Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 11

Part 34

Chapter 343,444 wordsPublic domain

La decima, conosciuta sotto il nome di _decima di Saladino_, tributo a cui il popolo e il Clero della Chiesa latina si erano assoggettati per le spese necessarie a guerreggiar Saladino, è il più splendido monumento della rinomanza di questo guerriero, e del terrore che aveva inspirato. Una tal costumanza portava troppo vantaggio ad alcune persone, perchè cessar dovesse col cessar de' motivi dai quali ebbe origine. Da questo tributo derivano le ricognizioni e le decime su i beni della Chiesa, ricognizioni e decime che il Pontefice talora concedeva ai Sovrani, talora per gli usi particolari della Santa Sede si riserbava[624]; e certamente questo tributo pecuniario[625] dovette aumentare il fervore che per la liberazione di Terra Santa dimostravano i Papi. Dopo la morte di Saladino, continuarono essi, e per lettere, e col ministerio di missionari e Legati a predicar le Crociate; e lo zelo e l'ingegno d'Innocenzo III al buon esito della pietosa impresa erano favorevoli augurj[626]. Per opera di questo giovine ed ambizioso Pontefice, i successori di S. Pietro al massimo grado di lor grandezza pervennero; e durante il suo regno di diciotto anni, dominò con dispotica autorità sugli Imperatori e sui Re, che egli creava, a talento suo rimovea, e sulle nazioni che per le colpe dei loro governanti puniva, privandole, interi mesi ed anni, d'ogni esercizio del religioso lor culto. Fu soprattutto nel Concilio di Laterano che Innocenzo si comportò qual sovrano spirituale, e quasi padrone temporale dell'Oriente e dell'Occidente. Ai piedi del Legato d'Innocenzo, Giovanni d'Inghilterra rassegnò la propria corona; e questo Pontefice potè vantarsi de' due più segnalati trionfi che sul buon senso e sull'umanità sieno stati riportati giammai, la Transustanziazione posta in dogma[627], e le prime fondamenta della Inquisizione da esso gettate. Alla voce di lui (A. D. 1203), due Crociate vennero intraprese, la quarta e la quinta; ma eccetto il re d'Ungheria, queste non ebbero che Principi di secondo ordine per comandanti, e trovatesi le forze inferiori all'ampiezza della impresa, i successi alle speranze del Papa e de' popoli non corrisposero. I pellegrini della quarta Crociata (A. D. 1218) dimenticarono la Sorìa per Costantinopoli, la conquista della qual capitale operata per l'armi Latine, ne somministrerà l'argomento del seguente Capitolo. Nella quinta Crociata[628], dugentomila Franchi sbarcarono alla foce orientale del Nilo: persuasi con assai di ragione che il miglior modo per liberare la Palestina, fosse vincere il Sultano in Egitto, luogo di sua residenza ed emporio di quella dominazione. E veramente, dopo un assedio di sedici mesi, i Musulmani dovettero deplorare la perdita di Damieta. Ma l'esercito cristiano andò perduto per l'orgoglio e la tracotanza del Legato Pelagio, che a nome del Pontefice, impadronito erasi del comando. I Franchi, estenuati dai morbi epidemici, rinserrati fra l'acque del Nilo e tutte le forze d'Oriente armatesi contro di loro, abbandonarono Damieta, per ottenere la franchigia della ritirata, alcuni concedimenti a favore de' pellegrini, e la tarda restituzione del legno della vera Croce, monumento, che molta parte di sua autenticità avea perduta. L'infausto esito delle Crociate vuole in parte essere attribuito alla moltiplicità e all'abuso di queste pie spedizioni, che nel tempo medesimo e contra i Pagani della Livonia, e contra i Mori di Spagna e gli Albigesi di Francia, e contra i Re siciliani della famiglia imperiale venivan bandite[629]. Nelle imprese meritorie del secondo genere poteano gli avventurieri senza uscir dell'Europa ottenere le stesse indulgenze, oltre a ricompense temporali più certe e più ragguardevoli. Laonde i Papi, dal santo loro zelo contro i nemici domestici si lasciarono trasportar sì, che le sciagure de' Cristiani della Sorìa ponevano in dimenticanza. L'ultimo secolo delle Crociate, mise per un certo tempo all'arbitrio de' Papi un esercito e una rendita considerabile, onde diversi profondi ragionatori si portarono a sospettare che sin dal tempo del primo Sinodo di Piacenza, tutte le ridette spedizioni la politica di Roma avesse condotte. Ma nè sulla realtà, nè sulla verisimiglianza, un tal sospetto è fondato. Le apparenze dimostrarono che i successori di S. Pietro secondarono, anzichè regolare l'impulso de' costumi e delle pregiudicate opinioni di quelle età. Senza aver preveduta la stagione delle messi, senza essersi prese le cure del coltivare, colsero a lor tempo i frutti naturali della superstizione, ricolta che di pericoli e di fatiche per loro fu scevra. Nel Concilio di Laterano, Innocenzo annunziò in termini ambigui il disegno di animare col proprio esempio i Crociati; ma il nocchiero della Santa nave non potea abbandonarne il governale, nè alcun Pontefice romano consacrò colla sua santa presenza le spedizioni della Palestina[630].

[A. D. 1228]

Assuntisi i Papi la protezione immediata delle persone, delle famiglie, delle sostanze de' pellegrini, quegli spirituali tutori si arrogarono ben tosto il diritto di regolarne le azioni, e di costringerli a mantenere i carichi che si erano addossati. Federico II[631], pronipote di Barbarossa, fu successivamente il pupillo[632], il nemico e la vittima della Chiesa. In età di ventun anni, prese la Croce per non contravvenire ai voleri del suo tutore, Innocenzo III, che alle singole coronazioni, come Re e come Imperatore, lo costrinse a rinovare questa obbligazione; oltrechè il maritaggio da lui contratto colla erede del Re di Gerusalemme, gli imponea per sempre il dovere di assicurar questo regno al proprio figlio Corrado; ma avanzando Federico negli anni, e più ferma vedendo la sua autorità, degli obblighi contratti imprudentemente in giovinezza gli increbbe; e le acquistate cognizioni e l'esperienza instruito aveanlo a disprezzare le illusioni del fanatismo, e le corone dell'Asia. Fattosi minore il rispetto di lui verso i successori d'Innocenzo, il solo disegno di restaurare la Monarchia italiana, dalla Sicilia all'Alpi, l'animo suo ambizioso occupava. Ma il buon successo di tale impresa, ricondotti avrebbe alla semplicità primitiva i Pontefici; i quali tenuti a bada con indugi e scuse per dodici anni, non risparmiarono sollecitazioni e minacce; tanto che indussero il Monarca dell'Alemagna a prefiggere il giorno della sua partenza ai lidi della Palestina. Egli fece allestire ne' porti della Sicilia e della Puglia una flotta di cento galee e di cento vascelli, costrutti in modo che potessero trasportare e sbarcare facilmente duemila cinquecento cavalieri coi loro cavalli e il loro seguito. Dai vassalli imperiali di Napoli e di Alemagna, levò un poderoso esercito, e la fama portò sino a sessantamila il numero de' pellegrini dell'Inghilterra: ma gl'indugi volontarj, o inevitabilmente congiunti a sì immensi apparecchi, estenuarono le vettovaglie e le forze dei più poveri fra i pellegrini; le infermità e le diserzioni l'esercito diradarono, e la state ardente della Calabria anticipò i disastri che a quelle truppe si preparavano nei campi della Sorìa. Finalmente l'Imperatore salpò da Brindisi con una flotta e un esercito di quarantamila uomini. Ma non tenne il mare più di tre giorni, e una precipitosa ritirata, che gli amici di lui a grave infermità attribuirono, venne dai suoi avversarj riguardata, come una volontaria e ostinata inobbedienza ai voleri del Sommo Pontefice. Per avere infranto il suo voto, Federico videsi scomunicato da Gregorio IX, che lo scomunicò una seconda volta nel successivo anno per avere ardito adempire lo stesso voto[633]; e intanto ch'egli conduceva la Crociata in Palestina, una Crociata bandivasi in Italia contro di lui, e ritornando venne costretto a chieder perdono di ingiurie che unicamente avea ricevute. Gli Ordini militari e il Clero di Palestina, erano stati anticipatamente avvertiti di disobbedirgli, e non farsi lecito il menomo consorzio con un uomo scomunicato. Per ultimo aggravio, l'Imperatore si trovò in mezzo al suo campo, e, ne' proprj Stati di Palestina, costretto a tollerare che i comandi venissero dati in nome di Dio e della Repubblica cristiana, che del suo nome non fosse fatta menzione. Trionfale fu l'ingresso di Federico in Gerusalemme; e colle proprie mani, perchè niun ecclesiastico a tale ufizio volle prestarsi, prese la corona posta sull'altare del Santo Sepolcro. Ma il Patriarca lanciò anatema sulla Chiesa, che la presenza di questo Principe avea profanata; e i Templarj e gli Ospitalieri, eglino stessi fecero avvertire il Sultano del momento opportuno a sorprendere ed uccidere Federico in riva al Giordano, ove questi con debole scorta si trasferiva. Circondato in tal guisa da fanatici e da faziosi, non che impossibile cosa l'aspirare a vittorie, gli era persin difficile il provvedere alla propria sicurezza. Ma le discordie de' Maomettani, e la stima che Federico aveva a questi inspirata, gli fruttarono un Trattato vantaggioso di pace con essi. L'uom percosso dagli anatemi della Chiesa, venne tosto accusato di avere mantenuto coi miscredenti pratiche disdicevoli ad un Cristiano, sprezzata la sterilità del suolo di Palestina, d'essersi lasciati sfuggir dal labbro questi empj detti: «che se Jeova avesse conosciuto il regno di Napoli, non avrebbe scelta la Palestina a retaggio del suo popolo eletto». Pur questo Federico aveva ottenuta dal Sultano la restituzione di Gerusalemme, di Betlemme, di Nazaret, di Tiro e di Sidone; per esso i Latini divenuti liberi di abitare e fortificare la Città Santa. Fra gli accordi patuiti dal Principe alemanno, eravi una mutua libertà civile e religiosa così pei discepoli di Gesù, come per quelli di Maometto, in conseguenza di che i primi avrebbero ufiziato nella chiesa del Santo Sepolcro; poteano i secondi orare e predicare nella moschea del tempio[634], d'onde credevano che il loro Profeta fosse partito di notte tempo pel viaggio suo verso il Cielo. Contro d'una sì scandalosa tolleranza il Clero si scatenò; i Musulmani, trovandosi ivi i più deboli, vennero in modo quasi insensibile discacciati; e quanto uom ragionevole potea prefiggersi a scopo nelle spedizioni delle Crociate, tutto erasi, senza l'uopo di sparger sangue, ottenuto. Le chiese restaurate, riempiuti di Monaci i conventi; in meno di quindici anni Gerusalemme noverava seimila Latini fra i suoi abitanti. L'invasione de' selvaggi Carizmj pose fine a questo pacifico e prospero stato[635], di cui i Latini non avean saputo nè grado, nè grazia a chi lo avea lor procurato. Abbandonate le rive del mar Caspio, d'onde i Mongui li scacciarono, i pastori Carizmj innondarono la Sorìa, nè la lega de' Franchi coi Sultani di Aleppo, di Hems e Damasco a rintuzzare l'impeto di costoro bastò. Divenne inutile ogni resistenza, e la morte, o la cattività unicamente ne erano prezzo. Una sola battaglia, pressochè affatto, i militari ordini esterminò. Saccheggiata la città, profanato il Santo Sepolcro, i Franchi dovettero, e confessarlo di propria bocca, augurarsi la disciplina e l'umanità de' Turchi e dei Saracini.

La sesta o settima Crociata imprese vennero da Luigi IX, Re di Francia, che la libertà in Egitto, in Affrica perdè la vita. Ventott'anni dopo la sua morte, Roma lo collocò fra i proprj Santi, e nel medesimo tempo comparvero sessantacinque miracoli, che solennemente attestati, sembrarono valevole giustificazione agli onori tributati alla memoria di questo Monarca[636]. Più onorevole testimonianza alle virtù di lui rende lo Storico, presentandoci, in Luigi IX, congiunti i pregi dell'uomo, del Re e dell'eroe; amor di giustizia in esso l'impeto del valor temperò, e mostrossi padre de' sudditi, amico de' vicini, terrore degl'Infedeli[637]. Solo il funesto influsso della superstizione[638], talvolta le belle prerogative del suo ingegno e del suo cuore oscurò. Divoto ammiratore de' frati mendicanti di S. Francesco e di S. Domenico, imitarli non disdegnava; e fattosi con cieco zelo e crudele, persecutore de' nemici della Fede, il migliore fra i Re, per sostenere la parte di Cavaliere errante, due volte dal proprio trono discese. Se un frate ne avesse scritta la storia, certamente gli avrebbe largheggiato d'encomj per quella parte della sua vita che piuttosto rimproveri meritò; ma il prode e leale Joinville[639], che possedè l'amicizia del suo Monarca, e gli fu nella cattività confratello, ne ha offerta con ingenua imparzialità la pittura così delle virtù, come de' difetti di questo Principe. Tale storia scritta da un cortigiano, che le segrete mire del proprio Re ben conoscea, ne trae a sospettare che i disegni politici di Luigi IX intendessero ad indebolire la potestà de' grandi vassalli, disegni politici di cui frequentemente è stata apposta la taccia a tutti i Sovrani, che le Crociate hanno promosse. Luigi IX fu uno tra i Principi del medio evo che con miglior successo si adoperarono a richiamare tutte le sue prerogative alla Corona: ma nel proprio regno, e non nell'Oriente, a sè medesimo e alla sua discendenza siffatti vantaggi cercò. Il voto che lo trasse in pellegrinaggio ebbe origine da una infermità e dal suo entusiasmo. Autore di questa pietosa follìa[640] ne fu pur anche la vittima; per correre ad invader l'Egitto, delle sue truppe e dei suoi tesori la Francia stremò; coperse di mille e ottocento vele il mar di Cipro; e i calcoli più moderati fanno ascendere a cinquantamila uomini il suo esercito. Se noi vogliamo aver fede alla testimonianza medesima di questo Re, testimonianza che la vanità orientale si fece sollecita di divulgare, egli sbarcò novemila cinquecento uomini a cavallo, e centotrentamila fantaccini, che sotto la protezione di esso peregrinarono[641].

[A. D. 1249]

Luigi, armato di tutto punto e preceduto dall'oriflamma, fu primo a lanciarsi sulla riva, e corso a Damieta, gli atterriti Musulmani, al primo assalto dei Franchi abbandonarono quella città che avea sostenuto un assedio di dodici mesi contra i predecessori di Luigi. Ma fu Damieta la prima, e l'ultima conquista del regal pellegrino; e nella sesta Crociata, cagioni eguali, e pressochè sul campo medesimo, rinnovellarono le calamità che aveano mandato a vuoto la prima[642]. Dopo un indugio funesto che introdusse nel campo i germi di un morbo epidemico, i Franchi dalla costa marittima ver la Capitale dell'Egitto innoltratisi, s'accinsero a superare lo straripamento del Nilo che opponevasi ai loro progressi. Innanzi agli occhi dell'intrepido Monarca, que' baroni e cavalieri diedero alte prove dell'invitto valore che li contraddistingueva, e ad un tempo di quell'indomabile avversione, ad ogni sorta di disciplina, per cui parimente erano noti. Il conte d'Artois, per un tratto di mal avvisata prodezza, prese d'assalto la città di Massura, e nell'istante medesimo i colombi addestrati all'ufizio di messaggieri, portarono agli abitanti del Cairo l'annunzio che tutto era perduto. Un soldato, fattosi indi usurpatore del trono d'Egitto, i fuggiaschi affrettatamente raccolse e riordinò. Intanto il conte d'Artois, essendosi troppo scostato dal corpo dell'esercito, le sue truppe rimasero sconfitte, privo egli di vita. Mentre i Musulmani non cessavano di rinversare pioggia di fuoco greco sui Franchi, le galee egiziane difendevano il Nilo, gli Arabi tenean la pianura e impedivano ogni arrivo di vettovaglie al nemico: ogni giorno i mali della fame e delle contagioni si rendeano più gravi: finalmente quando inevitabile parve la ritirata, non era più possibile l'eseguirla. Gli Scrittori orientali affermano che S. Luigi avrebbe potuto fuggire, purchè non gli fosse incresciuto di abbandonare i proprj sudditi. Fatto prigioniero, egli e la maggior parte de' suoi Nobili, tutte le persone inabili a servire, o a procurarsi riscatto, vennero senza pietà trucidate, nel qual momento una fila di teste cristiane (A. D. 1250) il ricinto delle mura del Gran Cairo adornò[643]. Lo stesso Re Luigi venne caricato di catene: ma il generoso vincitore, pronipote del fratello di Saladino, inviò all'augusto prigioniero una veste d'onore. Quattrocentomila piastre d'oro e la restituzione di Damieta ottennero la libertà del Re di Francia e de' soldati che gli rimanevano[644]. Gli effeminati discendenti de' compagni d'armi di Saladino; ammolliti dal lusso e dal clima, non sarebbero già stati di per sè stessi abili a resistere al fiore della cavalleria dell'Europa; e dovettero la vittoria al valore dei loro schiavi o Mammalucchi, robusti figli del Deserto, compri al mercato della Sorìa, e sin dai primi anni allevati in mezzo ai campi e nel palagio del Sultano. Ma non andò guari che l'Egitto offerse un nuovo esempio dei pericoli da temersi da pretoriane coorti, e che la rabbia di queste feroci belve, lanciate dianzi contra i Franchi, si volse allo strazio del proprio loro benefattore. Inorgogliti della vittoria, i Mammalucchi trucidarono Turan-Saw, ultimo rampollo della sua dinastia; indi i più audaci di questi assassini, brandendo la scimitarra, tuttavia grondante del sangue del lor Sultano, nella stanza penetrarono del franco re prigioniero. La fermezza opposta da Luigi costrinse al rispetto costoro[645], e l'avarizia al fanatismo e alla crudeltà impose silenzio. I patti del Trattato vennero adempiuti, e il re di Francia cogli avanzi del proprio esercito, ottenne la libertà di veleggiare ai lidi di Palestina. Quattro anni nella città di Acri ei trascorse, ma senza mai potersi aprire strada per arrivare a Gerusalemme, e sempre ricusando di ritornare privo di gloria alla patria.

[A. D. 1270]

Dopo sedici anni di un regno saggio e pacifico, la ricordanza dell'antica sconfitta, eccitò S. Luigi ad imprendere la settima ed ultima Crociata. Tornate in istato fiorente erano le sue rendite; gli Stati suoi aumentati, e risorta in questo intervallo una nuova generazione di guerrieri. Rinnovellatasi parimente in lui la fiducia di migliori successi, posesi in mare, condottiero di seimila uomini a cavallo, e di trentamila fanti. La perdita di Antiochia che fatta aveano i Cristiani, davasi per motivo di una tale spedizione; la bizzarra speranza di amministrare il sacramento del Battesimo al re di Tunisi, indusse il Monarca francese a veleggiare primieramente verso le coste dell'Affrica. La fama sparsa degli immensi tesori che colà racchiudevansi, confortò i Crociati sul ritardo che alla lor peregrinazione opponeasi. Ma in vece di un proselito, il santo esercito trovò in quelle rive un assedio da imprendere. I Francesi nella loro espettazione delusi, in mezzo a quelle arse arene perivano; la morte colpì S. Luigi entro la sua tenda e immediatamente l'erede del trono diede il segno della ritirata[646]. In cotal guisa, così un ingegnoso scrittore si esprime, un Re cristiano presso le rovine di Cartagine incontrò la morte facendo guerra ai Musulmani in un paese, ove Didone avea introdotte le divinità della Sorìa[647].

[A. D. 1250-1517]

Non è lecito l'immaginarsi una costituzione più assurda e tirannica di quella che condanna in perpetuo una nazione a vivere schiava sotto il governo arbitrario di schiavi stranieri. Tale, nondimeno, è stata da oltre cinque secoli la condizione dell'Egitto; in guisa che i più illustri Sultani della dinastia Baarite e Borgite[648], derivavano eglino stessi da tartare o circasse tribù, e i ventiquattro Beì, o Capi militari dell'Egitto, hanno sempre avuti per successori, non già i proprj figli, ma i loro servi. Fondano costoro i proprj diritti sul Trattato che Selim I conchiuse con questa repubblica militare, Trattato che riguardano come la _Grande Carta_ di lor libertà[649]: laonde gl'Imperatori ottomani continuarono d'allora in poi a riscotere unicamente dall'Egitto un lieve tributo, siccome pegno del vassallaggio di questa contrada. La storia delle accennate due dinastie, eccetto brevi intervalli d'ordine e di tranquillità, non presenta che una continua serie di assassinj e misfatti[650]; ma il trono delle medesime, comunque crollante per sì forti scotimenti, sulla salda base della disciplina e del valor si reggea; laonde governavano e l'Egitto, e l'Arabia, e la Nubia, e la Sorìa; e i Mammalucchi, composti in origine di ottocento uomini di cavalleria moltiplicaronsi fino al numero di venticinquemila: obbedivano in oltre a questi Capi dell'Egitto centosettemila uomini di milizia provinciale, e all'uopo poteano sul soccorso di sessantaseimila Arabi calcolare[651]. Cosa naturale ella era, che Principi così coraggiosi e di sì considerabili forze invigoriti non avrebbero lungo tempo tollerata tanta prossimità di una nazione independente e nemica, e se l'espulsione assoluta de' Franchi, di quaranta anni in circa, venne tardata, di questo mezzo secolo d'esistenza ebbero l'obbligazione agl'impacci in cui trovossi la nuova dominazione egiziana ancora mal salda, all'invasione de' Mongu, ai soccorsi che da alcuni pellegrini guerrieri agli stessi Crociati venner condotti. Nel novero di tali soccorritori, il leggitore inglese fermerà il guardo sul nome di Eduardo I, che durante la vita del padre suo Enrico, prese la Croce. Capitano di mille soldati, il futuro conquistatore del paese di Galles e della Scozia, costrinse gl'Infedeli a levare l'assedio di Acri, e innoltratosi fino a Nazaret con novemila uomini, emulò la gloria del suo zio Cuor-Di-Leone; con ardite imprese ad una tregua di dieci anni il nemico forzò; e ricco di questi allori, rivide l'Europa a malgrado di un fanatico traditore che pericolosamente il ferì[652]. Bondocdar, o Bibars, Sultano dell'Egitto e della Sorìa, sorprese e quasi per intero distrusse la città di Antiochia[653], trovatasi fino allora, per sua giacitura, meno esposta alle calamità della Santa Guerra. Tal si fu il termine di questo principato; e la prima città conquistata dai Cristiani, videsi spopolata dalla strage di settemila, e dalla cattività di centomila de' suoi abitanti. Le città marittime di Laodicea, Gabala, Tripoli, Berite, Sidone, Tiro, Giaffa, e le Fortezze degli Ospitalieri e de' Templarj, si arrendettero successivamente. Il solo possedimento che i Franchi serbassero, si stette nella città e colonia di S. Giovanni d'Acri, da alcuni scrittori indicata sotto il nome più classico di Tolomaide.