Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 10

Part 15

Chapter 153,442 wordsPublic domain

Dopo un assedio di settanta giorni[268] erano già esauste le munizioni probabilmente come il coraggio degli abitanti di Damasco: sì che i più valorosi dei lor capitani piegarono alla legge della necessità. Nelle diverse occasioni di pace e di guerra, aveano imparato a temere la ferocia di Caled, e a rispettare l'affabilità e le virtù di Abu-Obeidah. Cento deputati del clero e del popolo a mezza notte giunsero nella tenda di quel rispettabile capitano, che urbanamente gli accolse, e li congedò; riportarono in città una convenzione scritta in cui, sulla fede del compagno del Profeta, erasi stipulato che cesserebbero le ostilità, che sarebbe libero agli abitanti di Damasco il ritirarsi con quanto potessero portare con sè delle loro robe; che i sudditi tributari del Califfo continuerebbero a possedere le terre, e le case loro, e che conserverebbero sette chiese. A queste condizioni vennero consegnati ad Abu-Obeidah gli ostaggi più ragguardevoli, non che la porta più vicina al suo campo; i suoi soldati ne imitarono la moderazione, ed egli godè l'umile gratitudine del popolo da lui sottratto alla distruzione. Ma il buon esito de' negoziati scemata avea la vigilanza della città, e nel punto stesso era stato preso d'assalto il quartiere opposto a quello per cui entrava Obeidah. Da una fazione di cento Arabi era stata consegnata la porta orientale a un nemico più inflessibile: «non si dà quartiere, esclamò l'avido e sanguinario Caled, non si dà quartiere ai nemici del Signore». Le sue trombe squillarono, e il sangue cristiano inondò le vie di Damasco. Quando arrivò alla chiesa di S. Maria, stupì di vedervi i suoi compagni, e fu sdegnato dei loro atteggiamenti pacifici; pendean le loro spade dal fianco, ed erano circondati da una folla di sacerdoti e di monaci. Abu-Obeidah salutò il generale: «Iddio, gli disse, ha consegnata la città in mia mano per capitolazione, ed ha risparmiato ai fedeli la fatica di combattere. — Ed io, rispose irritato Caled, non sono io forse il luogotenente del comandante de' fedeli? non ho io presa d'assalto la città? Gli infedeli periranno di spada; piombate su loro.» Correvano gli Arabi inumani, ed assetati di sangue, ad eseguire sì bramato comando, ed era rovinata Damasco se la bontà del cuore di Obeidah non era sostenuta dalla autorità del grado, e dalla nobile di lui fermezza. Si cacciò fra i cittadini atterriti, e fra i più impazienti de' Barbari; e ingiunse loro, pel santo nome di Dio, di rispettare la sua promessa, di frenare la furia, ed aspettare la decisione del Consiglio. Si ritirarono i Capi nella chiesa di S. Maria, e dopo un dibattito assai veemente si sottomise Caled, in qualche parte, alla ragione e alla autorità d'un suo collega, il quale dimostrò dover esser sacra la capitolazione, utile ed onorevole ai Musulmani il mantenere esattamente la parola, e che portando la diffidenza e la disperazione alle altre città della Sorìa, queste si difenderebbero con una ostinazione che difficilmente si potrebbe superare. Fu convenuto adunque di rimettere la spada nel fodero; che la parte di Damasco che si era arresa ad Obeidah, da quel punto, godrebbe i vantaggi della capitolazione[269]; e che finalmente alla prudenza e alla giustizia del Califfo si rimetterebbe la decision dell'affare. La maggior parte degli abitanti accettò la promessa data loro di tollerare la loro religione, e si sottomise a un tributo. Erano in Damasco ventimila cristiani; ma il prode Tommaso e i valorosi patriotti, che aveano combattuto sotto il suo vessillo, preferirono la povertà, e l'esiglio. Sacerdoti e laici, soldati e cittadini, donne e fanciulli formarono un numeroso campo in un prato vicino alla città; frettolosi e sbigottiti portarono colà le loro cose di maggior pregio, e con dolorosi lamenti, o col silenzio della disperazione, abbandonarono la terra natale, e le amene rive del Farfar. Non valse lo spettacolo della loro miseria a commovere l'animo inesorabile di Caled; contese egli agli abitanti di Damasco la proprietà d'un magazzino di biada; si ingegnò di privar la guarnigione dei beneficii del trattato: con ripugnanza permise ai fuggiaschi d'armarsi d'una spada, d'una lancia o d'un arco, e dichiarò aspramente che dopo tre giorni potrebbono i suoi soldati inseguirli, e trattarli da nemici de' Musulmani.

La passione d'un giovane Siro fu il compimento della rovina degli esuli Damasceni. Un nobile cittadino di quella città, nomato Giona[270], s'era impalmato ad una giovanetta d'opulenta famiglia, appellata Eudossia; avendo i parenti di questa differite le nozze, si indusse ella a fuggire collo sposo prescelto. I due amanti subornarono con denaro i soldati che nella notte guardavano la porta di Keisan. Giona, che passava il primo, fu circondato da una truppa d'Arabi; esclamò in lingua greca: «L'uccello è preso», e così diede avviso alla sua Bella di ritornarsene a Damasco. Lo sciagurato Giona, tratto avanti a Caled, e minacciato di morte, dichiarò che credeva in Dio solo, e in Maometto suo appostolo, e fino al giorno del suo martirio adempiè i doveri di un bravo e leale Musulmano. Presa la città, andò al monastero ove erasi ricoverata Eudossia: ma costei avea dimenticato l'amante, non vedendo più in lui che un apostata cui ricevette con sommo dispregio. Preferì essa la sua religione alla terra nativa, e Caled, sordo alla compassione, ma guidato in questo caso dalla giustizia, ricusò di ritenere per forza un uomo, o una donna di Damasco: per un articolo del Trattato, e per le provvidenze che esigeva questo nuovo conquisto, dimorò Caled in Damasco per quattro giorni. Conteggiando il tempo e la distanza avrebbe egli in tal occasione perduto la smania delle stragi e delle rapine; ma s'arrese alle importune istanze di Giona, che lo assicurava potersi ancora arrivare i fuggitivi spossati di fatica. Gli inseguì di fatto Caled con quattromila cavalieri travestiti da cristiani Arabi. Non si fermava che pel momento dell'orazione, e ben conoscevano le sue guide il paese. Per lungo spazio di strada furon visibili le vestigia degli abitanti di Damasco; ma ad un tratto disparvero; tuttavolta furono rincorati i Saraceni nelle lor mosse dalla sicurezza avuta, che i fuggiaschi s'erano sperperati nelle montagne, e che potrebbero raggiugnerli presto. Durarono stenti eccessivi nel valicare le giogaie del Libano; ma l'indomabile ardor d'un amante sostenne e confortò il coraggio di que' vecchi fanatici. Un paesano di quel Cantone gli avvisò, che l'imperatore avea mandato ai fuorusciti un ordine di radere la costa del mare senza indugio, sulla strada che conduceva a Costantinopoli, temendo per avventura che lo spettacolo e il racconto dei loro patimenti avessero a scoraggiare i soldati, e il popolo di Antiochia. Furon guidati i Saraceni attraverso del territorio di Gabala[271] e di Laodicea scansando sempre le città. Continua era la pioggia, oscurissima la notte; solo una montagna gli separava dai fuggitivi, e Caled, sempre inquieto per la sicurezza dei suoi guerrieri, confidava al compagno i tristi presagi avuti in sogno; ma dai primi raggi del giorno furono dissipati tutti i suoi timori. Scorse davanti a sè in una bella vallata le tende dei Cristiani scampati da Damasco. Dopo aver consacrati alcuni istanti al riposo e all'orazione, divise in quattro corpi la cavalleria; affidò il primo al suo caro Derar, e riservò l'ultimo per sè; piombarono questi quattro corpi un dopo l'altro sopra una moltitudine scompigliata, mal fornita d'arme, e già debellata dal dolore, e dalla fatica. Trattone un prigioniero che ottenne perdono, e fu rimandato, ebbero i Musulmani la soddisfazione di credere che nemmeno un cristiano, dell'uno o dell'altro sesso, era campato dai colpi della loro scimitarra. Sparso era nel campo l'oro e l'argento di Damasco: vi trovarono i vincitori più di trecento some d'abiti di seta, bastanti a vestire un esercito di Barbari. Cercò Giona, e scoperse in mezzo alla strage, l'oggetto della sua costante ricerca; ma l'ultimo atto della sua perfidia avea messo il colmo al risentimento d'Eudossia, la quale facendo ogni suo potere per liberarsi dall'odiose carezze di costui, si immerse un pugnale nel seno. Un'altra donna, la vedova di Tommaso, creduta, non so se a torto o a ragione, la figlia di Eraclio, fu pure salvata e rimandata senza riscatto; ma solamente per disprezzo mostrossi tanto generoso Caled, ed un insolente messaggio portò sino al trono de' Cesari le disfide dell'orgoglioso Saraceno. Dopo aver fatto più di centocinquanta miglia nella provincia Romana, colla stessa rapidità e segretezza, se ne tornò a Damasco. Omar salendo al trono gli tolse il comando: ma se il Califfo biasimò la temerità della impresa, lodò il vigore e la prudenza di lui nell'eseguirla.

In un'altra occasione dimostrarono egualmente i vincitori di Damasco come amassero, e come dispregiassero le ricchezze di questo Mondo. Seppero che nella fiera di Abyla[272], la quale si faceva lungi trenta miglia incirca della città, concorrevano ogni anno le produzioni naturali e quelle della industria di tutta la Sorìa, che una folla di pellegrini andava, in que' giorni, a visitare la cella d'un santo eremita, e che le nozze della figlia del governator di Tripoli doveano rallegrare la festa del commercio e della superstizione. Abdallah, figlio di Jaafar, santo e glorioso martire, prese l'incarico, guidando cinquecento cavalieri, dell'utile e religiosa missione di spogliare gl'infedeli. Nell'avvicinarsi alla fiera d'Abyla venne a sapere, non senza inquietudine, che i Giudei e i Cristiani, i Greci e gli Armeni, gli originali della Sorìa e gli abitanti dell'Egitto formavano una truppa di diecimila uomini, e che la sposa era scortata da cinquemila cavallieri. I Saraceni si fermarono: «Per me, disse Abdallah, non so dare addietro; numerosi sono i nostri nemici, grandi i pericoli che corriamo; ma luminoso e certo è il guiderdon che otterremo o in questo, o nell'altro Mondo: ciascuno, a suo grado, vada avanti o si ritragga». Nemmeno un Musulmano si ritirò. «Menateci, disse Abdallah al Cristiano che gli serviva di guida, e vedrete che possono fare i compagni del Profeta». I suoi soldati caricarono in cinque distaccamenti; ma dopo i primi istanti di vantaggio che ebbero in questo impreveduto assalto, furono circondati e quasi oppressi dal numero superior de' nemici; e la loro brava gente fu paragonata al punto bianco che si vede sulla pelle d'un cammello nero[273]. Sul tramontar del sole cadevano le armi dalle lor mani per la fatica, ed eran sul punto d'essere precipitati nella eternità, quando scorsero venir loro in faccia un nembo di polvere: colpì le loro orecchie il grato suono del _tecbir_[274], e ben presto videro lo stendardo di Caled, che con tutta la velocità dei cavalli della sua soldatesca giungeva in aiuto. Il quale sbaragliò i battaglioni cristiani, e senza cessar la strage li perseguitò sino al fiume di Tripoli. Rimasero abbandonate le ricchezze poste in mostra alla fiera, il danaro portato per le provviste, la brillante pompa delle nozze, la figlia del governatore, e quaranta donne del seguito. Frutta, vittoaglie, mobili, argento, vasellame, gioielli, tutto fu tostamente ammucchiato sulla schiena de' cavalli, degli asini e dei muli, e tornarono i pii masnadieri in trionfo a Damasco. L'eremita dopo breve e violenta discussione con Caled sulle rispettive religioni ricusò la corona del martirio, e fu lasciato in vita soletto su quella scena di eccidio e di desolazione.

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È la Sorìa[275] un dei paesi più anticamente coltivati; merita essa questa preferenza[276]. La vicinanza del mare e delle montagne, l'abbondanza delle legne e dell'acqua, temperano l'ardor del clima, e dalla fertilità del suolo deriva sì gran quantità di sussistenze, che n'è mirabilmente giovata la propagazione degli uomini e degli animali. Dal secolo di Davide a quello d'Eraclio si coperse il paese di fiorenti città: ricchi e numerosi ne eran gli abitanti, e quantunque lentamente devastata dal dispotismo e dalla superstizione, dopo le recenti calamità della guerra persiana, poteva ancora la Sorìa essere un incentivo alla rapacità delle ingorde tribù del deserto. Una pianura di dieci giornate, che da Damasco si stende ad Aleppo e ad Antiochia, è innaffiata alla parte di ponente dal tortuoso Oronte. Le vette del Libano, e dell'anti-Libano le sovrastano da settentrione a mezzogiorno fra l'Oronte e il mediterraneo, e in addietro si diede l'epiteto di _concava_ (Coelesyria) ad una lunga e fertilissima valle cinta nella medesima direzione da due catene di montagne coperte sempre di neve[277]. Tra le città indicate nella geografia e nella storia della conquista di Sorìa, coi loro nomi greci e coi nomi orientali, si nota Emesa o Hems, Eliopoli o Baalbek: la prima, metropoli della pianura, la seconda, capitale della vallata. Sotto l'ultimo Cesare erano ben munite e piene d'abitanti: ne risplendeano da lontano le torri: edifici pubblici e privati occupavano un vasto terreno, e gran fama avevano i cittadini pel coraggio od almen per l'orgoglio, per le ricchezze o almeno per lusso. Al tempo del Paganesimo, Emesa ed Eliopoli adoravano Baal ovvero il Sole; ma caduta la superstizione e la grandezza loro, ebbero a provare una sorte molto diversa. Niun vestigio rimane del tempio d'Emesa il quale, se si presta fede ai poeti, eguagliava in altezza la cima del monto Libano[278], mentre le rovine di Baalbek, ignote agli scrittori antichi, solleticano la curiosità e ottengono la ammirazione de' viaggiatori Europei[279]. Il tempio è lungo dugento piedi, largo cento: un doppio portico d'otto colonne adorna la facciata: se ne contano quattordici da ogni lato, ed ogni colonna, formata di tre pezzi di pietra o di marmo, ha quaranta piedi d'altezza. L'ordine corintio che si osserva nelle proporzioni e negli ornamenti annunzia l'architettura greca: ma poichè Baalbek non fu mai residenza d'un monarca, si stenta a capire come la liberalità dei cittadini, o del Corpo municipale abbian potuto sopperire alla spesa di costruzioni tanto magnifiche[280]. Dopo la conquista di Damasco marciarono i Saraceni alla volta di Eliopoli e di Emesa, ma non rivangherò particolarità di sortite, e di combattimenti, dopo averle già rappresentate in prospetto sopra una scena più vasta. Nella continuazion di questa guerra, ottennero trionfi non solo colle armi ma anche colla politica; seppero dividere i nemici con tregue particolari e di poca durata; avvezzarono i popoli della Sorìa a paragonare i vantaggi della loro alleanza e i pericoli dell'averli nemici; si addomesticarono colla lingua, colla religione e colle costumanze loro, e vennero con segrete compre vuotando i magazzini e gli arsenali delle città cui voleano assediare. Vollero un riscatto più costoso dai più ricchi e dai più ostinati; alla sola Calcide fu imposta la tassa di cinquemila oncie d'oro, d'altrettanto d'argento, di duemila vesti di seta e della quantità di fichi e di ulive che potesse essere portata da cinquemila asini. Osservarono per altro scrupolosamente gli articoli delle tregue e delle capitolazioni, ed il luogotenente del Califfo avendo promesso di non entrare nelle mura di Baalbek, tenuta come prigioniera dalle sue armi, si rimase tranquillo nella sua tenda sino a tanto che le fazioni che laceravano la città richiesero che un padrone straniero andasse a sedarle. In meno di due anni si terminò la conquista della pianura e della valle di Sorìa. Nulla di meno ebbe a lagnarsi di lentezza il Califfo, e i Saraceni espiando i lor falli con lagrime di pentimento e di rabbia, domandarono ad alta voce d'esser condotti alle battaglie del Signore. In un fatto accaduto poco tempo prima sotto le mura di Emesa, s'udì esclamare un giovane Arabo, cugino di Caled: «Credo vedere le houris dagli occhi neri che mi guardano; se una sola comparisce sulla terra tutti gli uomini morirebbero d'amore. Ne scorgo una che ha un fazzoletto di seta verde, e un cappello di pietre preziose; mi fa segno e mi chiama: vieni subito mi dice, perchè sono innamorata di te.» Così dicendo, si scagliò furiosamente sui Cristiani, e spargeva per ogni parte la strage, quando il governatore di Hems, che l'osservò, lo trafisse con una chiaverina.

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Era d'uopo ai Saraceni di tutto il valore ed entusiasmo loro per far fronte alle forze dell'imperatore, il quale dalle tante perdite sofferte aveva argomentato abbastanza che voleano i pirati del deserto conquistare regolarmente, e conservare a sè la Sorìa, e che in poco tempo verrebbero a capo del lor disegno. Ottantamila soldati delle province europee ed asiatiche furono mandati per mare e per terra ad Antiochia e a Cesarea: sessantamila Arabi cristiani, della tribù di Gassan, erano le soldatesche leggiere di quell'esercito, e lo precedevano sotto la bandiera di Iabalah, l'ultimo de' loro principi: avevano i Greci per massima: _che col diamante si tagliava meglio che in altra guisa il diamante_. Non si espose Eraclio in persona ai rischi di quella guerra: ma presuntuoso siccome egli era, o forse per mancanza di coraggio, diede comando espresso di decidere in una sola giornata il destino della provincia e di quella guerra. Gli abitanti della Sorìa difendeano la causa di Roma e di Cristo; Nobili, cittadini, paesani furono del pari irritati dalla ingiustizia, e dalla barbarie di un esercito licenzioso che come sudditi li opprimeva, e li spregiava come stranieri[281]. Aveano i Saraceni posto campo sotto le mura d'Emesa, quando ebbero sentore di que' grandi apparecchi, e benchè i capitani fossero ben risoluti al combattere, raunarono consiglio di guerra: voleva il pio Abu-Obeidah ricevere la corona del martirio in quel luogo medesimo: ma fu saggio avviso di Caled il fare una ritratta onorevole sulla frontiera della Palestina e dell'Arabia, ove potrebbe l'esercito attendere il soccorso degli amici, e l'assalto degli infedeli. Un corriere spedito a Medina ritornò prestamente colle benedizioni di Omar e di Alì, colle preghiere delle vedove del Profeta, e con un rinforzo di ottomila Musulmani. Questo piccolo drappello battè per via un distaccamento dei Greci, e arrivando a Yermuk, ove erano accampati i Saraceni, s'ebbero la lieta novella, che Caled avea già sbaragliato e disperso gli Arabi cristiani della tribù di Gassan. Nei dintorni di Bosra cadono a torrenti della montagna di Hermon le acque sulla pianura di _Decapoli_, ossia delle dieci città, e d'Hieromax, di cui si alterò il nome cangiandolo in quello di Yermuk dopo un breve corso si perdè nel lago di Tiberiade.[282] Le sue sponde mal conosciute furono allora illustrate da lunga e sanguinosa battaglia. In quella gran circostanza dalla voce pubblica, e dalla modestia di Abu-Obeidah fu renduto il comando al Musulmano più degno. Caled si collocò sulla fronte dell'esercito; alle spalle pose il suo collega, acciocchè i Musulmani, se mai fossero tentati a fuggire, fossero arrestati dal suo aspetto venerando e dalla vista della bandiera gialla, che Maometto avea spiegata avanti le mura di Chaibar. Stava nell'ultima linea la sorella di Derar e le donne arabe che s'erano coscritte per quella santa guerra, che sapeano trattare l'arco e la lancia, e che in un momento di cattività aveano difesa contro gli incirconcisi la verecondia loro e la religione[283]. L'arringa dei generali fu breve, ma energica. «Avete in faccia il paradiso, alle spalle il diavolo e il fuoco dell'inferno». Nondimeno fu tanto impetuosa la carica della cavalleria romana che ne fu rotta l'ala destra degli Arabi, e separata dal centro. La quale per tre volte s'indietreggiò alla rinfusa, e tre volte fu riordinata dai rimproveri e dai colpi delle donne. Negli intervalli dell'azione, Abu-Obeidah visitava le tende dei confratelli, ne prolungava il riposo recitando in una volta due delle cinque orazioni quotidiane, ne curava le ferite di propria mano, e li confortava colla riflessione, che gli infedeli che partecipavano ai loro mali non participerebbero alla loro ricompensa. Quattro mila e trenta Musulmani furono seppelliti sul campo di battaglia, e la destrezza degli arcieri Armeni procacciò a settecento Arabi la gloria di perdere un occhio nell'esercizio di quel religioso dovere. Confessarono i veterani della guerra di Sorìa non aver mai veduto azione così terribile, ed il cui esito fosse sì lungo tempo incerto; ma non ve n'ebbe altresì veruna più decisiva di quella; Greci e Siri a migliaia caddero sotto la spada degli Arabi; gran numero di fuggitivi fu dopo la vittoria trucidato pei boschi, e nelle montagne. Parecchi altri, che perdettero il guado, annegarono nell'acqua dell'Yermuk, e, qualunque sia l'esagerazione dei Musulmani[284], dagli autori cristiani si confessa che il cielo li punì in maniera ben sanguinosa dei loro peccati[285]. Manuele che comandava i Romani fu ucciso a Damasco, dove si ricoverò nel monastero del monte Sinai. Jabalah, esigliato dalla Corte di Bisanzio, pianse colà i costumi dell'Arabia da lui abbandonati, e la sciagura d'aver preferito la causa de' Cristiani[286]. Altra volta era stato propenso all'Islamismo; ma in un pellegrinaggio alla Mecca, essendosi trasportato a percuotere un suo concittadino, avea presa la fuga per salvarsi dall'imparziale e severa giustizia del Califfo. I Saraceni vittoriosi passarono un mese a Damasco nella quiete e nei sollazzi: la division del bottino fu rimessa alla prudenza di Abu-Obeidah. Ogni soldato ebbe una parte per sè, ed una pel suo cavallo, ed ai nobili corsieri di razza araba fu riservata doppia porzione.

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