Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 10
Part 6
Cinque volte al giorno volgea Maometto lo sguardo verso la Mecca[155], e da' più santi e più forti impulsi sentiva in sè suscitata la smania di rientrare da conquistatore in quella città, e in quel Tempio, da cui era stato espulso; o vegliando, o dormendo, sempre avea davanti agli occhi la Caaba: egli interpretò certo suo sogno come una visione ed una profezia; spiegò la santa bandiera, e si lasciò sfuggire di bocca l'imprudente promessa di trionfo. Il suo viaggio da Medina alla Mecca non annunciava che una peregrinazione religiosa e pacifica; settanta cammelli ornati pel sacrificio precedeano la sua vanguardia. Rispettò il territorio sacro, e poterono i prigionieri, rimandati senza riscatto, divolgare la sua clemenza; ma come ebbe messo piede nella pianura, lontano dalla città una giornata, esclamò: «Coloro si sono vestiti di pelle di tigre». Fu arrestato dalla moltitudine e dal valore de' Koreishiti, e aveva a temere non gli Arabi del deserto, trattenuti sotto le sue insegne dalla speranza del bottino, abbandonassero poi e tradissero il lor capitano. In un momento l'imperterrito fanatico si trasformò in un freddo e circospetto politico, omise nel trattato co' Koreishiti la qualità di appostolo di Dio, segnò con essi e co' loro alleati una tregua di dieci anni; s'impegnò a restituire i fuggiaschi della Mecca che abbracciassero la sua religione, e ottenne solamente per patto l'umile privilegio d'entrare nella Mecca l'anno dopo, come amico, e di rimanervi tre giorni per terminare le cerimonie del pellegrinaggio. La vergogna e il dolore copersero come d'una nube la ritirata de' Musulmani, e per questo infelice successo poterono facilmente accusare d'impotenza un Profeta, che sì frequentemente avea spacciato le sue vittorie come pruova di sua missione. Nell'anno seguente, si risvegliarono alla vista della Mecca la fede e la speranza de' pellegrini: stavano le loro spade nel fodero; fecero sette volte il giro della Caaba su le pedate di Maometto; i Koreishiti s'erano ritirati su le colline; e Maometto, dopo le solite cerimonie, uscì nel quarto giorno della città. La sua divozione edificò sommamente il popolo; sorprese, divise, sedusse i Capi; e Caled e Amron, che poi doveano soggiogare la Siria e l'Egitto, abbandonarono in tempo l'idolatria che già era vicina a perdere tutto il credito. Vedendo Maometto che cresceva di potere per la sommissione delle tribù Arabe, raunò diecimila soldati pel conquisto della Mecca; e gl'idolatri, com'erano i più deboli, furono di leggieri convinti che fosse stata rotta la tregua. L'entusiasmo e la disciplina acceleravano i passi de' suoi guerrieri, e assicuravano il segreto della sua impresa. Finalmente da diecimila fuochi venne l'annunzio a' Koreishiti spaventati dell'intenzione, dell'avvicinamento e della forza irresistibile del nemico. Il fiero Abu-Sophian corse ad offrire le chiavi della città, ammirò quella sì varia moltitudine d'armi e di stendardi fatti passare alla sua presenza, osservò che il figlio d'Abdallah aveva acquistato un gran regno, e sotto la scimitarra d'Omar confessò essere Maometto l'appostolo del vero Dio. Macchiò il sangue romano il ritorno di Mario e Silla, e qui pure dal fanatismo della religione era stimolato il Profeta a trarre vendetta; e attizzati dalla memoria delle ingiurie sofferte avrebbero i suoi discepoli con grande ardore eseguito, o forse anticipato l'ordine della strage. Anzichè satisfare al risentimento proprio, e a quello delle sue soldatesche, Maometto proscritto e vittorioso[156] perdonò a' suoi concittadini, e conciliò le fazioni della Mecca. Entrarono nella città i suoi soldati in tre colonne; ventotto cittadini perirono sotto il ferro di Caled. Maometto proscrisse undici uomini e sei donne; ma biasimò la crudeltà del suo luogotenente, e la sua clemenza o il disprezzo risparmiarono parecchi di coloro ch'egli avea già notati per vittime. I Capi de' Koreishiti si prostrarono a' suoi piedi, ed egli disse loro: «che potete aspettare da un uomo che avete oltraggiato? — Noi confidiamo nella generosità del nostro concittadino. — Nè confiderete in vano; andate; la vostra vita è sicura, e voi siete liberi.» Il popolo della Mecca meritò il suo perdono, dichiarandosi per l'Islamismo, e dopo un esiglio di sette anni, venne riconosciuto il missionario fuggiasco qual principe e Profeta del suo paese[157]; ma i trecento sessanta idoli della Caaba furono ignominiosamente abbruciati; fu purificato e abbellito il tempio di Dio, e per esempio alle generazioni future si sommise di nuovo l'appostolo a tutti i doveri di pellegrino; e con legge espressa fu vietato ad ogni miscredente il por piede sul territorio della santa città[158].
[A. D. 629-632]
La conquista della Mecca si trasse dietro la fede e la sommessione delle Arabe tribù[159], che secondo le vicende della fortuna riverito avevano, o spregiato, l'eloquenza e l'armi del Profeta. Anche oggi l'indifferenza per le cerimonie e opinioni religiose fa il carattere de' Beduini, ed è probabile che accettassero la dottrina del Corano in quella guisa con cui la professano, cioè senza pigliarsene gran briga. Taluni di loro peraltro, più ostinati degli altri, si mantennero fedeli alla religione, non che alla libertà de' lor avi, e con ragione fu detta per soprannome la guerra di Honano _guerra degl'idoli_, poichè Maometto aveva fatto voto di distruggerli, e i confederati di Tayef giurato di difenderli[160]. Frettolosamente, e di soppiatto, corsero quattromila idolatri ad assalire d'improvviso il conquistatore; guardavano con occhio di compassione la stupida negligenza de' Koreishiti; ma confidavano ne' voti e forse ne' soccorsi d'un popolo, che da sì poco tempo avea rinunciato a' suoi Dei, e s'era piegato sotto il giogo del suo nemico. Dispiegò il Profeta le bandiera di Medina e della Mecca; gran numero di Beduini si pose sotto i suoi stendardi, e vedendosi i Musulmani in numero di dodicimila, s'abbandonarono in braccio ad una imprudente e colpevole presunzione. Senza cautela discesero nella vallata di Honano: gli arcieri e frombolieri degli alleati aveano prese le alture; fu oppresso l'esercito di Maometto, perdè la disciplina, si smarrì di coraggio, e giubilarono i Koreishiti vedendoli esposti al rischio di perire. Già accerchiano il Profeta salito su la bianca mula; volle egli slanciarsi contro le lor picche per ottenere almeno una morte gloriosa; ma dieci de' suoi fedeli compagni gli fecero schermo coll'armi, e colla persona, e tre di loro furono uccisi a' suoi piedi. «Fratelli miei, esclamò egli a più riprese con dolore e sdegno, io sono il figlio d'Abdallah; sono l'appostolo della verità! O uomini! siate fermi nella fede; o Dio, mandaci il tuo soccorso!» Abbas suo zio, il quale simile agli eroi d'Omero aveva una forza ed un suono straordinario di voce, intronò la valle con un grido di promesse e di premii: i Musulmani fuggiaschi si ridussero da ogni banda al sacro stendardo, ed ebbe Maometto la consolazione di vedere riacceso in ogni cuore il fuoco guerriero: dal suo contegno ed esempio fu decisa in suo favore la battaglia, ed egli esortò le schiere vittoriose a lavare senza ritegno la propria vergogna nel sangue nemico. Dal campo di Honano corse alla volta di Tayef, città lontana sessanta miglia dalla Mecca al sud-est, il cui fertile territorio produce le frutta della Sorìa in mezzo al deserto dell'Arabia. Una tribù amica, esperta, non so come, nell'arte degli assedi, gli fornì arieti ed altre macchine, e un corpo di cinquecento operai; ma indarno offerse libertà agli schiavi di Tayef, invano infranse le proprie leggi schiantando le piante fruttifere, invano i minatori apersero le trincee, e le sue truppe salirono alla breccia. Dopo venti giorni d'assedio diede il segnale della ritratta, ma allontanandosi dalla piazza, cantò devotamente vittoria, e affettò di chiedere al cielo il pentimento e la salute di quella città incredula. L'impresa per altro fu fortunata, poichè il Profeta fece seimila prigionieri, prese ventiquattromila cammelli, quarantamila pecore, e quattromila once d'argento. Una tribù, che aveva combattuto a Honano, riscattò i prigioni col sagrificio de' suoi idoli; ma il Profeta per indennizzare i soldati cedette loro il quinto del bottino, soggiugnendo che avrebbe voluto a pro loro possedere tanti capi di bestiame, quanti erano gli alberi nella provincia di Tehama. In vece di gastigare la mala volontà de' Koreishiti, prese il partito, com'egli stesso diceva, di ridurli al silenzio procacciandosi l'affetto loro con grandi liberalità; Abu-Sophian ricevette per sè solo trecento cammelli e venti once d'argento, e la Mecca sinceramente abbracciò la religion del Corano. Ne fecero doglianza i _fuggitivi_ e gli _ausiliari_, dicendo che dopo avere portato il peso della guerra erano negletti nel tempo del trionfo. «Oh Dio! replicò lo scaltro condottiero, lasciatemi sagrificare pochi miserabili averi per affezionarmi persone che già erano nemici nostri, e per fortificare questi nuovi proseliti nella fede. Quanto a voi, io vi affido la mia vita e la mia fortuna: voi siete i compagni del mio esilio, del mio regno, del mio paradiso». Egli fu accompagnato da' deputati di Tayef che temevano un secondo assedio: «Appostolo di Dio, concedeteci, gli dissero, una tregua di tre anni, e tollerate l'antico nostro culto. — Non per un mese, non per un'ora. — Almeno dispensateci dall'obbligo dell'orazione. — La religione è vana senza la preghiera». Si sottomisero allora chetamente: fu demolito il lor tempio, e questo decreto di proscrizione si estese a tutti gl'idoli dell'Arabia. Un popolo fido salutò i suoi luogotenenti su le coste del mar Rosso, dell'Oceano e del golfo Persico, e gli ambasciatori che vennero ad inginocchiarsi davanti al trono di Medina furono numerosi, dice un proverbio arabo, quanto i datteri maturi che cadono da una palma. La nazione assoggettossi al Dio e allo scettro di Maometto; si soppresse l'ignominioso nome di tributo; si spesero le elemosine o le decime, volontarie o forzate, in servigio della religione, e da cento quattordici Musulmani fu accompagnato nell'ultimo pellegrinaggio l'appostolo[161].
[A. D. 629-630]
Quando Eraclio tornò trionfante dalla guerra Persiana, ricevette in Emeso un inviato di Maometto, che invitava i potentati e le nazioni della terra a professare l'Islamismo. Gli Arabi fanatici in questo avvenimento han veduto una pruova della conversione secreta di quell'imperatore cristiano; e la vanità de' Greci ha supposto per la sua parte che fosse venuto in persona il principe di Medina a visitare l'imperatore, e avesse dalla munificenza imperiale accettato un ricco demanio, e un asilo sicuro nella provincia di Siria[162]; ma fu di breve durata l'amistà d'Eraclio e di Maometto: aveva la nuova religione risvegliato anzichè indebolito lo spirito di rapina ne' Saraceni, e dall'uccisione d'un inviato si colse un motivo onesto d'invadere con tremila soldati il territorio della Palestina che si stende all'oriente del Giordano. A Zeid fu affidata la santa bandiera, e tale fu il fanatismo, se non la disciplina, della Setta nascente, che i capitani più nobili militarono di buon grado sotto lo schiavo del Profeta. Morendo Zeid, dovea essergli successivamente surrogati Jaafar, ed Abdallah, e se venivano a perire tutti tre, aveano facoltà i soldati di eleggersi il generale. Questi tre di fatto rimasero uccisi alla battaglia di Muta[163], cioè nella prima azione guerresca, in cui i Musulmani vennero a pruova di valore contro un nemico straniero. Zeid morì da soldato nella prima fila; eroica e memoranda fu la fine di Jaafar, il quale avendo perduta la man destra, impugnò lo stendardo colla sinistra, e troncatagli questa, strinse e tenne la bandiera co' due moncherini sanguinenti, sinattantochè per cinquanta onorate ferite stramazzò al suolo: «Accorrete, esclamò Abdallah che andò a farne le veci, accorrete arditamente, la vittoria o il paradiso è nostro». La lancia d'un Romano decise l'alternativa, ma Caled, il convertito della Mecca, afferrò il vessillo; nove spade si spezzarono in man sua, e la sua prodezza valse a reprimere e a respignere i cristiani di numero superiori. Nella notte seguente si tenne consiglio di guerra, ed egli fu eletto per generale nel conflitto della domane, ove colla sua abilità seppe assicurare a' Saraceni la vittoria o almeno la ritratta, e quindi Caled ricevè da' suoi compatriotti e da' nemici il glorioso soprannome di _Spada di Dio_. Salì Maometto in pulpito, e dipinse con enfasi profetica la sorte de' soldati che per la causa di Dio avevano data la vita; ma in privato lasciò vedere sentimenti di natura, e fu sorpreso in atto di piagnere per la figlia di Zeid. «Che veggo mai? gli disse maravigliato un suo discepolo. Tu vedi un amico, rispose l'appostolo, che piange la morte dell'amico più fedele». Dopo conquistata la Mecca, volle il sovrano dell'Arabia far sembiante di prevenire le ostilità di Eraclio, e dichiarò guerra solennemente a' Romani, senza cercare di nascondere le fatiche ed i rischi di tale impresa[164]. Erano scorati i Musulmani; osservarono che si difettava di danaro, di cavalli, di vittuaglie; opposero le faccende della messe, e l'ardor della state. «È ben più caldo l'inferno, disse loro incollerito il Profeta». Non degnò poi obbligarli a servire, ma ritornato che fu, lanciò contro i più colpevoli una scomunica di cinquanta giorni. Giovò la diffalta di coloro a dare risalto maggiore al merito di Abubeker, di Othmano e de' fidi servi che posero a rischio e vita e fortune. Diecimila cavalieri e ventimila fanti seguirono lo stendardo di Maometto. Il viaggio in fatti fu penosissimo; al tormento della sete e della fatica s'aggiunse il soffio ardente e pestilenziale de' venti del deserto: dieci uomini montavano alternativamente uno stesso cammello, e furono stretti alla umiliante necessità di dissetarsi coll'urina di quell'utile quadrupede. A mezza strada, cioè lungi da Medina e da Damasco dieci giornate, posarono presso al bosco e alla fontana di Tabuc. Non volle Maometto procedere più innanzi; si dichiarò pago delle intenzioni pacifiche dell'imperatore d'oriente, che forse cogli apparecchi militari lo aveva già sbigottito; ma l'intrepido Caled sparse il terrore pel suo nome d'intorno a' luoghi per cui passava; ed il Profeta riceveva gli omaggi di sommessione delle tribù e città, dall'Eufrate sino ad Ailah, città che giace sulla punta del mar Rosso. Non ebbe Maometto difficoltà di concedere a' suoi sudditi cristiani la franchigia delle persone, la libertà del commercio, la proprietà degli averi, e il permesso d'esercitare il lor culto[165]. Erano troppo deboli gli Arabi cristiani per far argine alla sua ambizione; i discepoli di Cristo erano accetti all'inimico degli Ebrei, ed importava all'interesse del conquistatore il proporre una capitolazione vantaggiosa alla religion più potente che fosse al Mondo.
[A. D. 632]
Sino all'età di sessantatre anni conservò Maometto le forze necessarie alle fatiche temporali e spirituali della sua missione. Più che ad odio dovrebbero movere a compassione i suoi accessi d'epilepsia, calunnia inventata da' Greci[166]; ma egli credette d'essere stato da una Ebrea avvelenato a Chaibar[167]. La sua salute per quattro anni andò di giorno in giorno languendo; s'aggravarono le sue infermità, e finalmente morì d'una febbre di quattordici giorni, che per intervalli gli tolse la ragione. Vedendosi al termine della sua carriera mortale, pensò ad edificare i suoi fratelli con singolare umiltà. «Se v'ha, diss'egli dall'alto della sua cattedra, se v'ha alcuno che io abbia ingiustamente percosso, mi sottometto alla sferza della rappresaglia. Se ho macchiata la riputazion d'un Musulmano, divulghi pur egli i miei falli davanti alla congregazione. Se ho spogliato delle sue sostanze un fedele, serva quel poco che possedo a pagare il capitale e il frutto del debito.» «Sì, gridò una voce di mezzo alla folla, ho ragion di pretendere tre dramme d'argento». Maometto trovò giusta la domanda, pagò la somma richiesta, e rendè grazie al creditore che lo aveva accusato in questo Mondo piuttosto che nel giorno finale. Con una fermezza tranquilla vide accostarsi l'ultim'ora: diede la libertà a' suoi schiavi (diciassett'uomini, per quanto si crede, e undici donne); dispose minutamente l'ordine che si doveva tenere ne' suoi funerali, e moderò le lamentazioni de' suoi amici cui benedisse con parole di pace. Sino a' tre ultimi giorni fece in persona la pubblica preghiera; parve poscia che eleggendo Abubeker a supplire per lui in quell'ufficio, destinasse quel vecchio e fedele amico per successore nelle incumbenze sacerdotali e regie; ma non volle esporsi all'odio che gli avrebbe potuto suscitare un'elezione più spiegata. Nel punto che visibilmente andavano scemando le sue forze, domandò penna e inchiostro per iscrivere, o piuttosto per dettare, un libro divino, com'egli diceva, che fosse il compendio e il compimento di tutte le rivelazioni: nella stessa sua camera insorse disputa per sapere, se gli si permetterebbe di porre un'autorità superiore a quella del Corano; e la quistione si riscaldò tanto che dovè d'indecente veemenza riprendere i suoi discepoli. Se si può prestar fede in parte alle tradizioni delle sue mogli, o di coloro che vissero con lui, mantenne in seno alla famiglia, e sino all'ultimo istante di vita, tutta la dignità d'un appostolo, e tutta la franchezza d'un entusiasta; descrisse le visite dell'angelo Gabriele venuto a dar l'ultimo addio alla terra, ed espresse una viva fiducia non solo nella bontà, ma nel favore dell'Essere supremo per lui. Un giorno, in un colloquio familiare, aveva annunciato che per un suo privilegio speciale non verrebbe l'angelo della morte a pigliar la sua anima se non se dopo avergliene chiesta rispettosamente licenza. Conceduta che l'ebbe, cadde in agonia; la sua testa si posava sul petto di Ayesha, la prediletta delle sue mogli; svenne egli nell'angoscia, ma poi riavutosi alquanto, sollevò verso la soffitta un'occhiata ancora franca, sebbene già fosse languida la voce, e pronunciò queste parole interrotte: «O Dio!... perdona i miei peccati... sì... vado a rivedere i miei concittadini che sono nel cielo». Poi sdraiato sur un tappeto disteso per terra esalò placidamente l'ultimo fiato. Questo tristo accidente impedì la straordinaria spedizione che dovea farsi per la conquista della Siria: l'esercito s'era fermato alle porte di Medina, e stavano i capitani raccolti attorno al loro padrone moribondo. Nella città, e specialmente poi in casa del Profeta, non s'udivano che grida di dolore quando cessava il silenzio della disperazione; dal solo fanatismo si ottenea qualche consolazione e speranza. «Il testimonio, l'intercessore, il mediator nostro presso Dio non può esser morto, gridavasi, ce ne appelliamo a Dio, non è morto: come Mosè e Gesù,[168] assorto in estasi, ben tosto ritornerà al suo fido popolo.» Non si volle stare alla testimonianza de' sensi, e Omar, cavando la scimitarra dal fianco, minacciò di tagliare la testa di quell'infedele che osasse asserire che più non viveva il Profeta. La moderazione d'Abubeker, da tutti rispettato, sedò lo scompiglio. «Adorate voi Maometto, disse egli ad Omar e alla moltitudine, ovveramente il Dio di Maometto? Il Dio di Maometto vive per sempre, ma è mortale l'appostolo siccome noi, e giusta la sua predizione ha soggiaciuto al destino comune de' mortali». I suoi più stretti parenti piamente lo sotterrarono colle proprie mani nel luogo stesso ove era spirato[169]. La sua morte e sepoltura hanno consacrato Medina; e gl'innumerevoli pellegrini della Mecca deviano sovente per onorare con devozione spontanea[170] la modesta tomba del Profeta[171].