Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 10

Part 4

Chapter 43,447 wordsPublic domain

Il politeismo è oppresso e angustiato dalle tante superstizioni che ammette la sua credenza: mille cerimonie venute dall'Egitto erano frammiste alla sostanza della legge Mosaica, e lo spirito del Vangelo s'era dileguato entro la vana pompa del culto. Il pregiudizio, la politica o il patriottismo determinarono il Profeta della Mecca a consacrare le cerimonie degli Arabi, non che l'usanza di visitare la santa pietra della Caaba; ma spirano i suoi precetti una pietà più santa e più ragionevole; l'orazione, il digiuno, la limosina, son questi i doveri religiosi del Musulmano: gli viene data speranza che, nel suo pellegrinaggio verso il cielo, sarà dall'orazione portato a mezza strada, che il digiuno lo condurrà alla porta del palazzo dell'Altissimo, e che le limosine gliene apriranno l'ingresso[116]. 1. Secondo la tradizione del viaggio notturno, l'Appostolo, nella sua conferenza con Dio, ebbe ordine d'imporre l'obbligo a' suoi discepoli di fare cinquanta orazioni al giorno. Avendogli consigliato Mosè di domandare che scemato fosse questo fardello insopportabile, a poco a poco fu ridotto il numero a cinque, senza che gli affari, i piaceri, i tempi o i luoghi potessero dispensarne. Alla punta del giorno, a mezzodì, dopo pranzo, la sera, e nella prima vigilia della notte debbono i fedeli rinnovare gli atti della lor divozione, e quantunque sia ben menomato il fervor religioso, pure i viaggiatori rimangono edificati tuttavia dalla perfetta umiltà, e dal raccoglimento con cui sogliono orare i Turchi e i Persiani. La pulitezza è una introduzione alla preghiera; sin da' più remoti tempi, usavano gli Arabi lavarsi di sovente mani, viso e corpo: il Corano comanda espressamente queste abluzioni, e in difetto d'acqua permette il servirsi di sabbia. Dal costume e dalle decisioni de' dottori sono determinate le parole e le attitudini, se si debba star seduto, in piedi, o colla faccia in terra; ma consiste la preghiera in brevi e fervide giaculatorie; la pietà non è stancata da una noiosa liturgìa, ed ogni Musulmano, in ciò che lo risguarda, è investito del carattere sacerdotale. Fra i deisti che rigettano le Immagini, si è giudicato conveniente fermare il volo della fantasia fissando l'occhio e il pensiero verso un _Kebla_, o sia punto visibile dell'orizzonte. Da principio fu tentato il Profeta di prescegliere Gerusalemme, per divenire grato a' Giudei; ma presto si ricondusse ad una inclinazione più naturale, e cinque volte al giorno gli occhi de' Musulmani abitanti in Astracan, in Fez, in Delhi, stanno devotamente rivolti al santo Tempio della Mecca. Non pertanto sono tutti i luoghi ugualmente acconci al servigio di Dio; i Maomettani sono indifferenti a pregare in casa o in istrada. Per distinguerli dai Giudei e da' Cristiani, il lor Legislatore ha consacrato al culto pubblico il venerdì d'ogni settimana; ragunasi il popolo nella moschea, e l'Imano, per lo più vecchio venerando, sale il pulpito, fa l'orazione, indi una predica; ma la religion Musulmana non ha nè Sacerdoti, nè Sagrificio; e dallo spirito independente del fanatismo sono guardati con dispregio i ministri e gli schiavi della superstizione. 2. Le mortificazioni volontarie[117] degli ascetici, tormento e vanto della lor vita, erano odiose ad un Profeta che biasima i suoi discepoli perchè han fatto voto d'astenersi dalle carni, dal sonno, e dalle donne, e che avea fermamente dichiarato che non soffrirebbe monaci nella sua religione[118]. Istituì peraltro un digiuno di trenta giorni all'anno; raccomandò premurosamente di osservarlo come cosa che monda l'anima e assoggetta il corpo, come un esercizio salutare d'obbedienza al voler di Dio e del suo Appostolo. Nel mese del Ramadan, dallo spuntare del sole sino al tramontare, il Musulmano non mangia, nè beve; si priva di mogli, di bagni, di profumi, nega a sè stesso ogni cibo atto a sostenere le forze e a fomentare qualunque piacere che può soddisfare i sensi. Secondo le rivoluzioni dell'anno lunare, il Ramadan cade alternativamente nel maggior freddo del verno, o nel più forte ardore della state, e per dare alla sete una stilla d'acqua, convien penosamente aspettare la fine d'una giornata cocente. Maometto è il solo che abbia fatto una legga positiva e generale[119] della proibizione del vino, che nelle altre religioni è speciale per alcuni Ordini di sacerdoti o di romiti; e alla sua voce una parte considerevole del globo ha abiurato l'uso di questo salubre ma pericoloso liquore. Vero è che il libertino non si sottomette a queste disgustose privazioni, e l'ipocrita sa eluderle; ma non si può incolpare il Legislatore che ha posto questi regolamenti di sedurre i suoi proseliti coll'esca de' piaceri sensuali. 3. La carità de' Musulmani s'abbassa fino agli animali; e per quella che concerne agl'infelici e agli indigenti viene più volte raccomandata dal Corano, non solamente come opera meritoria, ma come un dovere assoluto e indeclinabile. Forse Maometto è l'unico Legislatore che abbia assegnata la precisa misura della limosina: sembra varia a seconda del grado e della qualità del possedimento, cioè secondo che gli averi consistono in denaro, in grani o in bestiame, in frutti o in mercanzie; ma per adempiere alla legge, debbe il Musulmano dare la _decima_ delle sue rendite; e se ha peccato di frode, o di estorsioni, è tenuto, quasi per una specie di restituzione, a dare la _quinta_ parte in vece della _decima_[120]. Necessariamente dee la benevolenza guidare alla giustizia, poichè ci è vietato di far danno a coloro che siamo obbligati ad assistere. Può bene un Profeta rivelare gli arcani del cielo e dell'avvenire; ma nelle sue massime morali non può che ripeterci le lezioni che dal proprio nostro cuore abbiam già ricevute.

Ricompense e gastighi sono il sostegno de' due dommi, e de' quattro doveri pratici dell'Islamismo: gli sguardi del Musulmano piamente s'affisano sul Giudizio finale; e benchè non abbia osato il Profeta stabilire l'epoca di quella tremenda catastrofe, accenna oscuramente i segni, che in cielo e in terra, precederanno la dissoluzione universale in cui tutti gli Esseri animati perderanno la vita, e l'ordine della creazione tornerà nel primo caos. Al suono della tromba si vedranno dal nulla emergere nuovi Mondi; gli angeli, i genii, gli uomini s'alzeranno fuori dalle tombe, e l'anime umane saranno ricongiunte a' lor corpi. Pare che sieno stati i primi gli Egiziani ad ammettere la dottrina della risurrezione[121]; imbalsamarono le mumie, alzarono piramidi per conservare l'antica dimora dell'anima durante un periodo di tremila anni, parziale tentativo ed inutile: con mire più filosofiche si fonda Maometto su l'onnipotenza del Creatore, che con una parola può ravvivare l'argilla priva di vita, e raunare atomi innumerevoli che più non conservino la lor forma o sostanza[122]. Non è facile a dirsi ciò che sia dell'anima in quell'intervallo, e coloro che sono i più convinti della sua spiritualità sentono troppo l'imbarazzo di spiegare come possa poi pensare e operare senza l'intervento degli organi de' nostri sensi.

Il Giudizio finale succederà alla riunione del corpo e dell'anima; e Maometto nel farne la dipintura su le tracce de' Magi, ha soverchiamente seguìto le forme, ed anche le operazioni lente e successive d'un tribunale umano. Lo incolpano i suoi intolleranti avversari d'avere prodigalizzata sino ad essi stessi la speranza della salute, d'aver propugnata la più peccaminosa eresia, dicendo che ogn'uomo che crede in Dio e fa buone opere può aspettarsi nell'ultimo giorno una sentenza favorevole. Poco si confaceva all'indole d'un fanatico sì ragionevole indifferenza, nè v'ha ragion di pensare che un inviato del cielo abbia scemato il pregio e la necessità delle proprie rivelazioni. Stando al Corano[123] la fede in Dio è inseparabile dalla fede in Maometto; le buone opere son quelle da lui prescritte, e da queste due condizioni procede la necessità dell'Islamismo, al quale sono invitate tutte le nazioni come tutte le Sette. Per iscusare la lor cecità spirituale, indarno allegheranno ignoranza, o porranno in mezzo le lor virtù; punite saranno con eterni tormenti: le lagrime poi che versò Maometto sul sepolcro della madre, per la quale gli era vietato il pregare, sono una manifesta contraddizione di fanatismo e d'umanità[124]. Il decreto è per tutti gl'infedeli; quel grado d'evidenza che avranno rigettato, e la gravità degli errori commessi, determineranno il grado del peccato e della pena loro. Le dimore eterne de' Cristiani, degli Ebrei, de' Sabei, de' Magi, degl'idolatri, stanno nell'abisso le une sotto l'altre, e l'ultimo inferno è per li miscredenti ipocriti che si copersero colla maschera di religione. Quando la maggior parte degli uomini sarà stata riprovata per le loro opinioni, i soli veri credenti saranno secondo le lor opere giudicati. Una bilancia vera, o allegorica, peserà esattamente il bene e il male della vita d'ogni Musulmano, e allora vi sarà un singolare compenso per la satisfazione delle ingiurie: una parte delle azioni buone dell'offensore sarà computata a vantaggio dell'offeso in proporzione del torto che gli fu fatto, e se l'offensore è spoglio di questa spezie di proprietà morale, una parte proporzionale de' demeriti dell'offeso verrà ad accrescere la massa de' suoi peccati. Sarà pronunciata la sentenza secondo che il peso de' delitti o quello delle virtù tracollerà nella bilancia, e tutti allora senza distinzione passeranno il ponte acuto e pericoloso pendente sopra l'abisso; ma i buoni, camminando su le pedate di Maometto, faranno il loro ingresso glorioso in Paradiso, nel mentre che i peccatori saranno precipitati nel primo e nel meno orribile de' sette inferni. Varierà la durata dell'espiazione da nove secoli a settemila anni; ma fu abbastanza scaltrito il Profeta per promettere che _tutti_ i suoi discepoli (qualunque si fossero i loro peccati) sarebbero salvati per la lor fede, e per sua intercessione, dall'eterna condanna. Non faccia maraviglia che per mezzo della tema operi la superstizione più fortemente sullo spirito umano, poichè con più energia dall'immaginazione si dipinge la miseria di quel che la felicità della vita futura. Senz'altro sussidio che fuoco e oscurità, ecco fatta l'immagine d'un supplizio che coll'idea dell'eternità può aggravarsi all'infinito; ma questa idea medesima d'eternità genera un effetto contrario allora che si tratta della durata del piacere; e i nostri godimenti troppo sovente non provengono che dalla cessazione del dolore, o dal paragone dello stato nostro con un altro più infelice. È assai naturale che un Profeta arabo descriva enfaticamente i boschetti, le fontane, le riviere del paradiso; ma in vece di dare a' beati il nobile diletto della musica, della scienza, dell'amicizia e del commercio spirituale, ne colloca puerilmente la felicità nello sfarzo delle perle e de' diamanti, delle vesti di seta, de' palagi marmorei, del vasellame d'oro, de' vini squisiti, delle golosità raffinate, d'un seguito numeroso, e di tutta quella pompa di lusso e di sensualità, che diviene al suo possessore insipida pur anche nel breve spazio assegnato alla vita nostra mortale. L'ultimo de' credenti avrà per suo uso settantadue houris, o fanciulle, dagli occhi neri, dotate d'una bellezza mirabile, di tutta la freschezza della gioventù, d'una purità virginale, d'una sensibilità squisita: l'istante del piacere si prolungherà per migliaia d'anni, e con facoltà centuplicate degni saranno i beati della loro felicità. Qualunque siasi per questo rispetto la volgare opinione, certo è ch'egli apre a' due sessi le porte del cielo; ma non ha voluto spiegarsi riguardo agli uomini che le donne vi troverebbero, per timore di recare inquietudine alla gelosia de' loro primi mariti, o di turbarne la contentezza col dubbio che eterno sarebbe per avventura il lor matrimonio. Questa dipintura d'un paradiso sensuale suscitò lo sdegno e forse l'invidia de' monaci[125]; l'impura religione di Maometto è la materia delle declamazioni di costoro, e il pudore di qualche apologista del Corano non ha altro spediente a cui appigliarsi fuorchè le figure e le allegorie; ma da' dottori più bravi e più conseguenti s'ammette, senza arrossirne, l'interpretazion letterale del Corano: di fatti inutile sarebbe la risurrezione del corpo se non gli si restituisce l'esercizio delle sue facoltà più preziose, ed è necessaria la riunione de' piaceri de' sensi e dell'intelletto a far perfetta la felicità dell'uomo, che di due sostanze è composto. Le gioie peraltro del paradiso di Maometto non saranno ristrette a' piaceri del lusso, e alla soddisfazione degli appetiti sensuali; il Profeta dichiara espressamente che i santi e i martiri, ammessi alla beatitudine della visione divina, dimenticheranno e avranno a sdegno tutte le spezie d'un grado inferiore[126].

[A. D. 609]

Le prime e le più malagevoli conquiste che fece Maometto alla sua nuova religione[127], quelle furono di sua moglie, del servo, del pupillo e d'un amico[128], avvegnacchè si dava per Profeta con quelli che men d'ogn'altro potevano dubitare se fosse o no soggetto alle infermità della natura. Nonostante, credette Cadijah alle parole del marito, e fu a parte della sua gloria: Zeid, docile ed affezionato, si lasciò sedurre dalla speranza della libertà; l'illustre Alì, figlio di Abu-Taleb, abbracciò le opinioni di suo cugino coll'energia d'un giovane eroe; e la fortuna, la moderazione e la veracità di Abubeker francheggiarono la religione del Profeta cui succeder doveva. Persuasi da lui, dieci de' più ragguardevoli cittadini della Mecca assentirono d'essere privatamente ammaestrati nella dottrina dell'Islamismo: cedendo al grido della ragione e dell'entusiasmo, divennero l'eco del domma fondamentale: «Non vi ha che un Dio, e Maometto è l'appostolo di Dio»; e per guiderdone della lor fede ottennero ancor viventi e ricchezze ed onori, e il comando degli eserciti e l'amministrazione de' regni. Tre anni furono impiegati in silenzio alla conversione di quattordici proseliti: furono quelli i primi frutti di sua missione; ma sin dal quarto anno prese il carattere d'un Profeta, e volendo comunicare alla sua famiglia la luce delle divine verità, fece imbandire un banchetto composto, è fama, d'un agnello e d'un vaso pieno di latte, e convitò quaranta persone della razza degli Hashemiti. «Cari amici ed alleati, disse loro, vi offro, e sono io il solo che offerir vi possa i più preziosi donativi, i tesori di questo Mondo e dell'altra vita. Iddio mi ha comandato di chiamarvi al suo servizio. Chi è tra voi che voglia aiutarmi a portare il mio carico? chi vuol essere mio compagno e mio visir[129]?» Nulla gli fu risposto: per lo stupore, per l'incertezza o pel disprezzo stavan chiuse tutte le bocche; quando finalmente Alì, giovanotto di quattordici anni, caldo d'ardore e d'ardire, ruppe il silenzio, e sclamò: «Profeta, son io quegli che cerchi: se oserà qualcuno levarsi contro di te, io gli spezzerò i denti, gli caverò gli occhi, gli romperò le gambe, gli spaccherò il ventre. Profeta, sarò io il tuo visir». Accolse Maometto con gran trasporto questa profferta, e fu ironicamente esortato Abu-Taleb a rispettare la nuova dignità di suo figlio. Avendo poscia voluto il padre d'Alì, in tuono serio, indurre il nipote ad abbandonare un impegno ineseguibile: «Risparmiate i consigli, rispose allo zio suo benefattore l'intrepido fanatico: quando si ponesse il sole sulla mia destra, la luna sulla sinistra non si cangerebbe la mia risoluzione». Per dieci anni perseverò nell'esercizio della sua incumbenza, e questa religione, che ha soggiogato l'Oriente e l'Occidente, non pose radici nelle mura della Mecca che con gran lentezza e difficoltà. Aveva peraltro il contento di vedere che la sua piccola congregazione di unitari andava ogni giorno crescendo; n'era rispettato come un Profeta, ed egli a tempo e luogo le comunicava il cibo spirituale del Corano. Si può argomentare il numero de' suoi proseliti dalla partenza di ottantatre uomini e di diciotto donne che nel settimo anno della sua missione si ritirarono in Etiopia; la sua Setta fu assai presto rafforzata per la conversione di Hamza suo zio, e dell'inflessibile e feroce Omar, che adoperò in favor dell'Islamismo collo stesso zelo con cui ne aveva tentata la distruzione. Non si racchiuse la carità di Maometto nella sola tribù di Koreish o nel recinto della Mecca; nelle grandi solennità, o ne' giorni di peregrinazione, andava alla Caaba, favellava agli stranieri di tutte le tribù, e sia nelle conferenze particolari, sia nelle pubbliche aringhe, predicava la credenza e il culto d'un solo Dio. Debole allora di forze e saggio nella sua dottrina, sosteneva la libertà di coscienza, e riprovava l'uso della violenza in materia di religione[130]: ma esortava gli Arabi alla penitenza, e scongiuravali a risovvenirsi degli antichi idolatri di Ad e di Thamud, che la giustizia divina avea disperso dalla faccia della terra[131].

[A. D. 613-622]

Dalla superstizione e dalla gelosia era confermato nella incredulità il popolo della Mecca. Gli anziani della città, gli zii del Profeta, affettavano dispregio dell'ardimento d'un orfano che voleva figurare da riformatore del suo paese. Le pie preghiere di Maometto nella Caaba erano perseguitate dalle grida di Abu-Taleb: «Cittadini e pellegrini, gridava, non date orecchio al tentatore, non date retta alle sue empie novità: state invariabilmente attaccati al culto di Al Lata e Al Uzzah». Non ostante, questo vecchio Capo amava sempre il figlio d'Abdallah, e ne difendeva la persona e la riputazione contro gli assalti de' Koreishiti, la cui gelosia da lungo tempo era adontata dalla preminenza della famiglia di Hashem. Coprivano l'odio sotto il colore della religione; al tempo di Giobbe, il magistrato Arabo puniva il delitto d'empietà[132], e Maometto era reo del delitto d'abbandonare e rinnegare gli Dei della sua nazione; ma la Polizia della Mecca era sì difettosa, che i Capi dei Koreishiti, anzi che accusare un reo, furono obbligati ad usare la persuasione o la violenza. Più volte si diressero ad Abu-Taleb con aria di rimprovero e di minaccia. «Tuo nipote, gli dissero, insulta la nostra religione, accusa d'ignoranza e di follìa i nostri saggi antenati; fallo tacere subitamente acciocchè non turbi e sollevi la città. Se prosegue così, sguaineremo la spada contro lui e i suoi aderenti, e tu renderai conto del sangue de' tuoi concittadini». Abu-Taleb potè pel suo credito e per la sua moderazione sottrarsi alla violenza di questa fazion religiosa. I più deboli o più timidi fra i discepoli di Maometto si ritrassero in Etiopia, e il Profeta andò in cerca d'asili in diversi luoghi, sia in città sia in campagna, che gli offrissero qualche sicurezza. Continuando a difenderlo la sua famiglia, il rimanente della tribù di Koreish s'impegnò a rinunziare ogni commercio co' figli di Hashem, a nulla comperare da loro, a nulla vendere ad essi, a non contrarre più matrimoni seco loro, ma a perseguitarli senza pietà finattanto che non consegnassero alla giustizia degli Dei Maometto. Questo decreto fu sospeso nella Caaba, ed esposto alla vista di tutta la nazione; gli emissari de' Koreishiti perseguitarono i Musulmani sin nel cuore dell'Affrica, assediarono il Profeta e i suoi più fidi discepoli, li privarono d'acqua, e con rappresaglie dall'una e dall'altra parte s'inviperì la reciproca animosità. Parve che una tregua, di poca durata, riconducesse la concordia, ma colla morte d'Abu-Taleb rimase abbandonato Maometto in balìa de' nemici; e la morte della fedele e generosa Cadijah gli levava ogni consolazione domestica. Abu-Sophian, Capo del ramo d'Ommiyah, succedette alla primaria dignità della repubblica della Mecca. Il quale, zelante adoratore degl'idoli, nemico mortale della famiglia di Hashem, convocò un'assemblea de' Koreishiti e de' loro alleati per decidere della sorte dell'appostolo. Imprigionandolo, si poteva provocare il suo coraggio ad atti di disperazione, ed esiliando un fanatico eloquente, e accetto al popolo, si potea da lui diffondere il male in tutte le province dell'Arabia. Fu decisa la sua morte, ma si convenne che per dividere il delitto e prevenire la vendetta degli Hashemiti, un Membro d'ognuna delle tribù gl'immergerebbe la spada nel petto. Da un angelo o da una spia fu informato di quella sentenza, nè vide scampo fuorchè nella fuga[133]. A mezza notte, accompagnato dal suo amico Abubeker, fuggì cheto cheto di casa; attendendo i sicari alla porta, ma rimasero ingannati dalla figura d'Alì, che dormiva nel letto dell'appostolo, vestito del suo abito verde. Ebbero rispetto i Koreishiti alla pietà del giovane eroe, ma in alcuni versi d'Alì, che sussistono ancora, abbiamo una descrizione commovente delle sue inquietudini, della sua tenerezza, della sua religiosa fiducia. Maometto e il suo compagno si tennero nascosti per tre giorni nella caverna di Thor, distante dalla Mecca una lega: quando imbruniva la notte, il figlio e la figlia d'Abubeker recavano ad essi i viveri, e le notizie di quel che nella città succedeva. I Koreishiti, che attentamente spiavano per tutti i dintorni, giunsero all'ingresso della caverna; ma la Providenza, dicesi, li deluse con un ragnatelo, e con un nido di colombo che erano situati in modo da persuadere che niuno vi fosse entrato. «Non siamo che due», diceva tremante Abubeker: «un terzo è con noi, rispose il Profeta, ed è Iddio medesimo». Rallentato che fu alquanto l'ardore delle persecuzioni, uscirono della spelonca i due fuggiaschi, e salirono su i lor cammelli; camminavano alla volta di Medina quando furono arrestati dagli emissari de' Koreishiti; a forza di preghiere e di promesse poterono scampare dalle lor mani. In quel critico momento avrebbe la lancia d'un Arabo cangiata la storia del Mondo. Questa fuga di Maometto, che passò dalla Mecca a Medina, stabilisce l'epoca memoranda dell'Egira[134], che dopo dodici secoli segna ancora gli anni lunari delle nazioni Musulmane[135].

[A. D. 622]