Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 10

Part 16

Chapter 163,698 wordsPublic domain

Dopo la battaglia di Yermuk non si vide più comparire l'esercito romano, e furono arbitri i Saraceni di scegliere quella delle città munite della Sorìa volessero prima attaccare. Chiesero al Califfo se marciar dovessero verso Cesarea o Gerusalemme, ed a seconda della risposta di Alì fu messo subitamente l'assedio a quest'ultima città. Agli occhi di un profano era Gerusalemme la prima o la seconda capitale della Palestina: ma considerata come il tempio della Terra Santa, consacrata dalle rivelazioni di Mosè, di Gesù, e dello stesso Maometto, era, dopo la Mecca e Medina, l'oggetto di venerazione e delle peregrinazioni dei Musulmani devoti[287]. Il figlio di Abu-Sophian fu spedito con cinquemila Arabi a tentare da prima di insignorirsi della Piazza per sorpresa o con un trattato; ma nell'undecimo giorno fu investita da tutto l'esercito di Abu-Obeidah; il quale fece al comandante e al popolo di Elia[288] la solita intimazione: «Salute e felicità, diss'egli, a coloro che seguono la via retta. Noi ve lo comandiamo: dichiarate che non vi ha che un Dio, e che Maometto è il suo appostolo. Se non lo fate, consentite a pagare un tributo e ad essere nostri sudditi; altrimenti io condurrò contro di voi una gente che apprezza più la morte, che voi il vino e la carne di porco; e non vi lascerò, se piace a Dio, che dopo avere sterminato quanti combatteranno con voi, e ridotti a schiavitù i vostri figli». La città per ogni parte era difesa da valli profonde e da rupi scoscese: dopo l'invasion della Sorìa erano state accuratamente restaurate le mura e le torri; essendosi fermati in quella Piazza, che non era molto lontana, i più prodi dei guerrieri campati dall'eccidio d'Yermuk, questi, non men che la difesa del santo sepolcro[289], doveano accendere nell'anima di tutti quelli che riempieano la città qualche scintilla dell'entusiasmo, onde era infiammato lo spirito de' Saraceni. Quattro mesi durò l'assedio di Gerusalemme; ogni giorno fu segnato da qualche sortita o da qualche assalto: le macchine degli assediati molestarono costantemente i nemici dall'alto delle mura, e fu ancora agli Arabi più funesto il rigore del verno. Cedettero finalmente i Cristiani alla perseveranza dei Musulmani. Il Patriarca Sofronio si affacciò sulle mura, e, servendosi dell'organo di un interprete, domandò un abboccamento. Dopo avere indarno tentato di distogliere il luogotenente del Califfo dal suo empio disegno, chiese in nome del popolo una capitolazione vantaggiosa, e ne propose gli articoli con questa clausola insolita, che l'autorità e la presenza di Omar sarebbero mallevadori della esecuzione. Fu discussa la cosa nel consiglio di Medina: la santità del sito, e l'opinione di Alì determinarono il Califfo ad appagare in questo proposito i voti dei soldati propri e de' nemici, e la semplicità che dimostrò in questo viaggio è notabile più che mai lo fosse tutta la pompa dell'orgoglio e della tirannide. Il vincitor della Persia e della Sorìa sedeva sopra un cammello di pelo rosso, il quale era altresì caricato d'un sacco di biada, d'un altro sacco di datteri, d'un piatto di legno, e d'un otricello di cuoio pieno di acqua. Quando si fermava, erano invitati tutti quelli che lo accompagnavano, senza far distinzione alcuna, a partecipare del suo pasto frugale che egli consacrava con orazioni e con un'esortazione[290]. Nel tempo stesso durante questa spedizione, o pellegrinaggio, esercitava i suoi poteri amministrando la giustizia: frenava la licenziosa poligamia degli Arabi; reprimeva le estorsioni e le crudeltà che usavansi verso i tributari; e per punire i Saraceni del troppo lusso, levava loro di dosso le ricche vesti di seta, e stropicciava loro la faccia nel fango. Come scorse da lungi Gerusalemme esclamò ad alta voce: «Dio è vittorioso. Signore agevolateci questa conquista;» e dopo avere alzata la sua tenda, fatta di rozza stoffa, placidamente s'assise per terra. Segnata che ebbe egli la capitolazione, entrò in città senza cautele e senza timori, e conversò urbanamente col Patriarca intorno le antichità religiose della sua chiesa[291]. Sofronio si prostrò davanti al nuovo padrone dicendo in suo segreto, colle parole di Daniele: «L'abbominazione della desolazione sta nel Luogo Santo[292]». Si scontrarono insieme nella chiesa della Risurrezione all'ora della preghiera: ma non volle il Califfo far quivi le sue divozioni, e si contentò di orare sui gradini della chiesa di Costantino. Ragguagliò il Patriarca del prudente motivo che lo aveva determinato: «Se mi fossi arreso alle istanze vostre, gli disse, sarebbe avvenuto che col pretesto di imitare il mio esempio avrebbero un giorno i Musulmani rotto gli articoli del trattato»; ordinò che si edificasse una Moschea[293] sul terreno per l'addietro occupato dal tempio di Salomone; e nei dieci giorni che passò a Gerusalemme, pose ordine anche per l'avvenire a ciò che per l'amministrazione della Sorìa si conveniva. Potea Medina temere non fosse il Califfo trattenuto dalla santità di Gerusalemme, o dalla vaghezza di Damasco; ma tosto egli sbandì ogni inquietudine ritornando spontaneamente al sepolcro dell'appostolo[294].

[A. D. 638]

Formò il Califfo due corpi d'esercito per condurre a termine la conquista del rimanente della Sorìa; un distaccamento scelto fu lasciato nel campo della Palestina sotto gli ordini d'Amrou e d'Yezid, mentre Abu-Obeidah e Caled, capitanando lo stuolo più considerevole, marciavano di bel nuovo alla volta del settentrione per impadronirsi d'Antiochia e di Aleppo; quest'ultima città, la Berea de' Greci, non aveva ancora la celebrità d'una capitale, e colla volontaria loro sommissione, non che per la miseria, ebbero gli abitanti la sorte di riscattare, a condizioni moderate, colla vita la libertà della loro religione. Il castello d'Aleppo[295], separato dalla Piazza, si ergeva sopra un'alta collina formata dalla mano degli uomini; i fianchi di quella altura, quasi perpendicolare, erano guerniti di pietre da taglio, e si poteva empiere totalmente la fossa coll'acqua delle vicine sorgenti. La guarnigione dopo aver perduto tremila uomini, avea tuttavolta modo di difendersi, e il Capo ereditario, il prode Youkinna, aveva ammazzato suo fratello, un santo monaco, perchè avea pronunziata la parola di pace. Rimase morto o ferito gran numero di Saraceni durante quell'assedio che durò quattro o cinque mesi, e che fu il più penoso di tutti gli assedi della guerra siriaca; gli altri si ritrassero in distanza d'un miglio dalla Piazza, ma senza poter deludere la vigilanza di Youkinna; nè venne pure fatto ai medesimi di sbigottire i Cristiani colla morte di trecento prigionieri cui decapitarono sotto le mura del castello. Primamente dal silenzio, poi dalle lettere d'Abu-Obeidah comprese il Califfo essere ormai sfinita la pazienza delle sue soldatesche, ed aver esse omai perduta ogni speranza di prendere quella Fortezza. «Io partecipo co' miei affetti, gli rispose Omar, a tutte le vicende vostre, ma non posso assolutamente permettervi di levar l'assedio del castello. La ritirata vostra scemarebbe la fama delle nostre armi, e darebbe coraggio agli infedeli di piombare sopra di voi da ogni lato: rimanete davanti Aleppo, fino a tanto che Iddio decida dell'evento, e la vostra cavalleria vada foraggiando nel circondario». Alcuni volontari di tutte le tribù dell'Arabia, giunti al campo sopra cavalli o cammelli, crebbero forza alle esortazioni. Era con essi certo Damete, guerriero di servile estrazione, ma di figura gigantesca e d'animo intrepido. Nel giorno quarantesimosettimo di servigio chiese trenta uomini con cui sorprendere il castello. Caled, che lo conosceva, commendò il suo disegno, ed Abu-Obeidah avvertì i suoi fratelli di non avere dispregio per la nascita di Damete, e protestò che se potesse abbandonare gli affari pubblici, di buon grado avrebbe militato sotto gli ordini dello schiavo. Per mascherare l'impresa ideata, finsero i Saraceni di ritirarsi trasportando il campo lungi una lega incirca da Aleppo. I trenta avventurieri stavano in imboscata a piè del colle, e Damete finalmente si procacciò le notizie che bramava, ma non senza andare nelle furie contro l'ignoranza de' suoi prigionieri greci. «Maladetti da Dio questi cani! esclamava l'ignorante Arabo: che strano e barbaro linguaggio è quello che parlano!» Nel più fitto della notte scalò l'altura che egli aveva attentamente visitata dal lato più accessibile, sia che in quella parte fossero più degradate le pietre, sia che il pendìo fosse più declive, o men vigilante la guardia. Sette de' suoi compagni più robusti salirono sulle spalle gli uni degli altri, e lo schiavo gigantesco sosteneva sopra il suo largo e nervoso dosso il peso di tutta la colonna. I più elevati potevano aggrapparsi alla parte inferiore dei muri. Vi si arrampicarono finalmente, pugnalarono alla sordina le sentinelle e le gettarono abbasso dalla Fortezza; ed i trenta guerrieri ripetendo questa pia giaculatoria, «Appostolo di Dio aiutateci e salvateci,» furon successivamente tirati sul muro, mercè delle lunghe tele de' lor turbanti. Damete andò cautamente a spiare il palazzo del governatore, che con romorose allegrie festeggiava la ritirata del nemico: e ritornato ai suoi compagni assalì dalla parte interna l'ingresso del castello. La sua piccola squadra abbattè la guardia, sgombrò la porta, calò abbasso il ponte levatoio, e difese questo angusto passaggio sino all'arrivo di Caled, che, sul far del giorno, venne a trarlo di pericolo, e ad assicurare la sua conquista. Il bravo Joukinna, che s'era dato a conoscere per un nemico sì formidabile, divenne un utile e zelante proselita; e il general dei Saraceni dimostrò i riguardi che avea pel merito, in qualunque condizione lo trovasse, rimanendo coll'esercito in Aleppo, sin che non fu guarito Damete delle sue onorate ferite. Era tuttavia coperta la capitale della Sorìa dal castello di Aazaz, e dal ponte di ferro dell'Oronte. Ma perduti quei posti di gran momento, e sconfitto l'ultimo esercito Romano, Antiochia[296], ammollita dal lusso, tremò e si sottomise con un riscatto di trecentomila pezze d'oro, e fu salva dalla distruzione; ma quella città, soggiorno un tempo dei successori d'Alessandro, sede del governo romano in Oriente, decorata da Cesare coi titoli di città libera, santa e vergine, altro non fu poi sotto il giogo dei Califfi che città di provincia e di secondo ordine[297].

[A. D. 638]

Nella vita d'Eraclio si vede che dall'obbrobrio, e dalla debolezza dei primi e degli ultimi anni della sua amministrazione fu oscurata la gloria del trionfo della guerra persiana. Allorchè i successori di Maometto si armarono contro di lui per l'onore della propria religione, egli si sentì gelare alla prospettiva degli stenti e dei pericoli innumerabili in cui si sarebbe ingolfato: per natura indolente, non trovava più in una inferma vecchiaia il modo di sollevarsi ad un secondo sforzo. Per un sentimento di vergogna, e per la sollecitazione dei Siri fu impedito dall'allontanarsi, sin nel primo momento, dal teatro della guerra; ma più non vivea l'eroe, e puossi in qualche modo attribuire all'assenza o al cattivo procedere del sovrano la perdita di Damasco e di Gerusalemme, non che le sanguinose giornate di Aiznadin, e d'Yermuk. In vece di difendere il sepolcro di Cristo, impelagò la Chiesa e lo Stato in una controversia metafisica[298] sopra l'unità della volontà; e mentre dava la corona al figlio, avuto della seconda moglie, si lasciava tranquillamente spogliare della porzion più preziosa del retaggio, che egli assegnava ai suoi figli. Prostrato a terra nella cattedrale di Antiochia, al cospetto dei vescovi ed ai piedi del Crocifisso, pianse i suoi peccati e quelli del popolo suo, ed insegnò al Mondo essere inutile e forse empia cosa l'opporsi al decreto di Dio. Erano di fatto i Saraceni come invincibili, poichè considerati erano per tali; e poteva la disfatta di Youkinna, il suo falso pentimento, e le tante sue perfidie giustificare i sospetti dell'imperatore, il quale si credeva accerchiato da traditori ed appostati pronti a consegnar la sua persona e l'impero in mano dei nemici di Cristo. Offuscato in mente dall'avversità e dalla superstizione, si abbandonò al terrore di sogni e di presagi nei quali parvegli vedere enunciata la caduta della sua corona; e dato alla Sorìa un eterno addio, salpò con un seguito poco numeroso sciogliendo i sudditi dal giuramento di fedeltà[299]. Costantino, suo figlio primogenito, comandava quarantamila uomini in Cesarea, sede dell'amministrazion civile delle tre province della Palestina. Ma i suoi particolari interessi lo chiamavano alla Corte di Bisanzio; e dopo la fuga del padre s'avvide che mal potea resistere alle forze congiunte del Califfo. La sua vanguardia fu intrepidamente assalita da trecento Arabi, e da mille Schiavi negri, i quali nel cuor del verno aveano superate le nevi del Libano, e furon ben tosto seguiti dagli squadroni di Caled. I Saraceni che stavano in Antiochia e in Gerusalemme arrivarono dal settentrione e dal mezzogiorno lungo la costa marittima, e si ricongiunsero sotto le mura delle città della Fenicia. Tripoli e Tiro furono consegnate per tradimento, e da un navile di cinquanta bastimenti da trasporto, che senza diffidare entravano nei porti allora dal nemico occupati, ebbero i Musulmani un utile rinforzo d'armi e di munizioni: ben presto ebber fine le loro fatiche per l'inaspettata resa di Cesarea. Il figlio d'Eraclio s'era imbarcato nella notte[300], e, vedendosi abbandonati, comperarono i cittadini il perdono al prezzo di dugentomila pezze d'oro. Le altre città della provincia Ramlah, Tolomeide o Acri, Sichem o Neapoli, Gaza, Ascalona, Berita, Sidone, Gabala, Laodicea, Apamea e Jerapoli, non osarono lungamente resistere ai voleri del conquistatore; e la Sorìa piegò il collo sotto lo scettro dei Califfi, sette secoli dopo il tempo in cui Pompeo ne privò l'ultimo dei re Macedoni[301].

[A. D. 633-639]

Gli assedi, e le fazioni di sei campagne avean costata la vita a migliaia di Musulmani. Morivan come martiri ebbri di gloria e di allegrezza, e da queste parole d'un giovanetto Arabo, che per l'ultima volta abbracciava la madre e la sorella, si può conoscere la semplicità della lor fede. «Non già, disse loro, le squisitezze della Sorìa, e le gioie passeggere di questo Mondo m'hanno indotto a consacrare la vita per la causa della religione; voglio impetrare il favor di Dio, e del suo appostolo: ho udito dire da un compagno del Profeta, che le anime dei martiri saranno alloggiate nel gozzo degli uccelli verdi che mangiano le frutta del paradiso, e che bevono l'acqua delle sue correnti. Addio: ci rivedremo fra i boschetti, e presso le fontane che Dio riserva a' suoi eletti». Quei fedeli che cadeano in balìa del nemico aveano occasione di esercitare la costanza men forte, ma più difficile, e fu applaudito il cugino di Maometto, il quale, dopo tre giorni d'astinenza, ricusò il vino e il maiale offertogli dalla malizia degli infedeli per unico nudrimento. La debolezza di parecchi Musulmani, meno coraggiosi, diveniva soggetto di disperazione per quegli implacabili fanatici, e il padre di Amer deplorò in tuono patetico l'apostasia e la dannazione del figlio, che avea rinunciato alle promesse di Dio e alla intercessione del Profeta, per occupare un giorno fra i sacerdoti e i diaconi i più profondi abissi dell'inferno. I più fortunati degli Arabi che sopravvissero alla guerra, perseverando nella fede, furono preservati mercè dell'accortezza de' loro capitani dal pericolo di far abuso della loro prosperità. Abu-Obeidah non lasciò alle sue truppe che tre giorni di riposo, e, allontanandoli dal contagio de' costumi di Antiochia assicurò il Califfo, che solo poteano i rigori della povertà e della fatica mantenerli nella religione e nella virtù. Ma la virtù d'Omar sì austera per lui, era indulgente e dolce pe' suoi fratelli. Dopo aver pagato al suo luogotenente un giusto tributo d'elogi e di azioni di grazia, concedette una lagrima alla compassione, e sedutosi in terra scrisse una lettera ad Obeidah, rinfacciandogli amorevolmente la troppa severità. «Iddio, dissegli il successor del Profeta, non ha interdetto l'uso delle buone cose di questo Mondo ai fedeli, ed a coloro che han fatte opere buone; però avreste dovuto concedere più riposo alle vostre soldatesche, e lasciare che godessero i sollievi che offre il paese in cui siete. I Saraceni, che non han famiglia in Arabia, possono maritarsi in Sorìa, e ognun d'essi è padrone di comperarsi le schiave di cui abbisogna». Eran già disposti i vincitori a usare ed abusare di queste permissioni aggradevoli: ma l'anno del loro trionfo fu guasto da una mortalità d'uomini o di animali, per cui perirono in Sorìa venticinquemila Saraceni. Ebbero i Cristiani a piangere Obeidah: ma i suoi fratelli rammentarono esser lui uno dei dieci eletti che il Profeta avea nominati eredi del suo paradiso[302]. Caled visse ancora tre anni, e si mostra nei contorni di Emesa la tomba della _Spada di Dio_. Il suo valore, da cui i Califfi riconoscono il loro impero nella Sorìa e nell'Arabia, si rafforzava coll'opinione che aveva, che la Providenza avesse una cura particolare di lui; e sinchè portò una cappa benedetta da Maometto si credette invulnerabile in mezzo ai dardi degli infedeli.

[A. D. 639-655]

Ai Musulmani, che morirono in Sorìa dopo la conquista, succedettero i loro figli o concittadini; quel paese divenne la residenza e il sostegno della casa d'Ommiyah; e le entrate, le soldatesche e le navi di un regno sì potente furono impiegate ad allargare per ogni lato l'impero de' Califfi. Sprezzavasi dai Saraceni ciò che è superfluo nella gloria, e rade volte degnano i loro storici indicare le minori conquiste che si perdono nella luce e nella rapidità della lor vittoriosa carriera. Al nort della Sorìa passarono il monte Tauro, soggiogarono la provincia di Cilicia e Tarso la capitale, antico monumento dei re d'Assiria. Giunti al di là d'una seconda giogaia di quelle montagne, diffusero il fuoco della guerra, anzi che la face della religione, sino alle coste dell'Eussino, e ai dintorni di Costantinopoli. Dalla parte _d'oriente_ s'innoltrarono fino alle sorgenti dell'Eufrate e del Tigri[303]. I limiti sì lungo tempo contestati di Roma e della Persia sparirono per sempre; Edessa, Amida, Dara e Nisibi, videro rase quelle mura che aveano durato contro l'armi e le macchine di Sapore e di Nushirvan, e nulla valsero la lettera di Gesù Cristo[304], nè l'impronta della sua figura nella santa città d'Abgara in faccia ad un conquistatore infedele. Dal mare è confinata la Sorìa all'_occidente_, e la rovina di Aredo, isoletta o penisola sulla costa, non avvenne che dieci anni dopo. Ma i colli del Libano erano adombrati d'alberi atti a costruzione; il commercio della Fenicia dava una moltitudine di marinai, e gli Arabi poterono allestire ed armare un naviglio di mille e settecento barche, le quali fecero fuggire i navigli dell'impero dagli scogli della Panfilia sino all'Ellesponto. L'imperatore, nipote di Eraclio, prima del combattimento era stato vinto da un sogno e da un giuoco di parole[305]. Rimasero i Saraceni signori del Mediterraneo, e vennero saccheggiando successivamente le isole di Cipro, di Rodi, e delle Cicladi. Tre secoli avanti l'Era cristiana, il memorando ed inutile assedio di Rodi[306], fatto da Demetrio, aveva dato a quella repubblica soggetto e materia d'un trofeo: erasi da lei in un ingresso del porto collocata una statua colossale d'Apollo, ossia del Sole, nobile monumento della libertà e dell'arti della Grecia alto settanta cubiti. Il colosso di Rodi sussisteva da cinquantasei anni, quando fu atterrato da un tremuoto; l'enorme suo tronco e i vasti suoi brani restarono sparsi per otto secoli sul terreno, e furono sovente descritti come una delle maraviglie del Mondo antico. I Saraceni ne raccolsero i frantumi e gli vendettero a un mercadante Ebreo di Edessa; il quale, è fama, vi trovò tanto rame per caricar novecento cammelli; peso che par ben considerabile anche quando vi fossero comprese le cento figure colossali[307] e le tremila statue, che decoravano la città del Sole nei suoi giorni di prosperità.

III. Fa mestieri, per ispiegare la storia del conquisto d'Egitto, ragionare alquanto sul carattere del vincitore. Amrou, uno dei primari Saraceni nel tempo in cui l'ardire e l'entusiasmo esaltavano sopra sè stesso l'ultimo dei Musulmani, avea sortito natali abbietti ad un tempo ed illustri. Era nato da una celebre prostituta la quale, dei cinque Koreishiti che accoglieva in casa, non seppe dire qual fosse il padre di questo fanciullo; ma per la rassomiglianza delle fattezze lo attribuì ad Aasi il men giovine de' suoi amanti[308]. Amrou dal suo brio giovanile si lasciò dare in preda alle passioni e ai pregiudizi della famiglia: esercitò il suo ingegno poetico in versi satirici contro la persona e la dottrina di Maometto; la fazione allor dominante impiegò la sua accortezza contro gli esuli, per motivo di religione, rifuggiti alla Corte del re di Etiopia[309]. Ma egli ritornò dalla sua ambasciata addetto secretamente all'Islamismo; la ragione ovver l'interesse lo determinarono ad abbandonare il culto degli idoli: scampò dalla Mecca col suo amico Caled, e il Profeta di Medina ebbe il piacere d'abbracciare nel punto medesimo i due campioni più intrepidi della sua causa. Amrou, che mostrava gran desiderio di comandare gli eserciti de' fedeli, fu rimbrottato da Omar che lo consigliò a non cercare autorità e dominio, poichè l'uomo che oggi è suddito può domani essere principe. Per altro non trascurarono il suo merito i due primi successori dell'appostolo, e alla sua prodezza furon debitori dei conquisti della Palestina: egli in tutte le battaglie, e negli assedi della Sorìa diede a divedere congiunta la calma di un generale al valore di un ardente soldato. In uno de' suoi viaggi a Medina se gli mostrò voglioso il Califfo di veder la spada che aveva mietuto tante teste cristiane. Il figlio di Aasi gli presenta una scimitarra cortissima che nulla avea di singolare, e accortosi della sorpresa di Omar. «Oimè, gli disse il modesto Saraceno, anche la spada senza il braccio del suo padrone sovrano non è più tagliente, nè più pesante della spada del poeta Pharezdak[310].» Dopo il conquisto dell'Egitto la gelosia indusse il califfo Othmano a richiamare Amrou; ma nelle turbolenze sopravvenute potè il suo ardore nel dimostrarsi capitano, uom d'alto affare, e oratore trarlo ben presto dalla classe de' privati. Al potente suo aiuto, sia nei consigli, sia nell'esercito andarono debitori gli Ommiadi della assodata loro grandezza. Moawiyah, per gratitudine, restituì il governo e l'amministrazione delle rendite pubbliche dell'Egitto a un amico fedele, che da sè stesso erasi sollevato dalla condizione di semplice suddito, e Amrou terminò i suoi giorni nel palazzo e nella città che avea fondato sulle sponde del Nilo. Gli Arabi citano come un modello d'eloquenza e di sapienza il discorso che fece ai figli nel letto di morte; deplorò i trascorsi della sua gioventù: ma per poco che gli rimanesse della vanità di poeta[311], potè esagerare volontieri il veleno e il pericolo delle sue vecchie satire contro l'Islamismo.

[A. D. 638]