Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 11

Part 23

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Potenti e numerosi erano questi motivi; ma dopo avere calcolata la forza de' medesimi sopra ciascun individuo particolare, gli è d'uopo aggiugnere ancora la autorità indefinita, e sempre crescente, dell'esempio, e di ciò che chiamasi moda. I primi proseliti, divenuti i più zelanti e i più utili missionarj della Croce, predicavano ai loro amici e compatriotti, l'obbligazione, il merito, la ricompensa della santa impresa, e gli uditori, anche a ciò meno propensi, trovavansi, a mano, a mano, trascinati dal turbine della autorità o della persuasione. Quella gioventù guerriera al menomo rimproccio, o sospetto di viltà di cui si credesse scopo, infiammavasi; tale occasione di poter visitare protetti da un formidabile esercito, il Santo Sepolcro, seducea vecchi ed infermi, donne e fanciulli, che il fervore non le forze lor consultavano: e se taluno eravi che, il dì innanzi, avesse accusati di poco senno i compagni, il dì appresso della follia loro ardentemente partecipava. Quella medesima ignoranza che i vantaggi dell'impresa ingrandiva, ne facea parer minori i pericoli. Per la conquista de' Turchi, essendo stati una serie d'anni interrotti i pellegrinaggi, gli stessi condottieri non aveano che nozioni imperfette su la lunghezza del cammino e lo stato di forze degl'inimici. Tale era anzi la stupidezza degli uomini del volgo, che alla prima città, alla prima rocca oltre i limiti conosciuti, in cui si scontravano, stavan per chiedere se quella fosse Gerusalemme, la meta del loro viaggio e lo scopo delle intraprese fatiche. Ciò nulla ostante i più prudenti fra i Crociati, non a bastanza sicuri di essere nudriti lungo la via da una pioggia di quaglie o di manna celeste[419], pensarono a provvedersi di que' preziosi metalli che, per consenso d'ogni paese, sono il simbolo degli agi di nostra vita. Laonde per aver di che sostenere, giusta il loro grado, le spese del viaggio, i Principi diedero in pegno i proprj allodj, ed anche le loro province, i Nobili vendettero terre e castella, i contadini il bestiame e gli strumenti d'agricoltura. Il numero e la fretta de' venditori, inviliva il prezzo delle proprietà, intanto che i bisogni e l'ampiezza dei compratori faceano salire ad esorbitante valore l'armi e i cavalli. In questo mezzo, quelli che rimasero alle case loro, e possedeano qualche danaro e l'accorgimento necessario a farlo fruttare, nell'epidemia generale arricchirono[420]. I Sovrani acquistarono a buon patto i dominj de' lor vassalli, e i compratori ecclesiastici, mettendo a conto di pagamento la promessa di lor preghiere, minor danaro sborsavano[421]. Alcuni zelanti Crociati, valendosi di un ferro caldo, o di un liquor corrosivo che ne rendesse l'impronta indelebile, stampavano sul proprio corpo la Croce che gli altri di portar sull'abito si contentavano; e fuvvi uno scaltro frate, il quale, dando a credere che un miracolo divino gli avesse impresso il santo marchio sul petto, la venerazione dei popoli e i più ricchi benefizj della Palestina con questa frode si procacciò[422].

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Il Concilio di Clermont, come dicemmo, avea posto pel giorno della partenza de' Crociati il 15 di Agosto; ma costrinse ad anticiparla il numero e la straordinaria impazienza di pezzenti plebei a questa spedizione raccoltisi. Racconterò brevemente e quanto costoro soffersero, e quanto di malvagio operarono, prima d'incominciare il racconto dell'impresa più rilevante e più felice de' lor condottieri. Al comparire di primavera, oltre sessantamila persone di entrambi i sessi e della feccia del popolo, dai confini della Francia e della Lorena sen vennero, tutti accerchiando il primo missionario della Crociata, e sollecitandolo con grida, e con ogni modo di importunità, perchè presto al Santo Sepolcro li conducesse. Piero, trovatosi Generale, senza averne o il sapere, o l'autorità, guidò, o piuttosto seguì i suoi ardenti proseliti lungo le rive del Reno e del Danubio. Il numero e il bisogno li costrinsero ben tosto a sbandarsi. Gualtieri _Senza Sostanze_, luogotenente dell'Eremita, e soldato coraggioso, comunque oppresso dall'indigenza, comandava l'antiguardo de' Crociati. Ci formeremo facilmente un'idea di questo esercito di ciurmaglia osservando che per ogni quindicimila pedoni vi si contavano appena otto uomini a cavallo. Godescallo, altro frate fanatico, le cui prediche aveano arrolati quindici o ventimila contadini de' villaggi dell'Alemagna, l'esempio e le traccie di Piero eremita d'appresso seguì; e a tutti costoro ancora si unirono dugentomila mascalzoni, la feccia più ributtante della plebaglia di tutti i paesi, che delle pratiche di pietà, del ladroneccio, dell'ubbriachezza, e d'ogni ribalderia, un orrendo miscuglio faceano. Alcuni Conti o gentiluomini, condottieri di tremila soldati a cavallo, trovarono espediente l'adattarsi alle costoro voglie per partecipar con essi alle prede. Ma i veri comandanti, almeno da questa bruzzaglia riconosciuti per tali (chi crederà oggimai ad un eccesso tal di demenza?) erano un'oca e una capra, che costoro si teneano a capo di tutte le squadre, e alle quali bestie questi spettabili Cristiani attribuivano una ispirazione divina[423]. Contra gli Ebrei, carnefici di Gesù Cristo, vennero adoperate le prime e men difficili imprese di codeste bande fanatiche, e di quelli che le secondavano. Le ricche e numerose colonie di tal nazione, stanziatesi nelle città mercantili del Reno e della Mosella, ivi sotto la protezione dell'Imperatore e de' Vescovi, di un libero esercizio del loro culto godeano[424]. A Verdun, a Treveri, a Magonza, a Spira, a Worms più migliaia di questi infelici furono spogliati e trucidati[425], nè dopo la persecuzione di Adriano, altra più sanguinolenta ne aveano sofferta. Ben la fermezza de' Vescovi salvò alcuni di essi che momentaneamente finsero di abbracciare il Cristianesimo; ma gli Ebrei più ostinati, fanatismo opposero a fanatismo, e sbarrate le proprie case, e lanciandosi entro il fiume, o in mezzo alle fiamme, colle proprie famiglie e co' proprj tesori la rabbia, o almen l'avarizia, de' furibondi lor nemici delusero.

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Tra i confini dell'Austria e la capitale dell'Impero d'Oriente i Crociati dovettero attraversare, per un intervallo di seicento miglia, i selvaggi deserti della Ungheria e della Bulgaria[426]. Fertile oggidì, e frastagliato da fiumi è quel suolo; ma in quella età non vi si incontravano che paludi, e quelle vastità di foreste, la cui estensione non conosce più limiti, allorchè l'uomo è schifo di assoggettare alla propria solerzia la terra. Avendo entrambe le nazioni ricevuti i principj del Cristianesimo, gli Ungari obbedivano ad un principe nato fra essi; un luogotenente del greco Imperatore i Bulgari governava. Ma la feroce indole di queste genti, al più lieve pretesto di scontento, destavasi, nè lievi pretesti i ladronecci de' Crociati ad essi fornirono. Queste ignoranti popolazioni, presso le quali, come si è veduto, l'agricoltura mal regolata languìa, abbandonavano nella state le lor città, fabbricate di legno e di canne, per portarsi sotto le tende, più consuete abitazioni di popoli pastori e cacciatori. I Pellegrini crociati dopo aver chieste con arroganza alcune vettovaglie di cui mancavano, se ne impadronirono colla forza, voracemente le dissiparono, e dopo il primo contrasto che ebbero, a tutto l'impeto della vendetta e della indignazione si diedero. Ma l'assoluta ignoranza del paese ove trovavansi, e dell'arte della guerra e della disciplina a cadere in tutti gli agguati gli avventurava. Il prefetto di Bulgaria avea truppe regolari sotto i suoi ordini, e allo squillar primo della tromba guerriera, l'ottava, o decima parte degli Ungaresi corse all'armi, e in un corpo formidabile di cavalleria si ordinò; le quali truppe ai _pietosi_ masnadieri tendendo insidie, sovr'essi ottennero una sanguinosa e memorabil vendetta[427]. Un terzo all'incirca di questa masnada, spogliata di tutto ed ignuda, ebbe a ventura il potersi riparar nella Tracia: Piero l'Eremita fu tra quelli che si salvarono. Il Greco imperatore che rispettava i motivi del viaggio impresosi dai Latini, e desideroso inoltre de' loro soccorsi, fece scortar questi avanzi per una strada sicura e facile infino alla sua Capitale, ove li consigliò stessero ad aspettare l'arrivo de' lor compatriotti. La ricordanza delle commesse irregolarità, e dei danni che ne erano ad essi avvenuti, li tenne in dovere, sin tantochè incoraggiati della liberale accoglienza che a costoro fecero i Greci, la solita cupidigia tornò a dominarli, nè risparmiarono gli stessi benefattori; e giardini e palagi e chiese divennero scopo alle loro devastazioni. Alessio, che per la propria sicurezza incominciò a paventare, tanto fece che li persuase a trasferirsi sulla sponda asiatica del Bosforo; ma spinti da cieco impeto, abbandonarono ben tosto il campo che il Principe greco aveva ad essi additato come il migliore, e senza pensare alle conseguenze, si precipitarono addosso ai Turchi che la via di Gerusalemme tenevano. L'Eremita, vergognandosi di far sì trista comparsa, dal campo de' Crociati a Costantinopoli si trasferì, e il luogotenente del medesimo Gualtieri, ben degno di comandare a migliori truppe, si adoperò, ma indarno, per introdurre qualche poco di ordine e di disciplina in mezzo a questi selvaggi. Tornati a sbandarsi per avidità di saccheggio, caddero facilmente negli agguati che apparecchiò loro il sultano Solimano. Questi fece spargere destramente la voce, che una parte di Crociati marciata innanzi, della capitale de' Turchi erasi impadronita. Tutti gli altri corsero allora sullo spianato di Nicea, impazienti di raggiugnere i compagni, e star con essi a parte di preda; ma caduti vittime de' turchi dardi, cumuli d'ossa annunziarono la sconfitta de' primi a quelli che vennero dopo[428]; e già trecentomila Crociati avean trovato il lor sepolcro nell'Asia, prima che una sola città agl'Infedeli si fosse tolta, prima che i Capi e i Nobili della Cristianità, gli apparecchi della santa impresa avesser compiti[429].

| CROCIATI | CAPI |VIAGGIO A | ALESSIO | NICEA E | | |COSTANTIN.| |ASIA MIN. ------------------------------------------------------------------------ I. _Gesta |p. 1, 2 |p. 2 |p. 2, 3 |p. 4, 5 |p. 5-7 Francorum_ | | | | | | | | | | II. Roberto il |p. 33, 34 |p. 35, 36 |p. 36, 37 |p. 37, 38 |p. 39-45 Monaco | | | | | | | | | | III. _Baldricus_ |p. 89 |..........|p. 91-93 |p. 91-94 |p. 94-101 | | | | | IV. Raimondo |..........|..........|p. 139, |p. 140, |p. 142 d'Agiles | | |140 |141 | | | | | | V. Alberto d'Aix |l. j, |..........|l. ij, |l. ij, |l. ij, |c. 7, 31 | |c. 1-8 |c. 9, 19 |c. 20-43; | | | | |l. iij, | | | | |c. 1-4 | | | | | VI. Foulcher di |p. 384 |..........|p. 385, |p. 386 |p. 387, Chartres | | |396 | |389 | | | | | VII. Giberto |p. 482, |..........|p. 485, |p. 485, |p. |485 | |489 |490 |491-493, | | | | |498 | | | | | VIII. Guglielmo |l. j, |l. j, |l. ij, |l. ij, |l. iij, di Tiro |c. 18, 30 |c. 17 |c. 1, 4, |c. 5-23 |c. 1-12; | | |13, 17, 22| |l. iv, | | | | |c. 13-25 | | | | | IX. _Radulphus |..........|c. 1, 3, |c. 4-7, |c. 8-13, |c. 14-16, Cadomensis_ | |15 |17 |18, 19 |21-47 | | | | | X. _Bernardo |c. 7, 11 |..........|c. 11-20 |c. 11-20 |c. 21-25 Thesaurarius_ | | | | | ------------------------------------------------------------------------

| EDESSA |ANTIOCHIA |BATTAGLIA | SANTA |CONQUISTA | | | | LANCIA |DI GERUS. ------------------------------------------------------------------------ I. _Gesta |..........|p. 9-15 |p. 15-22 |p. 18-20 |p. 26-29 Francorum_ | | | | | | | | | | II. Roberto il |..........|p. 45, 55 |p. 56-66 |p. 61-62 |p. 74-81 Monaco | | | | | | | | | | III. _Baldricus_ |..........|p. |p. |p. |p. | |101-111 |111-122 |116-119 |130, 138 | | | | | IV. Raimondo |..........|p. |p. |p. 151, |p. d'Agiles | |142-149 |149-155 |152, 156 |173-183 | | | | | V. Alberto d'Aix |l. iij, |l. iij, |l. iv, |l. iv, |l. v, c. |c. 5-32; |c. 33-66; |c. 7-56 |c. 43 |45, 46; |l. iv, 9, |iv, 1-26 | | |l. vj, c. |12; l. v, | | | |1-50 |15-22 | | | | | | | | | VI. Foulcher di |p. |p. |p. |p. 392 |p. Chartres |389-390 |390-392 |392-395 | |396-400 | | | | | VII. Giberto |p. 496, |p. 498, |p. |p. 520, |p. |497 |506, 512 |512-523 |530, 533 |523-537 | | | | | VIII. Guglielmo |l. iv, |l. iv, |l. vj, |l. vj, |l. vij, di Tiro |c. 1-6 |9-24; |c. 1-23 |c. 14 |c. 1-25; | |l. v, 1-23| | |l. viij, | | | | |c. 1-24 | | | | | IX. _Radulphus |..........|c. 48-71 |c. 72-91 |c. 100, |c. Cadomensis_ | | | |109 |111-138 | | | | | X. _Bernardo |c. 26 |c. 27-38 |c. 39-52 |c. 45 |c. 54-77 Thesaurarius_ | | | | | ------------------------------------------------------------------------

La prima Crociata non contò alcun monarca europeo che vi marciasse in persona. L'imperatore Enrico IV avea tutt'altra voglia che di obbedire alle prescrizioni del Papa. Filippo I, re di Francia, pensava a ricrearsi, Guglielmo il Rosso, re d'Inghilterra, a conservare una recente conquista; bastanti brighe offeriva ai re di Spagna la guerra guerreggiata nell'interno del lor paese co' Mori; i Sovrani settentrionali della Scozia e della Danimarca[430], della Svezia e della Polonia, manteneansi tuttavia indifferenti agli interessi e alle passioni de' popoli del Mezzogiorno. Il fervor religioso si fece con più efficacia sentire ai principi di secondo ordine, che nel sistema feudale una rilevante sede occupavano; e fu una tal circostanza che, come naturalmente, sotto quattro principali condottieri, i Crociati raccolse. Nel dipingere i caratteri di ognuno di questi duci molte inutili ripetizioni potrò evitare, osservando che il coraggio e le consuetudini dell'armi, attributi generali erano di tutti i venturieri cristiani.

I. Goffredo di Buglione, e nella guerra, e ne' consigli, meritò il primo grado, e felici i Crociati se la condotta generale della impresa fosse stata unicamente affidata a questo eroe, degno di rappresentar Carlomagno, da cui per linea femminile scendea. Il padre di lui apparteneva alla nobile schiatta de' Conti di Bologna marittima. La madre era erede del Brabante, ossia Bassa Lorena[431], l'investitura del qual paese, l'Imperatore conferì a Goffredo con titolo di Ducato, applicato poi impropriamente a Buglione nelle Ardenne, patrimonio primitivo dei Signori di Buglione[432]. Militando sotto Enrico IV e portando egli il grande stendardo dell'Impero, il cuore di Rodolfo il Ribelle, colla lancia sua trapassò. Stato egli il primo a scalar le mura di Roma, una infermità sopraggiuntagli, un voto fatto nel durare della medesima, o fors'anche il rimorso di avere portate l'armi contra il sommo Pontefice, lo confermarono nella risoluzione, più antica in esso, di visitare, non a guisa di pellegrino, ma di liberatore, il Santo Sepolcro. Il valor suo temperavano la prudenza e la moderazione; e comunque cieca la sua pietà, era però verace, e in mezzo al tumulto de' campi, tutte le virtù reali ed immaginarie di un cenobita in lui si scorgevano. Superiore alle fazioni che fra gli altri duci spargean la discordia, ai soli nemici di Cristo i suoi sdegni serbava[433]; e benchè cotale impresa gli fruttasse un regno, non evvi alcuno fra i medesimi suoi rivali che alla purezza del suo zelo, o al suo disinteresse non abbia fatta giustizia. Due fratelli in questa spedizione lo accompagnarono: Eustachio il primogenito, erede della contea di Bologna, e Baldovino il minore, le cui virtù da contrarj sospetti non andarono immuni. Ad entrambe le rive del Reno ripettavasi il Duca di Lorena; e la nascita e l'educazione, le lingue francese e teutonica gli rendeano famigliari egualmente. Allor quando i Baroni di Francia, di Alemagna e di Lorena i lor vassalli assembrarono, l'esercito confederato che militò sotto la bandiera di Goffredo ad ottantamila fantaccini, e a diecimila uomini a cavallo sommò.

II. Fra i principi che si chiarirono campioni della Croce al parlamento tenutosi alla presenza del Re di Francia, circa due mesi dopo il Concilio di Clermont, può riguardarsi come il più illustre, Ugo, conte di Vermandois; ma più che il merito, o i possedimenti comunque sotto entrambi questi riguardi ei meritasse venir distinto, gli ottenne il soprannome di Grande, la sua qualità di fratello del francese Monarca[434]. Roberto duca di Normandia, e figlio primogenito di Guglielmo il Conquistatore, per propria indolenza, e per altrettanta solerzia del fratello del medesimo Guglielmo il Rosso, avea perduto, alla morte del padre, il trono dell'Inghilterra. Indole leggiera e animo debole, molt'altre prerogative di Roberto offuscavano. Per umore naturalmente gioviale, abbandonavasi di soverchio ai piaceri: le sue profusioni rovinavano lui come i popoli: per una mal intesa clemenza, incoraggiava i delitti, onde le virtù amabili di un privato, funesti vizj divenivano in un sovrano. Risoluto di partirsi per la Palestina, diede in pegno, per la picciola somma di diecimila marchi, il Ducato di Normandia all'usurpatore dell'Inghilterra[435]: ma la sua spedizione a Terra Santa, e il contegno da esso tenutosi durante la guerra, tutt'altro uomo in lui dimostrarono, e in qualche modo l'opinione pubblica gli rendettero. — Eravi un altro Roberto, conte di Fiandra, regale provincia che diede in quel secolo tre regine ai troni di Francia, d'Inghilterra, e di Danimarca. Veniva soprannomato _la Lancia o la Spada de' Cristiani_: ma abbandonandosi all'impeto di un soldato, gli obblighi di un generale talvolta dimenticava. — Stefano, conte di Chartres, di Blois e Trojes, uno de' più ricchi principi del suo secolo, talchè il numero de' suoi castelli, co' trecento sessantacinque giorni dell'anno solea confrontarsi; avea, mediante lo studio delle Lettere, la mente sua ingentilita, onde nel consiglio dei duci, l'eloquente Stefano elessero a presidente[436]. Erano questi i quattro principali Capi che i Franchi, i Normanni e i pellegrini delle isole Britanniche conducevano; ma un registro di tutti i Baroni crociati che tre o quattro città sol possedeano, oltrepasserebbe, dice un autore contemporaneo, il catalogo de' comandanti della spedizione troiana[437].

III. Nel mezzodì della Francia si spartirono fra loro il comando Ademaro, vescovo di Puy, Legato pontificio, e Raimondo conte di San-Gille e di Tolosa, che a questi titoli i più luminosi di Duca di Narbona, e di Marchese di Provenza aggiugnea. Il primo d'essi, rispettabile prelato, le virtù necessarie alla felicità temporale ed eterna in sè stesso accoglieva; il secondo, guerriero veterano, dopo avere già combattuti i Saracini di Spagna, gli ultimi suoi giorni alla liberazione e alla difesa del Santo Sepolcro fe' sacri. Perizia del pari e ricchezze, gli acquistarono somma prevalenza nel campo de' Cristiani che spesso di soccorsi da esso abbisognarono, e qualche volta gli ottennero; ma più agevole cosa riusciva a Raimondo il costringere gli Infedeli ad ammirarne il valore, che serbarsi l'affetto de' suoi vassalli e de' suoi compagni d'armi: l'indole di lui arrogante, invidiosa, ostinata oscurava l'altre prerogative dell'animo suo; onde a malgrado di avere egli abbandonato per la causa di Dio un ricco patrimonio, la pietà sua, nell'opinione pubblica, apparve non disgiunta dai sentimenti dell'avarizia e dell'ambizione[438]. I Provenzali hanno fama di essere più mercatanti assai che guerrieri, e sotto nome di Provenzali[439], gli abitanti dell'Alvernia e della Linguadoca[440], e i vassalli del regno di Borgogna e di Arles venivan compresi. Raimondo trasse dalle frontiere della Spagna una banda d'intrepidi venturieri, e passando per la Lombardia, una folla d'Italiani, che sotto le sue bandiere arrolaronsi; onde a centomila combattenti, di fanteria e cavalleria, le forze del medesimo in tutto sommavano. Se Raimondo, primo ad assumere il vessillo della Croce, fu l'ultimo a mettersi in cammino, la grandezza degli apparecchi da esso fatti, e il disegno di dire eterno addio alla sua patria, possono riguardarsi come una scusa legittima di tale tardanza.