Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 11
Part 14
Lo scettro di Ruggero passò successivamente nelle mani del figlio e del pronipote di lui, conosciuti entrambi col nome di Guglielmo, ma contraddistinti dai soprannomi opposti di Cattivo e di Buono; nondimeno questi due predicati che indicar sembrano i due estremi del vizio e della virtù, nè all'uno, nè all'altro de' due principi convenevolmente si adattano. Allorchè il pericolo e la vergogna costrinsero il primo a ricorrere all'armi, non tralignò dal valore de' suoi maggiori: ma debole ne era l'indole, dissoluti i costumi, ostinate e funeste le passioni, ed ha avuto taccia presso la posterità, non solamente delle colpe sue personali, ma di quelle di Maio, suo Grande Ammiraglio, che abusò, prima della confidenza del suo benefattore, poi contra i giorni del medesimo cospirò. La Sicilia, dopo la conquista degli Arabi, molte tracce delle costumanze orientali offeriva; vi si trovava il dispotismo, la pompa e fino gli _harem_ convenienti ad un Sultano; onde una nazion di Cristiani vedeasi oppressa e oltraggiata da eunuchi, che apertamente, o in segreto, professavano la religione di Maometto. Un eloquente storico di Sicilia[288] ha dipinti i costumi del suo paese[289], la caduta dell'ingrato Maio, la ribellione e il gastigo de' suoi assassini, la prigionia e la liberazione del medesimo Re, le guerre particolari che partorirono i disordinamenti dello Stato, e le scene di calamità e di discordie che afflissero la Capitale, sotto il regno di Guglielmo I e la minorità di suo figlio. La giovinezza, l'innocenza e la beltà di Guglielmo II[290] amar lo fecero dalla nazione; le fazioni si riconciliarono, ripresero vigore le leggi, e dal punto in cui questo soave principe pervenne a virile età sino a quello della immatura sua morte, la Sicilia godè un breve intervallo di pace, di giustizia e di felicità, cose che ella apprezzò tanto più per la ricordanza delle passate calamità, e per tema delle future. Colla morte di Guglielmo II, si spense la posterità maschile legittima di Tancredi di Altavilla; ma la zia di Guglielmo, figlia di Ruggero, avea sposato il più possente principe del suo secolo; onde Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa, scese le Alpi, pretendendo la Corona imperiale e il retaggio della moglie sua. Respinto dal voto unanime di un popolo libero, sol colla forza potè ottenere l'intento. Mi è aggradevole il trascrivere i pensieri e le parole dello Storico Falcando, che sul luogo, e nell'istante degli avvenimenti, scrivea coll'anima di un vero amico della sua patria, e colla sagacità profetica d'un uomo di Stato. «Costanza, sin dalle fasce, educata nella copia delle tue delizie, o Sicilia, cresciuta colle tue istituzioni, colle tue dottrine, co' tuoi costumi, ti abbandonò per portare fra i Barbari i tuoi tesori: ed or fa ritorno con uno sciame di costoro per contaminare di barbarica laidezza i fregi della sua patria nutrice. Già mi sembra vedere le turbolente falangi de' nostri tiranni, empir di terrore, devastar colla strage, stremar colle rapine, deturpare colle dissolutezze queste doviziose città e questi paesi per lunga pace fiorenti. Vedo l'eccidio, o la cattività de' nostri cittadini, le nostre vergini e le nostre matrone in preda ai soldati[291]. In tale estremità (si fa quindi ad interrogare un amico) che operar debbono i Siciliani? l'elezione unanime di un re valoroso ed esperto può salvare ancora la Calabria e la Sicilia[292], perchè la leggierezza de' Pugliesi, sempre avidi di politici cambiamenti, nè confidenza, nè speranza m'inspira[293]. Se noi perdiamo la Calabria, le alte torri, la numerosa gioventù e i navigli di Messina[294] basteranno per arrestare i masnadieri: ma se i Selvaggi della Germania si collegano coi messinesi pirati, se portano la fiamma in questa fertile regione, già spesso assai travagliata dalle lave dell'Etna[295], qual difesa rimane alle parti interne dell'Isola, a quelle belle città, che il piè nemico di un Barbaro non dovrebbe mai profanare[296]? Un tremuoto ha di bel nuovo rovesciata Catania, le antiche virtù di Siracusa languiscono nella solitudine e nella povertà[297]; ma Palermo ha conservato il suo ricco diadema, e le sue triplici mura racchiudono una moltitudine, di Cristiani e di Saracini, ardenti in difenderla. Se le due nazioni, sollecite della comune lor sicurezza, si uniscono sotto un medesimo re, potranno far impeto sui Barbari con forze invincibili: ma se i Musulmani, stanchi di una lunga serie d'ingiustizie si ritirassero, e facessero sventolare lo stendardo della ribellione, se s'impadronissero de' castelli, delle montagne e della costa marittima, gli sciagurati Cristiani, esposti a doppio assalto, e quasi posti fra l'incude e il martello, costretti sarebbero a rassegnarsi ad inevitabile servitù[298].» A tale proposito non debbe omettersi di osservare essere un prete che antepone il suo paese alla sua religione, e che i Musulmani, co' quali cotest'uomo voleva una lega, erano ancora numerosi e potenti nella Sicilia.
Il Falcando vide compiersi la prima parte delle sue speranze, o almen de' suoi voti. I Siciliani con voce unanime, conferirono lo scettro a Tancredi, pronipote del primo Re, illegittimo di nascita, ma dotato di virtù civili e militari, che senza alcuna macchia splendeano. Egli trascorse i quattro anni del suo regno sul confin della Puglia, ove l'esercito de' nemici fermò; e restituì agli Alemanni una prigioniera di sangue reale, la stessa Costanza, senza farle soffrire alcun cattivo trattamento, e senza pretendere riscatto; generosità che oltrepassava forse i limiti permessi dalla politica e dalla prudenza. Dopo la morte di Tancredi, la moglie e il figlio di lui, in tenera età, senza resistenza perdettero il trono. Enrico marciò vincitore da Capua a Palermo, e le vittorie di lui, l'equilibrio dell'Italia annientarono; laonde i Papi e le città libere, se avessero conosciuti i loro veri interessi, si sarebbero adoperati con tutti i modi spirituali e temporali, ad impedire la pericolosa unione del regno di Sicilia all'Impero d'Alemagna; ma quella accortezza del Vaticano, sì di frequente lodata, o accusata, in tal momento fu cieca o inoperosa; e se fosse vero che Celestino III, con un calcio buttò via dal capo di Enrico III, prostratosi dinanzi a lui, la Corona imperiale[299], un tale atto di impotente orgoglio, non avrebbe avuta altra conseguenza, che sciogliere lo stesso Imperatore da ogni riguardo di gratitudine, e farlo nemico alla Chiesa. I Genovesi che aveano in Sicilia una fattoria, al lor commercio vantaggiosissima, porsero orecchio alle proposte di Enrico, convalidate dalla promessa di un limitato guiderdone, e di una pronta partenza[300]. I vascelli genovesi che comandavano lo stretto di Messina, apersero il porto di Palermo all'Imperatore; della cui amministrazione fu primo atto l'abolire i privilegi, e impadronirsi delle proprietà di questi imprudenti confederati. La discordia de' Cristiani e de' Musulmani, deluse l'ultimo voto che il Falcando avea concepito: perchè questi si battettero in seno della Capitale, nel qual fatto più migliaia di Maomettani perirono; quelli che si sottrassero alla morte, riparatisi nelle montagne, per trenta e più anni, turbarono la pace dell'Isola. Federico II trapiantò sessantamila Saracini a Nocera, Cantone della Puglia; e così egli, come Manfredo figlio di lui, nelle loro guerre contra la Chiesa Romana, adoperarono il vergognoso soccorso de' nemici di Cristo; per lo che questa colonia di Musulmani, conservò in mezzo all'Italia, la sua religione e i suoi costumi, sino al terminarsi del decimoterzo secolo, allorchè la vendetta e l'entusiasmo della casa di Angiò la distrusse[301]. La crudeltà e l'avarizia dell'Imperatore, oltrepassarono tutti i flagelli che avea predetti il Falcando. L'avidità di questo Principe il trasse a violare le tombe dei Re, e a cercare per ogni banda i nascosti tesori del palagio e del regno. Oltre alle perle e ai diamanti, facili ad essere trasportati, sopra censessanta cavalli si caricarono l'oro e l'argento della Sicilia[302]. Il giovine Re, la madre di lui, le sorelle, i Nobili d'entrambi i sessi vennero separatamente imprigionati nelle Fortezze dell'Alpi, e al menomo sentore di ribellione, i prigionieri perdeano o la vita, o gli occhi, o gli organi della virilità. A tante sventure della sua patria fu commossa anche Costanza; e questa erede della schiatta de' Normanni, molti sforzi operò per frenare il dispotismo del marito, e per salvare il patrimonio del figlio suo, nato allor di recente di quell'Imperatore, e che fu nella successiva età sì famoso, sotto nome di Federico II. Dieci anni dopo questa politica vicissitudine, i Re di Francia, il ducato di Normandia alla lor Corona congiunsero; lo scettro degli antichi Duchi, per via di una pronipote di Guglielmo il Conquistatore, alla Casa dei Plantageneti pervenne; onde questi prodi Normanni, che tanto numerosi trofei nella Francia, nell'Inghilterra, nella Irlanda, nella Puglia e nella Sicilia innalzarono, per le conseguenze della vittoria, o della servitù, si trovarono colle nazioni vinte confusi.
NOTE:
[157] In quanto spetta alla storia d'Italia dei secoli nono e decimo, posso citare i libri quinto, sesto, e settimo del Sigonio, _De regno Italiae_ (secondo volume delle sue opere, ediz. di Milano 1732): gli _Annales_ del Baronio colla critica del Pagi: il settimo e ottavo libro della _Istoria civile del regno di Napoli_, del Giannone: il settimo e ottavo volume degli _Annali d'Italia_ del Muratori (ediz. in 8), e il secondo volume dell'_Abrégé chronologique_ del signor di Saint-Marc, opera che sotto un titolo superficiale molta dottrina, e indagini molte racchiude. Accerto i miei leggitori, e conoscendo eglino adesso il mio metodo di scrivere la Storia dovrebbero crederlo facilmente, che fin dove ho potuto, e tutte le volte che era utile il farlo, ho portate le mie ricerche a tutte le fonti primitive, e soprattutto ho accuratamente consultati gli originali dei primi volumi della grande Raccolta intitolata _Scriptores rerum ital._ del Muratori.
[158] Il dotto Camillo Pellegrino, che viveva a Capua nel secolo XVII, ha rischiarata la storia del ducato di Benevento nella sua _Historia principum longobardorum. V. i Scriptores_ el Muratori (t. II, part. I, p. 221-345; e t. V, p. 159-245).
[159] V. Costantino Porfirogeneta, _De thematibus_, lib. II, c. 11, _in vit. Basil._ c. 55, p. 181.
[160] La lettera originale dell'imperatore Luigi II all'imperatore Basilio, curioso monumento del nono secolo, è stata per la prima volta pubblicata dal Baronio (_Annal. eccles._, A. D. 871 n. 51-71), che ha seguìto un manoscritto dell'Erenperto, o piuttosto dello Storico Anonimo di Salerno, tratto dalla Biblioteca del Vaticano.
[161] _V._ l'eccellente dissertazione _De republica Amalphitana, nella Appendix_ (p. 1-42) della _Historia Pandectarum_(_Trajecti ad Rhenum_, 1722 in 4) di Enrico Brencmann.
[162] Il vostro signore, dicea Niceforo, ha dato soccorso e protezione, _principibus capuano et beneventano, servis meis, quos oppugnare dispono.... Nova_ (piuttosto Nota) _res est od eorum patres et avi, nostro imperio tributa dederunt_ (Luitprando, _in Legat._, p. 484). Non si fa qui menzione di Salerno; pur fu in questi giorni all'incirca che questo principe cambiò di parte, e Camillo Pellegrino (_Script. rer. ital._, t. II, part. I, p. 285) ha osservato con molta accortezza questo cambiamento nello stile della Cronaca Anonima. Luitprando (p. 480) fonda su prove dedotte dalla Storia e dalla Lingua i diritti dei Latini sulla Puglia e sulla Calabria.
[163] _V._ I _Glossarj_ greci e latini del Ducange (articoli Κατεπανο _Catapana_) e le sue note sull'_Alexiade_ (pag. 275). Egli non ammette l'idea de' contemporanei che derivar faceano questo vocabolo da Κατα παν, _juxta omne_; e trova soltanto che essa è una corruzione del vocabolo latino _capitaneus._ Il signor di Saint-Marc osserva però giustamente (_Abrégé chronolog._, t. II, pag. 924) che in quel secolo i _Capitanei_ non erano Capitani, ma solamente i Nobili di primo ordine, i grandi sottovassalli dell'Italia.
[164] Ου μονον δια πολεμων ακριβως ετεταγμενον το τοιουτον υπηγαγε το εθνος (i Lombardi) αλλα και αγχινοια χρησαμενος, και δικαισυνη και χρηστοτητι επιεικως τε τοις προσερχομενοις προσφερομενος και την ελευθεριαν αυτοις πασης τε δουλειας, και των αλλων φορολογικων χαριξομενος, _non solamente con guerre saggiamente condotte assoggettò la nazione_ (i Lombardi); _ma usando d'ingegno, e colla giustizia e l'indulgenza egualmente proferendosi a' nuovi sudditi, e facendo lor grazia della libertà franca, da ogni servitù e dagli altri tributi usitati_ (Leone, _Tattica_, c. 15, pag. 741). La Cronaca di Benevento (t. II, part. I, p. 280) offre una idea ben diversa de' Greci in que' cinque anni (891-894) che Leone signoreggiò la città.
[165] _Calabriam adeunt, eamque inter se divisam reperientes, funditus depopulati sunt_ (o _depopularunt_) _ita ut deserta sit velut in diluvio._ Tale è il testo di Eremperto o Erchemperto, giusta le due Edizioni del Caraccioli (_Rerum ital. script._ t. V, p. 23) e di Camillo Pellegrino (t. II, part. I, p. 246) opere rarissime al tempo che il Muratori le ha pubblicate di nuovo.
[166] Il Baronio (_Annal. eccles._ A. D. 874 n. 2) ha tratta questa storia da un manoscritto di Eremperto, che morì a Capua, quindici anni dopo un tale avvenimento. Ma un falso titolo ha ingannato questo Cardinale, e noi non possiamo citare che la Cronaca Anonima di Salerno (_Paralipomena_, c. 110), composta verso la fine del decimo secolo, e pubblicata nel secondo volume della Raccolta del Muratori. _V._ le Dissertazioni di Camillo Pellegrino (t. II, part. I, pag. 231-281 ec.).
[167] Costantino Porfirogeneta (_in vit. Basil._ c. 58, p. 183) è il primo autore che racconti questo fatto. Ma lo pone accaduto sotto i regni di Basilio e di Lodovico II, mentre la riduzione di Benevento operata dai Greci, non avvenne che nel 891, vale a dire dopo la morte di questi due principi.
[168] Paolo Diacono (_De gest. Longob._, l. V, c. 7, 8, p. 870, 871, ediz. Grot.) racconta un fatto simile, accaduto nel 663 sotto le mura della stessa città di Benevento; ma attribuisce ai Greci il delitto di cui gli autori di Bisanzo incolpano i Saracini. Dicesi che nella guerra del 1756 il signor di Assas, ufiziale del reggimento di Auvergne, si consecrasse in egual modo alla morte: ed anzi con maggiore eroismo, perchè i nemici che lo aveano fatto prigioniere, non gli chiedeano che il silenzio. (Voltaire, _siècle de Louis XV_, c. 33, t. IX, p. 172).
[169] Tebaldo che Luitprando colloca fra gli eroi, fu, propriamente parlando, duca di Spoleto e marchese di Camerino dall'anno 926 al 935. Il titolo e l'impiego di marchese (comandante della Marca, o della Frontiera) era stato introdotto in Italia dagl'imperatori francesi (_V. Abrégé chronologique_, t. II, p. 645-732, ec.).
[170] Luitprando, _Hist._, l. IV, c. 4, _Rerum italic. scriptores_, t. I, part. I, p. 453, 454. Se qualcuno trovasse troppo libera tal descrizione sarei costretto ad esclamare col povero Sterne: «Duolmi di non potere trascrivere con circospezione quelle cose che senza scrupolo un vescovo ha scritte; sarebbe stato ben peggio se avessi tradotto alla lettera _ut viris certetis testiculos amputare, in quibus nostri corporis refocillatio_, etc.».
[171] I monumenti che ci restano del soggiorno de' Normanni in Italia, sono stati raccolti nel quinto volume del Muratori; fra i quali monumenti conviene distinguere il poema di Guglielmo Pugliese (p. 245-278) e la storia di Galfridus (Gioffredo) Malaterra (p. 537-607). Nati entrambi in Francia, i ridetti autori scrivevano in Italia, colla robusta franchezza di uomini liberi ai giorni de' primi conquistatori (prima dell'anno 1100). Non fa di mestieri il ripetere i nomi de' compilatori e critici della Storia d'Italia, Sigonio, Baronio, Pagi, Giannone, Muratori, Saint-Marc ec. da me consultati sempre, e non copiati giammai.
[172] Alcuni fra i primi convertiti si fecero battezzare dieci, o dodici volte, affine di ricevere dieci o dodici volte la tonaca bianca che era d'uso il dare in dono ai Neofiti. Ai funerali di Rollone, furono fatte largizioni ai monasteri pel riposo dell'anima del defunto, e sagrificati cento prigionieri; ma nello spazio di una, o due generazioni, il cambiamento fu compiuto e generale.
[173] I Normanni di Bayeux, città situata sulla costa marittima, parlavano tuttavia (A. D. 940) la lingua danese, mentre a Rouen la Corte e la Capitale l'avevano dimenticata. _Quem_ (Riccardo I) _confestim pater Baiocas mittens Botoni militiae suae principi nutriendum tradidit, ut ibi_ LINGUA _eruditus_ DANICA _suis exterisque hominibus sciret aperte dare responsa_ (Wilhelm Gemeticensis, _De ducibus Normannis_, l. III, cap. 8, pag. 623, edizione di Camden). Il Selden (_Opera_, t. II, pag. 1640, 1656) ha offerto un saggio della lingua naturale e favorita di Guglielmo il Conquistatore (A. D. 1035), saggio troppo vieto ed oscuro ai dì nostri anche per gli Antiquari, e pei Giureconsulti.
[174] _V._ Leandro Alberti (_Descrizione d'Italia_, p. 250) e Baronio (A. D. 493, n. 43). Quando anche l'Arcangelo avesse ereditato il tempio dell'oracolo e come è presumibile la caverna di Calcante, l'astrologo degli antichi (Strabone, _Geogr._ l. VI, pag. 435, 436), i Cattolici in questo caso colla eleganza della loro superstizione aveano superati i Greci.
[175] I Normanni erano pel loro valore conosciuti in Italia; alcuni anni prima, cinquanta de' loro cavalieri trovatisi a Salerno nel tempo che un'armatetta di Saracini veniva ad affrontar la città, chiesero armi e cavalli a Guaimaro III, allora principe di Salerno, e chiesto si aprissero loro le porte della città, fecero impeto ne' Saracini e li sconfissero. Guaimaro divisava conservar questi guerrieri presso di sè. Ma volendo essi ripartire, si fece promettere che sarebbero tornati con altri prodi di lor nazione per combattere gl'Infedeli (_Hist. des republ. ital._, t. I, p. 263.) (_Nota dell'Editore_).
[176] L'autore della storia delle repubbliche italiane al tomo I p. 267, racconta in ben altro modo la cosa. Dopo la ritirata dell'imperatore Enrico II, i Normanni, unitisi sotto gli ordini di Rainolfo, presero Aversa, in allora piccolo castello del ducato di Napoli; ne erano padroni da pochi anni, quando Pandolfo IV, principe di Capua s'impadronì di Napoli all'impensata. Sergio, duce delle soldatesche, e Capo della repubblica, uscì coi principali cittadini fuori di una città, ove non potea veder senza orrore una straniera dominazione introdursi. Si ritirò in Aversa, e allorchè col soccorso de' Greci, e dei cittadini rimasti fedeli alla loro patria ebbe raccolto quanto denaro bastava a saziare la cupidigia dei venturieri normanni, si valse de' loro soccorsi ad assalire la guernigione del principe di Capua, che egli sconfisse tornando indi in potere di Napoli. In questa occasione, confermò ai Normanni il possedimento di Aversa, e de' suoi dintorni, formandone una contea della quale conferì l'investitura a Rainolfo. (_Hist. des republ. ital._, t. I, p. 267). (_Nota dell'Editore_).
[177] _V._ il primo libro di Guglielmo Pugliese. Le descrizioni di questo scrittor di versi possono adattarsi a tutti gli sciami di Barbari e di Filibustieri.
_Si vicinorum quis_ PERNITIOSUS _ad illos_ _Confugiebat, eum gratanter suscipiebant,_ _Moribus et lingua, quoscunque venire videbant,_ _Informant propria; gens efficiatur ut una._
e altrove quando parla de' venturieri Normanni, in cotal guisa si esprime.
_Pars parat, exiguae vel opes aderant quia nullae;_ _Pars quia de magnis majora subire volebant._
[178] Luitprand., _in Legatione_, p. 485. Il Pagi ha schiarito questo avvenimento seguendo il manoscritto storico del Diacono Leone (t. IV, A. D. 965, n. 17-19).
[179] _V._ la _Cronaca araba_ della Sicilia, nel Muratori (_Script. rerum italic._, t. I, p. 253).
[180] _V._ Gioffredo Malaterra che narra la guerra della Sicilia e la conquista della Puglia (l. I, c. 7, 8, 9-19), Cedreno, (tom. II, p. 741-743, 755, 756) e Zonara (tom. II, p. 237, 238) descrivono gli avvenimenti medesimi: e poichè i Greci si erano già avvezzi alle umiliazioni, una sufficiente imparzialità scorgesi ne' loro racconti.
[181] Cedreno specifica il ταλμα _ordinanza militare_ dell'_Obsequium_ (_Phrygia_) e il μεθος _parte_, de' Tracesii (_Lydia_), _v._ Costantino (_De Thematibus_, 1, 3, 4, con la carta del Sig. Delisle); e chiama indi i Pisidii, e i Licaonii col predicato _foederati._
[182]
_Omnes conveniunt et bis sex nobiliores,_ _Quos genus et gravitas morum decorabat et aetas,_ _Elegere duces. Provactis ad comitatum_ _His alii parent. Comitatus nomen honoris,_ _Quo donantur erat. Hi totas undique terras_ _Divisere sibi, ni sors inimica repugnet,_ _Singula proponunt loca quae contingere sorte_ _Cuique ducis debent, et quaeque tributa locorum._
E dopo avere parlato di Melfi, Guglielmo Pugliese aggiunge:
_Pro numero comitum bis sex statuere plateas,_ _Atque domus comitum tolidem fabricantur in urbe._
Leone d'Ostia (l. II, c. 67) ne istruisce in qual modo vennero distribuite le città della Puglia: ma inutile mi è sembrata una tal descrizione.
[183] Guglielmo Pugliese (lib. II, c. 12). Mi fondo sopra una citazione del Giannone (_Ist. civ. di Napoli_ t. II, p. 31), citazione che nell'originale non posso verificare. Il Pugliese loda le _validas vires, probitas animi et vivida virtus_ di Braccio-di-Ferro, aggiugnendo che, se questo eroe fosse vissuto più lungamente, niun poeta avrebbe potuto pareggiarne il merito co' suoi canti (l. I, p. 258, l. II, p. 259). _Braccio di ferro_ fu pianto dai Normanni, _quippe qui tanti consilii virum_ dice il Malaterra (l. I, c. 12, p. 552) _tam armis strenuum, tam sibi munificum, affabilem, morigeratum ulterius se habere diffidebant._
[184] Malaterra (l. I, c. 3, pag. 550): _Gens astutissima, injuriarum ultrix..... adulari sciens..... eloquentiis inserviens;_ espressioni che dimostrano qual fosse l'indole, fin passata in proverbio, de' Normanni.
[185] Il genio della caccia, e l'uso di addestrare ad essa i falconi, apparteneano specialmente ai discendenti de' marinai della Norvegia; del rimanente è possibile che i Normanni abbiano portati dalla Norvegia e dall'Irlanda i più belli uccelli da falconeria.
[186] Può confrontarsi questo ritratto, con quello che della stessa popolazione ha fatto Guglielmo di Malmsbury (_De gest. Anglorum_, l. III, p. 101, 102), il quale i vizj e le virtù de' Sassoni e de' Normanni colla bilancia dello storico e del filosofo apprezza. Certamente l'Inghilterra nell'ultima conquista ha vantaggiato.
[187] Il Biografo di S. Leone IX avvelena santamente la descrizione che fa dei Normanni; _Videns indisciplinatam et alienam gentem Normanorum, crudeli et inaudita rabie et plus quam pagana impietate adversus ecclesias Dei insurgere, passione christianos trucidare_, etc. (Wibert, c. 6). L'onesto Pugliese si contenta di indicare con calma l'accusatore di questo popolo qual uomo _veris commiscens fallacia_ (l. XI, p. 259).
[188] Tutte queste particolarità che si riferiscono alla politica de' Greci, alla ribellione di Maniaces ec., possono vedersi in Cedreno (t. II, p. 757, 758), in Guglielmo Pugliese (l. I, p. 257, 258: l. II, p. 259), e in due Cronache di Bari lasciateci da Lupo Protospata (Muratori _Script. rer. ital._, t. V, p. 42, 43, 44), e da autore anonimo (_Antiq. ital. med. aevi_, t. I, p. 31-33). Quest'ultima è un frammento di qualche pregio.
[189] Argiro ottenne, dice la Cronaca anonima di Bari, imperiali patenti, _faederatus et patriciatus et catapani et vestatus._ Il Muratori ne' suoi Annali (t. VIII., p. 426) fa giustamente una correzione, ossia interpretazione, su questa ultima parola. Egli legge _sevestatus_, vale a dire _Sebastos_, ossia di Augusto: ma nelle sue _Antichità_, seguendo il Ducange, fa di questo _sevestatus_, un officio di palagio, cioè quello di Gran Mastro della guardaroba.