Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 11
Part 7
Men formidabili per terra che sul mare, erano i Russi; soliti quasi sempre a combattere a piedi, avvi motivo per credere che le irregolari loro legioni sieno state sovente rovesciate, e dalla cavalleria delle orde scitiche poste in rotta; ma le nascenti loro città, comunque in uno stato di imperfezione si ritrovassero, offerivano asilo ai sudditi, ostacolo tremendo al nemico. La monarchia di Kiovia, sintanto che non venne smembrata, a tutto il Settentrione diè legge; e Swatoslao[140] figlio d'Igor, figlio di Oleck, figlio di Ruric, le nazioni poste tra il Volga e il Danubio, ora rispinse, or debellò; perchè le fatiche di una vita militare e selvaggia, in questo principe il vigore dello spirito e dell'animo fortificarono. Vestito di una pelle d'orso, sul terreno ignudo per lo più coricavasi, e guanciale ad esso era una sella; nel nudrirsi di cibi semplici e grossolani agli eroi di Omero non la cedea[141], e tai cibi erano per lo più carne di cavallo arrostita, o sugli ardenti carboni abbrustolata. La consuetudine della guerra addestrava e istruiva il suo esercito, ed è credibile che non fosse permesso a quelle soldatesche lo sfoggiare d'un lusso ignoto al loro generale. Un'ambasceria venutagli per parte dell'imperatore Niceforo indusse Swatoslao ad intraprendere la conquista della Bulgaria, intanto che un donativo di millecinquecento libbre d'oro servivagli alle spese già fatte, o che per quella spedizione far si dovevano. Imbarcati sessantamila de' suoi che, usciti dalla foce del Boristene a quella del Danubio volser le vele, alle coste della Mesia approdò, ove dopo sanguinosa battaglia le spade russe sulle frecce della cavalleria de' Bulgari ebber trionfo. Il Re vinto scese nel sepolcro; i figli di lui caddero in potere del vincitore; e i nortici guerrieri, sino alle falde dell'Emo, i suoi Stati devastarono o saccheggiarono. Il principe varangio, anzichè abbandonar la sua preda e mantenere le date promesse, più propenso a maggiormente innoltrarsi che a retrocedere si mostrava; onde se il buon successo avesse coronato il fine della sua impresa, già nel decimo secolo la residenza dell'Impero russo sarebbe stata sotto un clima più temperato e più fertile trasferita. Swatoslao divisò godere de' moltiplici vantaggi che ben sentiva essere al suo nuovo stato inerenti, potendo già, sia col commercio, sia colla rapina, attrarre a sè le diverse produzioni di tutta la Terra. Una facile navigazione gli arrecava le pellicce, la cera e l'idromele della Russia. Di cavalli e delle spoglie d'Occidente l'Ungheria lo forniva, la Grecia abbondava d'oro, d'argento, e di tutti quegli arredi di lusso, de' quali, in sua povertà, disdegnoso ostentavasi il vincitore. Numerose bande di Patzinaciti, di Cozari, e di Turchi accorreano da ogni lato sotto le bandiere di un principe vittorioso. In questo mezzo, l'ambasciatore di Niceforo, tradendo il suo padrone, vestì la porpora, e promise ai nuovi confederati dell'Impero di spartirsene seco loro i tesori. Il principe russo continuò intanto la militare sua corsa dalle rive del Danubio sino ad Adrianopoli; e quando intimato vennegli di sgomberare la provincia romana, diede una disdegnosa risposta aggiugnendo che la stessa Costantinopoli dovea fra poco aspettarsi l'arrivo del suo nemico e padrone.
[A. D. 970-973]
Niceforo non era più in istato di riparare ai danni che egli medesimo all'Impero avea procacciati, allorchè il trono e la moglie di lui vennero nelle mani di Giovanni Zimiscè, che sotto piccola statura il coraggio e la mente di un eroe nascondea[142]. La prima vittoria riportata dai Luogo-tenenti di Zimiscè, tolse ai Russi i loro confederati stranieri, ventimila de' quali furono o uccisi, o trascinati alla ribellione, o costretti per ultimo al partito di abbandonar le bandiere. Già libera era la Tracia; ma settantamila Barbari rimanevano sotto l'armi, e le legioni che erano state richiamate dalle nuove conquiste della Sorìa, si accigneano, giunta la primavera, a correre sotto gli stendardi di un principe guerriero, che l'amico e il vendicatore de' Bulgari si chiariva. Avendo il nemico lasciate scoperte le gole del monte Emo, gli Imperiali le occuparono tostamente. L'antiguardo romano era fatto dagli _Immortali_, superbo nome assuntosi ad imitazion de' Persiani; l'Imperatore conducea un corpo di diecimila cinquecento fantacini; e il rimanente delle sue forze, le bagaglie e le macchine da guerra con lentezza e cautela venivano appresso. Per sua prima impresa, Zimiscè ridusse in due giorni Marcianopoli o Peristlaba[143]. Scalate ne furono a suon di tromba le mura, e mentre ottomila cinquecento Russi venivano passati a fil di spada, i figli del principe di Bulgaria liberati da carcere ignominioso, furono insigniti del titolo vano di Re. Dopo queste moltiplicate sconfitte, Swatoslao si ritrasse nel ben munito campo di Dristra in riva al Danubio, fin dove perseguillo un nemico abile nel valersi a vicenda, e secondo l'uopo, della celerità e della lentezza. Intanto che le bizantine galee risalivano il fiume, le truppe compieano le loro fazioni di circonvallazione; onde il principe russo, che teneasi riparato dietro le fortificazioni del suo campo e della città, rimase d'ogni intorno avvolto, assalito, e condotto ad ultima stremità. Per molte azioni valorose, per molte disperate sortite si segnalarono i Russi, e sol dopo un assedio di sessantacinque giorni, Swatoslao cedè alla fortuna, ottenendo tale capitolazione che valse a dimostrare la prudenza del vincitore, e quanto questi apprezzasse la prodezza, e temesse la disperazione di un guerriero, il cui animo domar non poteasi. Con solenni giuramenti che sapeano d'imprecazione, il Gran Duca della Russia obbligossi a mettere da un lato tutti i divisamenti concetti contra l'Impero, al qual patto ottenne la permissione di rivedere i suoi Stati. Dovette inoltre convenire, perchè la libertà al commercio e alla navigazione venisse restituita; si concedè una misura di biada ad ognuno de' suoi soldati, nella qual circostanza il numero di ventiduemila misure distribuite nel campo, diè a divedere quanti soldati perduti aveva il duce russo, e quanti ancora gliene rimanevano. Dopo un disastroso viaggio i Russi raggiunsero la foce del Boristene; ma privi di vettovaglie e da avversa stagione tribolati, passarono il verno sul diaccio, e prima di potersi rimettere in cammino, Swatoslao fu sorpreso, ed oppresso dalle confinanti tribù, colle quali i Greci avevano avuta l'accortezza di intavolare utili corrispondenze[144]. Ben altro di Zimiscè fu il ritorno, che venne accolto nella sua Capitale come l'antica Roma, Camillo e Mario, suoi liberatori, accogliea; il devoto Imperatore però dando laude della sua vittoria alla Madre di Dio, l'Immagine della Madonna che si tenea il bambino fra le braccia, venne collocata sul carro trionfale cui gravavano le spoglie dell'inimico, e decoravano i reali arredi della bulgara monarchia. Mentre l'Imperatore facea il suo ingresso a cavallo, ornato di diadema la fronte, e portandosi fra le mani una corona d'alloro, Costantinopoli era ammirata di dover celebrare le virtù guerriere di cotest'uomo[145].
[A. D. 864]
Fozio, patriarca dì Costantinopoli, nel quale l'ambizione pareggiava la brama del sapere, si congratula colla Chiesa greca, e con sè medesimo, di avere convertiti i Russi[146]. Egli avea di fatto indotti questi uomini truci e sanguinolenti a riconoscere Gesù Cristo per loro Dio, i missionarj Cristiani per loro maestri, e i Romani per loro amici e fratelli. Ma fu di breve durata questo trionfo: non era difficile, che cedendo alla varietà degli avvenimenti collegatisi alle successive loro imprese, alcuni duci russi acconsentissero a ricevere l'acqua del Battesimo: potea un vescovo greco sotto nome di metropolitano amministrare, nella Cattedrale di Kiovia, i Sacramenti ad alcune congregazioni composte di schiavi e di nativi del paese; ma la semenza del Vangelo sopra ingrato suolo cadea: considerabile fu il numero degli apostati, scarsissimo quello de' convertiti. Il battesimo di Olga contrassegna la vera epoca del cristianesimo introdottosi nella Russia[147]. Una donna, forse delle ultime classi della società, che come Olga, avea saputo vendicare la morte di Igor suo marito, e dello scettro del medesimo impadronirsi, non potea mancare di quell'operoso vigore atto ad inspirar temenza ne' popoli barbari e ad indurli a sommessione. Ella scelse un momento di pace generale interna ed esterna de' suoi Stati per trasferirsi da Kiovia a Costantinopoli, ove la ricevè nel suo palagio l'Imperatore Costantino Porfirogeneta, che ha descritto egli medesimo minutamente tutto il cerimoniale di questo ricevimento: fin quanto il rispetto dovuto alla porpora lo permettea, vennero regolati gli ufizj dell'etichetta, i titoli, i saluti, i conviti, i donativi in modo che potesse chiamarsene soddisfatta la vanità della principessa straniera[148]. Al fonte battesimale ella assunse il nome venerato fra i Greci dell'imperatrice Elena: e a quanto apparisce la conversione di lei fu preceduta da quella di suo zio, di due interpreti, di sedici matrone, di diciotto donne di minor conto, di ventidue servi o ministri, e di quarantadue mercatanti, in che stavasi il suo corteggio. Di ritorno a Kiovia e a Novogorod, rimase ferma nella nuova sua religione; ma infruttuosi furono gli sforzi della medesima per propagare l'Evangelo, e fosse ostinatezza, o indifferenza, la sua famiglia e il suo popolo si mantennero fedeli alle divinità de' loro antenati. Swatoslao, figlio di Olga, temè il disprezzo e la derisione de' suoi coetanei, e Valadimiro pronipote della ridetta regina, diedesi con tutto l'ardore proprio della giovinezza alla cura di moltiplicare e illustrare i monumenti dell'antica religione de' Russi. Con umani sagrifizj continuavano tuttavia i popoli del Nort a voler placare le feroci loro divinità, e nella scelta della vittima, il cittadino preferivasi allo straniero, il cristiano all'idolatra; un padre che avesse voluto ritogliere il proprio figlio al coltello de' Sacerdoti, periva insieme con esso, vittima del furore di quella fanatica moltitudine. Ciò nullameno le lezioni e l'esempio della pietosa Olga, aveano fatta impressione segreta, ma profonda sugli animi del giovine principe, e d'una parte di popolo; i missionarj greci continuavano a predicare, a disputare fra loro, e a battezzar convertiti, intanto che gli ambasciatori e i negozianti russi che dimoravano a Costantinopoli, raffrontavano la truce loro idolatria col più allettevole culto dei Greci. Ammirata aveano la chiesa di S. Sofia, le animate tele, ove effigiate vedeansi le vite de' Santi e de' Martiri, le ricchezze dell'altare, la molta quantità dei preti, e i magnifici loro apparati, la pompa e il buon ordine delle cerimonie; edificati da quegli armoniosi cantici, dopo de' quali un silenzio religioso veniva, si lasciarono persuadere facilmente che un coro d'Angeli scendesse ogni giorno dal Cielo per unirsi alla divozion de' fedeli[149]; ma l'eccitamento più forte alla conversione di Valadimiro si fu la brama di congiungersi in nozze ad una donna romana. Il Pontefice cristiano gli amministrò il battesimo, e il matrimonio ad un tempo, nella città di Cherson, città che Valadimiro restituì all'imperatore Basilio, fratel di sua moglie. Questa città avea le porte di bronzo che vennero, dicesi, trasportate a Novogorod e poste dinanzi alla chiesa qual monumento del trionfo e della fede di Valadimiro[150]. Ad un cenno di questo sovrano, _Perrun_, il Dio del tuono, da lui medesimo adorato sì lungo tempo, atterrato venne e trascinato nel fango; l'informe statua della divinità fu posta in pezzi a colpi di mazza da dodici robusti Barbari, che la gettarono indi con indignazione nel Boristene. Un editto di Valadimiro avendo chiariti nemici di Dio e del principe, e minacciato di trattarli siccome tali, tutti coloro che ricuserebbero il battesimo, i fiumi della Russia ricevettero migliaia di sudditi che alla sacra cerimonia prestaronsi, gareggianti in riconoscere la verità, e l'eccellenza di una dottrina dal gran Duca, e da' suoi Boiardi abbracciata. La generazione successiva vide sparire ogni avanzo di paganesimo; ma i due fratelli di Valadimiro essendo morti senza avere ricevuto questo segno caratteristico del Cristianesimo, ne vennero disotterrate le ossa e purificate con un battesimo postumo ed irregolare.
[A. D. 800-1100]
Ne' secoli nono, decimo e undecimo dell'Era cristiana, il regno dell'Evangelo e della Chiesa, si estese sulla Bulgaria, l'Ungheria, la Boemia, la Sassonia, la Danimarca, la Norvegia, la Svezia, la Polonia e la Russia[151]; e rinovatisi i trionfi dell'appostolico zelo in questa età di ferro del Cristianesimo, le contrade settentrionali e orientali dell'Europa, si sottomisero ad una religione, la quale più nella parte teoretica, che nella pratica dal culto degli idoli differiva[152]. Una lodevole ambizione conduceva i monaci dell'Alemagna e della Grecia per mezzo alle tende e alle capanne dei Barbari. La povertà, la fatica, i pericoli furono il retaggio di questi primi missionarj della Fede: armati di operoso e paziente coraggio, le loro intenzioni erano pure, e degne di stima: nè miglior ricompensa poteano aspettarsi fuor della testimonianza della loro coscienza e della venerazione di un grato popolo. Ma gli orgogliosi e ricchi prelati de' tempi posteriori, il frutto di queste missioni raccolsero. Volontarie furono le prime conversioni, nè i missionarj aveano altr'armi, che la santità de' costumi, e l'eloquenza de' loro discorsi: per via di miracoli e di visioni combatteano le favole domestiche dei Pagani: e a meglio sedurre i governanti ne lusingavano la vanità, e agli interessi dei medesimi davano opera. I Capi delle nazioni, ai quali i titoli di re e di santi largivansi[153], credevano opera legittima e pia il sottomettere alla Fede cattolica i loro sudditi e i lor vicini. La costa del Baltico, dall'Holstein sino al golfo di Finlandia, a nome e sotto la bandiera della Croce fu invasa: la conversione della Lituania operata nel secolo decimoquarto al regno della idolatria pose termine. Un riguardo di verità e buona fede ne costrigne a confessare che la conversione del Nort, molti vantaggi agli antichi e ai nuovi cristiani produsse. Se i precetti del Vangelo, che raccomandano la carità e la pace, non poterono estinguere il furor della guerra connaturale alla specie umana, e se l'ambizione dei principi cattolici ha nondimeno rinovate in tutti i secoli le calamità che a questo flagello si uniscono, almeno l'avere ammessi i Barbari nel seno della civile ed ecclesiastica società, liberò l'Europa dai devastamenti che per mare e per terra operavansi dai Normanni, dagli Ungaresi e dai Russi, e appresero questi a rispettare il sangue umano, e divennero coltivatori[154]. Aggiugnendosi la prevalenza del clero ad istituir leggi e a consolidare il buon ordine, i popoli selvaggi conobbero gli elementi delle Arti e delle Scienze. Mossi da una saggia pietà i Principi russi, ebbero l'intendimento di chiamare al proprio servigio i più abili fra i Greci, affinchè abbellissero la città, e ne ammaestrassero gli abitanti. Vidersi, benchè informemente, imitati e copiati nelle chiese di Kiovia e di Novogorod la cupola e i quadri di S. Sofia; gli scritti dei Padri vennero tradotti in lingua schiavona, e trecento nobili giovani si trovarono sollecitati, o costretti a frequentare le lezioni del collegio di Jaroslao. Parrebbe, che quanto ai progressi nelle cognizioni, i Russi avessero dovuto ottenere grandi vantaggi dagli speciali vincoli per cui stretti erano alla Chiesa e allo Stato di Costantinopoli, che in que' tempi, nè a torto, dell'ignoranza de' Latini rideansi. Ma la nazione greca vivea nella schiavitù, isolata, e in uno stato di rapido scadimento: dopo la caduta di Kiovia, la navigazione del Boristene fu trascurata; e intanto che i Sovrani della città di Volodimir e di Mosca si trovavano disgiunti dal mare e dal rimanente della Cristianità, i Tartari fecero soffrire a quella Monarchia divisa in parti il vergognoso giogo della barbarie[155]. I regni degli Schiavoni e degli Scandinavi, convertiti dai missionarj latini, trovavansi per vero dire sottomessi alla giurisdizione spirituale e alle pretensioni temporali de' Papi[156]. Ma avendo abbracciata la stessa lingua e lo stesso culto di Roma, assunsero lo spirito libero e generoso della Repubblica europea, e a poco a poco dalla luce del sapere che splendè in Occidente, anch'essi furono rischiarati.
NOTE:
[71] Il diligentissimo Giovanni Gotthelf Stritter ha compilati, raccolti e tradotti in latino tutti i passi della Storia Bisantina che si riferiscono ai Barbari nelle sue _Memoriae populorum, ad Danubium, Pontum-Euxinum, Paludem Maeotidem, Caucasum, mare Caspium, et inde magis ad septentriones incolentium_, Pietroburgo, 1771-1779, 4 tomi, o 6 volumi in 4; ma col merito del suo lavoro non ha fatto spiccare il valore di questi indigesti materiali.
[72] _V._ il capitolo XXXIX della presente opera.
[73] Teofane, p. 296-299, Anastasio, pag. 113; Niceforo, C. P. p. 22, 23. Teofane colloca l'antica Bulgaria sulle rive dell'Atell, o del Volga; ma asserendo egli che questo fiume mette foce nell'Eussino, un errore si grossolano, gli toglie fede anche nel rimanente.
[74] Paolo Diacono (_De gestis Langobard._, l. V, c. 29, p. 881, 882), Camillo Pellegrino (_De ducatu Beneventano, dissert. 7, in scriptores rerum ital._, t. V, p. 186, 187), e il Beretti (_Chronograph. Ital. medii aevi_, p. 273 ec.), conciliano facilmente le apparenti differenze che si ravvisano fra lo Storico Lombardo, e i Greci mentovati nella nota precedente. Questa colonia di Bulgari si stanziò in un cantone deserto del Sannio, ove imparò la lingua latina senza dimenticare la nativa.
[75] Nella disputa di giurisdizione ecclesiastica fra i Patriarchi di Roma e di Costantinopoli, queste province dell'Impero vennero, adoperando il linguaggio del Baronio (_Annal. eccles._ A. D. 869, _n. 75_), assegnate al regno de' Bulgari.
[76] Cedreno (p. 713) indica chiaramente la situazione di Licnido, o Acrida, e il regno di cui questa città era la Capitale. La traslazione dell'Arcivescovato o Patriarcato di _Justinianea prima_ a Licnido e indi a Ternovo, ha portata confusione nell'idee e nelle espressioni de' Greci. Niceforo Gregoras (l. II, c. 2, p. 14, 15), Thomassin (_Discipline de l'Eglise_, t. I, l. I, c. 19-23), e un Francese (d'Anville) mostrano di avere sulla geografia del greco Impero assai più precise nozioni (_Hist. de l'acad. des inscriptions_ t. 31).
[77] Calcocondila, atto a profferir giudizio su di tale argomento, afferma l'identità dell'idioma de' Dalmati, de' Bosnj, de' Serviani, de' _Bulgari_ e de' Polacchi (_De rebus turcicis_, l. X, p. 283), e altrove de' Boemi (l. II, p. 38). Il medesimo autore ha accennato qual fosse l'idioma particolare degli Ungaresi.
[78] _V._ l'opera di Gian Cristoforo Giordano (_De originibus sclavicis_; Vienna 1745, in quattro parti, o due vol. in fol.). La Raccolta, e le Ricerche di questo Autore portano schiarimenti sulle antichità della Boemia e de' paesi circonvicini; ma troppo limitato è il suo disegno, barbaro lo stile, ne è superficiale la critica, e si vede che il Consigliere aulico non si è liberato affatto dalle pregiudicate opinioni d'un Boemo.
[79] Giordano ammette la ben nota e verisimile etimologia di _Slava, laus_, gloria, termine di uso famigliare ne' varj dialetti, e che forma la desinenza di chiarissimi nomi (_De originibus sclavicis_, pars. I, p. 40: para. IV, 101, 102).
[80] Sembra che tal cambiamento di un nome proprio in un nome appellativo, sia accaduto nel duodecimo secolo presso gli abitanti della Francia orientale, ove i Principi e i Vescovi aveano molti Schiavoni, in istato di cattività, _non della schiatta boema_, esclama Giordano, _ma di quella de' Sorabi._ Indi il termine divenne di un uso generale, passando nelle lingue moderne e persin nello stile degli ultimi autori di Bisanzio (V. i Glossarj greci e latini). La confusione poi del nome σερβλοι _Serviani_ e del latino _Servii_, anche maggiormente si propagò, ed era più famigliare ai Greci del basso Impero (Costant. Porfir. _De administrando imperio_, c. 32, p. 99).
[81] L'imperatore Costantino Porfirogeneta, esattissimo allorchè parla degli avvenimenti del suo tempo, ma favoloso oltre ogni dire, quando racconta cose accadute prima di lui, narra diverse particolarità intorno agli Schiavoni della Dalmazia (c. 29-36).
[82] _V._ la Cronaca anonima del secolo XI, attribuita a Giovanni Sagornin (p. 94-102) e la Cronaca composta nel secolo XIV dal Doge Andrea Dandolo (_Script. rerum ital._, t. XII, pag. 227-230), i due più antichi monumenti della Storia di Venezia.
[83] Gli Annali di Cedreno e di Zonara parlano, nelle note che a ciò si riferiscono, del primo regno de' Bulgari. Lo Stritter (_Memoriae popolorum_, t. II, part. II, p. 441-647) ha raccolti i materiali somministrati dagli Autori bisantini, e il Ducange ha determinata e posta in ordine la serie dei re della Bulgaria (_Fam. byzant._, p. 305-318).
[84] _Simeonem semi-Graecum esse aiebant, eo quod a pueritia Byzantii Demosthenis rhetoricam et Aristotelis syllogismos didicerat_ (Luitprand, l. III, c. 8). Questo autore dice in altro luogo: _Simeon, fortis bellator, Bulgariae praeerat; christianus, sed vicinis Graecis valde inimicus_ (l. I, c. 2).
[85]
_ — Rigidum fera dextera cornu_ _Dum tenet infregit, truncaque a fronte revellit._
Ovidio (_Metamorph._, IX, 1-100) ha dipinte arditamente le pugne fra i nativi del paese, e gli stranieri, sotto figura del Dio del fiume e dell'eroe.
[86] L'ambasciatore di Ottone sentì fin ribrezzo delle scuse che i Greci fecero a questo re: _Cum Christophori filiam Petrus Bulgarorum VASILEUS conjugem duceret, Symphona, id est consonantia, scripto juramento firmata sunt ut omnium gentium apostolis, id est nunciis, penes nos Bulgarorum apostoli praeponantur, honorentur, diligantur_ (Luitprando, _in Legatione_, p. 482). _V._ il _Cérémonial_ di Costantino Porfirogeneta t. I, p. 82; t. II, p. 429, 430-434, 435-443, 444-446, 447, colle Osservazioni del Reiske.
[87] Un vescovo di Virtzburgo sottomise questa opinione al giudizio di un reverendo Abate, che gravemente decise essere _Gog_ e _Magog_ i persecutori spirituali della Chiesa, perchè _Gog_ significa il fasto e l'orgoglio degli eretici, e _Magog_ la conseguenza del fasto, vale a dire la propagazione delle loro Sette. Questi erano nullameno gli uomini che pretesero imprimere rispetto in tutto il genere umano! (Fleury, _Hist. eccles._, l. XI, p. 594, ec.).
[88] I due Autori ungaresi de' quali più mi sono giovato, sono Giorgio Pray (_Dissertationes ad Annales veterum Hungarorum_, etc., _Vienna_, 1775, in folio), e Stefano Katona (_Hist. critica ducum et regum Hungariae stirpis Arpadianae_, Pest, 1778-1781, 5 vol. in 8). Il primo comprende un grande intervallo di tempo, sul quale non può spesse volte formare che congetture. Il secondo, per dottrina, sagacità e senno, merita il nome di Storico critico.
[89] Vien dato all'autore di questa cronaca il titolo di notaio del re Bela. Il Katona che lo colloca nel dodicesimo secolo, lo difende contro le accuse del Pray. Sembra che il ridetto Autore di annali, malgrado la sua rozzezza siasi giovato unicamente di alcuni monumenti storici, poichè così si esprime con dignità, _Rejectis falsis fabulis rusticorum, et garrulo cantu joculatorum._ Queste favole poi vennero raccolte nel secolo XV dal Tutotzio, e abbellite dall'italiano Bonfini (V. il discorso preliminare della _Historia critica, Ducum_ p. 7-133).
[90] V. Costantino (_De administrando imperio_, c. III, 4-13-38-42). Il Katona con assai d'intelligenza ha riferita la data di quest'opera agli anni 949, 950, 951 (p. 4-70). Lo storico critico (p. 34-107) s'ingegna provare l'esistenza e le geste del Duca Almo, padre di Arpad, cose tacitamente ricusate da Costantino.