Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 10

Part 35

Chapter 353,175 wordsPublic domain

Ma in tutte le monarchie, i ministri della Corte e dell'erario, dell'armata navale e dell'esercito sono partecipi dell'autorità reale e del governo. Solo i titoli son differenti; e nel volger dei secoli, i conti o i prefetti, il pretore e il questore discesero a poco a poco, mentre i loro inferiori salirono ai primi gradi dello Stato. I. Nella monarchia, che tutto riduce alla persona del principe, le cerimonie e le altre particolarità della Corte formano il dipartimento più rispettato. Il _curopalata_[598], elevato a un ordine sì illustre sotto il regno di Giustiniano, fu soppiantato dal _protovestiario_, il quale da prima non aveva altra incombenza che quella della guardaroba; fu estesa la sua giurisdizione su tutti gli ufficiali che servivano alla pompa e al lusso del principe, e colla sua bacchetta d'argento presedeva alle udienze pubbliche e private. II. Giusta le disposizioni di Costantino, ai ricevitori delle rendite pubbliche si dava il nome di _Logoteti_ o computisti; si distinguevano i Logoteti del demanio, delle poste, dell'esercito, dell'erario pubblico e della cassa privata, e si paragonò il _gran Logoteta_, supremo custode delle leggi e delle rendite, ai cancellieri delle monarchie Latine[599]. Avea l'ispezione su tutta l'amministrazion civile, ed era aiutato in questa incombenza da' suoi subalterni, l'_eparca_ o prefetto della città, il primo segretario, i custodi del sigillo privato, degli archivi e dell'inchiostro purpureo, riservato per le sottoscrizioni dell'imperatore[600]. L'introduttore e l'interprete degli ambasciatori esteri portava i titoli di gran _Shiaus_[601] e di _Dragomano_[602], nomi tratti dalla lingua turca e ancora famigliari alla Porta. III. I _familiari_, il cui titolo da principio fu sì modesto, e che non aveano altro impiego che quello di stare alla guardia del principe, s'innalzarono a poco a poco al grado di generali; i temi militari dell'oriente e dell'occidente, le legioni dell'Europa o dell'Asia furono compartite sovente fra molti generali particolari, sino a tanto che il _gran familiare_ venne investito del comando universale e assoluto delle forze di terra. Le incombenze del protostratore si riduceano in principio ad aiutar l'imperatore quando montava a cavallo, e coll'andar del tempo divenne in guerra il Luogo-tenente del gran familiare: le scuderie, la cavalleria, e quanto concerneva la caccia e la falconeria furono da lui dependenti. Lo _stratopedarca_ esercitava l'ufficio di gran giudice del campo; il _protospatario_ comandava le guardie; il _contestabile_[603], il _grande eteriaco_, e l'_acolito_ erano i diversi Capi dei Franchi, dei Barbari, e dei Varangi o Inglesi, mercenari esteri e che, degenerati i Greci, componeano la forza degli eserciti di Bisanzio. IV. Il _gran duca_ disponeva delle forze navali, le quali in assenza sua obbedivano al _gran drungario_ dell'armata navale, e a questi era sostituito l'_Emir_ o _ammiraglio_, nome tolto dalla lingua dei Saracini[604], ma poi ammesso in tutte le lingue d'Europa. Questi ufficiali e molti altri, che vano sarebbe il numerare formavano la gerarchia civile e la militare: gli onori e gli emolumenti, l'abito e i titoli d'ognuno, infine i saluti che dovean farsi scambievolmente, o la rispettiva preminenza, furono regolati con più cura che non si sarebbe impiegata a formar la costituzione d'un popolo libero: era quasi portato il codice alla perfezione, quando questo vano edificio, monumento di fasto e di servitù, fu per sempre sepolto sotto le rovine dell'impero[605].

L'adulazione e il timore hanno impiegato verso persone simili a noi i titoli più alti, le positure più umili, che dalla divozione furono scelte per onorar l'Essere Supremo. Diocleziano prese dal servil cerimoniale della Persia l'usanza dell'_adorare_[606] l'imperatore, di prostrarsi davanti a lui e di baciargli i piedi; e s'è mantenuta, crescendo sempre in servilità, sino all'ultima epoca della monarchia dei Greci; eccetto le domeniche, in cui si ometteva per motivi di orgoglio religioso, queste vergognose riverenze si esigevano da quanti erano ammessi alla presenza del monarca, e doveano assoggettarvisi i principi decorati del diadema e della porpora, gli ambasciatori dei sovrani independenti come i Califfi dell'Asia, dell'Egitto e della Spagna, i re di Francia e d'Italia, ed anche gli imperatori Latini. Nel trattar gli affari Luitprando, vescovo di Cremona[607], difese la libertà d'un Franco e la dignità d'Ottone suo signore: ma sincero, siccome egli era, non sa velare l'umiliazione della sua prima udienza. Quando s'accostò al trono, gli uccelli dell'albero d'oro cominciarono i lor gorgheggi, a cui tenner bordone i ruggiti dei due leoni d'oro. Fu obbligato, del pari che i suoi due compagni, a curvarsi e a prostrarsi, e tre volte colla fronte toccò la terra. Nei pochi istanti che durò quest'ultima cerimonia, con una macchina era stato innalzato il trono sino alla soffitta, e vi compariva l'imperatore con abiti nuovi, e ancor più sontuosi, e la conferenza terminò in un superbo e maestoso silenzio. Il vescovo di Cremona, nel suo racconto così curioso e tanto notabile pel suo candore, espone le cerimonie della Corte di Bisanzio: queste anche presentemente sono osservate dalla Porta, e si mantennero fino all'ultimo secolo nella Corte dei Duchi di Moscovia o di Russia. Dopo un lungo viaggio per mare e per terra, da Venezia a Costantinopoli, l'ambasciatore si fermò alla porta d'oro, sino a tanto che venissero gli ufficiali che dovean condurlo al palazzo assegnatogli; ma questo palazzo era una prigione, e dai suoi rigidi guardiani gli era interdetto ogni comunicazione coi forestieri, o coi nativi del paese. Offerse egli nella prima udienza i donativi del suo padrone, i quali consistevano in ischiavi, in vasi d'oro, e in armi di gran valore. Il pagamento de' soldati, con ostentazione fatto alla sua presenza, gli diede lo spettacolo della magnificenza dell'impero: egli fu uno dei convitati al banchetto reale[608], dove gli ambasciatori delle nazioni erano disposti in ordinanza, e collocati a seconda della stima o del disprezzo che ne aveano i Greci: l'imperatore mandava dalla sua tavola come per gran favore i piatti che egli aveva assaggiati, ed ognuno de' suoi favoriti ricevette un abito d'onore[609]. Ogni mattina e ogni sera gli ufficiali dell'ordine civile e del militare andavano al palazzo ad esercitare il loro impiego: il padrone qualche volta gli onorava d'una occhiata o d'un sorriso; dichiarava i suoi voleri con un moto di testa o con un segno: davanti a lui tutti i grandi della terra stavano in piedi umili e silenziosi. Quando l'imperatore facea per la città i suoi passeggi trionfali, in tempi fissi o in occasioni straordinarie, si mostrava liberamente agli occhi del pubblico: le cerimonie inventate dalla politica erano collegate a quelle della religione, e le feste del Calendario greco determinavano le sue visite alle principali chiese. Nella vigilia di queste processioni, gli araldi annunciavano la pia intenzion del principe, o la grazia di cui degnava i suoi sudditi. Si scopavano e purificavano le strade, si seminavan i fiori sulle finestre e sui balconi, si esponevano mobili preziosi, vasellami d'oro e d'argento, tappezzerie di seta, e da una severa disciplina era represso e frenato il tumulto della plebe. Precedeano gli ufficiali dell'esercito coi loro soldati, e li seguiva una lunga fila di magistrati e d'ufficiali dell'ordine civile; gli eunuchi e i familiari componevano la guardia dell'imperatore, e il patriarca col clero lo riceveano solennemente alla porta della chiesa. Non si lasciava alle voci grossolane ed alle acclamazioni spontanee della moltitudine la cura di applaudire; erano collocati drappelli di _Azzurri_ e di _Verdi_ in modo conveniente nel luogo per cui passava l'imperatore, e quel furore di questioni, che aveano già scossa la capitale, s'era a poco a poco cangiato in una gara di servitù. Rispondeansi a vicenda gli uni agli altri coi cantici in lode dell'imperatore; i lor poeti e musici dirigevano il coro, e voti di lunga vita[610] ed augurii di vittorie erano il ritornello d'ogni strofetta. L'udienza, il banchetto, la chiesa rimbombavano dei medesimi applausi, e, quasi per provare l'immensa estensione del dominio del principe erano ripetuti in latino[611], nel linguaggio dei Goti, dei Persiani e Francesi, ed anche degli Inglesi, da uomini mercenari tolti da queste varie nazioni, o eletti a rappresentarli[612]. Costantino Porfirogeneta ha raccolto questa scienza del cerimoniale e della adulazione[613] in un volume scritto in uno stile pomposo ad un'ora e fanciullesco, e potè la vanità dei suoi successori aggiungervi un lungo supplimento. Pure, riflettendo un poco, dovea ciascun d'essi rammentarsi che si profondeano eguali acclamazioni a tutti gli imperatori e a tutti i regni; e chi di loro era uscito d'una condizione privata poteva sovvenirsi, che il momento in cui aveva alzato di più la voce ed applaudito con più ardore, era quello in cui invidiava la fortuna o cospirava alla vita del suo predecessore[614].

I principi delle nazioni settentrionali, popoli, dice Costantino, senza fede e senza fama, ambivano l'onore di allearsi alla famiglia dai Cesari con matrimoni, sia ottenendo la mano d'una principessa del sangue imperiale, o congiungendo a qualche principe Romano le proprie figlie[615]. Quel vecchio monarca, nelle sue istruzioni al figlio, viene svelando le segrete massime inventate dalla politica e dall'orgoglio; insegna le risposte più decenti, che ponno darsi per eludere quelle insolenti e irragionevoli proposte. La natura, dice il prudente imperatore, stimola ogni animale a cercarsi una compagna fra gli animali della sua specie, e per la lingua, la religione ed i costumi si divide il genere umano in diverse tribù. Mercè d'una saggia attenzione a serbar la purità delle razze, l'armonia si mantiene della vita pubblica e della privata; ma dalla lor mescolanza nasce il disordine e la discordia. Tali furono l'opinione e i principii secondo i quali si regolarono i prudenti Romani, le leggi dei quali proscrivevano il matrimonio d'un cittadino e d'una forestiera. Ai tempi della libertà e delle virtù, avrebbe un senatore sdegnato per sua figlia la mano d'un re, e Marc'Antonio sposando una Egiziana fece onta alla sua riputazione[616]; e la pubblica censura obbligò Tito a licenziare, malgrado suo e malgrado di lei, Berenice[617]. Per meglio perpetuare l'autorità di questa massima, si suppose che Costantino il Grande la confermasse. Gli ambasciatori delle nazioni estere, e di quelle soprattutto che non aveano abbracciato il cristianesimo, furono solennemente avvertiti che queste alleanze dal fondator della capitale e dalla religion dell'impero erano state proscritte. La pretesa legge fu incisa sull'altare di S. Sofia, e si dichiarò decaduto dalle comunioni civili e religiose de' Romani quell'empio che osasse macchiar la maestà della porpora. Se da qualche falso fratello avessero gli ambasciatori saputo la storia della Corte di Bisanzio, avrebber potuto allegare tre memorabili infrazioni fatte a questa legge immaginaria, il matrimonio di Leone o piuttosto di suo padre Costantino IV colla figlia del re dei Cozari, quello d'una nipote di Romano con un principe Bulgaro, e l'altro finalmente di Berta, principessa francese o italiana, col giovane Romano figlio dello stesso Costantino Porfirogeneta. Ma a queste tre obbiezioni vi avean tre risposte che togliean la difficoltà e statuivano la legge: I. Il matrimonio di Costantino Copronimo era considerato colpevole; questo principe, nato nell'Isauria, e trattato da eretico, che avea macchiata la purità battesimale e dichiarata guerra alle Immagini, avea di fatto sposato una Barbara. Quest'empia alleanza avea posto il colmo a' suoi delitti e l'aveva abbandonato alla censura della chiesa e della posterità.

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II. Romano non poteva essere considerato come imperator legittimo: nato di famiglia plebea, s'avea usurpato il trono, ignorava le leggi, e non pensava all'onore della monarchia. Suo figlio Cristoforo, padre della giovanetta che sposò il re Bulgaro, non avea che il terzo grado nel collegio de' principi, ed era poi suddito ad un tempo e complice del suo colpevole padre. Sinceri e zelanti cristiani erano i Bulgari, e la sicurezza dell'impero, non che la libertà di più migliaia di prigionieri, dependeano da questa mostruosa alleanza. Nondimeno, non potendo motivo alcuno esentarlo dalla legge di Costantino, fu dal clero, dal senato e dal popolo disapprovato il suo contegno, e in vita e in morte gli fu rimproverato l'obbrobrio dello Stato. III. Il saggio Porfirogeneta avea trovato una difesa più onorevole pel maritaggio di suo figlio colla figlia di Ugone re d'Italia. Dal gran Costantino, principe ragguardevole per la santità, apprezzavasi la fedeltà e il valore dei Franchi[618]; e lo spirito profetico onde era dotato lo avea istruito della loro grandezza. Furono eccettuati dalla proibizion generale essi soli. Ugone re di Francia discendeva in linea retta da Carlomagno[619], e sua figlia Berta aveva ereditato le prerogative della famiglia e della nazione. A poco a poco la voce della verità e quella della malevolenza vennero scoprendo la frode, o l'errore della Corte imperiale: invece del reame di Francia, i possedimenti di Ugone si restrinsero alla semplice contea d'Arles: ma tutti eran d'accordo nel dire, che giovandosi delle turbolenze di quel tempo, usurpata avesse la sovranità della Provenza, e invaso il regno di Italia. Suo padre non era che un semplice gentiluomo, e se Berta era del sangue dei Carlovingi, il bastardismo e la libidine aveano lordato ogni grado di quella stirpe. Ugone aveva avuta per suocera la famosa Valdrade, che fu concubina piuttosto che moglie di Lotario II, e che con quest'adulterio, col divorzio e colle seconde nozze avea provocato sopra di sè i fulmini del Vaticano. Sua madre, che nomavasi la gran Berta, fu successivamente sposa del conte d'Arles e del Marchese di Toscana; colle sue galanterie scandalezzò l'Italia e la Francia, e sino al suo sessantesim'anno i drudi, che ella ebbe di tutte le classi, furono zelanti istrumenti della sua ambizione. Imitò il re d'Italia l'incontinenza della madre e della suocera, e a tre delle sue concubine favorite si diedero i nomi classici di Venere, di Giunone e di Semele[620]. La figlia di Venere fu ceduta alle istanze della Corte di Bisanzio; lasciò il nome di Berta per pigliare quello di Eudossia, e fu maritata o piuttosto impalmata al giovine Romano, erede presuntivo dell'impero di oriente. Per la poca età dei due sposi fu sospesa la consumazion del matrimonio; ma quest'unione non si eseguì, essendo morta Eudossia cinque anni dopo. L'imperatore Romano sposò in seconde nozze una plebea, ma di sangue romano, e ne ebbe due figlie, Teofane ed Anna, amendue maritate con principi. La maggiore fu data per pegno di pace al figlio d'Ottone il Grande, che aveva domandata questa alleanza colle armi e colle negoziazioni. Si potea dubitare se un Sassone avesse diritto ai privilegi della nazion Francese; ma la fama e la pietà d'un eroe, restauratore dell'impero d'occidente, attutirono ogni scrupolo. Teofane dopo la morte del suocero e del marito governò Roma, l'Italia e l'Alemagna nella minorità di suo figlio Ottone III, e i Latini commendarono le virtù d'un'imperatrice, che sagrificò la ricordanza del suo paese a doveri più sacri[621]. Nel matrimonio della sorella Anna, la voce imperiosa della necessità o del timore impose silenzio a tutti i pregiudizi, e rimosse tutti i riguardi relativi alla dignità imperiale. Un idolatra settentrionale, Volodimiro, duca di Russia, aspirò alla mano della figlia degli imperatori; sostenne l'inchiesta con minacce di guerra, colla promessa di convertirsi e coll'offerta di soccorso contro un ribelle che turbava l'impero. La principessa Greca, vittima della sua religione, fu svelta dal palazzo de' suoi avi, e condannata a correre in cerca d'una corona selvaggia, e d'un esiglio disperato sulle rive del Boristene appresso al Circolo polare[622]. Pure il matrimonio fu felice, e fecondo: la figlia di Geroslao, nipote d'Anna, illustre pel sangue da cui proveniva, sposò un re di Francia, Enrico I, il quale andò a cercare una moglie sui confini dell'Europa e del Cristianesimo[623].

Nella sua reggia di Bisanzio, l'imperatore era il primo schiavo del cerimoniale, che imponeva ai sudditi, e di quelle rigorose formalità, che regolavano ogni parola ed ogni gesto; l'_etichetta_ lo assediava nel suo palazzo, e disturbava l'ozio del suo ritiro in campagna. Ma egli disponeva arbitrariamente della vita e della fortuna di più milioni d'uomini, e spesso addiviene che i più nobili ingegni, che si ridono dei vani piacere della pompa e del lusso, son poi sedotti dal piacere più attraente di comandare ai loro eguali. S'accoppiava nel monarca il poter legislativo coll'esecutivo; e Leone il Filosofo aveva annichilito quel poco d'autorità che rimaneva al senato[624]. La servitù aveva renduto ottuso lo spirito dei Greci, di modo che, fra i più arditi atti di ribellione, non si elevarono mai alla idea di una costituzione libera, e la pubblica felicità non aveva altro sostegno, nè altra regola, che il carattere particolar del monarca. La superstizione addoppiava anche più le catene. Quando l'imperatore riceveva la corona dal patriarca nella chiesa di S. Sofia, giuravano i popoli a piè degli altari una sommession passiva ed assoluta al suo governo e alla sua famiglia. Il principe, per la parte sua, prometteva di astenersi quanto fosse possibile dalle pene capitali e dalle mutilazioni: segnava una profession di fede ortodossa, e giurava di obbedire ai decreti dei sette sinodi e ai canoni della santa chiesa[625]. Ma vaghe ed indeterminate erano le sue proteste di clemenza; facea quel giuramento non al popolo ma ad un giudice invisibile, e fuor dei casi d'eresia, su cui si mostrava inesorabile il clero, eran pronti i ministri del cielo a sostenere l'inevitabil diritto del principe, e ad assolvere i piccoli falli del sovrano. Viveano soggetti essi medesimi al magistrato civile; un cenno del despota creava, trasferiva, deponeva i vescovi o li puniva di morte ignominiosa; qualunque fosse la ricchezza, o il credito di costoro, non poterono mai, come quelli della chiesa Latina, formar una repubblica independente, ed anzi il patriarca di Costantinopoli condannava la grandezza temporale del vescovo di Roma, mentre nel suo segreto gli portava invidia. Ma l'esercizio del despotismo è per buona sorte frenato dalle leggi della natura, e da quelle della necessità[626]. Il grado di sapere e di virtù che si crede in quello che governa un impero, divien la misura dell'attaccamento di lui alla sacra norma dei suoi faticosi doveri; e il grado di vizio o di nullità che gli si suppone, lo determina vie maggiormente a lasciarsi cadere di mano lo scettro troppo grave per lui; allora è un ministro o un favorito quegli, che, con un filo impercettibile, fa muovere il simulacro di re, e che, pel suo privato interesse, assume il carico della pubblica oppressione[627]. In certi istanti il monarca più assoluto dee temere la ragione o il capriccio d'una nazione schiava, e l'esperienza ha provato che l'autorità regia perdè in sicurezza e solidità ciò che guadagna in estensione.

Invano un despota usurpa i titoli più pomposi[628], invano stabilisce i suoi dritti; egli alla fin fine non ha che la sua spada per difenderli contro i nemici stranieri e domestici. Dal secolo di Carlo Magno a quello delle Crociate, i tre grandi imperi, o popoli Greci, Saracini, e Franchi, possedevano e si disputavano la terra allora nota, poichè non parlo qui della Cina, la quale, per essere alla estremità dell'Asia, non aveva che fare in quelle sommosse. Per giudicare delle lor forze militari, convien paragonarne il valore, le arti che conoscevano, le ricchezze che aveano, e finalmente la sommessione al Capo supremo, che poteva movere tutte le molle dello Stato. I Greci, che nel primo punto erano tanto inferiori ai lor rivali, erano in questa medesima parte superiori ai Franchi; e nel secondo e terzo merito per lo meno eguagliavano i Musulmani.