Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 11
Part 21
[340] Niceforo e Zonara operano saggiamente nel tacer questo fatto, raccontato da Scilitzes e da Manasse, ma che non pare troppo credibile.
[341] Gli Orientali fanno ascendere a tali somme, assai verisimili, il riscatto e il tributo. Ma i Greci conservano un modesto silenzio, eccetto Niceforo Briennio, il quale osa sostenere che gli articoli erano ουκ αναξιας Ρομαιων αρχης _non indegni dell'Impero Romano_, e che l'Imperatore avrebbe preferita la morte ad un obbrobrioso negoziato.
[342] Le particolarità intorno alla sconfitta e alla prigionia di Romano Diogene leggonsi in Giovanni Scylitzes (_ad calcem_Cedreni, t. II, p. 835, 843), in Zonara (t. II, pag. 281-284), in Niceforo Briennio (l. I, p. 25-32), in Glica (p. 325-327), in Costantino Manasse (pag. 134), in Elmacin (_Hist. Saracen._, p. 343, 344), in Abulfaragio (_Dynast._, p. 227), in d'Herbelot (pag. 102-103), De-Guignes (tom. III, p. 207-211). Oltre ad Elmacin e Abulfaragio, co' quali ho acquistata famigliarità, lo Storico degli Unni ha consultato Abulfeda e Bensciuma suo compilatore, una Cronaca de' Califfi composta da Soyuri, l'egiziano Abulmahasen e l'affricano Novairi.
[343] Il D'Herbelot (p. 103, 104) e il De Guignes (t. III, p. 212, 213), sulle tracce degli scrittori orientali, raccontano le circostanze di questa morte sì rilevante; ma niun d'essi nelle sue narrazioni ha conservata la vivacità del descrivere di Elmacin (_Hist. Saracen._, p. 344, 345).
[344] Un critico celebre (il defunto dottore Johnson, che ha esaminato con tanto rigore gli epitafj di Pope) troverebbe forse argomento a ridire sulle parole di questa sublime iscrizione: Venite a Maru. Chi legge l'iscrizione, vi si dée già trovare.
[345] La _Biblioteca orientale_ ne presenta il testo per la storia del regno di Malek (p. 452, 543, 544, 654-655), e la _Histoire générale des Huns_ (t. III, p. 214-224) ripete i fatti medesimi aggiugnendo quelle correzioni e que' supplimenti soliti in esse a trovarsi. Confesso che, se mi mancassero le disamine fatte da questi due dotti Francesi, in mezzo al Mondo orientale, mi troverei affatto perduto.
[346] V. un eccellente Discorso posto in fine alla _Storia di Nadir-Shah_, di ser William Jones, e gli articoli de' poeti Amak, Anvari, Rascidi, ec., nella _Biblioteca orientale._
[347] Questo Principe turco nomavasi Keder-Kan. Provveduto di quattro sacchi di monete d'oro e d'argento attorno al suo sofà, le distribuiva a piene mani ai poeti che gli recitavano versi (d'Herbelot, p. 107). Tutte queste cose possono essere vere; ma non comprendo egualmente la possibilità che il ridetto principe regnasse nella Transossiana ai tempi di Malek Sà, e anche meno che il primo oscurasse in fasto e munificenza il secondo. Credo che Keder regnasse sull'incominciare, non verso la fine dell'undicesimo secolo.
[348] _V._ Chardin, _Voyages en Perse_, t. II, p. 235.
[349] L'Era Gelalea (Gelaleddin, la Gloria della Fede, era uno fra i nomi, o titoli attribuiti a Malek-Sà), veniva prefissa ai 15 marzo, A. H. 471, A. D. 1079. Il dottore Hyde ha riportate le testimonianze originali de' Persiani e degli Arabi. (_De Religione veterum Persarum_, c. 16, p. 200-211).
[350] Anna Comnena parla di questo regno de' Persiani come απασης κακοδαιμονεσερον πενιας, _la maggiore di tutte le calamità._ Ella toccava i nove anni sul finire del regno di Malek-Sà (A. D. 1092); e quando narra che questo monarca fu assassinato, confonde il Sultano col suo Visir. (_Alexias_, l. VI, p. 177, 178).
[351] Sono essi conosciuti sì poco, che il De Guignes, dopo tutte le sue indagini, si è limitato a trascrivere (t. I, p. 244; t. III, part. I, p. 269, ec.) la storia, o piuttosto il registro de' Selgiucidi di Kerman, qual trovasi nella Biblioteca orientale. Cotesta dinastia è sparita prima della fine del duodecimo secolo.
[352] Il Tavernier, solo forse tra i viaggiatori che sia andato sino a Kerman, ne descrive la capitale, come un grande villaggio caduto in rovina, situato in mezzo ad una fertile contrada distante di venticinque giorni da Ispahan, e ventisette da Ormus. (_Voyages en Turquie et en Perse_: p. 107-110).
[353] Stando ai racconti di Anna Comnena, i Turchi dell'Asia Minore obbedivano ai _decreti d'arresto_, ossia _Sciaus_ del gran Sultano (_Alexias_, l. VI, p. 470), il quale, ella dice, teneva alla sua Corte i due figli di Solimano (p. 180).
[354] Petis de la Croix (_Vie de Gengis-khan_, p. 161), cita questa espressione che giusta ogni apparenza ad un poeta persiano appartiene.
[355] Nel narrare la conquista dell'Asia Minore, il De-Guignes non ha potuto giovarsi in modo alcuno degli scrittori arabi o turchi che si contentano di offerire una sterile genealogia de' Selgiucidi di Rum; e poichè i Greci furono ritrosi a palesare la propria ignominia, i moderni storici son ridotti a fondarsi unicamente sopra poche parole sfuggite a Scilitze (p. 860, 863), a Niceforo Briennio (p. 88-91, 92 ec., 103, 104), e ad Anna Comnena (_Alexias_, p. 91, 92, ec., 168, ec.).
[356] Così il paese di Rum viene descritto dall'armeno Haiton, autore di una Storia tartara che leggesi nelle Raccolte del Ramusio e del Bergeron (_V._ Abulfeda, _Geogr._, _Climat_ 17, p. 301-305.).
[357] _Abbiamo già mostrato in una Nota al vol. IX che la Divinità di Gesù Cristo era già stata creduta anche prima del Concilio generale di Nicea, adunato nell'anno 325, dove poi fu scritto il Credo ec. coll'espressione_ Consustantialem, _che spiega, e stabilisce appunto la Divinità di Gesù Cristo._ (Nota di N. N.)
[358] _Dicit eos quemdam abusione sodomitica intervenisse episcopum_ (Guibert. Abbat., _Hist. Hierosol._, l. I, p. 468). Ella è cosa singolare che il medesimo popolo ne abbia offerto ai nostri giorni un non dissimile tratto. «Non vi sono orridezze, dice il Barone di Tott nelle sue _Memorie_ (t. II, p. 193) che cotesti Turchi non abbiano commesse; e simili a soldati che senza sentir legge o freno nel sacco di una città, non si appagano di manomettere tutto a lor grado, ma aspirano anche a' successi non lusinghieri in modo veruno, alcuni Spai sfogarono la loro libidine sulle persone del vecchio rabbino della Sinagoga, e dell'arcivescovo greco».
[359] L'Imperatore, ossia l'Abate Giberto, descrive la scena del campo turco come se vi fosse stato in persona. _Matres correptae in conspectu filiarum, multipliciter repetitis diversorum coitibus vexabantur. Cum filiae assistentes carmina praecinere saltando cogerentur. Mox eadem passio ad filias_, ec.
[360] _V._ diverse particolarità intorno Antiochia e la morte di Solimano in Anna Comnena (_Alexias_, l. VI, p. 168, 169), colle note del Ducange.
[361] Guglielmo di Tiro (l. I, c. 9, 10, p. 635) offre descrizioni le più autentiche e le più deplorabili sulle conquiste de' Turchi.
[362] Nella sua lettera al conte di Fiandra, sembra che Alessio avvilisca il suo carattere e il decoro imperiale; pure il Ducange la ravvisa per autentica (_Not. ad Alexiad._, p. 335, ec.), benchè sia piuttosto una parafrasi dell'Abate Giberto storico che vivea ai giorni di Alessio. Il testo greco è perduto e tutti i traduttori e copisti hanno potuto dire col citato Giberto (p. 475) _verbis vestita meis_, privilegio d'una indefinita estensione.
[363] Due passi estesissimi ed originali di Guglielmo, arcivescovo di Tiro (l. I, c. 1-10; l. XVIII, c. 5, 6), il principale autore dell'opera _Gesta Dei per Francos_, contengono sicurissime particolarità intorno alla storia di Gerusalemme, cominciando da Eraclio, e venendo sino ai tempi delle Crociate. Il De Guignes ha composta una dotta Memoria sul commercio che, prima delle Crociate, avevano nel Levante i Francesi ec. (_Mém. de l'Acad. des inscript._, t. XXXVII, p. 467-500).
[364] _Secundum dominorum dispositionem, plerumque lucida, plerumque nubila recepit intervalla, et aegrotantium more, temporum praesentium gravabatur, aut respirabat qualitate_ (l. I, c. 3, p. 630). La latinità di Guglielmo di Tiro non è affatto sprezzabile; ma quando egli racconta essere trascorsi quattrocentonovanta anni fra il tempo della caduta e quello in cui fu ripresa Gerusalemme, ne mette una trentina di più.
[365] _V._ intorno alle corrispondenze di Carlo Magno con Terra Santa Eginardo (_De vita Caroli Magni_, c. 16, p. 79-82), Costantino Porfirogeneta (_De administr. imperii_, l. II, c. 26, p. 80), e il Pagi (_Critica_, t. III, A. D. 800, n. 13, 14, 15).
[366] Il Califfo concedè diversi privilegi _Amalphitanis viris amicis et utilium introductoribus_ (_Gesta Dei_, p. 934). Il commercio di Venezia nell'Egitto e nella Palestina, non può vantare sì antica data, quando mai non si ammettesse la burlesca traduzione di un Francese che confondea le due fazioni del Circo (_Veneti et Prasini_) co' Veneziani e coi Parigini.
[367] _I pellegrini cristiani, a norma della loro fede, dovevano visitare la tomba di Gesù Cristo, come figlio di Dio, ed i pellegrini maomettani, secondo la loro credenza, visitavano quella di Maometto come semplice loro Profeta, ed inviato da Dio._ (Nota di N. N.)
[368] Una cronaca araba di Gerusalemme, presso l'Assemani (_Bibl. orient._, t. I, p. 628; t. IV, p. 368), attesta l'incredulità del Califfo e dello storico. Ciò nullameno Cantacuzeno osa appellarsi ai Musulmani medesimi sulla realtà di questo perpetuo miracolo.
[369] L'erudito Mosheim ha discusso separatamente quanto a tal preteso prodigio si riferisce nelle sue dissertazioni sulla Storia Ecclesiastica (t. II, p. 214-306. _De lumine sancti sepulchri_).
[370] _Giacchè Gesù Cristo che ha fatto tanti miracoli, come sappiamo dagli Evangelisti, poteva operare anche questo, non dovevasi usare l'espressione_ pia frode. (Nota di N. N.)
[371] Guglielmo di Malmsbury (l. IV, c. 11, 209) cita l'Itinerario del monaco Bernardo, testimonio oculare, che visitò Gerusalemme nell'anno 870; e la testimonianza di lui vien confermata da un altro pellegrino, che di alcuni anni avealo preceduto; e il Mosheim asserisce che i Franchi cotesta frode inventarono poco dopo la morte di Carlomagno.
[372] I nostri viaggiatori, Sandys (p. 134), Thevenot (p. 621-627), Maundrell (p. 94, 95) ec., descrivono questa stravagante burletta. I Cattolici si trovano imbarazzati nel determinare il tempo in cui finì il miracolo, e gli fu sostituita la frode.
[373] Gli stessi Orientali confessano la frode, adducendone poi a giustificazione la necessità e diverse mire edificanti, per cui fu inventata (_Mémoires du chevalier d'Arvieux_, t. II, p. 140; Giuseppe Abudacni, _Hist. Coph._, c. 20); ma io non farò prova, come il Mosheim, di indicare il modo onde il creduto miracolo si operava; e penso che i nostri viaggiatori sono caduti in abbaglio volendo spiegare la liquefazione del sangue di S. Gennaro.
[374] Possono consultarsi il D'Herbelot (_Bibl. orient._, p. 411), il Renaudot (_Hist. patriar. Alex._, p. 390-397, 400, 401), Elmacin (_Hist. Saracen._, p. 321-323), e Marei (p. 384-386), storico dell'Egitto, tradotto dall'arabo nell'alemanno per opera del Reiske, e ch'io mi sono fatto interpretare verbalmente da un amico.
[375] La religione dei Drusi è nascosta sotto il velo della ignoranza e della ipocrisia. Il segreto della loro dottrina viene comunicato ai soli Eletti che conducono una vita contemplativa. Quanto ai Drusi delle classi comuni, i più indifferenti di tutti gli uomini, si conformarono, giusta le circostanze, al culto de' Maomettani, o a quello de' Cattolici dei loro dintorni. Le poche cose che si sanno, o, a dir meglio, le poche cose che meritano essere conosciute intorno a questa popolazione, trovansi nel Niebur; il quale Autore ha accuratamente esaminati i paesi da lui trascorsi (_Voyages_, t. II, p. 354-357), e nel secondo volume del Viaggio recente ed instruttivo del Sig. Volney.
[376] _V._ Glaber, l. III, c. 7, e gli _Annali_ del Baronio e del Pagi, A. D. 1009.
[377] _Per idem tempus ex universo orbe tam innumerabilis multitudo coepit confluere ad sepulchrum Salvatoris Hierosolimis, quantum nullus hominum prius sperare poterat. Ordo inferioris plebis.... mediocres.... reges et comites.... praesules.... mulieres multae nobiles cum pauperioribus.... pluribus enim erat mentis desiderium mori priusquam ad propria reverterentur._ (Glaber., l. IV, c. 6; Bouquet, _Historiens de France_, t. X, p. 50).
[378] Glaber (l. III, c. 1). Katona (_Hist. crit. reg. Hungar._, t. I, pag. 304-311) si fa ad esaminare, se S. Stefano abbia fondato un monastero a Gerusalemme.
[379] Il Baronio (A. D. 1064, n. 43-56) ha copiata la maggior parte de' racconti originali d'Ingolfo, di Mariano e di Lamberto.
[380] V. Elmacin (_Hist. Saracen._, p. 349, 350), e Abulfaragio (_Dynast._, p. 237, vers. Pocock). Il De Guignes (_Histoire des Huns_, t. III, part. I, p. 215, 216) aggiugne le testimonianze, o piuttosto i nomi di Abulfeda e di Novairi.
[381] Dal tempo della spedizione di Isar Atsiz (A. E. 469, A. D. 1076) fino all'espulsione degli Ortokidi (A. D. 1096). Ciò nonostante Guglielmo di Tiro (l. I, c. 16, p. 633) assicura che Gerusalemme rimase trentotto anni in potere dei Turchi; ed una Cronaca araba citata dal Pagi (t. IV, p. 202), suppone che un generale Carizmio l'abbia sottomessa al Califfo di Bagdad, nell'anno dell'E. 463, di Gesù Cristo 1070. Queste date tanto lontano mal si accordano colla storia generale dell'Asia, e son ben certo che nell'anno di Gesù Cristo 1064 il _regnum Babylonicum_ (del Cairo) trovavasi tuttavia nella Palestina (Baronius, A. D. 1064, n. 56).
[382] De Guignes, _Histoire des Huns_, t. I, p. 249-252.
[383] Guglielmo di Tiro (l. I, c. 8, p. 634) si dà molta briga nell'ingrandire i mali che i Cristiani soffrivano. I Turchi pretendeano un _aureus_ da ciascun pellegrino. Il _caphar_ de' Franchi è oggidì di quattordici dollari, nè di tal volontaria tassa l'Europa lamentasi.
CAPITOLO LVIII.
_Origine della prima Crociata e numero de' Crociati. Indole de' Principi latini. Loro spedizione a Costantinopoli. Politica dell'Imperatore greco Alessio. Nicea, Antiochia e Gerusalemme conquistate dai Franchi. Liberazione del Santo Sepolcro. Goffredo di Buglione primo Re di Gerusalemme. Istituzione del regno franco o latino._
[A. D. 1095-1099]
Circa vent'anni dopo che i Turchi si erano impadroniti di Gerusalemme, un Eremita per nome Piero, nativo di Amiens in Picardia,[384] visitò il Santo Sepolcro. Quanto ei vide sofferire ai Cristiani, quanto sofferse egli stesso, destò in lui commozione e risentimento; e mescolando le sue lagrime a quelle del Patriarca, lo supplicò additargli se vi fosse qualche speranza di soccorso per parte degl'Imperatori d'Oriente. Al qual proposito il Patriarca i vizj e la fiacchezza de' successori di Costantino gli dipingea. «Io armerò per voi, sclamò Piero, le nazioni guerriere di tutta Europa». (Chi avrebbe in quell'istante creduto che tutta l'Europa sarebbe stata docile alle voci dell'Eremita?) Attonito di una tal fidanza il Patriarca, rimise a Piero, mentre partivasi, lettere credenziali, ove i mali de' Cristiani si descrivevano. Toccato appena il lido di Bari, l'Eremita senza perdere istanti, corse a gittarsi ai piedi del romano Pontefice. La statura piccola di Piero, e il suo portamento ignobile anzichè no, non pareano, per vero dire, atti a dar peso all'impresa che ei consigliava; ma vivace era ed acuto il suo sguardo, e possedea quella veemenza di dire, cui quasi sempre la persuasione va unita[385]. Uscito di una famiglia di gentiluomini (perchè ne giova ora del più moderno stile valerci), avea militato da prima sotto i Conti di Bologna marittima, feudatarj del suo vicinato, ed eroi della prima Crociata; ma ben tosto e l'armi, e il Mondo ebbe a schifo. E se egli è vero quanto raccontasi che la moglie di lui, quanto nobile, altrettanto era vecchia e difforme, non si stenta a comprendere, come senza molta ripugnanza la abbandonasse per ripararsi in un convento, e poco dopo in un romitaggio. L'austera penitenza, alla quale in questa solitudine si assoggettò, ne infiacchì il corpo, ma l'immaginazione gli accese. Avvezzatosi a credere quanto egli bramava, i suoi sogni, per lui rivelazioni, gli confermavano la realtà di quanto ei credea. Piero l'Eremita tornò da Gerusalemme più fanatico ancora che dianzi: ma poichè, per un eccesso di follìa venuta in rinomanza a que' giorni, attraea sopra di sè i pubblici sguardi, Papa Urbano II, siccome un Profeta lo accolse, ne applaudì il glorioso divisamento, promise sostenerlo in un generale Concilio, lo incoraggiò a divenir banditore della liberazione di Terra Santa. Fatto forte dall'approvazione del Pontefice, lo zelante missionario attraversò le province dell'Italia e della Francia con tal buon successo, che alla celerità della sua corsa, poteva soltanto paragonarsi. Rigidissimo nell'austerità de' suoi digiuni, assorto in lunghe e frequenti preghiere, distribuiva d'una mano le elemosine che riceveva coll'altra. Colla testa calva scoperta, e co' piedi ignudi, avvolto in ruvida veste il magro suo corpo, tenea fra le mani un pesante crocifisso, che non si stancava di offrire agli sguardi de' passeggieri: le turbe affollatesi ad ascoltarlo, rispettavano persino il giumento cavalcato dall'Eremita, riguardando in questo animale il servo dell'uom di Dio. Non cessava Piero dall'aringare le ciurme nelle chiese, nei trivj, e nelle strade maestre, mostrandosi con egual successo ne' palagi de' Grandi, e nelle capanne. La veemenza della sua voce traeva a suo grado gli animi della plebe, e tutti in quel momento plebe divennero. Piero all'armi e a penitenza fervorosamente eccitavali: e allorchè dipignea i patimenti degli abitanti e de' pellegrini della Palestina, la compassione impadronivasi di tutti i cuori, trasformandosi poscia in ira, quand'egli intimava ai guerrieri del secolo il dovere di difendere i fratelli, e di liberare il lor Salvatore. Compensando tutto ciò che, quanto ad arte o ad eloquenza, mancavagli, con sospiri, lagrime e slanci di santo entusiasmo, ei suppliva parimente alla debolezza de' suoi argomenti con enfatiche e frequenti appellazioni a Cristo, alla Vergine madre di Cristo, ai Santi e a tutti gli Angeli del Paradiso, co' quali erasi trovato in famigliari colloqui. I più famosi oratori della Grecia, avrebbero potuto invidiargli i buoni successi della sua eloquenza: onde non è maraviglia, se il rozzo entusiasmo che lo animava, passò rapidamente in altrui, e se gl'impazienti voti della Cristianità, non anelavano più altra cosa se non se il Concilio, e i decreti che il sommo Pontefice stava per promulgarvi.
Armar l'Europa contro l'Asia, era disegno già meditato dall'ardimentoso Pontefice Gregorio VII, e le lettere di lui attestano tuttavia l'ardore dello zelo e dell'ambizione che lo agitavano; che anzi pervenuto era ad arrolare sotto i vessilli di S. Pietro[386], all'una e all'altra falda dell'Alpi, cinquantamila Cattolici, ardente egli stesso della brama di farsi lor condottiero, contra gli empj settarj di Maometto, segreto che il successore di Gregorio svelò. Ma la gloria, o il rimprovero di mandare a termine la santa impresa erano serbati ad Urbano II[387], il più fedele fra i discepoli di Gregorio; benchè però la Crociata il nuovo Pontefice non comandasse in persona. Urbano alla conquista dell'Oriente accigneasi, intanto che Giberto di Ravenna impadronitosi della maggior porzione di Roma, cui già stava fortificando, il titolo di Papa, e gli onori del pontificato gli contendea. E a far più arduo lo stato di Urbano, ei doveva riunire le Potenze occidentali in un tempo che i Principi, dalla Chiesa, i popoli, dai lor Principi erano disgiunti, a motivo delle scomuniche che i predecessori di lui, ed egli medesimo, contra il Re di Francia e l'Imperatore aveano fulminate. Il primo di questi, Filippo I, sopportava pazientemente anatemi, che collo scandalo di sua condotta, e con adultere nozze si procacciò. Enrico IV di Alemagna, fermo stavasi nel sostenere il diritto delle investiture, la prerogativa di confermare col pastorale e coll'anello le elezioni de' Vescovi. Intanto nell'Italia, la fazione imperiale opprimea l'armi de' Normanni e della Contessa Matilde; lunga lotta, allora invelenita dalla ribellione di Corrado, figlio di Enrico, e dalla ignominia della moglie di questo Principe[388], la quale ne' Concilj di Costanza, e di Piacenza, rivelò le numerose prostituzioni, cui l'avea commessa uno sposo, poco sollecito dell'onor della moglie, come del proprio[389]. Ma l'opinione generale tanto ad Urbano dimostravasi favorevole, e tanto si era la prevalenza di questo Pontefice, che il Concilio da lui assembrato in Piacenza, si vide composto di dugento Vescovi Italiani, Francesi, Borgognoni, Svevi, Bavaresi[390]. Quattromila ecclesiastici e trentamila laici, si trasferirono a questa importante assemblea: nè essendovi cattedrale tanto ampia che capir la potesse, le adunanze, durate sette giorni, in uno spianato vicino a Piacenza si tennero. Ivi gli Ambasciatori di Alessio Comneno, Imperator greco, mostraronsi, narrando le sciagure del loro Sovrano, e i pericoli imminenti a Costantinopoli, non più disgiunta che per un angusto braccio di mare dai Turchi, nemici implacabili di tutto quanto portava il nome cristiano. Destramente adulando colla loro supplica la vanità de' Principi latini, mostravano ad essi, come la prudenza e la Religione del pari, li consigliassero a respingere i Barbari sui confini dell'Asia, innanzi che costoro penetrassero nel cuor dell'Europa. Al racconto della trista e perigliosa condizione de' Cristiani dell'Oriente, tutta l'assemblea pianse a cald'occhi: i più zelanti della medesima si protestarono pronti a porsi in cammino, onde gli inviati d'Alessio portaron seco in partendo, la sicurezza di un sollecito e poderoso soccorso. Il disegno di liberare Costantinopoli non era che una parte di altro disegno più vasto, per la liberazione di Gerusalemme concetto; ma l'accorto Urbano protrasse le finali deliberazioni ad un secondo Sinodo di cui propose l'adunata in una città della Francia, durante l'autunno del medesimo anno: breve dilazione intesa ad accrescere il pubblico entusiasmo, oltrechè il Pontefice fondava le sue più salde speranze, sopra una nazione di guerrieri[391], superba della preminenza del proprio nome, ed ambiziosa d'imitare il suo eroe Carlomagno[392], al quale il romanzo popolare di Turpino[393] attribuite avea le conquiste di Gerusalemme e di Terra Santa. Forse anche riguardi di patrio affetto, o fors'anche di vanità ebbero parte in questo avviso di Urbano. Anticamente monaco di Cluny, nato a Castiglione in riva alla Marna, città della Sciampagna, primo de' Francesi che avesse occupato il trono pontificale, orgoglioso del lustro con ciò arrecato alla propria famiglia e alla patria, ei sentiva forse con ardore il diletto che da pochi diletti vien superato; quello di ricomparire in tutto lo splendore di altissima dignità, su quel teatro, ove nella oscurità e fra ignorate fatiche, la giovinezza è stata trascorsa.
[A. D. 1095]