Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 10

Part 12

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[174] _Anche qui è indebito il paragone fra Maometto ed il Profeta di Ninive; noi dobbiamo credere, che questi fosse inspirato da Dio quando parlava; e sappiamo, che Maometto non fu che un fortunato ed abile fondatore della sua religione._ (Nota di N. N.)

[175] Voltaire, in uno de' tanti suoi scritti, paragona Maometto vecchio ad un Fakir «che si stacca la catena dal collo per darla su le orecchie a' suoi confratelli».

[176] Gagnier con uguale imparzialità espone questa legge umanissima di Maometto, e gli assassinii di Caab e di Sophian dal Profeta incoraggiati ed approvati.

[177] Si consulti, su la vita privata di Maometto, il Gagnier e i capitoli correlativi di Abulfeda; su la sua dieta (t. III, p. 285-288); su i suoi figli (p. 189-289); su le sue mogli (p. 290-303); sul suo matrimonio con Zeineb (t. II, p. 152-160); su i suoi amori con Maria (p. 303-309); su la falsa accusa d'Ayesha (pag. 186-199). Per questi ultimi fatti, la pruova men rifiutabile scontrasi nel ventiquattresimo, trentesimoterzo, e sessantesimosesto capitolo del Corano, col commentario del Sale. Il Prideaux (_Vie de Mahomet_, p. 80-90), e il Maracci (_Prodrom. Alcoran._, part. IV, p. 49-59) malignamente hanno esagerato i difetti di Maometto.

[178] _Incredibile est quo ardore apud eos in Venerem uterque solvitur sexus._ Ammiano Marcellino, l. XIV, c. 4.

[179] Il Sale (_Discours préliminaire_, p. 133-137) fa la ricapitolazione delle leggi sul matrimonio, sul divorzio, ec.; e chi avrà letto l'_Uxor hebraica_ del Salden vi ravviserà molte ordinanze degli Ebrei.

[180] Decise il Califfo Omar in un caso memorabile, che non varrebbero tutte le testimonianze di presunzione, e che i quattro testimoni dovrebbero avere veduto _stylum in pixide_. (Abulfedae, _Annales Moslemici_, p. 71, vers. Reiske).

[181] _Sibi robur ad generationem, quantum triginta viri habent, inesse iactaret;_ (Maracci, _Prodr. Alcoran._ part. IV, p. 55. _V._ pure le _observ._ del Belon, l. III, c. 10, fol. 179 recto). Al-Iannabi (Gagnier, t. III, p. 287) cita Maometto stesso che millantava di superare tutti gli uomini in valor coniugale.

[182] Uso qui lo stile d'un Padre della chiesa, εναθλέυωι Ηρακλης τρισκαιδεκατον αθλον (San Gregorio Nazianzeno, _Orat._ 3, p. 108).

[183] Abulfeda, _in vit. Moham._ p. 12, 13, 16, 17, _cum notis_ Gagnier.

[184] Questo schizzo dell'Istoria araba è tolto dalla Biblioteca orientale del d'Herbelot (articoli _Abubeker_, _Omar_, _Othman_, _Alì_, etc.), dagli Annali di Abulfeda, d'Abulfaragio e d'Elmacin, e soprattutto dalla Storia de' Saraceni di d'Ockley (vol. I, pag. 1-10, 115-122, 229-249, 363-372, 378-391, e secondo volume quasi totalmente). Devonsi ammettere però con cautela le tradizioni delle Sette nemiche; son quelle una riviera che diviene più limacciosa quanto più si allontana dalla fonte. Chardin copiò troppo fedelmente le fole e gli errori de' Persiani moderni (_Voyages_, t. II, p. 235-250, ec.).

[185] Ockley, sul finire del suo volume secondo, ci ha data una versione inglese di censessantanove massime ch'egli dubbiosamente attribuisce ad Alì, figlio di Abu-Taleb. Spira nella sua traduzione l'entusiasmo d'un traduttore. Quelle massime però dipingono al naturale, ma con tinte assai tetre, la vita umana.

[186] Ockley (_Hist. of the Saracens_, vol. I, p. 5, 6) suppone, aderendo ad un manoscritto Arabo, che non piacesse ad Ayesha veder suo padre per successore all'appostolo. Questo fatto, già sì poco verosimile in sè, non si legge nè in Abulfeda, nè in Al-Iannabi, nè in Al-Bochari: ma quest'ultimo cita una tradizione intorno ad Ayesha, provenuta da lei medesima (_in vit. Mohammed_, pag. 136; _Vie de Mahomet_, t. III, p. 236).

[187] Particolarmente dal suo amico e cugino Abdallah, figlio d'Abbas, che morì (A. D. 687) col titolo di gran dottore de' Musulmani. Secondo Abulfeda, egli novera le occasioni rilevanti in cui aveva negletti Alì i suoi buoni consigli (p. 76. vers. Reiske), e conchiude così (p. 85): _O princeps fidelium, absque controversia, tu quidem vere fortis es, at inops boni concilii, et rerum gerendarum parum callens._

[188] Suppongo che i due anziani di cui fan cenno Abulfaragio (p. 115) e Ockley (t. I, p. 371) non sieno già due consiglieri in carica, ma Abubeker ed Omar, i due predecessori d'Othmano.

[189] Lo Scisma de' Persiani viene esposto da tutti i viaggiatori dell'ultimo secolo, e soprattutto nel secondo e quarto volume del Chardin loro maestro. Il Niebuhr, inferiore al Chardin, ha il vantaggio peraltro d'avere scritto nel 1764, epoca più recente d'assai (_Voyages en Arabie_, etc., t. II, p. 208-233), e posteriore al vano tentativo che ha fatto Nadir-Shah per cangiare la religione del suo popolo (_V._ la sua _Storia della Persia_, tradotta da Sir William Jones, t. II, p. 5, 6, 47, 48, 144-155).

[190] Omar presso loro significa il diavolo. Il suo assassino è un santo. Quando i Persiani scagliano una freccia, sogliono gridare: «Possa questa freccia trafiggere il cuore d'Omar». (_Voyages de Chardin_, t. II, p. 239, 240, 259, ec.).

[191] Questa graduazione di merito è notata distintamente nel simbolo spiegato dal Reland (_De relig. Moham._, l. I, p. 37), e da un argomento de' Sonniti riferito dall'Ockey (_Hist. of the Sarac._, t. II; p. 230). L'usanza di maledire la memoria d'Alì fu abolita, quarant'anni dopo, dagli stessi Ommiadi (d'Herbelot, p. 690); e son pochi i Turchi che osino insultarlo come infedele (_Voyages de Chardin_, t. IV, p. 46).

[192] D'Anville (_l'Euphrate et le Tigre_, p. 29) dimostra che il piano di Siffin è il _campus barbaricus_ di Procopio.

[193] Abulfeda, Sonnita moderato, espone le varie opinioni sul seppellimento d'Alì, ma s'attiene al sepolcro di Cufa, _fama numeroque religiose frequentantium celebratum_. Niebuhr fa il conto che si seppelliscono ne' contorni duemila persone all'anno, e che cinquemila sono i pellegrini che vanno a visitarlo (t. II, p. 208, 209).

[194] Tutti i tiranni di Persia da Adhad-el-Dowlat (A. D. 977; d'Herbelot, pag. 58, 59, 95), sino a Nadir-Shah (A. D. 1743, _Hist. de Nadir-Shah_, t. II, p. 155), hanno ornato colle spoglie del popolo la tomba d'Alì. La cupola è di rame magnificamente dorato, che brilla a' raggi del Sole in distanza di molte miglia.

[195] La città di Meshed-Alì, lontana cinque o sei miglia dalle ruine di Cufa, e centoventi al mezzodì di Bagdad, ha l'estensione e la forma dell'odierna Gerusalemme. Meshed-Hosein, più vasta e più popolosa, è lungi trenta miglia.

[196] Seguo l'energico concetto e la frase di Tacito (_Hist._ l. I, c. 4): _Evulgato imperii arcano posse imperatorem alibi quam Romae fieri._

[197] Ho abbreviato la bella narrazione d'Ockley (t. II, p. 170-231), assai lunga e piena di minuti particolari, dai quali bene spesso emerge appunto il patetico.

[198] Il danese Niebuhr (_Voyages en Arabiae_, etc., t. II, p. 208 ec.) è forse quel solo de' viaggiatori Europei che abbia osato andare a Meshed-Alì, e a Meshed-Hosein. Que' due sepolcri sono in mano de' Turchi, i quali soffrono la devozione degli eretici Persiani, ma l'assoggettano ad un tributo. Il Chardin, che tante volte ho lodato, descrive partitamente la festa della morte di Hosein.

[199] Il d'Herbelot nota la successione all'articolo generale _Iman_; e negli articoli speciali per ognuno de' dodici pontefici dà un ristretto della lor vita.

[200] Parrà ridicolo il nome d'Anticristo, ma i Musulmani hanno attinto da tutte le religioni (Sale, _Discours prélimin_. p. 80-82). Nella regia scuderia d'Ispahan stanno sempre due cavalli sellati, l'uno per Mahadi, e l'altro pel suo luogotenente, Gesù, figlio di Maria.

[201] L'anno dugento dell'Egira (A. D. 815). _V._ d'Herbelot, p. 546.

[202] D'Herbelot, pag. 342. Cercavano gli avversari de' Fatimiti ogni modo per avvilirli col dar loro un'origine giudaica; ma quelli provavano benissimo d'essere discendenti di Iaafar, sesto Imano; e l'imparziale Abulfeda conviene in questo (_Annal. moslem_. pag. 238) ch'erano riconosciuti da parecchi, _qui absque controversia genuini sunt Alidarum, homines propaginum suae gentis exacte callentes_. Cita alcune linee del celebre Seriffo Or-Rahdi, _ego ne humilitatem induam, in terris hostium?_ (Sospetto ch'ei fosse un Edrissita della Sicilia) _cum in Egypto fit chalifa de gente Alii, quocum ego communem habeo patrem et vindicem_.

[203] I re di Persia dell'ultima dinastia discendono dallo Sheik Sefi, santo del quattordicesimo secolo, e per lui da Moussa Cassem, figlio di Hosein, figlio d'Alì (Olear. p. 957; Chardin, t. III, p. 288): ma non posso assegnare i gradi intermedii di veruna di queste o vere o favolose genealogie. Se erano Fatimiti, provenivano forse da' principi di Mazanderan che regnavano nel secolo nono (d'Herbelot, p. 96).

[204] Demetrio Cantemiro (_Hist. de l'Empire ottom_. p. 94) e Niebuhr (_Descript. de l'Arabie_: p. 9-16, 317, ec.) descrivono esattamente lo stato odierno della famiglia di Maometto e d'Alì. Peccato che il viaggiator Danese non abbia potuto possedere le cronache dell'Arabia.

[205] _Considerando la religione di Maometto dal solo aspetto dell'unità e delle perfezioni di Dio, vi si trova anzi ogni motivo di propagazione; ed è far troppo torto al genere umano, e specialmente agli Arabi che al momento della predicazione di Maometto erano idolatri, il pensare che per quanta prevenzione cieca avessero a favor dell'idolatria, ossia del politeismo, la loro ragione dovesse a lungo opporsi all'idea, sostenuta da Maometto, e tanto naturale, di un'Esser supremo e delle sue perfezioni._

[206] _Se gli Appostoli S. Pietro e S. Paolo andassero ora nella magnifica, e famosa Basilica del Vaticano, vi vedrebbero professati i medesimi dogmi, ch'essi credettero e pubblicarono; li troverebbero spiegati dai Concilj generali, ed espressi in formule, od Atti di Fede, secondo lo spirito ond'essi medesimi li sparsero. Vi troverebbero a dir vero nuovi metodi, nuove discipline, nuove cerimonie. Ma S. Pietro stesso nel Concilio da lui tenuto in Gerusalemme pose, di consenso cogli altri seguaci di Cristo ch'era già morto, alcune regole, e prese risoluzioni convenienti, e vantaggiose alle circostanze de' cristiani di quell'epoca, come pure fece S. Paolo nella Grecia; e perciò vedrebbero con piacere i buoni ed utili ordinamenti, e discipline, che secondo le circostanze, e per l'utilità e propagazione del cristianesimo, e l'edificazione de' credenti, furono fatti in Roma, e diffusi nelle province a norma delle decisioni dei Concilj, e delle Decretali e Costituzioni de' Papi; e vedrebbero poi a decoro della religione, e quindi con grande compiacenza, un tempio magnifico eretto dalle idee principesche, e dai tesori di Giulio II, e di Leone X; vedrebbero poi in un colla semplicità del culto protestante di Ginevra l'allontanamento dalla buona dottrina, cui per altro diedero origine le grandi spese, e le publicate Indulgenze di Leone X per la costruzione del Vaticano._

[207] _Non hanno forse anche i Cristiani nel loro intelletto l'immagine pura della Divinità?_

[208] Gli autori della Storia universale e moderna hanno compilato (volume 1 e 2) in ottocentocinquanta pagine _in folio_ la vita di Maometto e gli annali de' Califfi. Ebbero la ventura di leggere e talora correggere i testi Arabi. Ma ad onta delle loro millanterie, io non m'accorgo nella fine di questo passo sull'Islamismo che m'abbiano dato cognizione d'un gran numero di particolarità, se pure me n'han data una sola. Questa pesante massa di cose non è mai ravvivata da una scintilla di filosofia e di buon gusto, e i compilatori si sono nella loro critica abbandonati a tutto l'astio del bigottismo contro il Boulainvilliers, il Sale, il Gagnier, e quanti han palesato qualche parzialità, o qualche sentimento di giustizia per Maometto.

CAPITOLO LI.

_Conquisto della Persia, della Siria, dell'Egitto, dell'Affrica e della Spagna, fatto dagli Arabi o Saraceni. Impero de' Califfi o successori di Maometto. Situazione de' Cristiani sotto quel governo._

[A. D. 632]

La rivoluzione dell'Arabia non avea cangiata l'indole dagli Arabi; la morte di Maometto fu segnale d'independenza, e sin dalle fondamenta crollò l'edifizio ancora mal fermo del suo potere e della sua religione. Solo un drappello fedele e poco numeroso, formato da' suoi primi discepoli, ne aveva intesa la voce eloquente, e divise con lui le angustie; con lui erano scampati dalla persecuzion della Mecca, o raccolti i fuggiaschi entro le mura di Medina. Que' milioni di uomini, che poi salutarono Maometto per loro Profeta e re, erano stati domati dalle sue armi, o sedotti dai suoi trionfi. L'idea semplicissima d'un solo Dio inaccessibile a' sensi, difficilmente entrava nel capo dei politeisti, e que' Cristiani o Giudei che s'erano dati all'Islamismo sdegnavano il giogo d'un legislatore mortale già lor contemporaneo. Le abitudini di fede e di ubbidienza non erano ben radicate, e fra i nuovi convertiti buon numero si dolea d'aver posposta la veneranda antichità della legge di Mosè, i riti e misteri della Chiesa cattolica, o gl'idoli, i sagrifici e le feste piacevoli del paganesimo professato dagli antenati. Non ancora un sistema d'unione e di subordinazione aveva acquetato il tumulto degli interessi e le liti ereditarie delle tribù Arabe; i Barbari non potevano sottomettersi alle leggi, anche più dolci e salutari, quando comprimevano le passioni loro o ne violavano i costumi. S'erano essi acconciati con repugnanza ai comandamenti religiosi del Corano, all'astinenza totale dal vino, al digiuno del Ramadan, e alle cinque orazioni quotidiane; e sotto altro nome non ravvisavano, nelle elemosine e nelle decime che si esigevano per l'erario di Medina, altro che un tributo perpetuo e ignominioso. L'esempio di Maometto avea destato uno spirito di fanatismo, e d'impostura, e lui vivente aveano molti de' suoi rivali osato imitarne il costume e affrontarne l'autorità. Il primo Califfo, co' suoi _fuorusciti_ ed ausiliari, si vide ristretto alle città della Mecca, di Medina e di Tayef, e sembra che i Coreishiti avrebbero rimessi gl'idoli della Caaba, s'egli non ne avesse affrenata la leggerezza con questo rimbrotto: «Uomini della Mecca, diss'egli, sarete voi stati gli ultimi ad abbracciare l'Islamismo, e i primi ad abbandonarlo?» Dopo aver esortati i Musulmani a confidare nell'aiuto di Dio e del suo appostolo, risolvette Abubeker di prevenire con un vigoroso assalto la congiunzion de' ribelli. Ritirò le mogli e i figli nelle caverne e ne' monti: sotto undici bandiere marciarono i suoi guerrieri, sparsero il terrore delle lor armi per ogni dove, e da questa comparsa di nerbo militare ravvivò e rassodò la fedeltà de' credenti. Le tribù incostanti si sottomisero con umile pentimento all'orazione, al digiuno, all'elemosina, e dopo qualche buon esito, e qualche esempio di severità, i più arditi appostati si prostrarono davanti la spada del Signore e quella di Caled. Nella fertile provincia di Yemanah[209], tra il mar Rosso e il golfo Persico, in una città inferiore a Medina, un Capo possente, di nome Moseilama, s'era vantato Profeta, e la tribù d'Hanifa aveva ascoltato le sue prediche. Queste attirarono presso lui una profetessa: non si degnarono que' due favoriti del cielo d'osservare la decenza delle parole e delle azioni, e passarono più giorni in un commercio mistico ed amoroso[210]. Una sentenza oscura del Corano di Moseilama è giunta sino a noi[211], e nell'orgoglio inspiratogli dalla sua missione, degnò proporre a Maometto la divisione della Terra. Questi gli rispose con dispregio; ma i rapidi avanzamenti di Moseilama diedero grande apprensione al successor dell'appostolo. Quarantamila Musulmani raccolti sotto il vessillo di Caled esposero la loro religione alla sorte d'una battaglia decisiva. In un primo fatto d'armi furono respinti colla perdita di mille e dugento uomini; ma mercè dell'abilità e perseveranza del lor generale finirono col vincere, vendicarono la prima sconfitta col sangue di diecimila infedeli, e uno schiavo Etiope trafisse Moseilama colla chiaverina che ferì mortalmente lo zio di Maometto. Non andò guari che il vigore e la disciplina della monarchia nascente conculcarono i ribelli dell'Arabia, privi di Capi, o d'una causa comune che raccozzar li potesse, e così tutta la nazione s'attaccò di bel nuovo, e più saldamente che mai, alla religione del Corano. Prestamente dall'ambizione de' Califfi fu aperto il campo da esercitare il turbolento valore de' Saraceni; tutto il grosso delle milizie maomettane si raunò in una guerra santa, i cui successi ed ostacoli ne crebbero del pari l'entusiasmo e il coraggio.

Vedendo i rapidi conquisti de' Saraceni, s'inclina a credere che i primi Califfi comandarono personalmente gli eserciti de' fedeli, e cercarono nelle prime file la corona del martirio. Abubeker[212], Omar[213] e Othmano[214] dimostrato avevano in fatti un gran coraggio nel tempo della persecuzione e delle guerre del Profeta, e dalla sicurezza che avevano essi d'ottenere il paradiso avranno imparato a non curare i piaceri, e i pericoli di questo Mondo. Ma erano vecchi, o avanzati in età, quando ascesero il trono, e s'avvisarono che le cure interne della religione e della giustizia fossero i primi doveri d'un sovrano. Trattone l'assedio di Gerusalemme, fatto in persona da Omar, i lor più lunghi viaggi furono le frequenti peregrinazioni che facevano da Medina alla Mecca. Le notizie di vittoria li trovavano a pregare, o a predicare tranquillamente dinanzi alla tomba del Profeta. L'austerità e frugalità della vita erano effetto sia di virtù, sia d'abitudine, e la lor orgogliosa semplicità insultava la vana magnificenza de' re della Terra. Quando Abubeker cominciò ad esercitare la carica di Califfo, ingiunse ad Ayesha sua figlia di fare un inventario esatto del suo patrimonio, acciocchè si vedesse se diverrebbe ricco o povero al servigio dello Stato. Credè di poter chiedere per suo stipendio tre pezze d'oro, e il conveniente mantenimento d'un cammello e d'uno schiavo nero. Nel venerdì d'ogni settimana soleva distribuire quanto gli rimaneva d'averi propri, e del danaro pubblico, primamente a' Musulmani più virtuosi, poscia a' più indigenti. Alla sua morte, un vestito grossolano e cinque pezze d'oro componevano tutta la sua ricchezza: furono rimesse al suo successore che fu tanto modesto da dire sospirando, lui disperare di assomigliarsi mai ad un modello sì mirabile. Nondimeno non furono minori delle virtù d'Abubeker l'astinenza e l'umiltà d'Omar: cibavasi di pane d'orzo e di datteri, non beveva che acqua, predicava vestito d'un abito forato in dodici luoghi; e un satrapo di Persia, che venne a fare omaggio al vincitore, lo trovò addormentato fra i mendichi su i gradini della moschea di Medina. L'economia è la fonte della liberalità, e l'aumento delle rendite permise ad Omar di fondare premii durevoli per li servigi passati e presenti. Senza curarsi del suo personale mantenimento, assegnò ad Abbas, zio del Profeta, un'entrata di venticinquemila dramme o pezze d'argento; fu la maggiore di tutte; se ne promisero cinquemila ogni anno a ciascheduno de' vecchi guerrieri ch'erano stati alla battaglia di Beder, e l'ultimo compagno di Maometto fu ricompensato con un trattamento annuo di tremila dramme. Mille ne decretò a' veterani che aveano combattuto contro i Greci e i Persiani nella prima battaglia, e regolò gli altri soldi in ragion decrescente sino a cinquanta pezze, secondo il merito e l'anzianità dei soldati. Sotto il regno di lui e del suo predecessore, i vincitori dell'oriente si manifestarono zelanti servi di Dio e della nazione: erano consacrati i danari pubblici alle spese della pace e della guerra. Saggiamente accoppiate, la giustizia e la generosità serbarono la disciplina de' Saraceni, e, per una sorte assai rara, collegarono la speditezza e l'energia alle massime d'eguaglianza e di frugalità d'un governo repubblicano. Il coraggio eroico d'Alì[215], la saviezza specchiata di Moawiyah[216], accesero l'emulazione ne' sudditi, e i saggi, che s'erano istruiti nelle discordie civili, furono più profittevolmente impiegati a propagare la fede e l'impero del Profeta. Ma ben tosto datisi all'inerzia e alle vanità della reggia di Damasco, i principi della casa d'Ommiyah parvero ad un tempo scemi de' talenti politici, e delle virtù esemplari[217]. Nondimeno si recavano di continuo al piè del loro trono le spoglie di nazioni ad essi sconosciute, e debbe attribuirsi l'incremento costante della potenza degli Arabi piuttosto al coraggio della nazione, che al merito de' suoi Capi. Certamente convien valutare per molto ne' trionfi loro la debolezza de' nemici. Era nato per avventura Maometto ne' giorni in cui estremo era il digradamento e la confusione fra i Persiani, i Romani, e i Barbari dell'Europa. L'impero di Traiano, o quello pure di Costantino o di Carlomagno, avrebbe respinto que' Saraceni seminudi, e il torrente del fanatismo si sarebbe disperso e dileguato nelle arene deserte dell'Arabia.

Al tempo delle vittorie della repubblica Romana, avea sempre avuto cura il senato di unire in una sola guerra tutte le sue forze e i suoi artificii politici, e di abbattere totalmente il primo nemico prima di provocare un secondo. Fosse magnanimità o entusiasmo, sdegnarono i Califfi arabi queste massime timorose: con ugual vigore, e con pari fortuna invasero i demani de' successori d'Augusto, non che quelli de' successori d'Artaserse, e le due monarchie rivali divennero in un punto stesso la preda d'un nemico, che da tanto tempo solevano dispregiare. In tutti i dieci anni del regno d'Omar sottomisero i Saraceni trentaseimila città o castella: demolirono quattromila chiese o templi di miscredenti, ed alzarono mille e quattrocento moschee per l'esercizio del culto di Maometto. Un secolo dopo la sua fuga dalla Mecca, i suoi successori davano la legge dalle frontiere dell'India all'oceano Atlantico; 1. alla Persia, 2. alla Sorìa, 3. all'Egitto, 4. all'Affrica, 5. alla Spagna. Io m'atterrò a questa partizion generale nel racconto di tanti memorandi conquisti: narrerò brevemente quelli che si riferiscono alle contrade più remote, e meno ragguardevoli dell'oriente: sarò più prolisso per quelle che erano porzioni dell'impero Romano. Ma per ottenere qualche scusa all'imperfezione di questa parte della mia Opera, deggio a buon dritto lagnarmi della cecità, e della insufficienza delle guide, a cui sono stato ridotto. I Greci, tanto verbosi nella controversia, pochissima cura posero nel celebrare i trionfi de' lor nemici[218]. Il primo secolo dell'Islamismo fu epoca d'ignoranza, e allora quando sulla fine di quel secolo furono scritti i primi annali de' Musulmani, non si fece in gran parte che seguire la tradizione[219]. Fra le tante opere della letteratura Araba e della Persiana[220], i nostri interpreti scelsero gli abbozzi imperfetti che riguardavano un periodo più moderno[221]. Gli Asiatici sono ignari dell'arte e dello spirito della Storia[222]; ignorano le leggi della critica: quelle tra le lor opere che ebbero maggior fama, manchevoli d'ogni filosofia e del menomo sentimento di libertà, ponno compararsi alle cronache pubblicate a que' giorni da' Monaci. La _Biblioteca Orientale_, di cui andiam debitori ad un Francese[223], istruirebbe il più dotto Muftì dell'oriente, e forse gli Arabi non troverebbero in un solo de' loro storici un racconto delle glorie patrie più chiaro ed esteso di quello, che siamo per esporre.

[A. D. 632]