Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 10
Part 23
II. _Egli è essenziale alla natura umana l'essere capace di volere, di sentire, di agire, di conoscere, di aver sentimento della sua esistenza; se non vi fosse in Gesù Cristo che un solo principio, che sentisse, che conoscesse, che volesse, e che avesse sentimento della sua esistenza, e delle sue azioni, l'anima umana sarebbe in lui annichilata, e confusa colla natura divina, con cui non farebbe che una sostanza, o converrebbe che la natura umana fosse sola, e per conseguenza che il Verbo non si fosse incarnato. Il Monotelismo che suppone una sola volontà in Gesù Cristo, o ricade nell'Eutichianismo, o nega l'Incarnazione (Atti del Concilio VI). Per lo che quantunque non vi sia in Gesù Cristo, che una sola persona che agisce, vi sono tuttavia più operazioni, a le due nature, che compongono la sua persona, e concorrono ad una azione, hanno le loro operazioni proprie di ciascheduna, e perciò si dicono Teandriche, ossia divinamente umane. Le azioni Teandriche non racchiudono dunque una sola operazione, ma due, una divina, e l'altra umana, le quali concorrono ad un medesimo effetto, e perciò quando Gesù Cristo faceva miracoli col suo tatto, l'umanità toccava i corpi, e la divinità li guariva. Se l'umanità di Gesù Cristo voleva qualche cosa, il Verbo voleva che volesse, e la spingeva a volere, secondo il decreto della sua sapienza._
_I Monoteliti difesero la loro erronea opinione fortemente, e furono vivamente confutati. Macario, Vescovo d'Antiochia, difese il Monotelismo con tutto lo sforzo dello spirito, e dell'erudizione; protestò, che si lascierebbe piuttosto fare a pezzi, che riconoscere due volontà, e due operazioni in Gesù Cristo: sostenne la sua opinione con moltissimi passi d'antichi scrittori ecclesiastici, ma erano troncati, ed alterati. Finalmente il Concilio, che fu il VI generale, esaminati gli argomenti del questionatori, definì che riconosceva, e confermava le decisioni dei cinque anteriori Concilj generali, e dichiarò inoltre, che vi sono in Gesù Cristo due volontà, e due operazioni, e che queste due volontà si trovano in una sola persona senza divisione, senza mescolamento, e senza mutazione, e che queste due volontà non sono in verun modo contrarie, ma che la volontà umana segue la divina, e le è interamente soggetta; vietò d'insegnare il contrario sotto pena di deposizione per i Vescovi e per i chierici, e di scomunica per i laici. Furono condannati i vescovi Pirro, Sergio, Paolo, ed il Papa Onorio, come Monoteliti. Intorno alla condanna di quest'ultimo furono fatte moltissime discussioni, specialmente da' difensori dell'infallibilità de' Papi: Vedi Natale Alessandro. Dissert. II in saec. 7, Combesis, Hist. Monot. Du Pin, Bibl. T. 5, l. 1, c. 19. Petavio, Dogm. Teol., T. 5, l. 1. I protestanti hanno scritto pure intorno a ciò: vedi lo Spanheim, introd. ad Hist. Sacram. T. 2. Basnage, Histoire de l'Eglise. Martino Cheldenio, De Monotelismo Honorii Papae etc. Appena terminato il Concilio l'Imperatore di Costantinopoli, Costantino Pogonato, fulminò con un decreto i Monoteliti._ (Nota di N. N.).
[299] _V._ Ockley (vol. I, p. 308-312), che pone in ridicolo la credulità del suo autore. Quando Eraclio fece questo addio alla Sorìa, _Vale, Syria, et ultimum vale_, profetizzò che i Romani non rimetterebbero il piede in quella provincia che dopo la nascita di un funesto rampollo, che sarebbe il flagello dell'Impero (Abulfeda, p. 68). Io non conosco nè poco nè punto il senso mistico di questa predizione, che forse non ne aveva di sorta alcuna.
[300] Nel buio dell'oscura ed inesatta cronologia di questi tempi ho per guida un monumento autentico (che sta nel libro delle cerimonie di Costantino Porfirogenito) il quale attesta, che il 4 giugno, A. D. 638, l'imperatore coronò nel palagio di Costantinopoli Eraclio suo figlio cadetto alla presenza di Costantino suo figlio primogenito, e che il 1 gennaio, A. D. 639, i tre principi andarono alla gran chiesa, e il 4 all'Ippodromo.
[301] Sessantacinque anni prima di Cristo, _SYRIA Pontusque monumenta sunt Cn. Pompeii virtutis_ (_Vell. Paterculus_, II, 38), o piuttosto della sua fortuna e potenza: dichiarò provincia romana la Sorìa: e gli ultimi dei principi Seleucidi furono inetti ad armare un sol braccio in difesa del lor patrimonio (_V._ i testi originali raccolti dall'Usserio. _Annal._, p. 420).
[302] Abulfeda, _Annal. Moslem._ p. 73. Poteva Maometto aver la scaltrezza di variare gli elogi pe' suoi discepoli. Era solito dire d'Omar, che se potesse esservi dopo lui un Profeta Omar lo sarebbe, e che sarebbe risparmiato dalla giustizia divina in una disgrazia generale (Ockl. vol. I, p. 221).
[303] Al-Wakidi pure avea scritto l'istoria della conquista del Diarbekir ossia della Mesopotamia (Ockley, sul fine del secondo volume) non veduta, per quanto pare, dai nostri interpreti. La cronaca di Dionigi di Telmar, patriarca giacobita, racconta la presa di Edessa, A. D. 637, e di Dara, A. D. 641 (Assemani _Bibl. ortent._ t. II, pag. 103); e i lettori attenti ponno attignere alcuni particolari incerti dalla _Cronografia_ di Teofane (p. 280-287). La maggior parte delle città della Mesopotamia si arresero spontanee (Abulfaragio, p. 112).
[304] _Sanno i dotti che cotale lettera è apocrifa._ (Nota di N. N.)
[305] Sognò di essere in Tessalonica, sogno del tutto innocente e insignificante; ma il suo indovino, o la sua vigliaccheria gli fecero un presagio certo di sconfitta racchiuso in quella funesta parola βες αλλω νικην, dà la vittoria a un altro (Teoph. p. 286: Zonara t. II, l. XIV, p. 88).
[306] Tutti i passi e tutti i fatti relativi all'isola, alla città e al colosso di Rodi furon raccolti nel laborioso Trattato di Meursio, che fece le stesse ricerche sulle isole di Creta e di Cipro (_V._ nel terzo volume delle sue opere il Trattato denominato _Rhodus_ l. I, c. 15; p. 715-719). L'ignoranza di Teofane e di Costantino, scrittori dell'istoria Bizantina, fa ascendere a mille trecento sessant'anni lo spazio di tempo trascorso fra la caduta del colosso di Rodi e la vendita de' suoi frantumi fatta da' Saraceni, e scioccamente assicurano che quei rottami fecero il carico di trentamila cammelli.
[307] _Centum colossi alium nobilitaturi locum_, scrive Plinio col suo spirito solito (_Hist. natur._, XXXIV, 18).
[308] Sappiam questo fatto dall'ardire d'una vecchia che gliene fece rimbrotto in faccia al Califfo, e ad un suo amico. La quale fu mossa a ciò dal silenzio d'Amrou e dalle liberalità di Moawiyah (Abulfeda, _Annal. Moslem._, p. 111).
[309] Gagnier (_Vie de Mahomet_, t. II, pag. 46 ec.) cita l'istoria o il romanzo abissinio di Abdel-Balcides. Questi ragguagli per altro sulla ambasceria e sull'ambasciatore non sono inverisimili.
[310] Questa risposta ci fu conservata dal Pocock (_Not. ad Carmen Tograi_, p. 284), e il signor Harris (_Philosophical Arrangements_, p. 350) giustamente la loda.
[311] _V._, sulla vita e il carattere d'Amrou, Ockley (_Hist. of the Saracens_, vol. I, p. 28, 63, 94, 328, 342, 344, e alla fin del volume; vol. II, p. 51, 55, 57, 74, 110, 112, 162) e Otter (_Mém. de l'Acad. des inscr._ t. XXI, p. 131-132). I lettori di Tacito raffronteranno sicuramente Vespasiano e Muziano con Moawiyah e Amrou. L'analogia per altro sta più nella situazione che nel carattere di questi personaggi.
[312] Anche Al-Wakidi ha composto un'istoria particolare della conquista d'Egitto, ma Ockley non potè procacciarsela; e le indagini di quest'ultimo (vol. I, p. 344-362) pochissimo aggiunsero al testo originale d'Eutichio (_Annal._ t. II, p. 296-323, vers. Pocock), Patriarca melchita d'Alessandria che visse tre secoli dopo quella rivoluzione.
[313] Strabone, testimonio esatto ed osservatore, parlando d'Eliopoli, nota che νυνι μεν ουν εκι πανερημος η πολις _ora è quella città al tutto deserta_ (_Geographia_ l. XVII, p. 1158); ma parlando di Menfi dice, πολις δ’εσι μεγαλη τε κα: ευανδρος δευτερα μετ’ Αλεξανδρειαν _città grande e popolosa, seconda dopo Alessandria_ (p. 1161). Accenna tuttavia la mescolanza d'abitatori, e la rovina dei palazzi. Ammiano ragionando dell'Egitto, propriamente detto, pone Menfi fra le quattro città, _maximis urbibus quibus provincia nitet_,(XXII 16), e il nome di Menfi appare illustre nell'itinerario romano, e nella lista dei vescovadi.
[314] Non si trovano che in Niebuhr, e nel geografo di Nubia (p. 98) questi ragguagli curiosi su la larghezza (duemila novecento quarantasei piedi) e sui ponti del Nilo.
[315] Comincia il Nilo ad ingrossare a poco a poco dopo il mese di Aprile: l'elevazione si fa più sensibile nel tempo della luna che viene dopo il solstizio d'estate (Plinio, _Hist. nat._, v. 10), e si pubblica per lo più al Cairo nel giorno di S. Pietro (29 giugno). Da un registro di trent'anni viene indicata la maggior altezza delle acque fra il 25 luglio e il 18 agosto (Maillet, _Descript. de l'Egypte_ lettera XI, p. 67, ec. Pocock, _Description de l'Orient_, vol. I, p. 200; Shaw's _Travels_, p. 383).
[316] Murtadi, _Merveilles de l'Egypte_, p. 243-259. Si dilunga egli su questo argomento con lo zelo, e collo spirito minuzioso d'un cittadino e d'un devoto, e le sue tradizioni locali hanno gran sembianza di verità ed esattezza.
[317] D'Herbelot, _Bibl. orient._ p. 233.
[318] È benissimo conosciuta e fu descritta la situazione del vecchio e nuovo Cairo. Due scrittori, che aveano perfetta cognizione dell'antico e del moderno Egitto, fissarono dopo dotte indagini il sito di Menfi a _Gizeh_ rimpetto al vecchio Cairo (Sicard, _Nouveaux Mémoires des Missions du Levant_, t. VI, p. 5, 6; _Observat. et Voyages de Shaw_, p. 296-304). Dobbiam per altro rispettare non poco l'autorità e gli argomenti del Pocock (vol. I, p. 25-41), del Niebuhr (_Voyage_, t. I, p. 77-106), e particolarmente del d'Anville (_Description de l'Egypte_, p. 111, 112, 130-149), i quali collocan Menfi appresso il villaggio di Mohannah alcune miglia più abbasso verso mezzogiorno. Questi scrittori, nel fervor della disputa, dimenticarono che il vasto terreno d'una metropoli cuopre, ed annulla la più gran parte dello spazio che forma il subbietto di questa discussione.
[319] _V._ Erodoto, l. III, c. 27, 28, 29: Eliano, _Hist. Var._ l. IV, c. 8: Suida in Ωχος, t. II, p. 794; Diodoro di Sicilia t. II, lib. XVII p. 197, ediz. di Wesseling. Των Περσων ησεβηκοτων εις τα ιερα, _dei Persiani violatori dei templi_, dice l'ultimo di questi Storici.
[320] _Quei cristiani Egiziani, che non vollero ricevere la decisione del Concilio ecumenico di Calcedonia, che aveva decretato contro Eutiche, Abate di un monastero, esservi in Gesù Cristo due nature, sono nominati_ Cofti, _o_ Copti, _o_ Giacobiti, _ed a cagione della loro erronea opinione, d'esservi in Gesù Cristo una sola natura, sono detti con greco vocabolo_ Monofisiti. _Al tempo del Concilio di Calcedonia ed anche poco dopo erano intorno a seicentomila; oggidì sono ridotti a circa quindicimila per le persecuzioni, e gli atroci massacri che ne fecero i Cattolici sostenitori del Concilio di Calcedonia. Il Capo della Chiesa Copta fu ed è il Patriarca d'Alessandria, successore di S. Marco evangelista._
_Il Concilio di Calcedonia colla sua decisione, e colla deposizione di Dioscoro, Patriarca d'Alessandria, aveva irritato tutti gli spiriti de' Cristiani d'Egitto, ed accesosi contro un grande fanatismo in quella vasta provincia. La severità delle leggi degli imperatori di Costantinopoli a sostenimento de' decreti del Concilio, ed i mezzi adoperati dal partito perseguitato, posero a grandi turbolenze l'Egitto. La forza imperiale fece prevalere ed eseguire le decisioni del Concilio, ed i cristiani Cofti d'Egitto dai Cattolici vincitori furono esclusi da tutte le dignità civili, militari, ed ecclesiastiche, e furono da Costantinopoli spediti nuovi governatori, nuovi magistrati, nuovi vescovi. Malgrado la persecuzione, ed il massacro di centomila Cofti in diverse occasioni, essi non furono estinti dai sostenitori del Concilio di Calcedonia: una parte di loro, abbandonata la patria ed usciti dal dominio imperiale, trovarono pace presso gli Arabi, che tolleravano tutte le religioni, ed in alcune altre province dell'Affrica; quelli che rimasero in Egitto ebbero sempre a soffrire, finchè vi durò il dominio degli imperatori Greci, ogni specie di persecuzioni, e d'oltraggi. I governatori Greci facevano sostenere la tavola (Hist. Patriar. Alexand. pag. 164) del loro pranzo da alcuni Cofti, e si nettavano le mani nelle loro barbe, affronto il più grande che loro far si potesse, e che, unito a tutti gli altri mali che soffrivano, pose negli animi loro un odio implacabile contro gli imperatori Greci di Costantinopoli, e contro i decreti del Concilio di Calcedonia, ed un desiderio di vendetta cui soddisfecero, allorchè, passati i sentimenti di generazione in generazione, il generale Arabo, il maomettano Amrou, s'avvicinò all'Egitto duecento anni dopo. I pochi superstiti Cofti hanno anche oggidì presente alla memoria l'orribile massacro di centomila de' loro antenati, affinchè accettassero i decreti del Concilio di Calcedonia. I Cofti rigettando quel Concilio, e la lettera del Papa Leone I, nè volendo convenire, siccome fu loro inculcato dai loro Vescovi, che vi sieno due nature in Gesù Cristo, dicono poi coi Cattolici, che la divinità, e l'umanità di lui non sono in verun modo confuse nella sua persona; e quando si eccettui il loro monofisismo, che consiste appunto nel negare le due nature, non hanno alcun'altra torta credenza particolare. La Chiesa Cofta dall'epoca del Concilio di Calcedonia è stata sempre separata dalla Chiesa Cattolica romana._ (Nota di N. N.).
[321] Mokawkas mandò al Profeta due vergini Cofte colle loro fantesche, ed un eunuco; un vaso d'alabastro, una verga d'oro puro, dell'olio, del mele, e le più belle tele dell'Egitto; un cavallo, un mulo, e un asino, tutti e tre insigni per qualità particolari. L'ambasceria di Maometto partì da Medina il settimo anno dell'Egira (A. D. 628) _V._ Gagnier (_Vie de Mahomet_, t. II, p. 255, 256, 303) che copia Al-Jannabi.
[322] Eraclio aveva commessa al patriarca Ciro la prefettura dell'Egitto, e la direzione della guerra (Theoph. p. 280, 281). «Non consultate voi in Ispagna i vostri preti? diceva Giacomo II. — Sì, gli rispose l'ambasciator del re Cattolico, e i nostri affari van di conseguenza». Non oso davvero riferire i disegni di Ciro, che volea pagare il tributo ai Musulmani senza scemar le rendite dell'imperatore, e convertire Omar dandogli in isposa la figlia d'Eraclio. (Nicephor., _Breviar._ p. 17, 18).
[323] _V. la vita di Beniamino_ in Renaudot (_Hist. patr. Alexand._, pag. 155-172) il quale ha corredata l'istoria del conquisto dell'Egitto con alcuni fatti tolti dal testo arabo di Severo, isterico Giacobita.
[324] Il primario tra i Geografi, il d'Anville (_Mémoires sur l'Egypte_, p. 52, 63), ci ha data la descrizion locale d'Alessandria; ma ne dobbiam cercar alcune particolarità ulteriori ne' viaggiatori moderni: non citerò che Thevenot (_Voyage au Levant_, part. I, p. 381-395); Pocock (vol. I, p. 2-13); Niebuhr (_Voyage en Arabie_, t. I, p. 34-43); due viaggi più recenti ed emuli, quelli del Savary e del Volney, potranno il primo dilettare, l'altro istruire.
[325] Eutichio (_Annal._ t. II, p. 319), ed Elmacin (_Hist. Saracen._, p. 28) son d'accordo nel fissar la presa d'Alessandria nel venerdì della nuova luna di Moharram, nel ventesimo anno dell'Egira (22 dicembre A. D. 640). Contando i quattordici mesi passati davanti ad Alessandria, i sette mesi davanti Babilonia ec., parrebbe che Amrou cominciasse l'invasion dell'Egitto sulla fine dell'anno 638; ma si sa per cosa certa che entrò in quel paese il dodici di bayni (sei giugno). (Murtadi, _Merveilles de L'Egypte_, p. 164; Severo, _apud_ Renaudot p. 162). Il general Saraceno, e poi Luigi IX re di Francia si fermarono a Pelusio, o Damiata, durante l'inondazion del Nilo.
[326] Eutichio, _Annal._, t. II, p. 316-319.
[327] Non ostante qualche contraddizione fra Teofane e Cedreno, l'esatto Pagi (_Critica_, t. II, pag. 824) ha ricavata da Niceforo e dalla cronaca orientale la vera data della morte d'Eraclio. Finì egli i suoi giorni l'11 febbraio, A. D. 641, 60 giorni dopo perduta Alessandria. Una lettera in dodici giorni arrivava da Alessandria a Costantinopoli.
[328] Ci restano molti Trattati di questo amante della fatica (φιλοπονος): ma si leggono quelli che sono stampati come quelli che non furono pubblicati mai; Mosè ed Aristotele sono i subbietti principali di que' verbosi commentari, uno de' quali porta la data del 10 maggio, A. D. 617 (Fabricio, _Bibl. graec._ t. IX, p. 458-468). Un moderno (Giovanni-le-Clerc), che qualche volta s'appropriava quel nome, era tanto laborioso quanto il Filopono d'Amrou, ma superiore a lui in buon senso, e in vero sapere.
[329] Abulfaragio, _Dynast._, p. 114. vers. Pocock. _Audi quid factum sit et mirare._ Non la finirei mai se volessi dare il catalogo dei moderni che credettero e stupirono: ma debbo citare con elogio lo scetticismo ragionevole di Renaudot (_Hist. Alex. patriar._, p. 170; _Historia..... habet aliquid_ απιστον _(incredibile) ut Arabibus familiare est_).
[330] Indarno si cercherà questo aneddoto curioso negli annali d'Eutichio e nella storia de' Saraceni d'Elmacin. Il silenzio d'Abulfeda, di Matardi, e d'una folla di Musulmani dee produrre minor effetto, perchè non conoscevano la letteratura de' Cristiani.
[331] _È vero che_ ortodosso_, in sostanza, non vuol dir altro che uomo di retta opinione; è vero che gli Arabi maomettani credevano che la loro opinione religiosa fosse tale, a quindi era ortodossa rispetto a loro; ma, secondo la teologia nostra, il vocabolo_ ortodosso _può soltanto adoperarsi parlando de' Cattolici, ed è assai male applicato ai Maomettani._ (Nota di N. N.)
[332] _V._ Reland, _De Jure militari Mohammedanorum_ nel terzo volume delle _Dissertazioni_ p. 37. Non si vuole che siano arsi i libri de' Giudei e de' Cristiani pel rispetto che si debbe al _nome_ di Dio.
[333] Si consultino le Raccolte del Freinsheim (_Supplément_ de Tite-Live, c. 12-43) e dell'Usserio (_Annal._ pag. 469). Scrive Tito Livio parlando della biblioteca d'Alessandria: _Elegantiae regum curaeque egregium opus_, elogio dettato da un animo nobile, e vivamente criticato dal rigido stoicismo di Seneca (_De tranquillitate Animi_, c. 9) il sapere del quale degenera spesso sino a sragionare.
[334] _V._ il capitolo XXVIII di quest'opera.
[335] Aulo Gellio (_Nuits attiques_ VI, 17), Ammiano Marcellino (XXII, 16) e Orosio (l. VI, c. 15); parlan tutti in tempo passato, e le parole d'Ammiano son da notarsi: _fuerunt Bibliothecae innumerabiles: et loquitur monumentorum veterum concinens fides_, etc.
[336] Afferma Renaudot che furono arse varie versioni della Bibbia, degli Esapli, delle _Catenae patrum_, de' commentari ec. (p. 170). Il nostro manoscritto d'Alessandria, se è venuto dall'Egitto, e non da Costantinopoli o dal Monte Atos ( Westein, _Prolegomen._, _ad_ N. T., p. 8, ec.), avrebbe potuto andare colle Opere consacrate alle fiamme.
[337] Ho letto sovente, e sempre con piacere, un capitolo di Quintiliano (_Instit. Orat._ X, 1), dove questo giudizioso critico enumera ed apprezza, con giusta bilancia, i vari autori classici, Greci e Latini.
[338] Citerò solamente Galeno, Plinio, ed Aristotele. Il Wotton (_Reflexions on ancient and modern learning_, p. 85-95) oppone su questa materia fortissime ragioni alle pungenti ed immaginarie asserzioni di Sir Will. Temple. I Greci aveano in tanto disprezzo la scienza dei Barbari, che probabilmente avran collocato nella Biblioteca Alessandrina pochi libri indiani o etiopici, e non è provato che questa esclusione sia stata una gran perdita per la filosofia.
[339] Il signor Ockley e i compilatori della storia universale moderna, tanto contenti della lor fatica, non hanno scoperto queste particolarità curiose ed autentiche riferite dal Murtadi (p. 284-289).
[340] Eutichio, _Annal._ tom. II, p. 320; Elmacin, _Hist. Saracen._, p. 35.
[341] È molto oscuro ciò che si riferisce a quei canali. Tocca al lettore di fissar la sua opinione colla lettura di d'Anville (_Mém. sur L'Egypte_, p. 108-110-124, 132), e di una dotta tesi sostenuta e stampata a Strasburgo nel 1770 (_Jungendorum marium fluviorumque molimina_, pag. 39-47, 68-70). I Turchi stessi, comecchè negligentissimi, hanno discusso L'antico disegno di congiungere i due mari (_Mémoires du baron de Tott_, t. IV).
[342] Pietro Vatier diede alla luce nel 1666, in Parigi, un volumetto delle _Meraviglie dell'Egitto_ composto nel tredicesimo secolo da Murtadi, abitante del Cairo, e tradotto sopra un manoscritto arabo che fu del cardinal Mazarino. Ciò che dice l'autore delle _Antichità Egiziane_ è assurdo e stravagante: ma i suoi racconti minuti sulla conquista e sulla geografia della sua patria son degni di fiducia e di stima (_V._ la Corrispondenza d'Amrou e d'Omar p. 279-289).
[343] Maillet, che fu vent'anni Console al Cairo, aveva avuto mille occasioni diverse d'esaminare questo variato spettacolo. Parla del Nilo (_Lettera_ II, e in particolare p. 70-75) e della fertilità del suolo (_Lettera_ IX). Gray, che viveva in un collegio di Cambridge, ha dato su quella contrada un'occhiata più acuta:
«In quei climi ardenti ove il Nilo, elevandosi sopra le sponde del suo letto d'estate, versa dal suo largo seno la vita alla verdura, e copre l'Egitto colle umide sue ali, qual meraviglioso spettacolo si presenta allo sguardo, quando si vede condotto da un remo ardito, o da una leggera vela, quel popolo polveroso che naviga a seconda di zefiro, o che su fragili battelli passa dall'una all'altra di quelle città ravvicinate che sorgono e splendono di sopra dei flutti che le circondano!» (_Works and Memoirs of Gray_ edizione di Mason p. 199, 200).
[344] Murtadi, p. 164-167. Non crederà di leggieri il lettore ai sagrifizi umani sotto imperatori cristiani, nè ad un miracolo fatto dai successori di Maometto.
[345] Maillet, _Description de l'Egypte_, p. 22. Segna egli questo numero come opinione _comune_, e soggiunge che generalmente quei villaggi contengono due o tremila persone, e che in parecchi vive più gente che nelle nostre grandi città.
[346] Eutichio, _Annal._, t. II, p. 308-311. I venti milioni furono calcolati dalle massime seguenti: un duodecimo della popolazione per l'età superiore ai sessant'anni, un terzo per quella che non passa i sedici; e la proporzion dagli uomini alle donne di diciassette a sedici. (_Recherches sur la population de la France_, pag. 71, 73). Il signor Goguet (_Orig. des arts_, etc. t. III, p. 26 ec.) suppone che l'antico Egitto contenesse ventisette milioni d'abitanti, perchè i millesettecento compagni di Sesostri erano nati lo stesso giorno.
[347] Elmacin (_Hist. Saracen._ p. 218); d'Herbelot senza scrupolo ammette questo enorme computo (_Bibl. orient._, p. 1031); Arbuthnot (_Tables of ancient coins_, p. 262) e il de Guignes (_Hist. des Huns_, t. III, p. 135) avrebbero potuto ammettere la non meno strana generosità d'Appiano, che dona ai Tolomei (_in Praefat._) un'entrata annua di settantaquattro miriadi, settecentoquarantamila Talenti, cioè cento ottantacinque, o circa duecento milioni di lire sterline, se si fa il conto sul valore del Talento di Egitto o di quello d'Alessandria (Bernard, _De Ponderibus antiquis_, p. 186).
[348] _V._ i calcoli del d'Anville (_Mém. sur l'Egypte_, p. 23 ec.). Il signor di Paw, dopo qualche disputa da uomo di mal umore, non può valutare più di duemila dugento cinquanta leghe quadrate (_Recherches sur les Egyptiens_, t. I, p. 118-121).