Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 10
Part 26
L'esito di quell'assedio risuscitò nell'oriente e nell'occidente la gloria dell'armi romane, ed oscurò per un poco quella de' Saracini. A Damasco, in un consiglio generale degli Emiri o Coreishiti, fu accolto onestamente l'inviato dell'imperatore; e allora i due imperi segnarono una pace o tregua di trent'anni, nella qual occasione il comandante de' credenti umiliò la sua dignità sino a promettere un annuo tributo di cinquanta cavalli di buona razza, di cinquanta schiavi e di tremila pezze d'oro[441]. Era già molto vecchio il Califfo, e volea godere della sua autorità, e terminare i giorni nella quiete e tranquillità; ma mentre al solo suo nome tremavano i Mori e gli Indiani, era poi la sua reggia e la città di Damasco insultata dai Mardaiti o Maroniti del monte Libano, i quali furono il miglior propugnacolo dell'impero sino al tempo che la sospettosa politica dei Greci, dopo averli disarmati, li confinò in un'altra contrada[442]. Dopo la sommossa dell'Arabia e della Persia, non rimaneva più alla casa d'Ommiyah[443] altro dominio fuorchè i reami della Sorìa e dell'Egitto. Nel suo imbarazzo e nello spavento che provò, s'indusse a cedere sempre più alle premurose domande dei cristiani, e fu statuito il tributo d'uno schiavo, d'un cavallo e di mille pezze d'oro al giorno per tutti i 365 giorni dell'anno solare. Ma non così tosto l'armi e la politica di Abdalmalek ebbero rintegrato l'impero, ricusò un segno di servitù che feriva non men la sua coscienza che l'orgoglio: cessò dunque di pagare il tributo, e i Greci avviliti dalla stravagante tirannia di Giustiniano II, dalla legittima ribellion del popolo e dal frequente ricomparire d'altri avversari non poterono pretenderlo a mano armata. Sino al regno d'Abdalmalek, teneansi contenti i Saracini a godere i tesori della Persia e di Roma col conio di Cosroe o dell'imperator di Costantinopoli; il Califfo fece battere monete d'oro e d'argento, nominate dinari, con una iscrizione la quale, benchè potesse essere censurata da qualche severo casista, annunciava l'unità del Dio di Maometto[444]. Sotto il regno del Califfo Walid, si cessò d'usare la lingua e i caratteri greci nei conti della rendita pubblica[445]. Se questo cangiamento originò l'invenzione o stabilì l'usanza delle cifre, appellate comunemente arabiche o indiane, avvenne che poi con un regolamento di computisteria, immaginato dai Musulmani, si aprisse il campo alle più rilevanti scoperte dell'aritmetica, dell'algebra e delle matematiche[446].
[A. D. 716-718]
Mentre che il Califfo Walid sonnecchiava sul trono di Damasco, e dai suoi Luogo-tenenti si compiea la conquista della Transoxiana e della Spagna, un terzo esercito di Saracini inondava le province dell'Asia Minore e s'accostava a Bisanzio. Ma il tentativo ed il cattivo esito d'un secondo assedio era riserbato al suo fratello Solimano, sospinto, per quanto pare, da più operosa ambizione e da un ardir più marziale. Negli sconvolgimenti dell'impero Greco, dopo che fu punito e vendicato il tiranno Giustiniano, un basso segretario, cioè Anastasio o Artemio, fu dall'accidente o dal suo merito vestito della porpora. Sorvennero presto a spaventarlo le nuove di guerra, avendogli l'ambasciatore, da lui spedito a Damasco, riferito il terribile annunzio degli apparecchi che si faceano dai Saracini in mare e in terra, per un armamento ben superiore di quanti si fossero veduti, o di tutto ciò che si poteva immaginare. Le precauzioni d'Anastasio non furono indegne nè del suo grado, nè del pericolo che lo minacciava. Ordinò che sgombrasse dalla città qualunque persona che non avesse viveri bastanti per un assedio di tre anni; empiè i magazzini e gli arsenali; restaurò e munì fortemente le mura, e su quelle e su brigantini, di cui crebbe frettolosamente il numero, collocò macchine da lanciar pietre, dardi e fuoco. Havvi certamente maggiore sicurezza e più gloria a prevenire che a respingere un assalto: immaginarono i Greci un divisamento che vinceva il lor coraggio consueto, d'ardere cioè le munizioni navali del nemico, i legnami di cipresso tratti dal Libano e condotti sulle coste della Fenicia pel servigio dei navili egiziani. Grazie alla viltà o alla perfidia delle squadre, che con una nuova denominazione appellavansi le soldatesche del _Tehme Obsequien_[447], andò fallita la magnanima impresa. Trucidarono esse il lor capitano, abbandonarono la bandiera propria nell'isola di Rodi, si sperperarono pel continente vicino, e poscia ottennero il perdono, o forse un premio, eleggendo ad imperatore un semplice ufficiale dell'erario. Il quale nomavasi Teodosio, e poteva pel suo nome piacere al senato ed al popolo; ma dopo un regno di alcuni mesi sdrucciolò dal trono in un chiostro, e cesse al braccio ben più vigoroso di Leone Isaurico l'onore di difendere la capitale e l'impero. Già già il più formidabile dei Saracini, Moslemah, fratello del Califfo, si avvicinava con cento ventimila tra Arabi e Persiani, la maggior parte dei quali montava cavalli o cammelli; e ben durarono lungamente gli assedi di Tiane, di Amorio, e di Pergamo, piazze che furono prese, ad esercitare la lor arte, e a crescerne le speranze. Nel noto passaggio d'Abido sull'Ellesponto per la prima volta tragittarono i Musulmani dall'Asia in Europa. Di là girando attorno le città della Tracia, situate sulla Propontide, andò Moslemah ad investire Costantinopoli dalla parte di terra: cinse il suo campo di fossa e di muro; appostò le sue macchine d'assedio, e ammonì, colle parole e le azioni, che se pari alla sua fosse l'ostinazione degli assediati, aspetterebbe in quel sito pazientemente il ritorno della stagion delle semine e del ricolto. Fecero i Greci della capitale la proferta di redimere la propria religione e l'impero con una menda o contribuzione d'una pezza d'oro per testa: ma questa magnifica offerta fu sdegnosamente ributtata, e l'arrivo delle navi dell'Egitto e della Sorìa sempre più raddoppiò la presunzione di Moslemah. Si è computato il numero delle navi a mille e ottocento, dal che si può argomentare quanto erano piccole, e venivano con loro venti vascelli in cui la grandezza facea danno alla celerità, e che per altro non conteneano che cento soldati armati pesantemente. Questa numerosa squadra procedea verso il Bosforo sopra un mare tranquillo, con vento favorevole, e, per valermi delle frasi dei Greci, la selva mobile adombrava la superficie dello stretto. Intanto dal generale Saracino s'era fissata la funesta notte destinata ad un assalto generale per terra e per mare. Per aumentare la fiducia del nemico, avea l'imperatore fatto abbassar la catena che custodiva l'ingresso del porto; ma intanto che i Musulmani stavano esaminando se convenisse giovarsi dell'occasione, o se avessero a temere di qualche insidia, venne a sorprenderli la morte. Lanciarono i Greci le lor barche incendiarie; gli Arabi, le lor armi, e le lor navi divenner preda delle fiamme, e quei vascelli che vollero fuggire si spezzarono gli uni contro gli altri, o furono inghiottiti dall'onde. Di modo che non si trova negli Storici alcun vestigio di quella squadra, che minacciava la distruzion dell'impero. I Musulmani ebbero però un disastro più irreparabile: morì il Califfo Solimano d'indigestione[448] nel suo campo, presso Kinnisrin o Calcide in Sorìa, mentre era in punto di marciare a Costantinopoli col resto delle forze dell'oriente. Un parente nemico di Moslemah succedette a Solimano, e le inutili e funeste virtù d'un bigotto disonorarono il trono d'un principe dotato d'ingegno e di attività. Mentre il nuovo Califfo Omar attendeva a calmare ed a satisfare gli scrupoli della sua cieca coscienza, la sua trascuranza, piuttosto che la sua risoluzione, lasciava continuare l'assedio durante l'inverno[449]. Quella stagione fu oltre modo rigidissima: un'alta neve coperse la terra per più di cento giorni, e i nativi abitatori degli ardenti climi dell'Egitto e dell'Arabia si rimasero abbrividiti, e quasi senza vita nel lor campo gelato. Si rianimarono col ritorno della primavera, e già per essi s'era fatto un secondo sforzo onde soccorrerli; ricevettero infatti due numerosi navili carichi di biada, d'armi e di soldati; il primo di quattrocento barche di trasporto e galere veniva da Alessandria, e il secondo di trecento sessanta bastimenti dai porti dell'Affrica. Ma si riaccesero i terribili fuochi dei Greci, e fu meno grande la distruzione solo perchè aveano i Musulmani appreso per esperienza a star lontani dal pericolo, o perchè gli Egiziani, che servivano sul navile, tradirono e passarono coi loro vascelli ad unirsi coll'imperator de' cristiani. Si riaperse il commercio e la navigazion della capitale, e la pesca supplì ai bisogni ed al lusso degli abitanti. Ma non tardarono le schiere di Moslemah a provare la penuria e le malattie, che crebbero ben presto in guisa terribile per la necessità di ricorrere agli alimenti i più disgustosi e rivoltanti per lo stomaco. Era scomparso lo spirito di conquista ed anche di fanatismo; non potean più i Saracini uscire delle linee soli, o in piccoli distaccamenti, senza essere esposti all'inesorabile vendetta de' paesani della Tracia. Con doni e con promesse si procacciò Leone un esercito di Bulgari dalle rive del Danubio: questi Selvaggi ausiliari espiarono in qualche modo i danni, che con la sconfitta e l'eccidio di ventiduemila Asiatici avean recato all'impero. Si sparse scaltramente la nuova che i Franchi, popolazioni ignote del Mondo latino, armassero in favor de' cristiani per mare e per terra, e questo formidabile soccorso, colmando di gioia gli assediati mise il terrore negli assedianti. Finalmente dopo tredici mesi d'assedio[450], Moslemah privo di speranza ricevè lietamente dal Califfo il permesso di ritirarsi. La cavalleria araba varcò l'Ellesponto e le province dell'Asia, senza indugiare e senza essere disturbata. Ma un esercito Musulmano era stato tagliato a pezzi verso la Bitinia, e tanto in più riprese avea sofferto il rimanente dell'armata navale, per la procella e pel fuoco greco, che sole cinque galere portarono ad Alessandria la nuova dei tanti e quasi incredibili disastri sofferti[451].
Se Costantinopoli fu salva dei due assedii degli Arabi, conviene soprattutto attribuirne il successo alle devastazioni e al terrore che spandeva il fuoco greco, divenuto ancor più terribile per la novità[452]. Il gran segreto di questa formidabile composizione, e la maniera di dirigerla, erano stati insegnati da Callinico, oriundo d'Eliopoli in Sorìa, il quale aveva abbandonato il servigio del Califfo per quello dell'imperatore[453]. Si vide il talento d'un chimico e d'un ingegnere adeguare la forza delle squadre e degli eserciti, e questa scoperta, o questo miglioramento nell'arte della guerra, cadde per ventura nel tempo che i Romani tralignati non poteano lottare contro il fanatismo guerriero, e la gioventù valorosa dei Saracini. Quello Storico che vorrà analizzare sì straordinario composto dee diffidare della propria ignoranza, e di quella degli autori Greci tanto dediti al maraviglioso, tanto negligenti, e in quest'occasione sì gelosi di custodire per sè soli questa scoperta. Dalle parole oscure, e forse fallaci che si lasciano sfuggire dalla penna, si potrebbe essere indotti a credere che la nafta[454], ossia il bitume liquido, olio leggiero, tenace e infiammabile[455] che sgorga dalla terra e che s'infiamma al tocco dell'aria, fosse il primario ingrediente del fuoco greco. La nafta, non so in che modo e in che proporzione, si mescolava col zolfo e colla pece che si cava dai pini[456]. Da questa mistura, che produceva un fumo denso, e un'esplosione fragorosa, usciva una fiamma ardente e durevole, che non solo si alzava in linea perpendicolare, ma che colla stessa forza abbruciava di fianco e abbasso, ed invece di estinguerla l'acqua l'alimentava e le cresceva attività: non v'erano che la sabbia, l'orina, e l'aceto che potessero mitigare la furia di quel formidabile agente, dai Greci giustamente chiamato fuoco _liquido_, o fuoco _marittimo_. Si adoperava con pari successo contro il nemico, in mare e in terra, nelle battaglie e negli assedii. Si versava dall'alto delle mura mercè d'una grande caldaia. Si gettava in palle di pietra o di ferro arroventate, o pure si lanciava sopra strali e chiaverine coperte di lino e di stoppe, molto imbevute di olio infiammabile; altre volte si deponeva in brulotti destinati a portare in maggior numero di luoghi la fiamma divorante; per lo più lo faceano passare attraverso lunghi tubi di rame collocati nella parte anteriore d'una galea, la cui estremità, figurando la bocca di qualche mostro selvaggio, parea che vomitasse torrenti di fuoco liquido. Quest'arte di gran momento era accuratamente custodita in Costantinopoli come il Palladio dello Stato. Quando l'imperatore prestava le galere e l'artiglieria ai suoi alleati di Roma, non si pensava certamente a svelare ad essi il segreto del fuoco greco, e l'ignoranza e lo stupore aumentavano e trattenevano il terror dei nemici. Uno degli imperatori[457], nel suo Trattato sulla amministrazion dell'impero, accenna le risposte e le scuse colle quali si può eludere l'imprudente curiosità, e le importune istanze dei Barbari. Raccomanda che si dica che un angelo rivelò il mistero del fuoco greco al primo e al massimo dei Costantini, ordinandogli espressamente di non mai comunicare alle nazioni estere questo dono del cielo, e questa grazia speciale conceduta ai Romani; che sono obbligati del pari il principe e i sudditi a serbare in proposito un religioso silenzio, mancando al quale sarebbero esposti alle pene temporali e spirituali destinate al tradimento e al sacrilegio; che così fatta empietà tirerebbe subito addosso al reo la prodigiosa vendetta del Dio de' cristiani. Queste precauzioni fecero sì che i Romani dell'oriente fossero padroni del lor secreto per quattro secoli, e alla fine dell'undecimo i Pisani, avvezzi a tutti i mari e pratici di tutte le arti, si videro fulminati dal fuoco greco senza poterne indovinare la composizione. Finalmente fu scoperta o indovinata dai Musulmani, i quali poi, nelle guerre della Sorìa e dell'Egitto, rivolsero contro i cristiani quel flagello che contro di loro avean quelli inventato. Un cavaliere, che non curava le spade nè le lancie de' Saracini, racconta candidamente lo spavento ch'egli ebbe, del pari che i suoi compagni, alla vista e allo strepito della funesta macchina che vomitava torrenti di fuoco greco, così tuttavia nominato dagli scrittori francesi. Giugneva esso fendendo l'aria, dice Joinville[458], sotto la forma d'un drago alato con lunga coda, e grosso quanto una botte; faceva il rimbombo del fulmine, era celere come il lampo, e colla sua orribile luce dissipava le tenebre della notte. L'uso del fuoco greco, o come potrebbe oggi appellarsi del fuoco saracino, continuò sin verso la metà del secolo quattordicesimo[459], sin a quel tempo che il nitro, il zolfo ed il carbone, combinati per l'effetto di scienza o del caso, hanno colla scoperta della polvere da schioppo portato un gran cangiamento nell'arte della guerra e negli annali del Mondo[460].
[A. D. 721 ec.]
Costantinopoli e il fuoco greco impedirono agli Arabi il passaggio in Europa dalla parte dell'oriente; ma all'occidente e del lato de' Pirenei venivano i vincitori della Spagna minacciando un'invasione alle province della Gallia[461]. Vedendo il digradamento della monarchia francese si sentivano allettati colà questi fanatici, sempre insaziabili di conquiste; nè i discendenti di Clodoveo ereditato aveano da lui il coraggio e l'indole indomita. Fosse disgrazia o debolezza di carattere, i nomi degli ultimi re della razza merovingia non andavan disgiunti dal titolo di neghittosi[462]. Regnavano essi senza autorità, e morivano senza gloria. Un castello nelle vicinanze di Compiègne[463] era la residenza loro, o per meglio dir la prigione; ma tutti gli anni, nei mesi di marzo e di maggio, un carro tirato da sei buoi li conduceva all'assemblea dei Franchi, ove davano udienza agli ambasciatori stranieri e ratificavano gli atti dei Prefetti del Palazzo. Era questo ufficial domestico il ministro della nazione, e il padrone del principe a un tempo: così la carica pubblica era divenuta il patrimonio di una sola famiglia. Il primo Pipino avea lasciato alla sua vedova e al figlio che n'ebbe la tutela d'un re già venuto all'età matura, e questa debole reggenza era stata rovesciata dai più ambiziosi fra i bastardi di Pipino. Era quasi disciolto un governo mezzo selvaggio e mezzo depravato: i duchi tributari, i conti governatori delle province, e i signori dei feudi ad esempio dei Prefetti del Palazzo s'adoperavano a farsi grandi sopra la debolezza d'un monarca spregiato. Fra i Capi independenti un de' più arditi e de' più fortunati fu Eude, duca d'Aquitania, il quale nelle province meridionali della Gallia usurpò l'autorità, e ben anche il titolo di re. I Goti, i Guasconi, e i Franchi si raccolsero sotto lo stendardo di questo eroe cristiano, il quale respinse la prima invasion de' Saracini, e Zama Luogo-tenente del Califfo perdè sotto le mura di Tolosa l'esercito e insieme la vita: alla ambizione de' suoi successori s'aggiunse lo sprone della vendetta: valicarono nuovamente i Pirenei ed entrarono nella Gallia con forze poderose, e con la risoluzione di conquistare il paese. Per la seconda volta prescelsero il sito vantaggioso di Narbona[464], ove i Romani aveano formata la prima loro colonia; domandarono la provincia di Settimania, o di Linguadoca, come parte dependente dalla monarchia di Spagna. I vigneti della Guascogna e dei contorni di Bordeau divennero possessi del sovrano di Damasco, e di Samarcanda, e il mezzodì della Francia, dalla foce della Garonna sino a quella del Rodano, accettò i costumi e la religione dell'Arabia.
[A. D. 731]
Ma questi angusti confini non bastavano al coraggio di Abdalraham, o Abderamo, dal Califfo Hashem ridonato ai voti de' soldati e del popolo di Spagna. Quel vecchio ed intrepido generale destinava al giogo del Profeta il rimanente della Francia e dell'Europa, e tenendosi certo di superare quanti ostacoli potessero la natura o gli uomini opporgli, s'apparecchiò con un esercito formidabile a compiere il decreto da lui dato. Dovette da prima reprimere la ribellione di Manuza, capitano Moro, padrone dei passi più importanti dei Pirenei. Avea questi accettata l'alleanza del duca d'Aquitania; ed Eude, condotto da motivi d'interesse privato o da prospettive d'utilità pubblica, avea conceduta sua figlia, giovanetta di grande avvenenza, ad un Affricano infedele: ma Abderamo con armi più forti assediò le principali Fortezze della Cerdagna, e il ribelle fu preso ed ucciso nelle montagne, e mandata la sua vedova a Damasco per contentare le brame, o più probabilmente la vanità del Califfo. Varcati i Pirenei, Abderamo senza indugiare passò il Rodano e pose l'assedio ad Arles. Volle un esercito cristiano portar soccorso a questa città: nel tredicesimo secolo vedevansi ancora i sepolcri de' lor capitani, e le rapide onde del fiume trascinarono a migliaia nel Mediterraneo i loro cadaveri. Non ebbe minor fortuna Abderamo dalla parte dell'oceano. Attraversò senza ostacolo la Garonna e la Dordogna, che congiungono le loro acque nel golfo di Bordeaux; ma al di là di questi fiumi, trovò il campo dell'intrepido Eude che avea formato un secondo esercito, e che sofferse una seconda sconfitta, funesta tanto ai cristiani che, per lor confessione, Iddio solo poteva contare il numero dei morti. Dopo questa vittoria inondarono i Saracini le province dell'Aquitania, i nomi gallici delle quali sono piuttosto mascherati che cancellati dalle denominazioni attuali di Perigord, Saintonge e Poitou; Abderamo inalberò il suo stendardo sulle mura o almeno davanti alle porte di Tours, e di Sens, e corsero i suoi distaccamenti il regno di Borgogna sino alle tanto note città di Lione e Besanzone. La memoria di quelle devastazioni è stata lungamente conservata dalla tradizione, avvegnachè non la perdonava Abderamo nè a paese, nè ad abitanti; e la invasion della Francia, fatta dai Mori e dai Musulmani, ha dato origine a quelle favole, con cui ne' romanzi di cavalleria hanno guastato sì bizzarramente i fatti, e che dall'Ariosto furono ornate di tinte così brillanti e piacevoli. Nello stato di decadimento in cui giaceano la società e le arti, le città abbandonate dagli abitanti non offerivano ai Saracini che una preda miserabile: il più ricco bottino consistette negli spogli delle chiese e dei monasteri cui diedero al fuoco dopo averli saccheggiati. S. Ilario di Poitiers e San Martino di Tours[465], in queste occasioni, dimenticarono quel poter miracoloso che dovea difendere le loro tombe[466]. Avean corso trionfando i Saracini lo spazio di più di mille miglia dallo scoglio di Gibilterra sino alle rive della Loira; continuando così altrettanto, sarebbero giunti ai confini della Polonia ed ai monti della Scozia: il passaggio del Reno non è già più malagevole di quello del Nilo e dell'Eufrate, e da un'altra parte il navile arabo avrebbe potuto penetrar nel Tamigi senza dare una battaglia navale. Oggi forse nelle scuole di Oxford si spiegherebbe il Corano, e dall'alto delle sue cattedre si dimostrerebbe[467] a un popolo circonciso la santità, e la verità della rivelazione di Maometto[468].
[A. D. 732]