Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 10

Part 37

Chapter 373,612 wordsPublic domain

Il famoso editto di Caracalla concedette ai suoi sudditi, cominciando dalla Brettagna sino all'Egitto, il nome e i privilegi di Romani; e da quel punto il lor sovrano, sempre in mezzo a' suoi concittadini, potè a sua scelta determinare o eleggere momentaneamente la residenza nell'una o nell'altra delle province della patria comune. Quando seguì la divisione dell'oriente e dell'occidente, fu conservata con tutto lo scrupolo l'unità ideale dell'impero; nei titoli, nelle leggi, negli statuti, i successori di Arcadio e di Onorio si annunciarono sempre come colleghi inseparabili nelle medesime incumbenze, come associati alla sovranità dell'impero e della città di Roma entro i medesimi limiti. Caduta la monarchia d'occidente, la dignità della porpora romana si concentrò tutta quanta nei principi di Costantinopoli: Giustiniano fu il primo che unì all'impero i dominii dell'antica Roma, che ne erano separati da sessant'anni, e che sostenne col dritto di conquisto l'augusto titolo d'imperator de' Romani[654]. Un motivo di vanità o di disgusto indusse uno de' suoi successori, Costantino II, ad abbandonare il Bosforo Tracio, ed a restituire al Tevere gli antichi onori; pensiero insensato! esclama il malevolo scrittore della istoria bisantina, spogliare una vergine adorna di tutto lo splendore della gioventù e della bellezza, per abbellire, o piuttosto mettere in mostra la deformità d'una vecchia grinzosa[655]. Ma il ferro de' Lombardi gli impedì di fermare il piede in Italia; entrò in Roma, non come un vincitore, ma in figura di fuggiasco; e dopo aver passato colà dodici giorni, mise a sacco l'antica capitale del Mondo, e poi ne partì per sempre[656]. Succedette l'intera separazione dell'Italia, e dell'impero di Bisanzio circa due secoli dopo le conquiste di Giustiniano; e appunto sotto il suo regno cominciò ad andare in disuso la lingua latina. Avea questo legislatore pubblicato le sue Instituta, il suo Codice, e le Pandette, in un linguaggio che egli vanta come lo stile pubblico del governo romano, l'idioma della Corte e del senato di Costantinopoli, degli eserciti, e de' tribunali dell'oriente[657]. Ma non si intendea nè dal popolo, nè dai soldati dalle province asiatiche questa lingua straniera; e la maggior parte degli interpreti delle leggi, e dei ministri di Stato non la sapeano che malamente. Dopo una lotta che durò poco, la natura e l'abitudine trionfarono delle istituzioni della potenza umana; Giustiniano, a pro dei sudditi, promulgò nelle due lingue le sue Novelle; le varie parti della sua voluminosa giurisprudenza furono successivamente tradotte:[658] fu posto in dimenticanza l'originale, non si studiò più che la versione, e la lingua che per sè stessa meritava la preferenza, divenne nell'impero Greco l'idioma della legge, come quello della nazione. I successori di Giustiniano, e per la loro origine e per l'uso del paese che abitavano, furono stranieri alla lingua romana. Tiberio, secondo gli Arabi,[659] e Maurizio, secondo gli Italiani[660], furono i primi Cesari greci, e i fondatori d'una nuova dinastia, e d'un nuovo impero: si compiè sordamente questa rivoluzione prima della morte di Eraclio, e si conservarono alcune frasi oscure della lingua latina nei termini di giurisprudenza, e nelle acclamazioni di Corte. Quando Carlomagno e gli Ottoni ebbero rintegrato l'impero d'occidente, ai nomi di Franchi e di Latini fu dato lo stesso senso e la stessa ampliazione, e questi Barbari altieri sostennero con una specie di giustizia i lor dritti alla favella come al dominio di Roma. Insultarono ai popoli dell'oriente che aveano dimesso l'abito è l'idioma romano, e si fondarono in queste ragionevoli costumanze per indicarli sovente col nome di Greci[661]. Ma dal principe e dai popoli dell'impero Bisantino, fu sdegnosamente ributtata questa denominazione di disprezzo. Con tutti i cangiamenti introdotti dal corso dei secoli, vantavano una successione diretta e non interrotta da Augusto e Costantino in poi; e nell'ultimo grado della debolezza e dell'avvilimento, ai frammenti dell'impero di Costantinopoli rimaneva tuttavia il nome di Romani[662].

Mentre che nell'oriente si scrivevano in latino gli atti del governo, il greco era la lingua della letteratura e della filosofia; con questo idioma sì ricco e perfetto, non poteano gli uomini dotti invidiare il sapere rubato e il gusto imitatore de' Romani loro scolari. Distrutto che fu il paganesimo, perduta la Sorìa e l'Egitto, e abolite le scuole d'Alessandria e d'Atene, le scienze della Grecia a poco a poco si ricoverarono ne' monasteri, e precipuamente nel real collegio di Costantinopoli, incendiato poi sotto il regno di Leone l'Isaurico[663]. Nello stile enfatico dei tempi di cui parliamo, il presidente di quel collegio era chiamato l'astro della scienza; i dodici professori delle diverse scienze e facoltà, erano i dodici segni del zodiaco; aveano una biblioteca di trentaseimila cinquecento volumi, e mostravano un antico manoscritto di Omero in un rotolo di pergamena lungo centoventi piedi, che era stato, dicevano, un intestino di un serpente di mostruosa grandezza[664]. Ma il settimo e l'ottavo secolo furono un periodo di discordia, e di ignoranza; il fuoco divorò la biblioteca; fu soppresso il collegio, e gli autori dipingono gli Iconoclasti, come i nemici della antichità; di fatto i principi della famiglia d'Eraclio e della dinastia isaurica, si disonorarono coll'ignoranza, e col dispregio salvatico che aveano per le lettere[665].

Appare nel nono secolo l'aurora del ritorno delle scienze[666]. Quando il fanatismo degli Arabi fu calmato, furono solleciti i Califfi di conquistare le arti, piuttosto che le province dell'impero; le cure che posero per accattare cognizioni, ravvivarono la emulazione dei Greci: sciorinarono le polverose lor biblioteche, ed appresero a conoscere ed a premiare i filosofi che non aveano per lo innanzi avuto altro compenso delle lor fatiche, se non il piacere dello studio, e la scoperta della verità. Il Cesare Barda, zio di Michele III, meritò il titolo di generoso protettore delle lettere, nome che solo ha potuto preservarne la memoria, e scusarne L'ambizione: egli almeno sottrasse al vizio e alla follìa una parte dei tesori di suo nipote; aperse nel palazzo di Magnauro una scuola, dove colla sua presenza metteva in gara i maestri e gli alunni. Erano Capo Leone il filosofo, arcivescovo di Tessalonica, il cui sapere profondo nell'astronomia e nelle matematiche facea maraviglia a' popoli stranieri dell'oriente; e l'opinione che si avea della sua dottrina, era negli animi volgari accresciuta da quella modesta disposizione, che li inclina a vedere, in tutte le cognizioni che sorpassano le proprie, un effetto di ispirazione e di magia. Per le fervide istanze di questo Cesare, il celebre Fozio[667], suo amico, rinunciò alla independenza di una vita studiosa, ed accettò la dignità di Patriarca, nella quale fu e scomunicato ed assolto dai Sinodi dell'oriente e dell'occidente. Anche per confessione dei sacerdoti suoi nemici, non era estrania a quest'uomo universale alcun'arte o scienza: profondo ne' suoi concetti, istancabile negli studii, eloquente nello stile, esercitava Fozio la carica di Protospatario, ossia di capitano delle guardie, quando fu spedito ambasciatore al Califfo di Bagdad[668]. Per alleviare qualche ora di esiglio, e forse di solitudine, compose in fretta la sua _Biblioteca_, monumento di erudizione e di critica. In essa fa la rivista, senza metodo, di duecento ottanta autori storici, oratori, filosofi, teologi; ne espone, in compendio, i racconti, o le dottrine; giudica lo stile e il carattere loro, e cribra anche i Padri della chiesa con una libertà prudente, che spesso traluce in mezzo alle superstizioni del suo secolo. L'imperator Basilio, a cui doleva d'essere stato mal educato, commise a Fozio l'istruire il figlio e successore, Leone il Filosofo; e il regno di questo principe, non che di Costantino Porfirogeneta, figlio di esso, sono una delle più belle epoche della letteratura di Bisanzio. La munificenza loro arricchì la biblioteca imperiale dei tesori dell'antichità, ed essi ne fecero da sè stessi, e coll'aiuto di collaboratori, vari estratti e compendi, che senza annoiare l'indolenza del pubblico, sono atti a ricrearne la curiosità. Oltre i _Basilici_, o il Codice delle leggi, propagarono col medesimo zelo gli studi della agricoltura e della guerra, due arti intese a nudrire e a distruggere l'umana specie; fu compilata la storia della Grecia e di Roma, in cinquantatre titoli o capitoli; ma non ne giunsero a noi che due, quello delle ambasciate, e l'altro delle virtù e dei vizi. Colà i lettori d'ogni classe vedeano dipinto il passato, poteano far loro pro delle lezioni o degli avvisi dati in pagina, e apprendevano ad ammirare, o forse ad imitare, qualche virtù d'un secolo più luminoso. Io non mi fermerò sulle opere dei Greci di Costantinopoli, i quali, con uno studio assiduo degli antichi, meritarono per molti titoli la ricordanza e la gratitudine della posterità. Noi possediamo tuttavia il Manuale filosofico di Stobeo, il Lessico grammaticale e storico di Suida, le Chiliadi di Tzetze che in dodicimila versi comprendono seicento narrazioni, e i Commentari sopra Omero di Eustazio, arcivescovo di Tessalonica, che, dal suo corno d'abbondanza, ci versa i nomi e le autorità di quattrocento scrittori. Da questi autori originali, e dalla numerosa legione degli Scoliasti[669] e del critici, si può conoscere quali fossero le ricchezze letterarie del duodecimo secolo. Era tuttavia Costantinopoli rischiarata dalla luce di Omero e di Demostene, di Aristotile e di Platone; e circondati da simili tesori, che noi godiamo o trascuriamo, dobbiam pure invidiare quella generazione che potea leggere l'istoria di Teopompo, le arringhe d'Iperide, le commedia di Menandro[670], e le odi di Alceo e di Saffo. Il gran numero dei commenti, allora pubblicati sui classici greci, è una prova non solo che allora sussistevano, ma che stavano ancora nelle mani di tutti; e due donne, l'imperatrice Eudossia, e la principessa Anna Comnena, che sotto la porpora coltivarono la rettorica e la filosofia[671], sono un esempio assai sorprendente della universalità del sapere. Il dialetto volgare della capitale era rozzo e barbaro; si segnalavano con uno stile più corretto, e più elaborato, le conversazioni, o almeno gli scritti degli ecclesiastici e de' cortigiani, che talora aspiravano alla purità dei modelli dell'Attica.

Nella moderna nostra educazione, lo studio penoso, ma necessario, di due lingue morte, logora il tempo e rallenta l'ardore d'un giovane alunno. Per lungo tempo i poeti e gli oratori dell'occidente si videro inceppati nei loro pensieri dai barbari dialetti dei nostri antenati, cotanto scemi d'armonia e di grazia; e l'estro, senza l'aiuto de' precetti e degli esempi degli antichi, era abbandonato alla guida naturale ma incolta del proprio giudizio, e della propria immaginazione. I Greci di Costantinopoli, dopo avere purgato l'idioma volgare, usavano liberamente la lingua degli avi, portentosa invenzione dello spirito umano; ed era lor famigliare la cognizione dei sublimi maestri, che aveano dilettato o istruito la prima delle nazioni; ma questi vantaggi non fanno che raddoppiar la vergogna ed il biasimo che aggravano un popolo tralignato. Se i Greci dell'impero stringeano nelle lor mani inerti le ricchezze avìte, non aveano già ereditata l'energia che ha creato ed accresciuto questo sacro patrimonio; leggevano, lodavano, compilavano, ma parea che la lor anima, sonnacchiosa e languida, fosse inabile a pensare e a fare. In uno spazio di dieci secoli, non si scorge una scoperta che abbia migliorata la dignità dell'uomo, o accresciutane la felicità; non una idea di più aggiunta ai sistemi speculativi degli antichi; veniano, l'un dopo l'altro, pazienti discepoli ad ammaestrare dogmaticamente una generazione, non men di loro servile. Non s'è trovato un solo passo di storia, di filosofia, o di letteratura che, per bellezza di stile o di sentimenti, per pensieri originali od anche per una felice imitazione, abbia meritato di vivere. Quei prosatori di Bisanzio, che si leggono con meno noia, hanno una semplicità ingenua e senza pretensione, che non permette di censurarli; ma gli oratori, che si credeano i più eloquenti[672], sono i più lontani dagli esemplari con cui voleano gareggiare. Al nostro gusto e alla ragione, fann'urto in ogni pagina una scelta di parole ampollose e andate in disuso, un fraseggiare pesante e intralciato, una incoerenza di concetti, uno studio puerile d'ornamenti falsi o improprii, e gli stenti di questi scrittori per innalzarsi, per abbagliare il lettore, e coprir d'esagerazione e d'oscurità un'idea triviale. Nella prosa cercan sempre il brio poetico, e la poesia è sempre inferiore alla scipitezza della prosa. Le muse della tragedia, della epopea e del poema lirico stavansi taciturne e spoglie d'onore; i Bardi di Costantinopoli non si segnalavano al più che con un enigma o un epigramma, con un panegirico o una novella; trascuravano persino le regole della prosodia, e, pieni l'orecchio della melodia Omerica, confondeano tutte le misure di piedi e di sillabe in quei miserabili accordi, che ebbero nome di versi _politici_ o _di città_[673]. L'ingegno de' Greci era inceppato da una superstizione vile e imperiosa, che stende il suo dominio intorno alla sfera delle scienze e delle arti. Si smarriva il giudizio nelle controversie metafisiche: colla credenza e le visioni e i miracoli, avean perduto tutti i principii della evidenza morale, ed il gusto era depravato dalle omelie dei monaci, mescuglio assurdo di declamazioni e di frasi della Scrittura. Mai questi poveri studi non furono nemmeno nobilitati dall'abuso dell'ingegno; i Capi della chiesa Greca, stavano umilmente contenti ad ammirare ed a copiare gli oracoli antichi; e le scuole, ed il pulpito non ebbero alcuno che sapesse emulare la gloria di S. Atanasio e di S. Grisostomo[674].

Tanto nei travagli della vita attiva che in quelli della speculativa, l'emulazion dei popoli e degli individui è il movente più efficace degli sforzi e dei progressi del genere umano. Le città dell'antica Grecia serbavano tra loro quella fortunata mescolanza d'unione e di independenza, che sopra una scala più grande, ma in una guisa più debole, si trova fra le nazioni della Europa moderna. Congiunte dalla lingua, dalla religione e dai costumi, erano scambievolmente spettatrici e giudici di sè stesse[675]: independenti per cagion d'un governo e per interessi diversi, mantenea ciascheduna segretamente la propria libertà, e si ingegnava di superare le rivali nello stadio della gloria. Era meno vantaggiosa la situazion dei Romani: pure sin dai primi tempi della repubblica, cioè quando si formò il carattere nazionale, videsi nascere una pari emulazione fra gli Stati del Lazio e dell'Italia, e tutti intesero ad eguagliare, o a vincere nelle arti e nelle scienze i Greci che aveano per esemplari. Non v'ha dubbio, che l'impero dei Cesari non abbia arrestata l'attività e gli avanzamenti dello spirito umano. La sua vastità lasciava in vero qualche libertà all'emulazione reciproca dei cittadini: ma quando fu gradatamente ridotto da prima all'oriente, indi alla Grecia ed a Costantinopoli, non si vide più nei sudditi dell'impero Bisantino che un'indole abbietta e fievole, effetto naturale della loro situazione isolata. Erano oppressi a settentrione da tribù di Barbari; di cui ignoravano il nome, e che appena riputavano uomini. La lingua e la religione degli Arabi, nazione più incivilita, frapponeano ad ogni comunicazione sociale con essi un argine insuperabile. Professavano i vincitori dell'Europa come i Greci la religion cristiana; ma sconosciuto era a questi l'idioma dei Franchi o dei Latini; rozzi ne erano i costumi, e non ebbero co' successori d'Eraclio alcun vincolo d'alleanza o affari di inimicizia. Unico nella sua specie, l'orgoglio greco, sempre contento di sè medesimo, non si turbava giammai pel confronto con un merito straniero, e non vedendo rivali che potessero spronarlo nella sua carriera, nè giudici per coronarlo alla meta, non è da maravigliare se abbia dovuto soccombere. Le Crociate vennero mischiando le nazioni dell'Europa e della Asia; e solamente sotto la dinastia dei Comneni tornò l'impero di Bisanzio a gareggiare, benchè debolmente, in cognizioni e in virtù militari.

NOTE:

[558] Claudiano spiega con eleganza il senso dell'epiteto Πορφυρογενητος, _porfirogeneta_, ossia nato nella porpora.

_Ardua privatos nescit fortuna Penates;_ _Et regnum cum luce dedit. Cognata potestas_ _Excepit Tyrio venerabile pignus in ostro._

E il Ducange, nel suo Glossario greco e latino, riferisce molti passi che esprimono lo stesso pensiero.

[559] Un superbo manoscritto di Costantino (_De Caeremoniis aulae et ecclesiae Byzantinae_), fu trasportato da Costantinopoli a Buda, a Francfort e a Lipsia, ove dal Leich, e dal Reiske ne fu fatta una magnifica edizione (A. D. 1751, _in-folio_), accompagnata da quegli elogi che non mancano mai gli editori di prodigalizzare al subbietto delle loro fatiche qualunque ne sia il merito.

[560] _V._ nel primo volume dell'_Imperium orientale_ del Banduri, _Costantinus de Thematibus_, p. 1-24; _De administrando imperio_ p. 45-127, ediz. di Venezia. Il testo dell'antica edizion di Meursio vi è corretto sopra un manoscritto della biblioteca reale di Parigi di già conosciuto da Isacco Casaubono (_Epist. ad Polybium_ 10), e spiegato da due carte di Guglielmo Delisle, il primo dei Geografi anteriori al d'Anville.

[561] La tattica di Leone e di Costantino fu pubblicata coll'aiuto di qualche nuovo manoscritto nella grande edizione delle opere di Meursio fatta dal dotto Lami (t. VI, p. 531-920, 1211-1417: _Fiorenza_, 1745); ma il testo è ancora guasto e mutilato, e sempre oscura e piena di spropositi la versione. La biblioteca di Vienna fornirebbe qualche prezioso materiale ad un nuovo editore (Fabricio, _Bibl. graec._, t. VI, p. 369, 370).

[562] Fabricio (_Bibl. graec._, t. XII, p. 425-514), Einec. (_Hist. juris romani_, p. 396-399), e Giannone (_Istoria civile di Napoli_, t. I, p. 450-458) possono utilmente consultarsi come storici di giurisprudenza intorno ai Basilici. Quarant'un libri di questo codice greco sono stati pubblicati con una version latina da Carlo Annibale Fabrotti, Parigi 1647, in sette volumi in folio. Si sono scoperti di poi quattro altri libri che furono inseriti nel _Novus Thesaurus juris civil. et Canon._, di Gerardo Meerman, t. V. Giovanni Leunclavio ha composto (a Basilea 1575) un'_egloga_ o _sinopsi_ dei sessanta libri che formano l'intera Opera. Si vedono nel _Corpus juris civilis_ le centotredici Novelle o leggi nuove di Leone.

[563] Mi son servito dell'ultima edizione de' Geoponici, che è la migliore (stampata da Nicolao Niclas, _Lipsia_ 1781, due volumi in ottavo). Leggo nella prefazione, che lo stesso imperatore richiamò i sistemi di rettorica e di filosofia da lungo tempo dimenticati. I suoi due libri della _Hippiatrica_, ossia dell'arte di curare la malattia de' cavalli, furon pubblicati a Parigi, 1530 in folio (Fabr. _Bibl. graec._ t. VI, p. 493-500).

[564] Di quei cinquantatre libri o titoli, due soli pervennero sino a noi e furono stampati: l'uno _De legationibus_ da Fulvio Orsino, _Anversa_, 1582, e da Daniele Eschelio, August. Vindel. 1603; e l'altro _De virtutibus et vitiis_ da Enrico di Valois, ediz. di Parigi, 1634.

[565] Ankio (_De scriptorib. Bizant._ pag. 418-460), dà il sommario della vita e la lista delle opere di Metafraste. Questo Biografo dei Santi si compiaceva nel parafrasare i sensi o le assurdità degli Atti antichi; essendo stato una seconda volta parafrasato il suo stile di rettore nella version latina del Surio, appena oggi si può conoscere un filo del tessuto primitivo.

[566] Giusta il primo libro della Ciropedia, la tattica, che non è che una piccola parte dell'arte della guerra, era già professata in Persia, il che deesi riferire alla Grecia. Una buona edizione di tutti gli autori che hanno scritto di tattica sarebbe impresa degna d'un erudito: egli potrebbe scoprire qualche nuovo manoscritto, e colle sue cognizioni schiarire l'istoria militare degli antichi: ma un tale erudito dovrebb'essere di più soldato, e sventuratamente non vive più un Quinto Icilio.

[567] Dopo aver osservato che i Cappadoci son meno forniti di merito quanto sono più elevati per grado e per ricchezze, l'autore della descrizion delle province si compiace dell'epigramma attribuito a Demodoco:

Καππαδοκην ποτ’ εχιδνα δακεν, αλλα και αυτη Κατθανε, γευσαμενη αιματος ιοβολου.

_Una vipera infesta morse un Cappadoce, ma morì anch'essa succhiandone il sangue velenoso._

Il frizzo è precisamente eguale a quello d'un epigramma francese. «Un serpente morse Giovanni Freron. — E che? Il serpente ne morì». Ma poichè i belli ingegni di Parigi sono in generale poco versati nell'antologia, avrei vaghezza di sapere d'onde abbiano cavato questo epigramma (Costantino Porfirogeneta, _De themat._, c. 2; Brunk, _Analect. graec._, t. II, p. 56; Brodaei _Anthologia_, l. II, p. 244).

[568] La _Legatio Luitprandi episcopi Cremonensis ad Nicephorum Phocam_, è stata inserita dal Muratori negli _Scriptores rerum italicarum_, t. II, parte prima.

[569] _V._ Costantino (_De thematibus_, nel Banduri, t. I, p. 1-30), il quale s'accorda a dire che quella parola è ουκ παλαια _non antica_. Maurizio (_Stratagema_, l. II. c. 2) si serve della parola Θημα _tema_ per indicare una lezione: fu poi applicata al posto o alla provincia che esso occupava. Ducange (_Gloss. graec._ t. I, p. 487, 488). Gli autori han tentato di dar l'etimologia dei temi opsico, optimazio e tracesio.

[570] Αγιος Πελαγος _Santo Pelago_, come lo chiamano i Greci moderni; i geografi e i marinai ne han fatto l'Arcipelago e le Arches (d'Anville _Géograph. ancienne_, t. I, p. 281: _Analyse de la Carte de la Grèce_, p. 60). La moltitudine dei monaci, e di quelli specialmente di S. Basilio, che abitavano tutte l'isole e il monte Athos, o _monte santo_, che sta nei contorni (_Observations_ di Belon, fol. 32), potea giustificare l'epiteto di santo dato a questa parte del Mediterraneo. Αγιος con piccolo cangiamento divien la parola primitiva Αιγαιος _Egeo_, immaginato dai Doriesi, che nel lor dialetto diedero il nome figurato di αιγες, ossia capre, ai flutti saltellanti (Vossio, ap. Cellarius, _Geogr. antiq_., t. I, p. 829).

[571] Secondo il viaggiatore ebreo, che avea corsa l'Europa e l'Asia, non gareggiava in estensione con Costantinopoli, se non se Bagdad, la gran città degli Ismaeliti (_Voyage_ di Beniamino di Tudela, pubblicato da Baratier, t. I, c. 5, p. 46).

[572] Εσθλαβωθη δε πασα η χωρα και γεγονε βαρβαρος _fu saccheggiata tutta la provincia e divenne Barbara_, dice Costantino (Thematibus, l. II, c. 6, p. 25) in uno stile tanto barbaro, quanto il suo concetto, a cui aggiunge, secondo il suo costume, un ridicolo epigramma. Lo scrittore che ci ha dato alcune epitomi di Strabone, osserva pure Ηπειρον, και Ελλαδα σχεδον και Μακεδονιαν, ηαι Πελοποννησον Σκυθαι Σκλαβοι νεμονται _gli Sciti schiavi anche ora spogliano quasi tutto l'Epiro e la Grecia e la Macedonia e il Peloponneso_ (l. VII, p. 98, ediz. di Hudson). Dodvell, in proposito di questo passo (_Geogr. minor_, t. II, _Dissert._ 6, p. 170-191), narra, in una guisa che stanca, le scorrerie degli Schiavoni, e pone nell'anno 980 l'epoca di questo commentator di Strabone.

[573] Strabone, _Geogr._ l. VIII, p. 562; Pausania, _Graec. Descriptio_, l. III, c. 21, p, 264, 265; Plinio, _Hist. natur._, l. IV, c. 8.

[574] Costantino, _De administr. imperio_, l. II, c. 50, 51, 52.

[575] La roccia di Leucade era la punta meridionale della sua diocesi. Se egli avesse avuto il privilegio esclusivo del salto degli Amanti, tanto noto ai lettori d'Ovidio, _epist. Sapho_, sarebbe stato il più ricco prelato della chiesa greca.