiesa e della Repubblica[211].
In una città priva di leggi, mancando di unione e vigore i consigli pubblici, dovettero ben tosto i Romani ricorrere ad una forma di amministrazione più semplice e vigorosa. Un solo Magistrato, o due al più, vennero insigniti di tutta l'autorità del Senato, e non rimanendo eglino in carica che sei mesi, o un anno, la breve durata del loro governo contrabbilanciava l'estensione de' loro uffizj; pure i Senatori di Roma profittavano di questi istanti di regno per soddisfare la loro avarizia ed ambizione; per interessi di famiglia, o di parte, prevaricavano nelle loro sentenze; e non gastigando che i proprj nemici, sol fra i partigiani trovarono sommessione. Cotesta anarchia, non più temperata dalle pastorali cure del Vescovo, fece accorti i Romani della loro incapacità a governarsi da sè medesimi, onde cercarono di fuori que' vantaggi che dai proprj concittadini sperare omai non potevano. Nel medesimo tempo, gli stessi motivi indussero la maggior parte delle italiane Repubbliche ad adottare un provvedimento, che comunque possa apparire stravagante, pure era, il più confacevole allo Stato cui si vedeano ridotte[212]; e fu quello di scegliere in una città estranea, purchè fosse confederata, un Magistrato imparziale, di famiglia nobile e d'illibato carattere, guerriero ad un tempo e uomo di Stato, e che unisse a proprio favore i suffragi della fama e della sua patria. Ad un tale uomo delegavano per un determinato intervallo, così in tempo di pace come in tempo di guerra, il Governo. Il Trattato fra il Governatore e la Repubblica che lo chiamava nel proprio seno, veniva corroborato da giuramenti e sottoscrizioni, e in esso regolavansi colla più scrupolosa esattezza i doveri scambievoli de' contraenti, e la durata del potere, e l'ammontare dello stipendio da corrispondersi al Magistrato straniero. Giuravano i cittadini di obbedirgli, come a legittimo loro superiore, egli, di unire all'imparzialità di uno straniero quello zelo che avrebbe potuto pretendersi da un uomo nato in quella patria medesima. Chiamavasi _Podestà_[213]; e sceglieva egli stesso quattro, o sei Cavalieri o Giureconsulti che lo soccorressero nella guerra e nell'amministrazione della giustizia; il mantenimento della sua casa, ornata siccome convenivasi alla dignità, era a sue spese; non si permetteva nè alla moglie, nè ai figli, nè ai fratelli di lui, de' quali temeasi la prevalenza, d'accompagnarlo. Finchè durava nella Magistratura, non potea comprar poderi, o contrar leghe nel paese governato, nè tampoco accettare inviti in casa di un cittadino. Non sarebbe tornato in patria con onore, se prima non avesse data soddisfazione sulle doglianze che fossero potute sorgere sull'amministrazione da lui sostenuta.
[A. D. 1252-1258]
In questa guisa tra il 1252, e il 1258, i Romani chiamarono da Bologna italiana il Senatore Brancaleone[214], il cui nome e i pregi ha salvati dall'obblio uno Storico dell'Inghilterra. Sollecito della propria fama, e ben istrutto delle difficoltà che a sì grande carica andavano unite, questo Bolognese ricusò da prima l'onorevole incarico che offerto venivagli; ma arrendutosi finalmente, la durata del suo governo venne determinata a tre anni, nel quale intervallo di tempo, gli statuti della città rimasero sospesi. I colpevoli e i malvagi lo accusavano di crudeltà, il Clero lo sospettò di parzialità; ma gli amici della pace e del buon ordine, ritornati, per opera di questo Magistrato, nel possedimento di tali beni, ne encomiarono la fermezza e la rettitudine. Niun reo fu abbastanza potente per affrontarne la giustizia, o seppe tenersi assai occulto per isfuggirne gli effetti. Morirono per sentenza del medesimo sopra un patibolo due Nobili della famiglia Annibaldi; ad un cenno di Brancaleone, sordo a parziali riguardi, vennero atterrate in Roma e nelle campagne all'intorno cenquaranta torri, asili di masnadieri. Non distinguendo il Papa da un semplice Vescovo, lo costrinse a starsene nella sua diocesi: i nemici di Roma temettero e sperimentarono quanto valessero l'armi di questo Capo. Ma i Romani indegni della felicità che per esso avevano conseguita, pagarono d'ingratitudine i servigi del loro benefattore: eccitati dai ladroni pubblici d'ogni genere, de' quali erasi acquistato l'odio col proteggere la cosa pubblica, lo rimossero dalla carica confinandolo in un carcere, e se ne risparmiarono la vita, fu perchè Bologna avea, per la sicurezza di questa vita, ricevuti mallevadori. Brancaleone, prima di abbandonare la patria, era stato abbastanza antiveggente per pretendere che fossero mandati in ostaggio a Bologna trenta individui delle prime famiglie romane. Seppesi appena il pericolo in cui trovavasi a Roma il Podestà, la moglie di esso richiese che si facesse più severa guardia agli ostaggi; e Bologna, fedele all'onore, le censure pontifizie affrontò; la qual generosa resistenza lasciò il tempo ai Romani di paragonare col passato il presente; e Brancaleone, tratto finalmente dal carcere, venne ricondotto fra le acclamazioni del popolo al Campidoglio. Continuò indi a governare con fermezza e buon successo; talchè quando la morte del medesimo impose silenzio all'invidia, la testa dell'uom preclaro, racchiusa entro prezioso vaso, venne posta ad onore in cima ad una grande colonna di marmo[215].
[A. D. 1263-1278]
Essendosi ben presto veduto che la ragione e la virtù non avevano bastante forza, i Romani, in vece di assoggettarsi con volontaria obbedienza ad un semplice cittadino, scelsero a Senatore un Principe, che già munito di potere independente, si trovasse in istato di difenderli contra i nemici esterni e contra sè stessi. I lor suffragi si unirono a favore di Carlo d'Angiò (A. D. 1263-1278), Principe il più ambizioso e guerriero del proprio secolo, il quale accettò nel medesimo tempo e il Regno di Napoli offertogli dal Papa, e l'uffizio di Senatore che il popolo romano gli concedeva[216]. Avviandosi egli alla conquista del nuovo Regno, passò per Roma ove ricevette il giuramento di fedeltà dai cittadini; alloggiò nel palagio di Laterano, ed ebbe, durante questo soggiorno, una massima cura di non lasciar conoscere, benchè fortemente espressa in tutti i tratti della vita di questo Sovrano, la sua indole dispotica. Nondimeno egli sperimentò l'incostanza del popolo, che accolse di poi con eguali acclamazioni l'emulo del Principe d'Angiò, il misero Corradino, e i Papi videro con torvo occhio nel principe francese un sì possente rivale della loro supremazia sul Campidoglio. Benchè l'autorità di Senatore gli fosse stata conferita a vita, venne ordinato in appresso che dovrebbe rinovarsene l'Investitura ogni terz'anno; talchè l'inimicizia di Nicolò III potè finalmente costringere il Re di Sicilia a rassegnare il governo di Roma. Questo imperioso Pontefice, mediante una Bolla divenuta indi legge perpetua, pose in campo l'autenticità e la validità della donazione di Costantino, non meno essenziale alla pace di Roma che all'independenza della Chiesa; decretò che il Senatore verrebbe eletto ciascun anno, promulgando incapaci di assumere tale incarico gl'Imperatori, i Re, i Principi, e tutti i personaggi di grado troppo eminente ed illustre[217]. Ma Martino IV, che, nel 1281, sollecitava umilmente i suffragi del popolo per essere eletto Senatore, ritrattò le esclusioni pronunziate dalla Bolla di Nicolò III; onde, a veggente del popolo, e in virtù della popolare autorità, due elettori conferirono, non già al Pontefice, ma al _nobile e fedele Martino_, la dignità di Senatore e l'amministrazione suprema della Repubblica, vita durante dello stesso Pontefice[218], con diritto di adempirne gli uffizj, o da sè medesimo, se così gli parea, o per via di delegati. Cinquant'anni dopo all'incirca, venne conceduto lo stesso titolo all'Imperatore Lodovico di Baviera, grande conferma per la libertà di Roma, riconosciuta in tal guisa da due Sovrani, che accettarono un uffizio municipale nell'amministrazione della propria loro Metropoli.
[A. D. 1144]
Allorquando Arnaldo da Brescia avea sollevati gli spiriti contro la Chiesa, i Romani cercarono destramente di cattivarsi, ne' primi istanti della sommossa, la buona grazia dell'Imperatore, e di far valere i proprj meriti e il servigio che venivan prestando alla causa di Cesare. Le dicerie tenute dai loro Ambasciatori a Corrado III e a Federico I, offrono una mescolanza di adulazione e d'orgoglio, di ricordanze venute loro per tradizione e d'ignoranza in cui sulla propria Storia giacevansi[219]. Nell'arringa fatta al primo di questi due Principi (A. D. 1144), dopo alcuni cenni di lagnanza sul silenzio da lui serbato, e sulla poca premura che sembrava ei dimostrasse alla sorte di Roma, lo esortarono a valicar l'Alpi e a venire a ricevere dalle loro mani la Corona imperiale. «Noi supplichiamo la Maestà Vostra, gli dicevano, a non disdegnare la sommessione de' suoi figli e vassalli, e a non ascoltare le accuse de' comuni nostri avversarj che dipingono il Senato siccome il nemico del trono di Vostra Maestà, seminando germi di discordia per raccogliere frutta di distruzione. Sire, il Papa e il _Siciliano_ hanno stretta un'empia lega tra loro; vogliono opporsi alla _nostra_ libertà, e alla _vostra_ coronazione. Il nostro zelo e il nostro coraggio, ne sieno grazie all'Altissimo, hanno respinto finora il lor tentativo. Noi abbiamo prese d'assalto le case e le Fortezze delle famiglie potenti, e soprattutto de' Frangipani, che a questi nostri nemici son dediti. Abbiamo soldati in alcune di queste rocche, altre ne abbiamo spianate. Il Ponte Milvio, che essi aveano rotto, e per opera nostra restaurato e munito, vi offre un varco; il vostro esercito può senza tema di essere molestato, dalla parte di Castel Sant-Angelo, introdursi nella città. In tutto quanto operammo fin qui, e in tutto quanto siamo per operare, non avemmo altro scopo fuor della vostra gloria e del servigio vostro, non dubitando noi che fra poco verrete voi stesso a ricuperare i diritti usurpati dal Clero, a far risorgere l'imperiale Dignità, a superare in rinomanza e splendore tutti i vostri predecessori. Possiate voi fermare la vostra residenza in Roma, nella Capitale del Mondo, dar leggi all'Italia e al Regno teutonico, e imitare Costantino e Giustiniano[220], che mercè il vigore del Senato e del popolo, ottennero lo scettro del Mondo[221]!». Ma queste prospettive luminose e fallaci non sedussero gran fatto Corrado, i cui sguardi a Terra Santa volgevansi, e che poi, reduce dalla Palestina, morì fra poco, e Roma nol vide.
[A. D. 1155]
Federico, nipote e successore di Corrado (A. D. 1155), apprezzò molto di più l'imperiale Corona, e più assolutamente di tutti i suoi predecessori governò il Regno d'Italia. Circondato da' suoi Principi secolari ed ecclesiastici, diede, nel suo campo di Sutri, udienza agli Ambasciatori di Roma che questo ardito e pomposo discorso gli addrizzarono. «Porgete orecchio alla Regina delle città; venite con intenzioni pacifiche ed amichevoli entro il recinto di Roma; essa ha infranto il giogo del Clero, ed è impaziente di coronare il suo legittimo Imperatore. Possano sotto il vostro felice influsso ritornare gli antichi tempi! Sostenete i diritti della Città Eterna, e fate che pieghi sotto il dominio della medesima l'insolenza degli altri popoli. Non evvi certamente ignoto che, ne' primi secoli, la saggezza del Senato, il valore e la disciplina dell'Ordine equestre, estesero le armi di Roma, vincitrici nell'Oriente e nell'Occidente, al di là dell'Alpi e sulle isole dell'Oceano. I nostri peccati aveano fatto, che, in tempo della lontananza de' nostri Principi, cadesse in dimenticanza il Senato, quella tanto nobile istituzione; onde collo scemare dalla nostra saggezza, la nostra forza scemò. Abbiamo restaurato il Senato e l'Ordine equestre; l'uno consagrerà i suoi consigli, l'altro le sue armi alla vostra persona e al servigio dell'Impero. Non udite voi il linguaggio della città di Roma? Essa vi dice: Voi eravate il mio ospite, vi ho fatto mio cittadino[222]. Eravate straniero di là dall'Alpi, vi ho scelto per mio Sovrano; mi son data a voi; ho posto nelle vostre mani quanto mi apparteneva. Il primo, il più sacro de' vostri doveri, è giurare, sottoscrivere che verserete il vostro sangue per la Repubblica, che manterrete la pace e la giustizia nel seno di essa, che osserverete le leggi della città e le patenti de' vostri predecessori, e che, per dare un compenso ai fedeli vostri Senatori, dai quali verrete acclamato in Campidoglio, sborserete cinquemila libbre d'argento. Finalmente, col nome di Augusto, assumetene anche il carattere». La fastosa eloquenza degli Ambasciatori non s'era ancora sfogata abbastanza, ma Federico impazientitosi della costoro vanità, non li lasciò continuare, e prese con essi il linguaggio d'un monarca e d'un conquistatore. «Il valore di fatto e la saggezza de' primi Romani, così gl'interruppe, furono celebri; ma non trovo la stessa saggezza in questa vostra diceria, e vorrei che nelle vostre azioni si ravvisasse il coraggio di quegli Antichi. Non meno di tutte l'altre cose del Mondo, Roma ha sofferte le vicissitudini del tempo e della fortuna. Le più nobili vostre famiglie sonosi trapiantate nella città regia edificata da Costantino, ed è lungo tempo che i Greci e i Franchi hanno stremato quanto rimanea delle vostre forze e della vostra libertà. Volete voi rivedere l'antica gloria di Roma, la saggezza del Senato e il coraggio de' Cavalieri, la disciplina del campo e il valore delle legioni? troverete tutto ciò nella Repubblica di Alemagna. L'Impero non si partì ignudo e spogliato da Roma. Anche i suoi ornamenti e le sue virtù valicarono l'Alpi, per rifuggirsi presso un popolo che ne è più degno[223]; saranno adoperati a difendervi; ma ne sia prezzo la vostra sommessione. Voi dite che i miei antecessori, od io, fummo chiamati dai Romani. È impropria una tale espressione; non ci hanno chiamati, implorarono la nostra venuta. Carlomagno e Ottone, le cui ceneri riposano su questo suolo, liberarono Roma dai tiranni stranieri e domestici che l'opprimevano, e il lor dominio fu il guiderdone d'avervi liberati. I vostri maggiori vissero, morirono sotto questo dominio. Siete miei, e vi chiedo a titolo di eredità, di cosa che mi appartiene. Chi oserà sottrarvi dalle mie mani? Le braccia de' Franchi e dei Germani son forse indebolite per vecchiezza?[224] Son io vinto? son prigioniero? Non mi vedo fors'io circondato dagli stendardi di un esercito potente e invincibile? Voi imponete condizioni al vostro padrone! voi pretendete giuramenti! se giuste le condizioni, i giuramenti sono superflui; se ingiuste, divengono un delitto. Potete forse dubitare di mia giustizia? Questa si diffonde sopra l'ultimo de' miei sudditi. Dopo avere restituito all'Impero romano il Regno di Danimarca, non saprò io difendere il Campidoglio? Voi prescrivete la misura e l'uso delle mie liberalità! Le spargo, è vero, con profusione; ma sono sempre volontarie. Tutto io concederò al merito rassegnato, tutto ricuserò alla importunità[225]». Non poterono sostenere, nè l'Imperatore queste alte pretensioni di dominio, nè il Senato, le sue pretensioni di libertà. Federico, unitosi al Papa, e divenuto sospetto ai Romani, continuò il suo cammino alla volta del Vaticano; una sortita che i cittadini fecero dal Campidoglio turbò la coronazione; si sparse molto sangue; ma il numero e il valore degli Alemanni trionfarono; pure, ad onta di questa vittoria, Federico non si credette sicuro sotto le mura di una città, della quale s'intitolava Sovrano. Dodici anni dopo, volendo collocare un Antipapa sul trono di S. Pietro, assediò Roma, e dodici galee pisane entrarono nel Tevere; ma artifiziose negoziazioni, e un morbo epidemico che pose gli assedianti a tristo partito, salvarono il Senato ed il popolo, e d'indi in poi, nè Federico, nè i successori di lui, rinovarono sì fatta impresa. I Papi, le Crociate e l'independenza della Lombardia e dell'Alemagna, diedero ad essi cure bastanti. Cercarono anzi in lega i Romani, e fu allora che Federico II presentò il Campidoglio del grande stendardo, detto il _Carroccio_ di Milano[226]. Estinta la Casa di Svevia, gl'Imperatori alemanni vennero confinati di là dall'Alpi, e le loro ultime coronazioni davano a divedere quanto i Cesari Teutonici fossero deboli e rifiniti[227].