Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 10

Part 22

Chapter 223,444 wordsPublic domain

[252] Al-Wakidi, Cadì di Bagdad, che nacque A. D. 748, che morì A. D. 822, ha composto una storia particolare del conquisto della Sorìa; ha pure scritta la storia del conquisto dell'Egitto, del Diarbekir ec. Al-Wakidi, migliore dei Cronichisti sterili e recenti degli Arabi, ha il doppio merito d'essere antico, e molto minuto nel raccontare; le novelle, e le tradizioni che riferisce dipingono senza arte la natura umana e il suo secolo: per altro la sua narrazione è troppo spesso difettosa, piena di particolarità meschine e inverosimili. Sinchè non si scoprano opere migliori sarà preziosa la versione datane dal dotto e franco Ockley, e questo autore non merita le critiche virulente che Reiske si permise (_Prodidagmata ad Hadji califae Tabulas_, p. 236). Mi duole il cuore a pensare che Ockley terminò il suo lavoro in prigione (_V._ la Prefazione del primo volume, A. D. 1708, e la Prefazione del secondo, 1718, colla lista degli autori che sta in fine).

[253] Al-Wakidi ed Ockley (t. I; p. 22-27 ec.) riferiscono le istruzioni ec., sulla guerra di Sorìa. È d'uopo restringere in poco le notizie che danno, ed è inutile citarle di continuo; mi credo obbligato a indicare gli altri Scrittori.

[254] Non ostante questo precetto, il Signor de Paw (_Recherches sur les Egyptiens_, t. II, p. 192 ediz. di Losanna) rappresenta i Bedoini come nemici implacabili dei monaci cristiani. Per me credo che si possa spiegare questa contraddizione da una parte colla avidità degli Arabi, dall'altra coi pregiudizi del filosofo Tedesco.

[255] Anche nel settimo secolo i monaci in generale erano laici con capellatura lunga e sparsa, che poi tagliavano quando erano ammessi al sacerdozio. La tonsura circolare era emblematica, e mistica; figurava la Corona di Spine che fu messa in capo a Gesù Cristo; ma indicava altresì il diadema reale, ed ogni sacerdote era un re ec. (Thomassin, _Discipline de l'Eglise_ t. I, p. 721-758, e specialmente, p. 737-738).

[256] _Hinc Arabia est conserta, ex alio latere Nabathaeis contigua; opima varietate commerciorum, castrisque oppleta validis et castellis, quae ad repellendos gentium vicinarum excursus, sollicitudo perviget veterum per opportunos saltus erexit et cautos._ (Amm. Marcell., XIV, 8; Reland, _Palest._, t. I, p. 85, 86).

[257] Ammiano loda le fortificazioni di Gerasa, di Filadelfia, e di Bosra, _firmitate cautissimas_. Meritavano gli stessi elogi al tempo di Abulfeda (_Tab. Syr._ p. 99), il quale descrive questa città, metropoli di Hawran (Auranitis), lontana quattro giornate da Damasco. Il Reland ne spiega la etimologia ebraica (_Palest._ t. II, p. 666).

[258] Maometto che predicava la sua religione in un deserto, ed a guerrieri, dovè permettere che in mancanza di acqua si facessero le abluzioni colla sabbia (_Koran_. c. 3, p. 66: c. 5, p. 83); ma i casisti Arabi e Persiani hanno imbrogliato questa permission pura e semplice in un ammasso di delicatezze, e di distinzioni (Reland, _De relig. Moham._ l. I, p. 82, 83; Chardin, _Voyages en Perse_, t. IV).

[259] _Sonarono le campane_ (Ockley t. I, p. 38). Ma dubito forte che il testo di Al-Wakidi, o l'uso del tempo, non possano giustificare questa espressione. _Ad Graecos_, dice il dotto Ducange (_Gloss. med. et infim. Graecit._, t. I, p. 774) _campanarum usus, serius transit et etiamnum rarissimus est._ L'epoca più antica in cui dagli scrittori di Bisanzio si faccia menzione delle campane è riportata all'anno 1040. Ma pretendono i Veneziani d'avere introdotte le campane a Costantinopoli sin dal nono secolo.

[260] Si trova una minuta descrizion di Damasco presso il Sceriffo Al-Edrisi (_Geogr. nubien_, pag. 116, 117) e Sionita suo traduttore (_Appendix_, c. 4) Abulfeda (_Tabul. Siriae_, p. 100), Schultens (_Index Geogr. ad vit. Saladin_), d'Herbelot (_Bibl. orient._ pag. 291), Thevenot (_Voyages du Levant_, part. I, pag. 688-698), Maundrell (_Voyage d'Alep à Jerusalem_, p. 122-130) e Pocock (_Descript. de l'Orient_, vol. II, p. 117-127).

[261] _Nobilissima civitas_, dice Giustino. Secondo le tradizioni orientali era anteriore ad Abramo o a Semiramide. (Giuseppe, _Antiq. jud._ l. I, c. 6, 7, p. 24-29 edit. Havercamp. Justin. XXXVI, 2).

[262] Εδει γαρ οιμαι την Διος πολιν αληθως και κης Εωας απασης οφθαλμον, την ιεραν και μεγισην Δαμασκον λεγω, τοις τε αλλοις συμπασιν, οιον ιερων καλλει, και νεων μηγεθει. Και ωρων ευκαιρια και πηγων αγλαια και ωοταμων πληθει, και γης ευφορια νικωσαν, etc. _Imperocchè io reputo doversi veramente considerarla per città di Giove, e per occhio di tutto l'Oriente,_ Damasco io dico, _quella santa città è la maggiore fra tutte l'altre anche per la sola magnificenza dei luoghi sacri, e per la grandezza dei templi. Superiore a tutt'altra e per la temperie delle stagioni, e per la vaghezza delle fontane, e per la fertilità del terreno_ ec. (Giuliano _epist._ 24, p. 392). Questi begli epiteti son dati all'occasione dei fichi di Damasco di cui ne manda l'autore un centinaio al suo amico Serapione; e Petavio, Spanheim ec. (p. 390-396) inseriscono questo tema d'un retore fra le epistole autentiche di Giuliano. Come mai non s'avvidero che l'autore di questa lettera (il quale ripete tre volte che questo fico particolare non cresce che παρα ημιν _nel nostro paese_) era un abitante di Damasco, città ove Giuliano non entrò mai, nè mai vi si accostò?

[263] Voltaire che dà un'occhiata vivace e penetrante alla superficie dell'istoria, è stato sorpreso dalla somiglianza che trovasi fra i primi Musulmani e gli eroi dell'Iliade, tra l'assedio di Troia e quello di Damasco (_Hist. générale_, t. I, pag. 348).

[264] È un passo del Corano, c. IX, 32: LVI, 8. I Musulmani, come i fanatici Inglesi dell'ultimo secolo, citavano ad ogni occasione le loro scritture sia nelle conversazioni familiari, sia nei casi di qualche momento; per altro queste citazioni non erano tanto bizzarre quanto le frasi ebraiche trapiantate nel clima e nel dialetto della Gran Brettagna.

[265] Il nome di Werdan non era noto a Teofane, e comunque abbia potuto appartenere a un capitano Armeno, nella terminazione e nella pronunzia non manifesta origine greca. Se gli storici Bizantini sfigurano i nomi orientali, gli Arabi rendettero ad essi una pariglia, come prova questo caso speciale; trasponendo le lettere greche da destra a sinistra si scontra nel nome assai comune di _Andrew_ l'anagramma di _Werdan_, e in questa guisa è accaduto forse lo sbaglio di nome.

[266] La vanità persuase agli Arabi che Tommaso fosse genero di Eraclio. Si sanno i figliuoli che ebbe Eraclio da due mogli, e sicuramente la sua augusta figlia non s'era maritata per vivere in esigilo a Damasco. (_V._ Ducange _Fam. byzant._ p. 118-119). Se Eraclio fosse stato men pio, crederei quasi che si trattasse d'una figlia naturale.

[267] Al-Wakidi (Ockley p. 101) scrive che Tommaso scagliava _dardi avvelenati_; ma questa invenzione dei Selvaggi è tanto contraria all'uso dei Greci e de' Romani, ch'io diffido molto in questo caso della credulità malevola de' Saraceni.

[268] Abulfeda non conta che settanta giorni spesi nell'assedio di Damasco (_Annal. Moslem._ p. 67, vers. Reiske); ma Elmacin, che riferisce questa opinione, prolunga a sei mesi la durata dell'assedio, e dice che i Saraceni fecero uso di _baliste_ (_Hist. Saracen._ p. 25-32). Nemmeno quest'ultimo conto basta a riempiere lo spazio che si trova fra la battaglia di Aiznadin (luglio A. D. 633) e l'esaltamento di Omar (24 luglio A. D. 634), sotto il regno del quale tutti gli autori d'accordo pongono la presa di Damasco (Al-Wakidi presso Ockley vol. I, p. 115, Abulfaragio, _Dynast._ pag. 112, vers. Pocock). Forse, come alla guerra di Troia, furono interrotte le operazioni dell'assedio da scorrerie sino agli ultimi settanta giorni dell'assedio.

[269] Secondo Abulfeda (p. 125) ed Elmacin (p. 32) pare, che i sovrani Maomettani lungo tempo distinguessero queste due parti della città di Damasco, quantunque non rispettassero sempre la capitolazione (_V._ pure. Eutichio _Annal._, t. II, p. 379, 380-383).

[270] La sorte di questi due amanti ha somministrato al signor Hughes, che li chiama Focio ed Eudossia, l'argomento di una delle tragedie inglesi, la più applaudita generalmente, la quale ha il raro pregio di rappresentare i sentimenti della natura ed i fatti storici, i costumi di quel secolo e i moti del cuore umano. Dalla sciocca delicatezza degli attori fu l'autore obbligato a mitigare il delitto dell'eroe, e la disperazione dell'eroina. Focio non è un vile rinnegato, ma serve gli Arabi per dovere d'alleanza: in vece di spignere Caled a inseguire i cristiani, corre in aiuto dei suoi concittadini; dopo aver ucciso Caled e Derar è ferito mortalmente, e spira agli occhi d'Eudossia, che dichiara l'intenzione di prendere il velo monastico a Costantinopoli. Scioglimento totalmente inetto.

[271] Le città di Gabala e di Laodicea, trascorse dagli Arabi, si vedono tuttavia, ma mezzo rovinate (Maundrell p. 11, 12; Pocock, vol. II, p. 13). Se Caled non gli raggiungeva, i Cristiani avrebbero attraversato l'Oronte sopra un ponte, che avrebbero sicuramente trovato nello spazio delle sedici miglia fra Antiochia e il mare, e potuto avrebbero in Alessandria trovare di nuovo la strada maestra di Costantinopoli. Gli itinerari accennano la direzione della strada, e le distanze (p. 146-148, 581-582 ediz. di Wesseling).

[272] _Dair Abil Kodos._ Togliendo l'ultima parola che è un epiteto, e significa _santo_, rinvengo l'Abila di Lisania posta fra Damasco ed Eliopoli. Questo nome (_Abil_ vuol dire una vigna) concorre, colla situazione, a giustificar la mia congettura (Reland, _Palest._, t. I, p. 317; t. II, p. 525-527).

[273] Io sono più ardito d'Ockley (vol. I, p. 164) che non osa inserire nel testo questa comparazione, sebbene in una nota osservò che l'utile cammello entra sovente nelle similitudini degli Arabi. È da credersi che non sia men celebre il renne nelle poesie de' Lapponi.

[274] «Udimmo il _tecbir_, così chiamano gli Arabi il grido di guerra, quando, nel punto di combattere, con forte voce si appellano al cielo, e sembra che pretendano la vittoria». Questo vocabolo, sì terribile nelle lor guerre sacre, è un verbo attivo (dice Ockley nel suo indice) della seconda conjugazione, da _kabbara_, che significa lo stesso che _Alla acbar_, _Dio è onnipotente_.

[275] La descrizion della Sorìa è la parte più bella, e più autentica della geografia d'Abulfeda, Siro di nascita. È stata pubblicata in arabo e in latino (Lipsia, 17666 in 4), con note erudite del Kochler e del Reiske, e con parecchi estratti di geografia, e di storia naturale cavati da Ibn-l-Wardii. Fra tutti i viaggi moderni quello di Pocock intitolato, _Descrizione dell'oriente_ (della Sorìa, e della Mesopotamia vol. II, p. 88-209), presenta più notizie, e pregi maggiori; ma troppo spesso l'autore confonde le cose che ha vedute con quelle che ha lette.

[276] L'elogio della Sorìa fatto da Dionigi, è giusto e vivace Και την μεν (la Sorìa) πολλοι του και ολβιοι ανδρες εχουσιν πολυπτολιν αιαν, _ed è abitata da molta e felice popolazione_ (in _Perieges._, v. 902, in t. IV, _Geograph. minor._ Hudson). In un altro passo chiama questo paese πολυπτολιν αιαν _terra popolata di città_ (v. 898); poi continua:

Πασα δε τοι λιπαρη και ευβοτος επλετο χωρη Μηλα τε φερβεμεναι ααι δενδρεσι ταρπον αεξειν.

v. 921, 922.

_Tutta la provincia è amena e fertile per pascer gregge, e per arricchire di frutta le piante_ (v. 921, 922).

Questo poeta geografo visse nel secol d'Augusto, e la sua descrizione del Mondo è stata illustrata dal commentario greco di Eustazio, che mostrò ugual rispetto per Omero, e per Dionigi (Fabricio, _Biblioth. graec._ l. IV, c. 2, t. III p. 21 ec.)

[277] Il dotto e giudizioso Reland (_Palest._, t. I, p. 311-326) ha descritto eccellentemente la topografia del Libano, e dell'anti-Libano.

[278]

_ — Emesae fastigia celsa renident_ _Nam diffusa solo latus explicat: ac subit auras_ _Turribus in coelum nitentibus: incola claris,_ _Cor studiis acuit....._ _Denique flammicomo devoti pectora soli_ _Vitam agitant. Libanus frondosa cacumina turget,_ _Et tamen his certant celsi fastigia templi._

Questi versi della traduzion latina di Rufo Avieno non si incontrano nell'original greco di Dionigi: e poichè Eustazio non ne parla, debbo con Fabricio (_Bibl. latin._, t. III, p. 153, ediz. d'Ernesti), e contro l'avviso del Salmasio (_ad Vopiscum_, p. 366, 367, _in Hist. August._), attribuirli alla fantasia d'Avieno piuttosto che al manoscritto da cui attinse.

[279] Son molto più contento del piccolo viaggio in 8. del Maundrell (_Journey_ pag. 134-139) che del pomposo _in folio_ del dottor Pocock (_Description de l'orient_, vol. II; p. 106-113); ma la magnifica descrizione e le belle incisioni dei sig. Dawkins, et Wood, che trasportarono in Inghilterra le rovine di Palmira e di Baalbek, fanno sparire tutte le descrizioni anteriori.

[280] Dagli Orientali si spiega questo fatto miracoloso con un espediente di cui non mancano mai; dicono che gli edifici di Baalbek furono opere delle fate o dei genii (_Hist. de Timur-Bec_, t. III, l. V, c. 23, p. 311, 312; _Voyage_ d'Otter, t. I, p. 83). Abulfeda e Ibn-Chaukel aderiscono ad una opinione che non è meno assurda, e che suppone la stessa ignoranza attribuendoli ai Sabei o Aaditi. _Non sunt in omni Syria aedificia magnificentiora his_ (_Tabula Syriae_, p. 103).

[281] Ho letto in Tacito, o veramente in Grozio, questo passo: _Subjectos habent tanquam suos, viles tanquam alienos._ Alcuni ufficiali Greci rapirono la moglie e trucidarono il figlio di un Siro che li alloggiava; e allorchè questi osò farne doglianza, altro non fece Manuele che sorridere.

[282] _V._ Reland (_Palestine_, t. I, p. 272-283; t. II, p. 773-775). Questo dotto professore avea bene il modo di descriver la Terra Santa, poichè era conoscitore ad un tempo della letteratura greca e latina, dell'ebraica ed araba. Il Cellario (_Geogr. antiq._, t. II, p. 392) e il d'Anville (_Geogr. anc._ t. II, p. 185) parlano dell'Yermuk o del Hieromax. Pare che gli Arabi, e Abulfeda stesso non ravvisino il teatro della loro vittoria.

[283] Queste donne erano della tribù degli Hamyariti, discendenti degli Amalaciti antichi. Le loro spose erano abituate a cavalcare e a combattere come le Amazzoni dell'antichità (Ockley, vol. I, p. 67).

[284] Noi ne abbiamo ucciso centocinquantamila e fatto prigionieri quarantamila, diceva Abu-Obeidah al Califfo (Ockley, vol. 1, p. 241). Non potendo dubitare della sua veracità, nè prestar fede al suo computo, mi do a credere che gli storici Arabi abbiano composto le arringhe e le lettere, che prestano ai loro eroi, come usavano tanti altri storici.

[285] Teofane, dopo avere deplorato i peccati de' Cristiani, soggiunge: (_Cronogr._ pag. 276): ανεση ὀ ερημικος Αμαληκ τυπτωκ ημας τον λαον του Χριςου, και γινεται πρωτη φοραπτωσις του Ρωμαικου σρατου η κατα το Ταβιθαν λεγω. Και Ιερμουκαν και την αθεσμον αιματοχυσιαν _venne a zuffa Amalek del deserto battendo noi che siamo il popolo di Cristo, e questa prima battaglia fu la rotta dell'esercito romano seguìta presso Tabita_ (vuol forse parlare di Aiznadin?), _e l'altra presso Yermuk con enorme strage._ — La sua narrazione è breve ed oscura; ma attribuisse la vittoria dei Musulmani alla superiorità del numero, al vento contrario, e ai nembi di polvere: μη δυνηθεντς αντηπροσωπησαι εχθροις δια τον κονιορτον ηττωνται και εαυτους βαλλοντες εις τας στενοδους Ιερμσχθου ποταμου εκει απωλοντο αρδην, _e non potendo_ (i Romani) _star a fronte de' nemici a cagion della polvere, erano debellati, e cacciando sè stessi nei guadi angusti del fiume dell'Yermuk, quivi annegati perivano_.

[286] _V._ Abulfeda (_Annal. Moslem._, p. 70, 71) il quale riferisce le lamentazioni poetiche di Jabalah medesimo, e gli elogi d'un poeta Arabo, a cui, per mezzo d'un ambasciatore d'Omar, furon mandate dal Capo della tribù di Gassan cinquecento pezze d'oro.

[287] _La Terra Santa, ovvero la Palestina, devesi considerare consacrata per le rivelazioni di Mosè, e perchè vi condusse la vita Gesù Cristo, e perchè in essa s'operò il mistero della Redenzione de' fedeli, ma non già per alcuna relazione a Maometto; nè Gesù Cristo ha bisogno di quella riverente stima, che Maometto gli professò, e molto meno importa a' fedeli Cristiani, che i Musulmani avessero divozione per Gerusalemme._ (Nota di N. N.)

[288] L'uso de' profani avea prevalso nel nome della città: era conosciuta dai devoti cristiani per quello di Gerusalemme (Euseb. _De martyr. Palest._, c. II); ma la denominazione legale e popolare di _Aelia_ (la colonia d'Elio Adriano) era dai Romani passata agli Arabi (Reland _Palest._, t. I, p. 209, t. II, p. 835; di Herbelot _Bibl. orient._, articolo _Cods_, p. 269; _Ilia_, p. 420). L'epiteto _Al-Cods_, la santa, è il nome che gli Arabi propriamente danno a Gerusalemme.

[289] _Non devesi nè paragonare, nè confondere il fanatismo de' Musulmani, che li rese vittoriosi e propagatori della lor religione, collo zelo di cui erano animati i Cristiani per difendere il Santo Sepolcro._ (Nota di N. N.)

[290] Ockley (vol. I, p. 250) e Murtadi (_Merveilles de l'Egypte_, p. 200-202) ci descrivono questo viaggio singolare, e il treno di Omar.

[291] Citano gli Arabi con fasto un'antica profezia conservata a Gerusalemme, la quale indicava Omar per nome, per la religione e colla descrizione della persona, come eletto a conquistare quella città. È fama che usassero i Giudei un pari artificio per solleticare l'orgoglio di Ciro e di Alessandro che andavano a soggiogarli. (Giuseppe, _Antiq. jud._, l. XI, c. 1-8, p. 547, 579-582).

[292] Το βδελυγμα την ερημοσεως το ρηθεν δια Δανιηλ του προφωητου, εστως εν τοπω αγιω _il lezzo della desolazione, indicato da Daniele profeta, entrato nel Luogo Santo_. (Theoph. _Chronogr._, p. 281). Sofronio, un de' teologi che comparvero più profondi nella controversia de' Monoteliti, fece servire alla circostanza presente questa predizione che ad Antioco ed ai Romani era già stata applicata.

[293] Stando ai calcoli esatti del d'Anville (_Dissert. sur l'ancienne Jérusalem_, pag. 42-54), la moschea d'Omar, che fu ampliata ed abbellita dai Califfi suoi successori, ingombrava, sul terreno dell'antico tempio di Salomone (παλαιον του μεγαλου ναου δαπεδον _l'antico pavimento del gran tempio_, dice Foca) uno spazio lungo duecento quindici, e largo centosettantadue _tese_. Il geografo di Nubia asserisce che questo magnifico edifizio per estensione e bellezza non era vinto che dalla gran moschea di Cordova (p. 113), dal signor Swinburne rappresentata con tanta eleganza qual è presentemente (_Travels into Spain_, p. 296-302).

[294] Ockley ha trovato nei manoscritti di Pocock, che si conservano in Oxford (vol. I, pag. 257), una delle tante tarikhs arabe o cronache di Gerusalemme (d'Herbelot, p. 867), delle quali ha fatto uso per supplire al difettoso racconto di Al-Wakidi.

[295] La storia persiana di Timur (tom. III, l. V, cap. 21, p. 300) descrive il castello d'Aleppo come un Forte costrutto sopra una roccia alta cento cubiti, prova, dice il traduttor francese, che non era stata veduto dall'autore. Oggi è in mezzo alla città; non è munito, non ha che una porta, la sua circonferenza è di cinque o seicento passi, e la fossa è piena per metà d'acque stagnanti (_Voyages de Tavernier_, t. I, p. 149; Pocock, vol. II, part. I, p. 150). Le Fortezze dell'oriente son pur poca cosa per un Europeo.

[296] È assai importante la data della conquista d'Antiochia sotto gli Arabi; confrontando le epoche della Cronologia di Teofane cogli anni dell'Egira, portati dalla storia d'Elmacin, apparirà che quella piazza fu presa tra il ventitre gennaio, e il primo settembre 638 dell'Era cristiana (Pagi, _Critica_, _in Baron., Annal._, t. II, pag. 812, 813). Al-Wakidi (Ockley, v. I, p. 314) pone questo fatto nel martedì 21 agosto, data impossibile, poichè essendo in quell'anno caduta la Pasqua nel cinque aprile, deve il 21 agosto essere stato un venerdì. (_V._ le Tavole dell'_arte di verificare le date_).

[297] L'editto favorevole di Cesare, per cui la città riconoscente contava la sua epoca dalla vittoria di Farsaglia, fu segnato εν Αντιοχεια τη μητροπολει, ιερακαι ασυλω, και αυτονομω και αρχουση και προκαθημενη της ανατολης _in Antiochia capitale santa ed inviolata, e libera, e dominante, e preside dell'Oriente_. (Giovanni Malala _in Chron._, p. 91, ediz. di Venezia). Convien distinguere ne' suoi scritti i fatti relativi al suo paese da lui ben conosciuto, da quelli dell'istoria generale dei quali è un solenne ignorante.

[298] _Qui l'Autore intende parlare del Monotelismo, ossia di quell'eresia, od opinione erronea, che sosteneva esservi in Gesù Cristo una sola volontà. Ecco lo stato della controversia, e come fu decisa dal Concilio ecumenico, ossia generale VI, l'anno 680._

_Nestorio, Patriarca di Costantinopoli, per non confondere in Gesù Cristo la natura divina e l'umana, aveva, duecento e cinquanta anni prima, sostenuto che fossero totalmente distinte, e che formassero due persone. Al contrario Eutiche, Abate di un monastero, affine di difendere l'unità della persona in Gesù Cristo contro Nestorio, aveva talmente unito la natura divina e l'umana, che le aveva confuse. Il Concilio ecumenico III d'Efeso, l'anno 431, aveva decretato contro Nestorio esservi una sola persona in Gesù Cristo, e quello pure ecumenico IV di Calcedonia, l'anno 451, aveva decretato contro Eutiche, che vi sono due nature in Gesù Cristo. Tuttavia gli Eutichiani pretendevano, che non si potesse condannare Eutiche senza rinnovare il Nestorianismo, ed ammettere due persone in Gesù Cristo, ed i Nestoriani, dalla lor parte, sostenevano non potersi condannare Nestorio senza confondere, come Eutiche, la natura divina a l'umana, e senza farne una sola, e quindi senza cadere nel Sabellianismo, altra eresia ch'era stata prima già condannata._

_Si cercarono mezzi per ispiegare come le due nature componessero una sola persona, quantunque sieno distintissime. Si credette risolvere questa difficoltà col supporre, che la natura umana sia realmente distinta dalla divina, ma che vi sia talmente unita, che non abbia azione propria; e che il Verbo sia il solo principio attivo in Gesù Cristo: questo è il Monotelismo, ed i vescovi e preti, che n'erano persuasi, lo sostenevano con questo discorso metafisico._

_Non vi può essere in una sola persona che un solo principio, che vuole e si determina, poichè la persona è un individuo ch'esiste per sè stesso, che contiene un principio d'azione, che ha una volontà ed una intelligenza distinta dalla volontà, e dalla intelligenza di qualunque altro principio; dunque non si possono ammettere molte intelligenze, e volontà distinte senza supporre più persone: ora la Chiesa ha definito nel Concilio d'Efeso, l'anno 431, contro Nestorio, che non vi fu in Gesù Cristo che una sola persona, dunque non vi è in Gesù Cristo che un solo principio d'azione, una sola volontà, ed una sola intelligenza; dunque la natura divina, e la natura umana sono talmente unite in Gesù Cristo, che non vi possono essere due azioni, due volontà, poichè in tal caso vi sarebbero due principj agenti, e due persone. (Vedi le lettere de' vescovi Monoteliti Ciro, Sergio, ec. negli atti del VI Concilio generale, Azione 12 e 13). I Cattolici risposero ai Monoteliti, che queste cose sostenevano:_

I. _Che v'erano in Dio tre persone, ed una sola volontà, perchè non ha che una sola natura, e per conseguenza dall'unità della natura doversi dedurre l'unità della volontà, e non dell'unità della persona. Che se l'unità della persona traesse seco la conseguenza dell'unità della volontà, la moltiplicità delle persone trarrebbe seco la conseguenza della moltiplicità delle volontà, e si dovrebbe riconoscere in Dio tre volontà, il che è falso._