Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 11
Part 13
E le più splendide, e le più modeste speranze della vita, vanno tutte, e prestamente, a perdersi nella tomba. La discendenza maschile di Roberto Guiscardo, così nella Puglia, come in Antiochia, alla seconda generazione si estinse: ma l'ultimo tra' fratelli di lui, fu il ceppo d'una dinastia di Re, e il figlio del Gran Conte il nome, le conquiste, e il coraggio di Ruggero I eredò[259]. Nato egli in Sicilia, avea soli quattro anni, allor quando succedè al padre nella sovranità di questa contrada, retaggio che la ragione potrebbe invidiargli, se le fosse permesso un istante il desiderare i fastosi, e spesso chimerici diletti, che dal potere derivano. Se Ruggero si fosse contentato del fertile suo patrimonio, la gratitudine dei popoli avrebbe in lui ravvisato un benefattore, e mercè una saggia amministrazione, riconducendo i bei giorni delle Colonie greche[260], potea la Sicilia venire in tanta ricchezza e possanza, quanta è lecito aspettarne dalle più vaste conquiste; ma l'ambizione del Gran Conte così nobili disegni non conoscea, e colle volgari vie della violenza e dell'artifizio pensò a disbramarla. Ansioso di regnar solo in Palermo, di cui la metà al ramo primogenito di sua famiglia aspettavasi, si sforzò di dilatare lo Stato della Calabria oltre i confini stipulati co' primi patti, e spiò con impazienza l'istante che declinasse la salute già debole del suo cugino Guglielmo della Puglia, pronipote di Roberto. Alla prima notizia della morte di esso partitosi Roberto con sette galee da Palermo, e nella baia di Salerno ancoratosi, ricevette, dopo dieci giorni di negoziazione, il giuramento di fedeltà della Capital de' Normanni, costrinse i Baroni a rendergli omaggio, e a concedergli investitura, i Pontefici, male atti a soffrire, così l'amicizia, come la nimistà di un sì poderoso vassallo. Rispettò nondimeno, qual patrimonio di S. Pietro, il territorio di Benevento; ma col ridursi a soggezione Napoli e Capua, mandò a termine i disegni concetti da Guiscardo suo zio, e tutte le conquiste de' Normanni si appropriò. Altero del sentimento della sua possanza e del suo merito, i titoli di Duca e Conte sdegnò, perchè pareagli che la Sicilia congiunta ad un terzo forse del continente d'Italia, potesse formar la base d'un reame[261], alle monarchie di Francia e d'Inghilterra solamente inferiore. Ei venne coronato a Palermo, e i Capi della nazione che alla cerimonia assistettero, aveano senza dubbio il diritto di decidere sotto qual nome ei regnerebbe sovr'essi; ma l'esempio d'un tiranno greco, e d'un emiro de' Saracini non bastava a giustificare il suo titolo di monarca al cospetto di nove Re del Mondo latino[262], che poteano ricusare di riconoscerlo, finchè la sanzione del Pontefice avesse ottenuta. L'orgoglio di Anacleto concedè di buon grado un titolo che l'orgoglio di Ruggero sottomesso erasi a chiedere[263]. Ma Anacleto medesimo trovavasi nella circostanza di veder contrastata la propria elezione, perchè nominato erasi un altro Papa sotto nome di Innocenzo II; e intanto che Anacleto stavasi sul Vaticano, il suo fuggitivo, ma più felice, emulo, dalle nazioni europee veniva riconosciuto. La monarchia di Ruggero fu crollata e quasi distratta per l'abbaglio che egli commise nell'eleggersi il protettore ecclesiastico; la spada dell'imperatore Lottario II, le scomuniche d'Innocenzo, le squadre di Pisa, lo zelo di S. Bernardo, alla perdizione del _masnadiero_ della Sicilia si collegarono; onde Ruggero, dopo vigorosa resistenza, scacciato videsi dal continente dell'Italia; e alla cerimonia dell'investitura d'un nuovo Duca della Puglia, il Papa e l'Imperatore, tennero, ciascuno, una falda del gonfalone, per dare a divedere che sosteneano i loro diritti, e i litigi lor sospendeano. Ma durò per poco questa irrequieta amicizia, e le malattie e le diffalte non tardarono a distruggere gli eserciti dell'Alemagna[264]. Ruggero che di rado perdonava ai nemici, o morti, o vivi che fossero, il Duca della Puglia e tutti i partigiani del medesimo sterminò. Innocenzo, debole quanto vanaglorioso, divenne, al pari di Leone IX, suo predecessore, il prigioniero e l'amico de' Normanni; e la loro riconciliazione trovò per celebrarla l'eloquenza di S. Bernardo, fattosi allora pien di rispetto verso il titolo e le virtù del Re siciliano.
Ad espiare la sacrilega guerra contra il successor di S. Pietro intrapresa, Ruggero avea promesso di inalberare lo stendardo della Croce; nè fu lento nel compiere un voto che ai suoi interessi, e alle mire di sua vendetta si conformava. I recenti oltraggi che sofferti avea la Sicilia, lo sollecitavano a giuste rappresaglie sui Saracini; e i Normanni già unitisi di sangue con tante famiglie di quella antica parte di Grecia rimembrarono, e vogliosi si fecero d'imitare, le imprese marittime di quelli che erano divenuti i loro antenati; laonde nella maturità di lor forze lottarono contro la potenza affricana che allor declinava. Allorchè il Califfo Fatimita si partì per la conquista dell'Affrica, volle ricompensare il merito reale, e la fedeltà apparente di Giuseppe, uno de' suoi ufiziali presentandolo del proprio regio manto, di quaranta cavalli arabi, del suo palagio colle pregiose suppellettili che vi si trovavano, e per ultimo del governo de' regni di Tunisi e di Algeri. I Zeiridi[265], discendenti di Giuseppe, dimenticando la sommessione e la gratitudine che a questo lontano benefattore dovevano, si erano impadroniti della suprema possanza, ed abusati del frutto di loro prosperità; già volgeano allo scadimento, dopo essersi mostrati, nè con abbagliante splendore, fra le dinastie d'Oriente. Oppressi per terra dagli Almoadi, principi fanatici di Marocco, vedeano le loro rive esposte alle correrie de' Greci e de' Franchi, che prima del finire dell'undicesimo secolo li sottoposero ad un tributo di dugentomila piastre d'oro. Le prime geste di Ruggero unirono alla Corona di Sicilia lo scoglio di Malta, che una colonia religiosa e militare in appresso illustrò; assalì indi Tripoli[266], piazza forte situata sulla costa, ove trucidati i maschi, ridusse le donne a schiavitù: ma fa d'uopo ricordarsi che spesse volte i Musulmani egualmente della vittoria abusarono. La capitale de' Zeiridi nomavasi Affrica, come il paese, detta però talvolta Mahadia[267], dal nome dell'Arabo che gettate ne aveva le fondamenta: città forte e fabbricata sull'Istmo; ma la fertilità della circostante pianura all'imperfezione del porto è lieve compenso. Giorgio, ammiraglio di Sicilia assediò Mahadia con una squadra di cencinquanta galee, di soldati e di strumenti da guerra ben provvedute. Già il sovrano avea presa la fuga, e ricusato il Governatore moro di capitolare; ma temendo avventurarsi all'ultimo assalto, fuggì secretamente coi Musulmani abbandonando ai Franchi i tesori e la città. Il Re di Sicilia e i suoi luogotenenti soggiogarono in diverse spedizioni Tunisi, Saface, Capsia, Bona, e una lunga estensione di littorale[268]; vennero posti presidj nelle Fortezze, assoggettata a tributo la contrada, onde non mancò apparenza di verità all'adulazione, allor quando asserì che la spada di Ruggero teneva _Affrica_ sotto il giogo[269]. Ma lui morto, questa spada si ruppe e sotto il tempestoso regno del suo successore, i possedimenti oltramarini della Sicilia[270], vennero trascurati, o abbandonati, o perduti. I trionfi di Scipione e di Belisario, hanno dimostrato non essere nè inaccessibile nè invincibile l'Affrica; pur grandi principi della Cristianità che possono gloriarsi della rapidità di loro conquiste, e della loro dominazione sulla Spagna, nel volersi armar contra i Mori incagliarono.
[A. D. 1146]
Dopo la morte di Roberto Guiscardo, i Normanni dimenticarono per sessanta anni i lor divisamenti sull'Impero di Costantinopoli. L'accorto Ruggero sollecitò, appo i greci principi, alleanze politiche e domestiche, che meglio il suo titolo di Re rialzassero; e chiesta in nozze una donzella della famiglia Comnena, le prime negoziazioni un esito favorevole prometteano. Ma il disprezzo con cui vennero accolti gli ambasciatori di Sicilia in Costantinopoli, irritò la vanità di Ruggero, e, giusta le leggi delle nazioni, un popolo innocente portò la pena dell'alterigia della Corte di Bisanzo[271]. L'ammiraglio siciliano, Giorgio, passò dinanzi a Corfù con una squadra di settanta galere. Poco affezionati alla Corte che governavali, e istrutti dall'esperienza che un tributo è meno disastroso ancor d'un assedio, quegli abitanti, posero la capitale e l'isola intera nelle mani de' conquistatori. Durante siffatta invasione, non indifferente negli annali del commercio, i Normanni si diffusero sul Mediterraneo e sulle province della Grecia; nè la rispettabile vetustà di Atene, di Tebe e di Corinto, oppose argine alla rapina, e alla crudeltà de' vincitori. Niun monumento della devastazione che Atene sofferse, è pervenuto insino a noi. I Latini scalarono le antiche mura, che ricigneano, senza difenderle, le ricchezze di Tebe, e i vincitori si ricordarono sol del Vangelo, per farlo mallevadore del giuramento a cui costrinsero i legittimi proprietarj di non avere sottratto alcun tesoro alla rapacità degl'invasori. All'avvicinar de' Normanni, la città bassa di Corinto rimase vota d'abitatori; i Greci si ripararono alla rocca, situata sopra un'eminenza, d'onde versava copiose le sue acque la fonte di Pirene, cotanto nota agli amatori dell'antica Letteratura; rocca invincibile, se i vantaggi dell'arte e della natura, la mancanza di valore potessero compensare. Gli assedianti non durarono altra fatica che inerpicarsi sulla collina: il loro generale, maravigliato egli medesimo della sua vittoria, ne manifestò al Cielo la propria gratitudine collo strappar dall'altare una immagine preziosa di S. Teodora, avvocata della Fortezza. La parte più preziosa del bottino si stette in fabbricatori di seta d'entrambi i sessi, che Ruggero nella Sicilia inviò; nella qual circostanza, instituendo confronto tra l'abile industria di quegli artigiani, e la dappocaggine de' suoi soldati, esclamò essere la rocca e il telaio le sole armi cui trattar sapessero i Greci. Due segnalati avvenimenti questa spedizione marittima contraddistinsero; la liberazione d'un Re di Francia, e l'insulto che a Costantinopoli i navigli Siciliani inferirono. I Greci avendo, contra tutte leggi di religione e d'onore, ritenuto prigioniero Luigi VII di ritorno dalla sua mal augurosa crociata, la flotta normanna lo incontrò, e toltolo di mano a costoro, alla Corte di Sicilia onorevolmente il condusse, d'onde poi, passando per Roma, a Parigi si trasferì[272]. Essendo altrove l'Imperator greco, indifesi trovavansi nè si credeano in sicurezza Costantinopoli e l'Ellesponto. Le galee siciliane venute a gittar l'áncora dinanzi all'imperiale città, il clero e il popolo empierono di spavento: soldati non eranvi, per aver questi seguite le bandiere di Manuele. Certamente l'ammiraglio Siciliano non trovavasi in forze bastanti per assediare o prender d'assalto una sì grande metropoli: ebbe nulla meno la soddisfazione di umiliare la greca arroganza, e di additare ai navigli di occidente il cammino della vittoria. Sbarcata una parte di truppe che devastarono i giardini imperiali, armò di punte d'argento, o cosa più verisimile, di sostanze ardenti le frecce che contro il palagio de' Cesari vennero lanciate[273]. Manuele finse non curare questo disadatto scherzo de' corsari della Sicilia, che un istante di sorpresa e di negligenza avea favorito; ma il suo coraggio e le sue forze, preste erano alla vendetta. Dalle squadre greche e veneziane coperti vidersi l'Arcipelago e il mar Ionio; nondimeno non so quanti legni da sbarco, quanti carichi di munizioni, quante lancio fosse d'uopo supporre, per adattare la ragion nostra, o anche i calcoli della nostra immaginazione, a quelli dello Storico di Bisanzo, che fa ascendere a mille e cinquecento il numero de' navigli messi in mare in tal circostanza. L'Imperatore, con molta saggezza e vigorìa, regolò questa impressa; onde l'ammiraglio Giorgio, costretto a ritirarsi, perdè diciannove galee, molte delle quali caddero in potere dell'inimico. Corfù, dopo essersi ostinatamente difesa, la clemenza del suo legittimo sovrano implorò, e d'allora in poi non vi fu tra i limiti del greco impero un naviglio, o un soldato del Principe siciliano, che prigioniero non divenisse. Declinavano del pari la fortuna e la salute di Ruggero, cui pervenivano, in fondo del suo palagio, alternativi messaggi di vittorie e sconfitte, intanto che l'invincibile Manuele, primo sempre alla pugna, venia riguardato dai Greci e dai Latini, come l'Alessandro, o l'Ercole del suo secolo.
[A. D. 1155]
Ad un principe di siffatta indole non potea bastare l'aver rispinto un barbaro ardimentoso. Il suo dovere e la cura di mantenere i proprj diritti, forse anche il suo interesse e la sua gloria, gli prescrivevano tornar in onore l'antica maestà dell'Impero; e ricuperando le province dell'Italia e della Sicilia, punire questo preteso Re, pronipote d'un vassallo normanno[274]. I nativi della Calabria sempre affezionati mostravansi alla lingua e alla religione de' Greci, che il clero latino avea severamente abolite. Estinta la prima linea dei duchi della Puglia, il Re di Sicilia pretendea che, qual pertenenza di sua Corona, questa provincia si riguardasse; il fondatore della monarchia siciliana aveala retta coll'armi, e col morire di lui sminuì la tema de' suoi sudditi; i loro mali umori non si dileguarono. Il Governo feudale racchiudeva non pochi germi di ribellione, e un nipote di Ruggero chiamò, egli stesso, in Italia i nemici della sua famiglia e della sua patria. La dignità della porpora, e una sequela di guerre contra gli Ungaresi ed i Turchi avendo impedito a Manuele di condurre in persona la spedizione italiana, affidò al valoroso e nobile Paleologo la flotta e l'esercito dell'Impero. Questi fece sua prima impresa l'assedio di Bari, in ogni occasione giovatosi, e con buon sucesso così del ferro, come dell'oro. Salerno, e alcune città della costa occidentale, serbaronsi fedeli al Re normanno, che nondimeno, in due azioni campali, perdè la maggior parte delle terre possedute sul Continente; e il modesto imperatore de' Greci, disdegnando l'adulazione e la menzogna, si appagò di udir celebrata la riduzione di trecento città, o villaggi della Puglia o della Calabria, i cui nomi e titoli sovra ogni parete del palazzo vennero impressi. Per servire alle pregiudicate opinioni dei Latini, venne ad essi mostrata una donazione, o vera, o falsa de' Cesari dell'Alemagna[275]; ma il successore di Costantino vergognando subitamente di un tale pretesto, fece valere i suoi diritti inalienabili sull'Italia, protestando voler confinati i Barbari di là dall'Alpi. Le città libere, incoraggiate dai seducenti discorsi, dalle liberalità, e dalle illimitate promesse di Manuele loro confederato, perseverarono in un generoso resistere contra il dispotismo di Federico Barbarossa: l'Imperatore di Bisanzo pagò le spese delle rifabbricate mura di Milano, e versò, dice uno Storico, fiumi d'oro nella città di Ancona confermata nel suo affetto ai Greci dal geloso odio che i Veneziani portavanle[276]. Il commercio di Ancona, e la giacitura posta nel cuor dell'Italia, la rendeano importante piazza, che le truppe di Federico assediarono per due volte, sempre respinte dal coraggio che dall'amor di libertà viene inspirato. Oltrechè, questo amore mantengano e gli ufizj dell'ambasciatore di Costantinopoli, e gli onori e le ricchezze di cui, come a fedelissimi amici, largiva la Corte di Bisanzo agli Anconitani più intrepidi e più zelanti per la lor patria[277]. Manuele nell'orgoglio suo disdegnava un Barbaro per collega, e la sua ambizione era invigorita dalla speranza di togliere la porpora agli usurpatori dell'Alemagna, e di assodare in Occidente come in Oriente il suo legittimo titolo di solo imperator de' Romani. Fermo in tale divisamento, chiamò seco in lega il popolo e il vescovo di Roma. Molti Nobili le parti di lui abbracciarono. Le nozze di una sua nipote con Odono Frangipani, lo fecero sicuro dei soccorsi di questa potente famiglia[278]: l'antica metropoli dell'Impero accolse con rispetto gli stendardi e le immagini di Manuele[279]. Durante la querela tra Federico e Alessandro III, il Papa ricevè due volte in Vaticano gli ambasciatori di Costantinopoli: ed or venia lusingata la pietà del Pontefice col dimostrargli possibile l'unione delle due Chiese da così lungo tempo promessa, or eccitata la cupidigia della venale sua Corte; or esortavasi Alessandro III a vendicare le proprie ingiurie, e a profittare del favorevol momento per deprimere la feroce tracotanza degli Alemanni, e riconoscere il vero successore di Costantino e di Augusto[280].
Ma queste conquiste in Italia, questo regno universale erano chimere che ben tosto svanirono. Le prime inchieste di Manuele fece vane la prudenza di Alessandro III, che calcolò le conseguenze d'un cambiamento così importante[281]; nè una disputa, sol personale, valse per indurre il Papa a spogliarsi del retaggio perpetuo del nome latino. Riconciliatosi una volta con Federico, più chiaramente si espresse; confermò gli atti de' suoi predecessori; scomunicò i partigiani dell'Imperator greco; la separazione definitiva delle due Chiese, o almeno degli Imperatori di Roma e di Costantinopoli, pronunziò[282]. Le città libere della Lombardia avendo prestamente dimenticato lo straniero loro benefattore, il monarca di Bisanzo si vide esposto all'odio de' Veneziani, nè l'amicizia di Ancona si conservò[283]. Fosse per principio di avarizia, o così mosso dalle rimostranze de' sudditi, fece imprigionare i trafficanti veneziani e le cose lor confiscare; la qual violazione della fede pubblica, un popolo libero e dedito al commercio irritò. Cento galee allestite ed armate in tre mesi, tribolarono le coste della Dalmazia e della Grecia: ma dopo scambievoli perdite, la guerra fu terminata con un aggiustamento poco glorioso all'Impero, alla repubblica di Venezia poco piacevole: ai Veneziani della successiva generazione era serbato il vendicare compiutamente le antiche ingiurie che nuove ingiurie ancora aggravarono. Il luogotenente di Manuele avea fatto giungere alla sua Corte queste notizie, essere egli in forza bastantemente per estinguere le ribellioni della Puglia e della Calabria, ma non per resistere al Re di Sicilia, in procinto già d'assalirlo: predizione che non tardò a verificarsi. La morte di Paleologo fu cagione che si ripartisse il comando fra diversi Capi eguali tutti di grado, e tutti egualmente di militar sapere sforniti; vinti per terra e per mare i Greci, que' prigionieri che all'acciaro de' Normanni e de' Saracini poterono sottrarsi, abbiurarono ogni specie di ostilità contro la persona e gli Stati del lor vincitore[284]. Ciò nullameno il Re di Sicilia apprezzava la perseveranza e il coraggio di Manuele, giunto a sbarcare un secondo esercito ai lidi d'Italia: onde indirigendo rispettose proposte al novello Giustiniano, sollecitò una pace, o una tregua di trent'anni, accettando, come favore, il titolo di Re, e vassallo militare dell'Impero Romano riconoscendosi[285]. I Cesari di Bisanzo a questo fantasma di dominazione si accomodarono, senza bramar forse mai l'opera de' Normanni, onde la tregua di trent'anni da alcun atto ostile fra la Sicilia e Costantinopoli non fu turbata. E stava per terminare la tregua, allorchè usurpò il trono di Manuele un barbaro tiranno, orrore del suo paese e del Mondo: un principe fuggitivo della famiglia Comnena armò in suo favore Guglielmo II, pronipote di Ruggero; e i sudditi di Andronico non vedendo nel lor padrone che un nemico pericolosissimo, accolsero, come amici, i Normanni. Gli Storici latini si diffondono raccontando[286] il rapido progresso de' quattro Conti che invasero la Romania, e molte castella e città al Re di Sicilia sommisero; i Greci[287] narrano esagerando le crudeltà licenziose e sacrileghe commesse nel saccheggio di Tessalonica, seconda città dell'Impero. I primi deplorano la morte di que' guerrieri invincibili, e pieni di buona fede che per gli artifizj di un vinto nemico perderon la vita: celebrano con canto di trionfo i secondi le moltiplici vittorie de' lor concittadini e sul mar di Marmora o Propontide, e sulle rive dello Strimone, e sotto le mura di Durazzo. Un cambiamento politico che punì le colpe d'Andronico, unì contra i Franchi lo zelo e il coraggio dei Greci: e diecimila Normanni rimasero morti sul campo della battaglia, e di quattromila d'essi prigionieri potè valersi a grado della sua vanità, o della sua vendetta, Isacco l'Angelo, il nuovo imperatore. Tal fu l'esito dell'ultima guerra fra i Greci e i Normanni: venti anni dopo, le nazioni rivali erano sparite, o sotto straniero giogo gemeano, e i successori di Costantino non durarono assai lungo tempo per allegrarsi sulla caduta della monarchia siciliana.
[A. D. 1054]