Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 11
Part 18
Nel sottomettersi alla religione del Corano, il figliuolo di Selgiuk concepì alta venerazione verso il successor del Profeta (A. D. 1055); ma i Califfi di Bagdad e dell'Egitto, rivali fra loro, e continui nel disputarsi l'uno all'altro questo sublime titolo di dignità, non ometteano cure per dimostrare, ciascuno per parte propria, la ragionevolezza delle sue pretensioni, a questi Barbari, ignoranti al pari che poderosi. Mamud il Gaznevida, che spiegato erasi favorevole alla discendenza di Abbas, avea ricusata con disprezzo la veste d'onore, presentatagli da un ambasciator fatimita. Ciò nulla meno l'ingrato Asemita, cambiando di stile colla fortuna, fe' plauso alla vittoria di Zendekan, acclamando suo vicario temporale nel Mondo musulmano il Sultano Selgiucida; della quale carica Togrul adempiè e dilatò il ministero. Chiamato alla liberazione del Califfo Cayem, obbedì volonteroso a questi santi comandi, che un nuovo regno offerivangli da conquistare[325]. Il Comandante de' credenti, ombra vana di quanto un dì furono i suoi predecessori, pur tuttavia rispettato, nel suo palagio di Bagdad sonnecchiava. Il Principe de' Bovidi, suo servo, o per dir meglio padrone, non avendo nè manco la forza di proteggerlo, contro l'audacia di secondarj tiranni; la ribellione degli Emiri turchi ed arabi, desolava le rive dell'Eufrate e del Tigri. La presenza pertanto di un conquistatore veniva invocata, siccome un dono del Cielo; e la strage, e gli incendj, passeggieri danni, erano riguardati come rimedj amari sì, ma necessarj, e solo capaci di ristorare la cosa pubblica. Il Sultano di Persia partitosi quindi da Hamadan a capo di un invincibile esercito, sterminò i superbi, fece grazia a coloro che gli si prostrarono innanzi: il Principe de' Bovidi sparì: le teste de' più ostinati ribelli vennero portate a' piedi di Togrul, che diede così una lezione di ubbidienza alle popolazioni di Mosul e di Bagdad. Dopo avere puniti i colpevoli, e ritornata la pace, questo illustre pastore ricevè il guiderdone di sue fatiche, intanto che una pomposa commedia rappresentava il trionfo della superstizione sulla forza de' Barbari[326]. Il Sultano turco, imbarcatosi sul Tigri, approdò alla porta di Racca, ove fece il suo ingresso pubblico a cavallo. Giunto alla porta del palagio, scese rispettosamente, e camminò a piedi, preceduto dai suoi Emiri disarmati. Il Califfo, dietro ad un velo nero, stava seduto, portando sulle spalle il mantello nero degli Abbassidi, e reggendo colla mano la verga dell'Appostolo di Dio. Il vincitor dell'Oriente baciò la terra, e si tenne per qualche tempo in una modesta postura, fintanto che il Visir e un interprete, lo condussero in vicinanza del trono. Sedè egli medesimo sopra un trono prossimo a quel del Califfo; e allor fu letto pubblicamente il chirografo che lo chiariva luogotenente temporale del Vicario del Profeta. Decorato indi delle sette vesti d'onore, gli furono presentati sette schiavi nati ne' sette climi dell'arabo Impero. Profumatogli il velo mistico d'ambra, gli vennero, siccome emblema della sua dominazione sopra l'Oriente e l'Occidente, collocate due corone sul capo, e cinte al fianco due scimitarre. Dopo la quale inaugurazione, il Sultano, cui venne impedito il prostrarsi nuovamente, baciò due volte le mani al Califfo: indi gli Araldi, fra le acclamazioni de' Musulmani, i titoli ne promulgarono. In un secondo viaggio che il Principe Selgiucida imprese a Bagdad, strappò di bel nuovo dalle mani de' suoi nemici il Califfo, e il condusse devotamente dalla prigione al palagio, camminando a piedi e tenendo ei medesimo la briglia della mula pontificale: e tal loro lega venne consolidata dalle nozze di una sorella di Togrul con Kaiem. Però questo successore del Profeta, che non fu schifo di dar luogo nel suo harem ad una vergine turca, ricusò superbamente la propria figlia al Sultano, disdegnando mescolare il sangue degli Asemiti, col sangue di un pastor della Scizia; ed allontanò per più mesi una tale negoziazione, sin tanto che le sue rendite, a mano, a mano, venute a stremo, gli fecero comprendere che sotto il dominio d'un padrone ei viveva. L'anno in cui Togrul sposò la figlia di Kaiem, fu parimente quello nel quale morì[327]; nè lasciando esso posterità, gli succedè ne' titoli e nelle prerogative il nipote Alp-Arslan; onde i Musulmani nelle pubbliche loro preghiere, dopo il nome del Califfo quello d'Arslan pronunziarono. Ciò nullameno un tal cambiamento politico, la libertà e la possanza degli Abbassidi aumentò. Perchè i Sovrani turchi, posti sul trono d'Asia, men gelosi mostraronsi dell'amministrazione domestica di Bagdad, e i Califfi si trovarono sciolti dalle vessazioni ignominiose cui la presenza e la povertà dei Re persiani li sommettea.
I Saracini, divisi fra loro, e inviliti sotto il governo di deboli Califfi, rispettavano le province asiatiche del Romano impero, che le vittorie di Niceforo, di Zimiscè, di Basilio aveano estese sino ad Antiochia e ai confini orientali dell'Armenia. Venticinque anni dopo la morte di Basilio, l'Imperatore greco videsi assalito da una banda sconosciuta di Barbari, che al valore scitico univano il fanatismo de' novelli convertiti, e l'arti e le ricchezze di una possente monarchia[328]. Miriadi di Turchi a cavallo copersero una frontiera di seicento miglia, da Tauride ad Erzerum; e centrentamila Cristiani, ad onore del Profeta arabo vennero trucidati; ma l'armi di Togrul non fecero nè lunga, nè profonda impressione sul greco Impero; e il torrente dell'invasione dal paese aperto si allontanò. Il Sultano fece le sue prove, ma senza onore, o almeno senza buon successo, assediando una città dell'Armenia; e le diverse vicende della fortuna, ora interruppero, or rinovarono oscure ostilità; e solamente la prodezza delle legioni macedoni rammentò la gloria del vincitore dell'Asia[329]. Il nome di Alp-Arslan, che equivale a generoso lione, esprime, giusta le comuni idee, il carattere in cui stassi la perfezione dell'uomo; e veramente il successore di Togrul diè a divedere la coraggiosa alterezza e la nobiltà di questo sovrano degli animali. Dopo avere passato l'Eufrate a capo della cavalleria turca, entrò in Cesarea, metropoli della Cappadocia, ove tratto aveanlo la fama e la ricchezza del tempio di San Basilio. Ma la saldezza di quell'edifizio a' suoi divisamenti di distruzione si oppose; nè potè di più che trasportar seco le porte del Santuario incrostate d'oro e di perle, e profanar le reliquie di quel Santo, i cui trascorsi umani la veneranda polve dell'antichità aveva coperti. Alp-Arslan mise a termine la conquista dell'Armenia e della Georgia. Già la monarchia armena, non men del coraggio degli abitanti, al nulla era ridotta; e truppe mercenarie venute da Costantinopoli, e infidi stranieri, e veterani privi d'armi e di stipendj, e soldati novizj, inesperti e indisciplinati del pari, cedettero con viltà le piazze alla lor difesa commesse.
Non si pensò più d'un giorno alla perdita di una sì importante frontiera, perchè i Cattolici nè sorpresi, nè afflitti furono, in veggendo un popolo tanto infetto degli errori di Nestorio e di Eutichio, che Cristo e la Madre sua abbandonavano nelle mani degl'Infedeli[330][331]. Con maggior costanza i nativi della Georgia[332], o gl'Ibernj, nelle foreste e nelle valli del monte Caucaso si mantennero; ma Arslan, e Malek figlio di Arslan, instancabili si mostrarono in tal guerra religiosa, ove pretendeano dai lor prigionieri un'obbedienza spirituale e temporale; e quelli che voleano rimanere fedeli al culto dei lor maggiori, vennero costretti a portare, invece di collane e smaniglie, un ferro da cavallo, qual marchio della loro ignominia. Pure non fu nè sincera, nè universale la conversione de' vinti; e ad onta de' trascorsi secoli di servitù, i Georgiani hanno conservata la serie dei loro Principi e de' loro Vescovi. Ma l'ignoranza, la povertà e la corruttela giungono facilmente a pervertire una schiatta d'uomini, che la natura delle più perfette forme dotò. Non è che di nome la professione loro del Cristianesimo, e soprattutto la pratica del serbato culto; e se liberati sonosi dall'eresia, lo debbono alla somma loro ignoranza che impedisce ad essi il ricordarsi dogmi metafisici quali che sieno[333].
[A. D. 1068-1071]
Alp-Arslan, lungi dall'imitare la grandezza d'animo reale, od ostentata di Mamud il Gaznevida, non ebbe scrupolo di far la guerra all'Imperatrice Eudossia e ai figli della medesima. Il terrore de' buoni successi che egli ottenea, costrinse questa sovrana a dar la mano e lo scettro ad un soldato; onde Romano Diogene della porpora imperiale venne insignito. Trasportato questi da zelo di patria, e forse anche da orgoglio, uscì fuori di Costantinopoli; due mesi dopo il suo avvenimento al trono; e al successivo anno, nel durar delle feste di Pasqua, con grande scandalo della popolazione, si mise in campo. Entro la reggia, Romano si contentava di essere il marito di Eudossia; ma a capo dell'esercito ei si mostrava l'Imperator d'Oriente, e benchè fornito di pochi modi per far la guerra, con invincibile coraggio il suo carattere sostenea. Cotanto valore e veri buoni successi e solerzia ne' soldati, e speranza ne' sudditi, e spavento negli inimici destarono. Benchè i Turchi fossero già penetrati nel cuor della Frigia, il Sultano aveva abbandonata ai suoi Emiri la condotta della guerra; e le numerose loro falangi dilatate eransi per l'Asia, colla fiducia che la vittoria suole ispirare. Ma i Greci sorpresero e battettero spartatamente questi corpi di truppa carichi di bottino, e ad ogni subordinazione stranieri. Pieno di sollecitudine l'Imperatore, accorreva qua e là, sicchè pareva ne' diversi luoghi moltiplicarsi, e intanto che il nemico udiva le notizie de' proprj trionfi presso le mura di Antiochia, sconfitto venia da Romano sulle colline di Trebisonda. I Turchi, dopo tre disastrose stagioni campali, respinti vidersi al di là dell'Eufrate; e in una quarta, Romano, la liberazione dell'Armenia intraprese. Ma sì devastato erane il territorio, che fu costretto a trasportarsi con sè viveri per due mesi, e andò a stringere d'assedio Malazkerd[334], fortezza rilevante, situata fra le moderne città di Erzerum e di Van. A centomila uomini già sommava il suo esercito. Le truppe di Costantinopoli erano rinforzate dalle copiose, ma disordinate soldatesche della Frigia e della Cappadocia; onde il vero nerbo dell'esercito de' Cristiani formavano i sudditi e confederati dell'Europa, le legioni della Macedonia, le bande della Bulgaria, gli Uzj, Tribù moldava di schiatta turca[335], e soprattutto le mercenarie brigate de' Normanni e dei Franchi. Il prode Ursel di Bailleul, confederato, indi ceppo de' re scozzesi[336] comandava a questi ultimi, che aveano fama di essere eccellenti nell'armi, o, giusta l'esprimersi de' Greci, nella danza pirrica.
Al ricevere la notizia di questa ardita invasione che i dominj ereditari suoi minacciava, Alp-Arslan, condottiero di quarantamila uomini, sul teatro della guerra sollecitamente si trasferì[337]; ove con rapide e perite fazioni, l'esercito greco, benchè superiore di numero, pose in iscompiglio e atterrì. La sconfitta di Basilacio, uno fra i primarj generali greci, si fu la prima occasione in cui Alp-Arslan diede prova di moderazione e valore ad un tempo. Dopo la presa di Malazkerd, avendo Romano disgiunte incautamente le proprie forze, volle indarno richiamare i Franchi mercenarj presso di sè; costoro gli ordini di lui trasgredirono, nè l'alterezza dell'Imperator greco permetteagli aspettare che ritornassero. Ma la diffalta degli Uzj avendogli empiuto l'anima d'inquietudini e di sospetti, contro l'avviso de' più saggi, affrettossi a venire a decisiva battaglia. S'ei porgeva orecchio ai partiti ragionevoli fattigli dal Sultano, poteva tuttavia assicurarsi una ritirata, e fors'anco la pace. Ma Romano non vedendo in essi che il timore, o la debolezza dell'inimico, con tuono d'insulto, e di minaccia rispose. «Se il Barbaro brama la pace, abbandoni a noi il terreno su cui si trova, e quale ostaggio di sua buona fede, ne consegni la città e il palagio di Rey». Su questo eccesso di vanità sorrise Arslan, ma deplorò ad un tempo le ulteriori stragi cui vedeva esposto un tanto numero di fedeli suoi Musulmani, a tal che, dopo una fervorosa preghiera, notificò all'esercito essere permesso a chiunque era stanco di combattere il ritirarsi. Rialzò di sua mano i crini della coda del suo cavallo; cambiò l'arco e le frecce in una mazza e in una scimitarra, vestì abito bianco, e si profumò di muschio, pubblicando che se rimanea vinto, il luogo ove trovavasi sarebbe stato quello del suo sepolcro[338]. Ma, a malgrado di avere ostentato questo abbandono delle sue frecce, ei ponea la fiducia della vittoria ne' dardi della cavalleria turca, i cui squadroni in forma di mezza luna aveva ordinati. Romano invece di distribuire le sue soldatesche in linee successive e corpi di riserva, giusta le leggi dell'arte militare de' Greci, le unì in rinserrata battaglia, precipitandosi vigorosamente sopra de' Turchi, i quali se a tale impeto resistettero, il dovettero all'agilità del loro difendersi. La maggior parte di una giornata estiva, in questo inutile combattimento venne adoprata, sintanto che la prudenza e la stanchezza persuasero il Greco a raggiungere il proprio campo. Ma pericolosa è sempre una ritirata alla presenza d'un nemico sollecito a profittar degli istanti; oltrechè, nel momento che indietreggiavano gli stendardi, si ruppe la falange, per codardia, o per gelosia, più vile ancora, di Andronico, principe rivale di Romano, e che il sangue e la porpora de' Cesari disonorava[339]. In tal momento di confusione e d'infiacchimento de' Greci, furono questi oppressi da un nembo di frecce lanciate dagli squadroni turchi, che producendo le punte della lor formidabile mezza luna, la chiusero alle spalle degl'inimici. Fatto in pezzi l'esercito di Romano, il campo di lui fu saccheggiato. Sarebbe stata vana cura il volere indicare il numero de' morti e de' prigionieri. Gli Storici bisantini sospirano una perla d'inestimabile prezzo che andò perduta; e dimenticano dirne che quella fatale giornata tolse per sempre le sue province d'Asia all'Impero.
Fintanto che rimase qualche speranza, Romano non omise prove per riordinare e salvare gli avanzi delle sue truppe, e comunque il centro, ov'ei combattea fosse aperto da tutte le bande, e circondato dai Turchi vincitori, sino al tramontar del sole pugnò col coraggio della disperazione, a capo di quei prodi che al suo stendardo si conservarono fedeli. Ma tutti caddero attorno di lui; il suo cavallo fu ucciso, ferito egli stesso; pure, in tale stato e solo, intrepido si difese finchè oppresso dal numero non fu più padrone di moversi. Uno schiavo e un soldato si disputarono la gloria di farlo prigioniero; il primo d'essi lo avea veduto sul trono di Costantinopoli: il soldato di deformissima figura, era stato ammesso nell'esercito, a sola condizione di operare atti di straordinaria valore. Romano spogliato dell'armi sue, delle sue gemme, e della porpora, passò sul campo di battaglia la notte, solo, esposto a gravissimi rischi, in mezzo alla ciurma degl'infimi soldati; allo schiarire del giorno venne condotto innanzi al Sultano, che alla propria buona sorte non volle credere, sintanto che i suoi ambasciatori non ebbero ravvisato Romano nel prigioniero; e convenne ancora che la testimonianza loro fosse confermata dal cordoglio di Basilacio che baciò, versando dirotte lagrime, le piante al suo sfortunato monarca. Il successore di Costantino, vestito come un uomo del volgo, fu trasportato al divano, ove intimato vennegli di baciar la terra al cospetto del dominatore dell'Asia. Avendo egli obbedito con repugnanza, dicesi che il Sultano si lanciò dal trono, presto a porre un piede sul collo al vinto imperatore[340]; ma dubbioso è il fatto, e quand'anche fosse vero che nell'ebbrezza della vittoria Alp-Arslan si fosse uniformato ad una costumanza della sua nazione, la condotta ch'egli tenne da poi, costrinse i più fanatici tra i Greci ad encomiarlo, e può additarsi qual modello ai secoli più ingentiliti. Sollevò immantinente da terra il principe prigioniero, e stringendogli per tre volte, in atto di tenerezza, la mano, gli promise di non operare veruna cosa nè contro i giorni, nè contro la dignità del medesimo; aggiugnendo che egli, Arslan, avea imparato a rispettare la maestà de' suoi pari, e le vicissitudini della fortuna. Fatto indi condurre Romano in una tenda vicina, gli ufiziali stessi del Sultano il servivano onorevolmente, e con rispetto; alla mensa del mattino e della sera il posto dovuto alla sua dignità gli assegnavano. Per otto giorni, seco intertennesi in famigliari colloqui il vincitore, astenendosi dal menomo accento, dalla menoma occhiata che l'animo di lui potesse trafiggere. Ben censurò acerbamente la condotta degl'indegni sudditi di Romano, che, nell'istante del pericolo, il valoroso lor principe aveano abbandonato, e avvertì pur con dolcezza il suo antagonista di alcuni abbagli commessi da questo nel regolare la guerra. Venutosi a ragionare sui preliminari della negoziazione, Arslan chiese all'Imperatore a qual trattamento ei s'aspettasse. Questi gli rispose con tale tranquilla indifferenza che palesò, come la libertà del suo spirito conservasse. «Se siete crudele, gli disse, mi toglierete la vita: se date retta alle suggestioni dell'orgoglio mi trascinerete dietro al vostro carro: ma se consultate i vostri veri interessi, accetterete un riscatto, e mi restituirete alla mia patria. — Però, proseguì il Sultano; come mi avreste trattato, se il destin della guerra vi fosse stato propizio»? La risposta datasi dal Principe greco, mostrò l'impulso d'un sentimento, che per vero dire, la prudenza ed anche la gratitudine dovean consigliargli a tenere celato. «Se ti avessi vinto, ei ferocemente rispose, t'avrei fatto opprimere a furia di battiture». Per tale arroganza del prigioniero, il vincitore sorrise, pago di rimostrargli che veramente la legge dei Cristiani raccomandava l'amore, sin verso i nemici, e il perdono delle ingiurie sofferte. «Nondimeno, ei nobilmente soggiunse, non seguirò un esempio che disapprovo». Arslan, dopo maturo pensamento, le condizioni della pace e della libertà dell'Imperatore dettò; e queste furono il riscatto di un milione di piastre d'oro; un tributo annuale di trecento sessantamila[341]; le nozze tra i figli de' due principi; la libertà di tutti i Musulmani caduti in potere de' Greci. Dopo che Romano ebbe sottoscritto, non senza sospirare, un negoziato sì vergognoso per l'Impero, venne rivestito di un caffetan d'onore: i suoi nobili e patrizj gli furono restituiti; e Arslan dopo averlo affettuosamente abbracciato, lo rimandò con ricchi donativi, e scortato da una guardia militare d'onore. Ma Romano, giunto ai confini dell'Impero, intese che la Corte imperiale e le province, credute eransi sciolte dal lor giuramento di fedeltà verso un sovrano prigioniero; onde a stento potè raccogliere dugentomila piastre d'oro, e spedire questa parte di suo riscatto al vincitore, confessandogli tristemente la propria impotenza, e il disastro che lo incalzava. Il Sultano mosso da generosità, e probabilmente ancor da ambizione, fece causa propria quella dell'infelice confederato: ma la sconfitta, l'imprigionamento, e la morte di Romano Diogene impedirono che i divisamenti di Arslan fossero mandati ad effetto[342].
[A. D. 1072]
Nel negoziato di pace che fra Romano e Alp-Arslan fu pattuito, non sembra essere stata compresa alcuna obbligazione imposta al prigioniero di rinunziare province, o città; le spoglie della Natolia, e i trofei della riportata vittoria che da Antiochia al mar Nero estendevansi, bastarono alla vendetta del vincitore. La più bella parte dell'Asia alle sue leggi obbedendo, mille dugento principi, o figli di principi ne circondavano il trono, e dugentomila soldati sotto lo stendardo del fortunato Arslan militavano. Disdegnando perfino inseguire i Greci fuggiaschi, volse immediatamente i suoi pensieri alla più gloriosa conquista del Turkestan, culla della Casa dei Selgiucidi. Trasferitosi da Bagdad alle rive dell'Osso, si gettò un ponte sul fiume, che a poter valicare men di venti giornate non vollersi. Ma il governatore di Berzem, Giuseppe il Carizmio, arrestò i progressi del vincitore, osando difendere la sua città contra le forze dell'intero Oriente. Caduto prigioniero, ei venne entro la regal tenda condotto, ove il Sultano, anzichè lodare il valore del vinto, di una stolta ostinatezza lo rampognò; e irritato dalle audaci risposte che facevagli Giuseppe, ordinò fosse attaccato a quattro pali, e lasciato morire in questa postura sì miserabile. Spinto allora alla disperazione il Carizmio, trasse il pugnale, impetuosamente insino al trono lanciandosi; le guardie sollevarono le loro azze da guerra; e si fece a moderare il loro zelo Arslan, il migliore arciere della sua età, che tosto scoccò il proprio arco; ma essendogli mancato un piede, la freccia scalfì soltanto il fianco del prigioniero, che giunse ad immergere il suo pugnale in petto al Sultano. Ben trucidato fu il feritore, ma la ferita era stata mortale, onde il Principe turco pervenuto agli estremi di sua vita, tramandò questa lezione all'orgoglio dei re: «Nella mia giovinezza un saggio mi consigliò umiliarmi dinanzi a Dio, diffidare delle mie forze, rispettar sempre, comunque spregevole appaia, un nemico. Ho trascurati siffatti avvisi, e me ne trovo giustamente punito. Allorchè ieri, dall'alto del mio trono, io contemplava il buon ordine, il coraggio, la disciplina delle numerose mie squadre, sembrava che la Terra tremasse sotto i miei piedi, ed io diceva a me stesso. — Tu sei, non v'ha dubbio, il Re dell'Universo, il più grande, il più invincibile de' guerrieri. — Queste falangi han finito di appartenermi, e per essermi troppo affidato alla forza mia personale, muoio sotto i colpi di un masnadiero[343]». Alp Arslan possedea le virtù d'un Turco e d'un Musulmano; fornito di voce e statura che il rispetto inspiravano, lunghi mustacchi ne ombravano una parte del volto, e il largo suo turbante a guisa di corona se gli adattava sul capo. Le mortali spoglie di esso vennero deposte nella tomba della dinastia de' Selgiucidi, come la seguente bella iscrizione additavalo[344]. _O voi, stati spettatori della gloria di Alp-Arslan sollevatasi sino ai cieli, venite a Maru, e vedrete questo eroe nella polvere;_ e, cosa ben atta a dimostrare l'instabilità delle umane grandezze, l'iscrizione e la tomba sono sparite.
[A. D. 1072-1092]