Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 10

Part 21

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La costa settentrionale dell'Affrica è quel solo paese, ove dopo essersi ampiamente diffusa e aver dominato per lungo tempo, sia poi la luce dell'Evangelo totalmente scomparsa. Una nebbia d'ignoranza avea pure avvolto nelle tenebre stesse le scienze e le arti, colà venute da Roma e da Cartagine, nè più era oggetto di studio la dottrina di San Cipriano e di Sant'Agostino. Sotto il furore de' Donatisti, de' Vandali e de' Mori erano cadute cinquecento chiese vescovili; scemato il numero de' sacerdoti, docilmente si sottomise il popolo, privo di regola, di lumi e di speranze, al giogo del Profeta d'Arabia. Dopo un mezzo secolo dall'espulsione de' Greci in poi, un Luogo-tenente dell'Affrica avvisò il Califfo che per la conversione degl'infedeli[423] era cessato il tributo che pagavano; e questo pretesto, da lui preso per celare la sua frode e ribellione, diveniva in qualche guisa specioso pei rapidi progressi che l'Islamismo avea fatti. Nel secolo susseguente, cinque vescovi, spediti dal patriarca Giacobita, si rendettero da Alessandria a Cairoan con una missione straordinaria per quivi raunare e rianimare i moribondi avanzi del cristianesimo[424]; ma basta l'intervento d'un prelato estero, separato dalla chiesa latina e nemico de' cattolici, per indicare il deperimento e la dissoluzione della gerarchia affricana. Non erano più que' tempi che i successori di San Cipriano, presedendo un Sinodo numeroso, potevano a forze eguali contendere contro l'ambizione del pontefice Romano. Nell'undecimo secolo dovette lo sventurato prete, che sedea su le rovine di Cartagine, implorare limosina e protezione dal Vaticano, e amaramente si dolse d'essere stato non solo ignominiosamente spogliato e battuto colle verghe da' Saracini, ma di vedere contestata la sua autorità dai quattro suffraganei ch'erano le deboli colonne della sua sede episcopale. Abbiamo due lettere di Gregorio VII[425], nelle quali si studia questo Papa d'alleviare i mali de' Cattolici, e d'ammansare l'orgoglio d'un principe Moro. Assicura egli il soldano che il Dio da lui adorato è lo stesso che il suo, e soggiugne che ha speranza di trovarlo un giorno nel seno d'Abramo; ma dalle sue doglianze di non avere colà tre vescovi che potessero consacrarne un quarto, s'argomentava la pronta ed inevitabile caduta dell'Ordine episcopale. Da lungo tempo i cristiani d'Affrica e di Spagna s'erano sottomessi alla circoncisione; da lungo tempo s'astenevano dal vino e dal maiale, ed erano denominati _Mosarabi_[426], o Arabi adottivi, perchè negli usi loro civili e religiosi s'accostavano a quelli de' Musulmani[427]. Verso la metà del duodecimo secolo, il culto di Cristo, e i pastori di quella comunione cessarono totalmente sulla costa di Barbaria, e ne' reami di Cordova e di Siviglia, di Valenza e di Granata[428]. Il trono degli Almohadi o Unitari posava sul più cieco fanatismo, e dalle recenti vittorie e dallo zelo intollerante de' principi di Sicilia, di Castiglia, d'Aragona e di Portogallo fu suscitato, o forse giustificato, l'insolito rigore del lor governo. Alcuni missionari inviati dal Papa ravvivarono a quando a quando la fede de' Mozarabi, e allorchè Carlo V approdò alle coste dell'Affrica, presero coraggio varie famiglie cristiane di Tunisi e d'Algeri, e mostrarono la fronte; ma ben presto fu totalmente soffocata la semente dell'Evangelo, e da Tripoli sino al mare Atlantico fu posta del tutto in dimenticanza la lingua e la religione di Roma[429].

Volgono omai undici secoli dacchè cominciò il regno di Maometto, e tuttavia Giudei e Cristiani nell'impero Turco godono della libertà di coscienza ad essi dai Califfi arabi consentita. Ne' primi tempi della conquista, ebbero sospetto i Califfi sulla fedeltà dei cattolici, ai quali il nome di Melchiti dava l'impronta d'una segreta inclinazione per l'imperatore Greco, mentre i Nestoriani e i Giacobiti, suoi vecchi nemici, palesavano pei Musulmani una devozione sincera ed affettuosa[430]. Ma il tempo e la sommessione dissiparono queste particolari inquietudini; quindi e Cattolici e Maomettani si divisero le chiese dell'Egitto[431], e tutte le Sette dell'oriente rimasero comprese in una tolleranza generale. Il magistrato civile proteggeva la dignità, le immunità e le autorità de' patriarchi, dei vescovi e del clero: poteano i particolari colla dottrina innalzarsi agl'impieghi di segretari e di medici, arricchirsi nelle commissioni lucrose di esattori delle tasse, e salire col merito al comando di città e di province. Fu inteso un Califfo della casa di Abbas dichiarare i cristiani essere quelli che più di ogni altro erano degni di fiducia per l'amministrazion della Persia. «I Musulmani, diss'egli, abuseranno della loro presente fortuna; i Magi piangono la perduta grandezza, e i Giudei sperano vicina la lor liberazione[432].» Ma gli schiavi del dispotismo son sempre esposti alle vicende del favore e della disgrazia. In ogni secolo furono oppresse le chiese dell'oriente dalla cupidigia, o dal fanatismo de' lor padroni, e poterono le vessazioni portate dall'uso o dalla legge irritare l'orgoglio e lo zelo de' cristiani[433]. Circa due secoli dopo Maometto, furono distinti dagli altri sudditi dell'impero Ottomano per l'obbligo di portare un turbante, o una cintura d'un colore meno onorevole; fu loro interdetto l'uso de' cavalli e delle mule, e vennero condannati a cavalcare gli asini nella foggia delle donne. Fu limitata l'estensione pei loro edificii pubblici e privati: nelle strade o nei bagni debbono ritrarsi o inchinarsi davanti l'infimo della plebe, e si ricusa la lor testimonianza qualora possa pregiudicare un vero fedele. È ad essi vietata la pompa delle processioni, il suono delle campane, e la salmodia; nelle prediche e nei discorsi debbono rispettare la credenza nazionale, e quel sacrilego che tenti d'entrare in una moschea, o sedurre un Musulmano, non potrebbe sfuggire al castigo. Ora, trattine i tempi di turbolenza e d'ingiustizia, mai non furono sforzati i cristiani ad abbandonar l'Evangelo, o a preferire il Corano; ma si è inflitta la pena di morte agli apostati che han professata e poi rigettata la legge di Maometto, e i martiri della città di Cordova provocarono la sentenza del Cadi[434] solamente perchè dichiararono in pubblico la loro apostasia, e proruppero in violente invettive contra la persona e la religion del Profeta.

Sulla fine del primo secolo dell'Egira, erano i Califfi i più possenti e più assoluti monarchi del Mondo; non era limitata, di diritto o di fatto, l'autorità loro nè dal potere dei Nobili, nè dalla libertà dei comuni, nè dai privilegi della chiesa, nè dalla giurisdizion del senato, nè infine dalla memoria di una costituzione libera. L'autorità de' compagni di Maometto era spirata con essi, e i Capi, o Emiri, delle tribù Arabe lasciando il deserto, abbandonavano dietro di sè le loro massime d'eguaglianza e di independenza. Al carattere regio accoppiavano i successori del Profeta il carattere sacerdotale, e se il Corano era la norma delle loro azioni, erano essi i giudici e gli interpreti di quel libro divino. Per dritto di conquista regnavano sulle nazioni dell'oriente che ignorano persino il nome di libertà, e sogliono nei loro tiranni lodare gli atti di violenza e di severità da cui sono oppressi. Sotto l'ultimo degli Ommiadi stendeasi l'impero degli Arabi da oriente a occidente, per lo spazio di duecento giornate, cominciando ai confini della Tartaria indiana sino ai lidi del mare Atlantico; e se leviamo dal conto la _Manica del vestito_, per usare la frase dei loro scrittori, cioè la lunga ma stretta provincia dell'Affrica, doveva una carovana impiegare quattro o cinque mesi ad attraversare da qualunque banda, cioè da Fargana sino ad Aden e da Tarso sino a Surate, quella region dell'impero che formava per così dire un solo pezzo non interrotto[435]. Invano si sarebbe cercata colà quella unione indissolubile, e quella agevole sommessione che s'incontrava sotto l'impero d'Augusto e degli Antonini; ma la religion musulmana dava a sì vaste contrade una generale rassomiglianza di costumi e di opinioni. In Samarcanda, in Siviglia, con pari ardore, si studiavano la lingua e le leggi del Corano; e Mori e Indiani si scontravano in pellegrinaggio alla Mecca, s'abbracciavano, come concittadini e fratelli, e l'idioma degli Arabi era il dialetto popolare di tutte le province giacenti all'occidente del Tigri[436].

NOTE:

[209] _V._ la descrizione della città e del distretto d'Al-Yemanah in Abulfeda (_Descript. Arabiae_, p. 60, 61). Nel tredicesimo secolo v'erano tuttavia alcune ruine e poche palme. Oggi quel Cantone medesimo è soggetto alle visioni e alle armi d'un profeta moderno, di cui si conosce la dottrina imperfettamente. (Niebuhr, _Description de l'Arabie_, p. 296-302).

[210] Questa profetessa, che si nomava Segjah, ritornò all'idolatria dopo la caduta dell'amante; ma sotto il regno di Moawiyah abbracciò la religione musulmana, e morì a Bassora (Abulfeda, _Annal._ vers. Reiske, p. 63).

[211] _V._ il testo, che dimostra l'esistenza d'un Dio per l'opera della generazione, in Abulfaragio (_Specimen Hist. Arabum_ pag. 13 e Dynast., pag. 103) e in Abulfeda, (_Annal._, pag. 63).

[212] _V._ il suo regno in Eutichio (t. II, p. 251), Elmacin (p. 18), Abulfaragio (p. 108), Abulfeda (p. 60 ), d'Herbelot (p. 58).

[213] _V._ sul suo regno Eutichio (p. 264), Elmacin (p. 24), Abulfaragio (pag. 110), Abulfeda (pag. 66), d'Herbelot (p. 686).

[214] _V._ sul suo regno Eutichio (p. 323), Elmacin (p. 36), Abulfaragio (pag. 115), Abulfeda (pag. 75), d'Herbelot (p. 695).

[215] _V._ intorno al suo regno Eutichio (p. 343), Elmacin (p. 51), Abulfaragio (p. 117), Abulfeda (p. 83), d'Herbelot (p. 89).

[216] _V._ sul suo regno Eutichio (p. 344), Elmacin (p. 54), Abulfaragio (pag. 123), Abulfeda (pag. 101), d'Herbelot (p. 586).

[217] _V._ i regni loro in Eutichio (t. II, p. 360-395), Elmacin (p. 59-108), Abulfaragio (_Dynast._ IX, p. 124-139), Abulfeda (p. 111-141), d'Herbelot (_Bibl. orient._, p. 691), e gli articoli particolari di quest'Opera che si riferiscono agli Ommiadi.

[218] Appena troviamo negli storici Bizantini qualche monumento originale sul 7.º e 8.º secolo, trattane la Cronica di Teofane (_Theopanis confessoris chronolog., gr. et lat., cum notis Jacobi Goar._ Parigi 1655 in fol.) e il compendio di Niceforo (_Nicephori patriarchae C. P. Breviarium historicum, graec. et lat._ Parigi 1648 in fol.): vissero questi due scrittori nel principio del nono secolo (_V._ Hancke, _De scriptor. byzant._, p. 200-246). Fozio, lor contemporaneo, non ci dà maggiori notizie. Dopo aver lodato lo stile di Niceforo, soggiunge: Και ολως πολλους εσι τον προ αυτου αποκρυπτομενος τηδε της ισοριας τη συγγραφη, _e assolutamente oscura in quel ristretto d'istoria molti che lo precedettero_; solamente si lagna della sua troppa brevità (Phot. _Bibl. Cod._ 66, p. 100). Si ponno raccogliere alcune giunte nelle storie di Cedreno e di Zonara, che son del duodecimo secolo.

[219] Tabari, o Al-Tabari, nativo del Taborestan, famoso Imano di Bagdad, e il Tito Livio degli Arabi, terminò la sua storia generale l'anno 302 dell'Egira (A. D. 914). Sollecitato da' suoi amici, ridusse la sua Opera di trentamila fogli a più discreta misura; ma non si conosce l'originale Arabo che per le versioni fattene in lingua Persiana e Turca. Dicesi che la storia de' Saraceni, di Ebu-Amir o Elmacin, sia un ristretto della grande storia di Tabari. (Ockley, _Hist. of the Saracens_, vol. II, _Prefazione_, pag. 39, _e Lista degli autori_, di d'Herbelot, p. 866, 870, 1014).

[220] Oltre la lista degli autori Arabi data da Prideaux (_Vita di Maometto_, pag. 179, 189), Ockley (sul fine del secondo volume) e Petis de la Croix (_Hist. de Gengis-Kan_, p. 525-550), s'incontra nella Biblioteca orientale, articolo _Tarikh_, un catalogo di due o trecento storie o croniche dell'Oriente, delle quali solo tre o quattro sono anteriori a Tabari. Reiske (ne' suoi _Prodidagmata ad Hagji chalifae librum memorialem ad calcem Abulfedae Tabulae Syriae_, Leipzig, 1766) fa una viva dipintura della letteratura orientale, ma non ebbe effetto il suo disegno, nè la version francese annunciata da Petis de la Croix (_Hist. de Timur-Bec_, tom. I, _Prefazione_, pag. 45).

[221] Indicherò opportunamente gli storici e i geografi speciali: ma nella narrazione generale ebbi per guida le seguenti opere: 1. _Annales Eutychii, patriarchae Alexandrini, ab Edwardo Pocockio_, Oxford, 1656, 2 vol. in 4. È questa una pomposa edizione d'un autore assai tristo. Pocock lo tradusse per appagare i pregiudizi presbiteriani di Selden, amico suo. 2. _Historia Saracenica Georgii Elmacin, opera et studio Thomae Erpenii_, _in_ 4., _Lugd. Batav._, 1625. Vuolsi che Erpenio traducesse frettolosamente un manoscritto guasto, e la sua versione in fatti è piena zeppa di spropositi e di difetti di stile. 3. _Historia compendiosa Dynastiarum a Gregorio Abulpharagio, interprete Edwardo Pocockio_, _in_ 4., Oxford, 1663. Essa è più utile alla storia letteraria che alla civile dell'oriente. 4. _Abulfedae Annales Moslemici ad ann. hegyrae 406, a Jo. Jac. Reiske_, _in_ 4., Leipzig, 1754. La migliore è questa delle nostre cronache e per l'originale e per la versione, ma è molto inferiore alla fama d'Abulfeda. Sappiamo ch'egli scrisse a Hamah nel secolo quattordicesimo. I tre primi autori erano cristiani, e fiorirono nel decimo, duodecimo, e tredicesimo secolo. Nacquero i due primi in Egitto; l'un d'essi era patriarca de' Melchiti, e l'altro uno scrittore Giacobita.

[222] Il Sig. di Guignes (_Storia degli Unni_, t. I, _Prefaz._ p. 19, 20) ha con esattezza e cognizion di causa fatto il carattere di due spezie di storici Arabi, del freddo analizzatore, e dell'oratore pomposo e tumido nello stile.

[223] _Biblioteca orientale_, del Sig. d'Herbelot, _in folio_, _Parigi_, 1697. Si consulti sul merito di questo pregevole autore il suo amico Thevenot (_Viaggi in Levante_, part. 1, c. 1). La sua opera è un tessuto di varietà che debbono andare a genio di tutti i gusti; ma non ho mai saputo tollerare l'ordine alfabetico da lui seguìto; e lo trovo poi più gradevole nella storia della Persia che in quella degli Arabi. Il supplimento aggiuntovi, da poco tempo in qua, coll'aiuto degli scritti de' Sig. Visdelou e Galland (_in folio_, Aia, 1775) val meno d'assai. È un ammasso di novelle, di proverbi, di particolarità su le antichità cinesi.

[224] Pocock spiega la cronologia della dinastia degli Almondari (_Specimen, Hist. Arabum_, p. 66-74), e d'Anville dà le notizie relative alla situazion geografica de' loro Stati (l'_Eufrate e il Tigri_, p. 125). Il dotto Inglese sapea l'arabo più del Muftì d'Aleppo (Ockley, vol. II, p. 34). A qualunque secolo, a qualsiasi paese del Mondo si trasporti il geografo Francese, egli si trova per tutto nella sua giurisdizione.

[225] _Fecit e Chaled plurima in hoc anno praelia, in quibus vicerunt Muslimi et INFIDELIUM immensa multitudine occisa spolia infinita et innumera sunt nacti_ (_Hist. Saracen._, p. 20). L'annalista cristiano si fa lecita bene spesso la parola _infedeli_, nazionale pe' Musulmani, la quale risparmia lunghe numerazioni; mi do a credere che non sarò di scandolo a veruno se frequentemente l'imito.

[226] Un ciclo di centovent'anni, nella fine del quale un mese intercalare di trenta giorni equivaleva al nostro anno bisestile, e rintegrava l'anno solare. Nel volgere di millequattrocento quaranta anni, questa intercalazione applicavasi successivamente dal primo al duodecimo mese; ma Hyde e Freret discutono la gran quistione, se dodici, o solamente otto cicli, si compierono prima dell'Era di Yezdegerd, da tutti assegnata al 16 Giugno A. D. 632. Quanto è mai l'ardore degli Europei nel disaminare i punti più rimoti ed oscuri d'antichità! (Hyde, _De religione Persarum_, c. 14-18, p. 181-211; Freret, _Mém. de l'Académie des inscriptions_, t. XVI, p. 233-267).

[227] L'Era di Yezdegerd del 16 Giugno 632, cade nel quinto giorno dopo la morte di Maometto, avvenuta il 7 Giugno A. D. 632; e il suo esaltamento al trono non può porsi più in là della fine dell'anno primo. Non potevano adunque i suoi predecessori aver avuto incontri di resistere all'armi del Califfo Omar; e queste date incontestabili rovesciano la cronologia sconsiderata d'Abulfaragio. _V._ Ockley, _Hist. of the Saracens_, vol. I, pag. 130.

[228] Cadesia, dice il Geografo di Nubia (p. 121), è posta _in margine solitudinis_, sessantuna leghe distante da Bagdad, e due stazioni da Cufa. Otter (_V._ t. I, pag. 163) numera quindici leghe, e osserva che vi si trovano datteri e acqua.

[229] _Atrox, contumax, plus semel renovatum_; son queste le espressioni ben appropriate del traduttore d'Abulfeda (Reiske, p. 69).

[230] D'Herbelot, _Bibl. orient._ p. 297-348.

[231] Potrà cogliere il Lettore notizie soddisfacenti intorno a Bassora nella _Geogr. di Nubia_, p. 121; in d'Herbelot (_Bibl. orient._ p. 192); in d'Anville (l'_Eufrate e il Tigri_, p. 130, 133-145); in Raynal (_Hist. philosoph. des Deux-Indes_, t. II, pag. 92-100); ne' viaggi di Pietro della Valle (t. IV, p. 370-391); in Tavernier (t. I, p. 240-247); in Thevenot (t. II, p. 545-584), in Otter (t. II, p. 45-78); in Niebuhr (t. II; p. 172-199).

[232] _Mente vix potest numerove comprehendi quanta spolia..... nostris casserint_ (Abulfeda, p. 69). Presumo peraltro che il conto stravagante d'Elmacin sia un errore della traduzione, e non del testo. Ho veduto che i traduttori d'opere antiche, di libri greci, per esempio, sono cattivi computisti.

[233] L'albero della canfora cresce nella Cina e nel Giappone, ma si danno parecchi quintali di questa canfora, di qualità inferiore, per una libbra di gomma di Borneo, e di Sumatra, assai più preziosa (Raynal, _Hist. philosoph._, t. I, pag. 362-365; _Dictionnaire d'Hist. naturelle_, par Bomare; Millar, _Gardener's Dictionary_). Forse da Borneo e da Sumatra portarono di poi gli Arabi la loro canfora (_Géograph. nubien._, p. 34, 35, d'Herbelot, p. 232).

[234] _V._ Gagnier, _Vie de Mahomet_, t. I, p. 376, 377. Posso bensì credere il fatto ma non la profezia.

[235] La torre di Belo a Babilonia, ed il vestibolo di Cosroe a Ctesifone son le rovine più considerevoli della Assiria. Furono visitate da Pietro della Valle, viaggiatore curioso e vanaglorioso. (t. I, p. 713-718; 731-735).

[236] Si consulti l'articolo Coufah della Biblioteca di d'Herbelot (p. 277, 278), e il secondo volume dell'istoria d'Ockley, particolarmente le pagine 40 e 153.

[237] _V._ l'articolo Nehavend di d'Herbelot (pag. 667-668), ed i _Voyages en Turquie et en Perse_, di Otter, tom. I, pag. 191.

[238] Con questa ignoranza e questo tuono d'ammirazione descriveva l'oratore Ateniese i conquisti fatti verso il settentrione da Alessandro, il quale per altro non oltrepassò mai le rive del mar Caspio Αλεξανδροσε εξω της αρκτου και της οικουμενης, ολιγου δειν, πασης μεθησηκει _Alessandro trapassò l'Orsa, e quasi scorse tutta la Terra_ (Eschine, _contro Tesifonte_ t. III, pag. 534, _ediz. greca degli orat._, Reiske). Questa causa memorabile fu perorata in Atene (_Olimp._ CXII, 3) l'anno 330 avanti G. C., in autunno (Taylor, _Prefaz._, p. 370, etc.), un anno in circa dopo la battaglia di Arbella. Alessandro allora inseguiva Dario, e marciava verso l'Ircania e la Battriana.

[239] Abbiam questo fatto curioso nelle Dinastie di Abulfaragio, p. 116. È inutile provare l'identità di Estachar e di Persepoli (d'Herbelot, p. 327), e lo sarebbe di più copiare i disegni e le descrizioni che ne son date dal Chardin e da Corneille-le-Bruyn.

[240] Dopo il racconto della conquista di Persia, aggiugne Teofane: αυτω δε τω χρονω εκελευσεν Ουμαρος αναγραφηνωι πασαν την υπ’ αυτον οικουμενην, εγενοτο δε η αναγραφη και ανθρωπων και κτηνων και φυτων _e nel tempo stesso ordinò Omar l'enumerazione di quanto era nel paese a lui soggetto, e questa descrizione comprese gli uomini, le bestie, e le piante_ (_Cronograph._, p. 283).

[241] Nella quasi totale mancanza di monumenti per questa parte di Storia, duolmi che il d'Herbelot non abbia trovato ed adoperato la traduzione in lingua persiana dell'Opera di Tabari, corredata, per quanto egli dice, di parecchi estratti degli annali scritti dai Ghebri o Magi (_Bibl. orient._, p. 1014).

[242] Quanto sappiamo di più autentico de' fiumi di Sihon (Jaxarte) e del Gihon (Oxo), si trova nell'opera del Sceriffo Al-Edrisi (_Geogr. nubien._, p. 138), in Abulfeda (_Descript. Korasan in_ Hudson, t. III, p. 23), nello scritto di Abulghazi-Khan, che regnava sulle rive di que' due fiumi (_Hist. généalog. des Tatars_, p. 32, 57, 766), e nel geografo turco, manoscritto che sta nella Biblioteca del re di Francia (_Examen critique des historiens d'Alexandre_, p. 194-360).

[243] Abulfeda (pag. 76, 77) descrive il territorio della Fargana.

[244] _Eo redegit angustiarum eumdem regem exulem, ut Turcici regis et Sogdiani, et Sinensis auxilia missis litteris imploraret_ (Abulfeda, _Annal._, p. 74). Il Freret (_Mémoires de l'Acad. des inscript._, t. XVI, p. 245-255) e il de Guignes (_Hist. des Huns_, t. I, p. 54-59) hanno sparsa molta luce sull'istoria di Persia, e quella della Cina. Il Signor de Guignes presenta molte particolarità geografiche sulle frontiere de' due paesi (t. I, p. 1-43).

[245] _Hist. Sinica_, p. 41-46, nella terza parte delle Relazioni curiose del Thevenot.

[246] Mi sono ingegnato di porre d'accordo i racconti di Elmacin (_Hist. Saracen._, pag. 37), d'Abulfaragio (_Dynast._, p. 116), d'Abulfeda (_Annal._, pag. 74-79) e del d'Herbelot (p. 485). La fine di Yezdegerd non solo fu lagrimevole ma oscura.

[247] Yezdegerd lasciò due figlie: l'una sposò Hassan figlio di Alì, l'altra Mohammed figlio di Abubeker; ebbe Hassan una posterità numerosa. La figlia di Firuz si maritò al Califfo Valid: Yezid loro figlio vantava un'origine, o vera o favolosa, dai Cosroe della Persia, dai Cesari di Roma, e dai Chagan dei Turchi o degli Avari (d'Herbelot, _Bibl. orient._, p. 96-487).

[248] Questo coturno, valutato duemila pezze d'oro, fu raccolto da Obeidollah figlio di Ziyad, che divenne poi nome abbominevole per l'assassinio che commise di Hosein. (Ockley, _History of the Saracens_, vol. II, p. 142, 143). Salem suo fratello avea seco la sua sposa, ed è questa la prima moglie araba che passasse l'Oxo (A. D. 680), la quale prese in prestito, od anzi rubò la corona e le gemme della regina dei Sogdiani. (p. 231-232).

[249] Il signor Greaves ha tradotto parte della geografia d'Abulfeda, e l'ha inserita nella raccolta dei _Geographi minores_ di Hudson (t. III), col titolo di _Descriptio Chorasmiae_ et Mawaralnahrae, _id est, regionum extra fluvium Oxum, p. 80_. Petis de la Croix (_Hist. de Gengis-kan_, etc.) e alcuni autori moderni, di quelli che scrissero sulle contrade dell'oriente, impiegano a ragione la parola Transoxiana più grata all'orecchio, e che significa lo stesso; ma s'ingannano quando l'attribuiscono agli Scrittori della antichità.

[250] Elmacino (_Hist. Saracen._, p. 84), d'Herbelot (_Bibl. orient._, Catibah, Samarcanda, Valid) e il de Guignes (_Hist. des Huns_, t. I, p. 58-59) accennano succintamente le conquiste di Catibah.

[251] Si è inserita nella _Bibliotheca arabico-hispana_, una curiosa descrizione di Samarcanda (t. I, p. 208 ec.). Il bibliotecario Casiri, seguendo un testimonio degno di fede, (t. II, 9) narra che la carta fu portata per la prima volta dalla Cina a Samarcanda (A. E. 30), e che fu inventata o piuttosto introdotta alla Mecca (A. E. 88). La Biblioteca dell'Escuriale possede un manoscritto in carta che appartiene al quarto o quinto secolo dell'Egira.