Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 10

Part 19

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Erano già stati espulsi i Greci, ma non ancora erano padroni gli Arabi del paese. I Mori, o Barbari[376], sì deboli sotto i primi Cesari, e di poi sì formidabili ai principi di Bisanzio, contrapponevano nelle province interne una disordinata resistenza alla religione e al potere de' successori di Maometto. Sotto i vessilli della lor regina Cahina vennero le tribù independenti ad accordarsi in certo modo ed a pigliare disciplina; e come i Mori attribuivano alle lor mogli il dono di profezia, attaccarono i Musulmani del paese con un fanatismo simile al loro. Mal poteano bastare le vecchie soldatesche di Hassan alla difesa dell'Affrica: le conquiste d'una generazione furono perdute in un giorno: il generale Arabo, trascinato dalla corrente, si ritrasse alle frontiere d'Egitto, e cinque anni attese i soccorsi che gli andava promettendo il Califfo. Dopo la ritirata de' Saracini, la profetessa vittoriosa raunò intorno a sè i Capi dei Mori, e diede loro uno stravagante consiglio degnissimo della politica dei Selvaggi. «Le nostre città, diss'ella, e l'oro e l'argento che contengono allettano continuamente gli Arabi ad insignorirsene; questi vili metalli non sono l'oggetto dell'ambizione nostra: ci bastano le semplici produzioni della terra. Distruggiamo queste città, seppelliamo sotto le rovine que' funesti tesori, e quando non offriremo più esca alla cupidigia de' nostri nemici, forse cesseranno di turbare la tranquillità d'un popolo che sa far la guerra». Da unanimi applausi fu accolta la proposta: cominciando da Tanger fino a Tripoli furon demoliti gli edifizii, o per lo meno le fortificazioni, tagliati gli alberi fruttiferi, annientati i mezzi di sussistenza: Cantoni fertili e popolosi divennero deserti, e sovente gli storici dei tempi posteriori accennavano i vestigi della prosperità e della devastazione dei loro antenati. Ecco che ne dicono gli Arabi moderni. Ma quanto a me, son molto inclinato a credere che solo per l'ignoranza dell'antichità, per voglia del maraviglioso, e per quell'abitudine, divenuta quasi una moda, d'esagerare la filosofia de' Barbari, abbiano rappresentato come un atto volontario le calamità e i guasti di tre secoli, contando dai primi furori dei Donatisti e dei Vandali. Nel corso della rivoluzione è probabile che per la sua parte Cahina contribuisse ai disastri; e forse il timore della propria rovina spaventò o indispettì le città, che lor malgrado al giogo d'una donna s'erano sottomesse. Non isperavano più i coloni, e forse non bramavano più, il ritorno del sovrano che regnava in Bisanzio. Non era mitigata la loro servitù dai beneficii del buon ordine e della giustizia, e doveano i più zelanti cattolici preferire di buon grado le imperfette verità del Corano alla cieca e goffa idolatria dei Mori. Fu adunque il general dei Saracini per la seconda volta accolto come il salvator della provincia: gli amici del viver civile cospirarono contro i Selvaggi di quella parte di Mondo; Cahina fu uccisa nella prima battaglia, e cadde con lei il mal fermo edificio del suo impero e della superstizione che lo fiancheggiava. Lo stesso spirito di sedizione si riaccese sotto il successore di Hassan: ma infine fu soffocato dall'attività di Musa e de' suoi due figli; e si può giudicare qual fosse il numero dei ribelli da quello di trecentomila di loro che furono ridotti a cattività. Sessantamila di quelli schiavi, assegnati pel quinto dovuto al Califfo, furono venduti a pro dell'erario: trentamila giovani furono arrolati nelle milizie, e per le pie sollecitudini di Musa, che non cessò di porre ogni opera ad inculcare ai vinti le dottrine e le pratiche del Corano, s'abituarono gli Affricani ad obbedire l'appostolo di Dio e il comandante dei fedeli. Pel clima che abitavano e pel loro governo, non che pel modo di vivere e per le qualità delle abitazioni, i Mori vagabondi rassomigliavano ai Bedoini del deserto, che abbracciando la religione di Maometto ebbero l'orgoglio di appropiarsi la lingua, il nome e l'origine degli Arabi. Così a poco a poco si mischiò il sangue degli stranieri con quello dei nativi del paese, e parve allora che la medesima nazione si fosse diffusa dall'Eufrate all'Atlantico, sulle arenose pianure dell'Asia e dell'Affrica. Concedo per altro che cinquantamila _tende_ di Arabi puri abbian potuto passare il Nilo, e disperdersi nel deserto della Libia, e so che cinque tribù di Mori conservan tuttavia il loro idioma barbaresco, e portano il nome e il carattere d'Affricani _bianchi_[377].

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V. Continuando i Goti la lor conquista dal settentrione al mezzodì, e i Saracini dal mezzodì al settentrione vennero a scontrarsi sui confini dell'Europa e dell'Affrica. Credean gli ultimi d'aver ragione di detestare ed assalire un popolo che non avea la lor religione[378]. Sin dal tempo che regnava Othmano[379], aveano i lor pirati devastata la costa di Andalusia[380], e sempre si risovvenivano dei Goti che avean soccorsa Cartagine. I re di Spagna allora, come adesso, possedean la Fortezza di Ceuta, una delle colonne d'Ercole, separata da uno stretto angusto dall'altra colonna che è la punta d'Europa. Rimaneva ancora agli Arabi da conquistare il piccolo Cantone della Mauritania, ma Musa, che altero della vittoria avea investito Ceuta, fu respinto dalla vigilanza e dal coraggio del conte Giuliano generale dei Goti. Si riebbe ben presto da questa disgrazia, e fu tratto d'impaccio da un messaggio inaspettato del duce cristiano, che offeriva ai successori di Maometto la sua persona, la sua spada, e la piazza che comandava, chiedendo il vergognoso onore di introdurre gli Arabi nel cuor della Spagna[381]. Se si cerca il motivo del tradimento, gli storici Spagnuoli ripetono, giusta una novella popolare, che la sua figlia Cava[382] era stata sedotta o violata dal suo sovrano, e che quel padre sacrificò alla vendetta la sua religione e la patria. Soventi volte apparvero sregolate e funeste le passioni dei principi; ma questa sì nota favoletta, romanzesca per sè medesima, non s'appoggia che a deboli prove, e può bene l'istoria di Spagna offrire motivi d'interesse e di prudenza più atti a far impressione sullo spirito d'un politico veterano[383]. Dopo la morte o la deposizione di Witiza, i suoi due figli erano stati soppiantati dall'ambizione di Rodrigo signore Goto di nobile lignaggio, il cui padre, duca o governatore d'una provincia, era stato la vittima della tirannia del regno precedente. La monarchia era sempre elettiva: ma i figli di Witiza educati sui gradini del trono, non poteano tollerare la condizion di privati a cui erano ridotti. Il loro risentimento palliato dalla dissimulazione delle Corti diveniva più pericoloso. Erano stimolati i lor partigiani dalla ricordanza dei favori un tempo ricevuti, e dalla speranza che potevano avere in una rivoluzione; ed il loro zio Oppas, arcivescovo di Toledo e di Siviglia, era il primo personaggio della chiesa, e il secondo dello Stato. È verosimile che Giuliano fosse avvolto nella disgrazia di questa sventurata fazione; che avesse molto a temere e poco a sperare dal nuovo regno, e che l'imprudente Rodrigo non potesse in trono dimenticare, nè perdonare gli oltraggi dalla sua famiglia sostenuti. Il merito e l'autorità di Giuliano lo rendeano un soggetto utile, ma formidabile; avea grandi poderi, partigiani arditi e numerosi, e per mala sorte ha dato a divedere anche troppo che, padrone dell'Andalusia e della Mauritania, teneva in mano le chiavi della monarchia di Spagna. Troppo debole siccome egli era a romper guerra contro il sovrano, cercò l'aiuto di estera Potenza, e invitando stoltamente i Mori e gli Arabi originò le calamità d'otto secoli: gli ragguagliò per lettere o in un abboccamento della ricchezza, non che della poca forza del suo paese, della debolezza d'un principe poco amato dal popolo, e dello stato di degradamento in cui era caduta quella effeminata nazione. Non erano più i Goti quei Barbari vittoriosi che aveano umiliata la superbia di Roma, spogliata la regina delle nazioni, e trionfato dal Danubio al mare Atlantico: segregati pei Pirenei dal rimanente del Mondo, s'erano addormentati i successori d'Alarico nella quiete d'una lunga pace. Le mura delle città cadevano in brani, i giovani cittadini aveano lasciato l'esercizio delle armi, e sempre alteri dell'antica fama doveano nella loro presunzione essere colla prima guerra perduti. L'ambizioso Saracino fu spronato a quel conquisto dalla facilità e dall'importanza che vedea di farlo; ma non vi si accinse che dopo aver consultato il Califfo. Un corriere da lui spedito a Walid ne recò una lettera che permetteva di aggregare i reami ignoti dell'occidente alla religione, ed al trono dei Califfi. Musa intanto manteneva segretamente e cautamente in Tanger il suo carteggio con Giuliano, e sollecitava gli apparecchi; ma per liberare i congiurati da ogni rimorso gli andava assicurando, che si terrebbe contento alla gloria o al bottino di quella impresa, nè mai avvisarebbe di stanziare gli Arabi al di là del mare che separa l'Affrica dall'Europa[384].

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Prima di affidare un esercito di fedeli ai traditori e agli infedeli d'una terra estrania, volle Musa fare della lor forza e veracità una prova di poco rischio. Cento Arabi, e quattrocento Affricani tragittarono su quattro navi da Tanger a Ceuta; il nome di Tarik, lor Capo, indica tuttavia il sito ove sbarcarono, e la data di questo memorando avvenimento[385] è fissata nel mese di ramadan del novantunesimo anno dell'Egira, ossia nel mese di luglio, 748, se si conteggia come gli Spagnuoli dall'Era di Cesare[386] in poi, o finalmente settecento dieci anni dopo la nascita di Cristo. Partendo da questo primo porto fecero diciotto miglia, sopra un terreno sparso di colline, prima di giugnere al castello e alla città di Giuliano[387], a cui l'aspetto verdeggiante d'un promontorio che s'avanza in mare diede il nome di isola Verde, ed è anche conosciuta sotto nome di Algeziras. La grande ospitalità con che furono accolti, il numero de' cristiani che ad essi si congiunse, le scorrerie che fecero in una provincia ubertosa e mal custodita, la ricchezza del bottino e la sicurezza loro nel ritorno, furono considerati dai loro concittadini come i più favorevoli presagi di sicura vittoria. Sin dai primi giorni della primavera vegnente s'imbarcarono cinquemila veterani e volontari sotto gli ordini di Tarik, bravo ed intrepido guerriero che superò le speranze del suo capitano. Il troppo fedele Giuliano avea fornito navi di trasporto. Approdarono i Saracini alla punta di Europa[388]. Nel nome corrotto di Gibraltar, ovvero di Gibilterra, si scontra tuttavia la prima denominazione di _Gebel al Tarik_, montagna di Tarik, e le trincere del campo degli Arabi sono state il primo sbozzo di quelle fortificazioni che, difese dagli Inglesi, hanno ultimamente resistito all'arte e alla potenza della Casa di Borbone. Dai governatori dei Cantoni vicini fu ragguagliata la Corte di Toledo dello sbarco e dell'avvicinamento degli Arabi; e la disfatta di Edeco un dei generali di Rodrigo, che aveva avuto ordine di prendere e d'incatenare que' presuntuosi forestieri, avvertì questo principe del gran pericolo che correva. Per suo comando furono raunati i duchi e i conti, i vescovi e i nobili del reame tutti seguìti dai loro vassalli, e colla uniformità di linguaggio, di religione e di costumi, allora dominante fra le varie nazioni soggette alla monarchia Spagnuola, si può spiegare quel titolo di re dei Romani dato da un istorico Arabo a Rodrigo. Le forze di questo re ascendevano a novanta o a centomila uomini, esercito ben formidabile pel numero, se del pari lo fosse stato per la fedeltà e la disciplina. Quello di Tarik, cresciuto di nuovi rinforzi, era composto di dodicimila Saracini; ma il credito di Giuliano vi trasse da ogni parte i cristiani malcontenti, e gran numero d'Affricani fu sollecito di partecipare ai piaceri temporali che loro offriva il Corano. La battaglia che decise la sorte di questo regno fu data nei contorni di Cadice, presso la città di Xeres, fatta celebre da questo avvenimento[389]; la piccola riviera di Guadaleta che va a cadere nella baia, separava i due campi, e a conquistare o a perdere il possesso delle due rive di questa si limitarono i vantaggi e i disastri di tre giornate consecutive spese in sanguinose scaramucce; ma nel quarto giorno vennero i duo eserciti a una battaglia fiera o decisiva. Avrebbe Alarico avuto vergogna, mirando il suo indegno successore ornato il capo di un diadema di perle, avvolto in una lunga veste ricamata d'oro e di seta, coricato mollemente sopra una lettiga o sopra un cocchio d'avorio tirato da due muli bianchi. Malgrado del loro valore furono oppressi i Saracini dal numero, e sedicimila di loro copersero dei propri cadaveri il terreno. «Fratelli miei, disse Tarik alle schiere che gli rimanevano, il nemico ci sta a fronte, di dietro il mare. Dove potreste voi ritirarvi? Seguite il vostro generale: ho giurato di morire o di calcare sotto i miei piedi il re de' Romani». Egli aveva pure altri soccorsi oltre l'intrepidezza del suo disperato coraggio; assai sperava nel carteggio segreto e nei notturni abboccamenti che aveva il Conte Giuliano co' figli e col fratello di Witiza. I due principi e l'arcivescovo di Toledo stavano nel posto più importante: seppero essi scegliere a tempo il momento di disertare; si trovarono sbaragliate le file dei cristiani; lo spavento e il sospetto s'erano impadroniti di tutti gli animi, e ciascheduno più non pensò che alla personal sicurezza; gli avanzi dell'esercito dei Goti, perseguitati dai vincitori per tre giorni, furono totalmente distrutti o dispersi. In mezzo alla confusion generale si slanciò Rodrigo dal cocchio, e saltò sul suo cavallo _Orelia_, il più veloce dei suoi corridori; ma non campò da quella morte che più conviene a un soldato, se non per perire meno gloriosamente nelle acque del Beti, o del Guadalquivir. Fu trovato sulla riva il suo diadema, la sua veste e il cavallo; ma poichè era scomparso il suo corpo nelle onde, probabilmente la testa che il Califfo ricevè per la sua, e che fece esporre con grande fasto davanti il palagio di Damasco, era quella di qualche vittima più oscura. «Tale è, dice un valente storico degli Arabi, la sorte dei re che stanno lontani del campo di battaglia[390].»

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Erasi tanto ingolfato il conte Giuliano nei delitti e nell'infamia, che più non ponea speranza in altro che nella total ruina della patria. Dopo la battaglia di Xeres, consigliò al generai Saracino le operazioni che terminar dovevano nel più sicuro modo il conquisto. «Il re dei Goti è perito, gli disse, i principi sono in fuga, l'esercito sconfitto, sbigottita la nazione: spedite distaccamenti ad assicurarsi delle città della Betica; ma quanto a voi, marciate in persona e senza indugio alla città reale di Toledo, e non lasciate ai cristiani già scompigliati il tempo o la quiete necessaria ad eleggere un nuovo monarca.» Tarik seguì questo parere. Un prigioniero Romano che abbracciato avea l'Islamismo, e che era stato liberato dal Califfo medesimo, andò ad assalire Cordova con settecento cavalieri, guadò il fiume a nuoto e sorprese la città; i cristiani rifuggiti entro una chiesa si difesero più di tre mesi. Da un altro distaccamento fu sottomessa la costa meridionale della Betica, la quale, negli ultimi giorni della potenza dei Mori, formava il piccolo ma popoloso reame di Granata. Tarik dal Beti si trasferì verso il Tago[391]; attraversando la Sierra Morena, che separa l'Andalusia dalla Castiglia, comparve rapidamente sotto le mura di Toledo[392]. I più zelanti cattolici se n'erano fuggiti con le reliquie dei Santi, e se furon chiuse le porte lo furono solamente sino a tanto che non ebbe il vincitore sottoscritta una capitolazione onesta e ragionevole. Concedette egli agli abitanti libertà di andarsene colle robe loro; permise ai cristiani sette chiese; lasciò che l'arcivescovo e il clero esercitassero le loro funzioni religiose, e che i monaci seguitassero o infrangessero la loro Regola, e in tutti gli affari civili e criminali rimasero sommessi i Goti e i Romani alle leggi e ai magistrati propri. Ma se i cristiani furono protetti dalla giustizia di Tarik, fu egli indotto dalla gratitudine e dalla politica a premiare i Giudei, i quali e in segreto e pubblicamente aveano giovato i suoi più rilevanti trionfi. Questa nazione perseguitata dai re e dai Concilii di Spagna, che le avevano fatta più volte l'alternativa dell'esiglio o del battesimo, ributtata dal grembo della società, avea colto allora il destro opportuno per vendicarsi. La memoria dell'anterior sua condizione paragonata alla presente era un pegno sicuro della sua fedeltà; e di fatto si mantenne l'alleanza de' discepoli di Mosè e di quelli di Maometto sin al tempo che gli uni e gli altri furono dalla Spagna cacciati. Da Toledo avanzò il Capo degli Arabi le sue conquiste verso il nort, e assoggettò i distretti che di poi hanno costituito i regni di Castiglia e di Leone. Ma vano sarebbe annoverare ad una ad una le città che si arresero quando loro si avvicinò, o descrivere di nuovo quella tavola di smeraldo[393] che portarono i Romani dall'oriente in Italia, e che fra le spoglie di Roma passò nelle mani dei Goti, e fu da Tarik spedita al piè del trono di Damasco. La città marittima di Gijon fu, al di là dei monti delle Asturie, il termine delle imprese del luogotenente di Musa[394], il quale con la celerità di un viaggiatore avea corso le settecento miglia che separano la roccia di Gibilterra dalla baia di Biscaglia. La barriera dell'oceano l'obbligò a ritornarsene addietro, e ben presto fu richiamato a Toledo per giustificarsi della presunzione che egli aveva avuta di soggiogare un regno, mentre il suo generale era assente. La Spagna allora più selvaggia, e che meno regolarmente difesa avea per due secoli resistito alle armi Romane, fu vinta in pochi mesi dai Saracini, e tanta era la premura dei popoli di sottomettersi e di trattar col nemico, che si cita il governatore di Cordova come l'unico capitano, che senza venire a patti sia divenuto suo prigioniero. Dalla battaglia di Xeres fu irrevocabilmente decisa la sorte dei Goti, e nel generale spavento ogni parte della monarchia credette necessario evitare una lotta, ove aveano dovuto soccombere le forze di tutta la nazione congiunte insieme[395]. Vennero poi la carestia e la peste, una dopo l'altra, a terminare la desolazione di quel paese, ed i governatori ansiosi di arrendersi, poterono per avventura esagerare le difficoltà che incontravano a radunare le provvisioni necessarie per sostenere un assedio. Contribuirono pure i terrori della superstizione a disarmare i cristiani: l'astuto Arabo seppe accreditare voci di sogni, di presagi, di profezie in favore della sua causa, come quella d'avere scoperto in un appartamento del palagio i ritratti dei guerrieri destinati a conquistare la Spagna. Pure viveva ancora una scintilla che doveva rianimare la monarchia Spagnuola; una folla di invitti fuggiaschi preferì una vita miserabile, ma libera, nelle vallate dell'Asturia, e i robusti montanari respinsero gli schiavi del Califfo, e quindi la spada di Pelagio si trasformò nello scettro dei re cattolici[396].

[A. D. 712-713]