Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 09

Part 6

Chapter 63,326 wordsPublic domain

Stando alla leggenda dell'antichità, S. Tommaso predicò l'Evangelo nell'India[143]. Sulla fine del nono secolo, gli ambasciatori d'Alfredo fecero una devota visita alla sua tomba, situata forse nei dintorni di Madras, e il carico di perle e di spezie che ne riportarono compensò lo zelo del Monarca inglese, che aveva in mente i più vasti disegni di commercio e di scoperte[144]. Quando fu dai Portoghesi aperta la strada dell'India, già da due secoli aveano stanza i Cristiani di S. Tommaso sulla costa del Malabar; e la differenza di carattere e di colore, che li distingueva dagli abitatori del paese, era una prova della mescolanza d'una razza straniera. Essi superarono gli originarii dell'Indostan nell'armi, nell'arti della pace, e per avventura anche nelle virtù. Quelli che arricchivano coll'agricoltura coltivavano le palme, e il traffico del pepe facea doviziosi i mercadanti; i soldati precedeano i Nair o nobili del Malabar, e il re di Cochino, il Zamorino stesso, o per gratitudine, o per timore ne rispettavano i privilegi ereditari; obbedivano a un sovrano Gentù; ma il Vescovo di Angamala anche pel temporale n'era il governatore. Egli continuava a sostenere i diritti del suo antico titolo di metropolitano dell'Indie; ma era ristretta la sua giurisdizione di fatto a mille e quattrocento chiese e a dugentomila anime. Costoro per la religione che professavano, divenuti sarebbero i più fermi e più amorevoli alleati dei Portoghesi; ma ben presto scorsero gl'Inquisitori fra i Cristiani di S. Tommaso lo scisma e l'eresia, delitti imperdonabili per essi. Invece di sottomettersi al Pontefice di Roma, sovrano temporale e spirituale di tutto il Globo, i Cristiani dell'India, come i loro antenati, aderirono alla comunione del Patriarca nestoriano; e i Vescovi ch'egli ordinava a Mosul, si esponevano per mare e per terra ad infiniti pericoli per giungere alle loro diocesi sulla costa del Malabar. Nella lor liturgia in lingua siriaca eran devotamente rammentati i nomi di Teodoro e di Nestorio; univano nell'adorazione le due Persone del Cristo: il titolo di Madre di Dio feriva le loro orecchie, e con una scrupolosa avarizia misuravano gli omaggi per la Vergine Maria, dalla superstizione de' Latini elevata quasi al grado d'una Dea.[145] Quando la prima volta fu presentata la sua immagine ai Discepoli di S. Tommaso, sdegnosamente[146] esclamarono: «Noi siam Cristiani e non idolatri!» e la lor divozione più semplice si tenne alla venerazion della Croce. Segregati dall'Occidente, essi ignoravano, fra i miglioramenti, ciò che la corruttela non avea potuto produrre per uno spazio di mille anni; e la lor conformità colla Fede e colle pratiche del quinto secolo debbe imbrogliare del pari i papisti ed i protestanti. Il primo pensiero dei ministri di Roma fu la cura d'interdire ad essi ogni commercio col Patriarca nestoriano, e parecchi di que' Vescovi morirono nelle prigioni del S. Uffizio. La potenza dei Portoghesi, gli artificii dei Gesuiti, e lo zelo di Alessio di Menezes, Arcivescovo di Goa, andato a visitare la costa di Malabar, assalirono questa greggia, privata de' suoi pastori. Dal Sinodo di Diamper, al quale Menezes presedette, fu adempiuta la santa opera dell'unione, e fu imposta ai Cristiani di S. Tommaso la dottrina e la disciplina della Chiesa romana, senza dimenticare la confessione auricolare, stromento il più potente della tirannide ecclesiastica.[147] Vi fu condannata la dottrina di Teodoro e di Nestorio, e fu ridotto il Malabar sotto il dominio del Papa, del Primate, e dei Gesuiti, che usurparono la cattedra vescovile di Angamala o Cranganor. Sostennero pazientemente i Nestoriani dodici lustri di servitù e d'ipocrisia; ma non così tosto l'industria e il coraggio delle Province Unite ebbero dato il crollo all'impero de' Portoghesi, difesero quelli con energia e con frutto la religion dei lor padri. Divennero impotenti i Gesuiti a mantenere l'autorità, di che aveano fatto abuso; quarantamila Cristiani rivolsero l'armi contro oppressori arrivati nel punto della caduta di quelli; e l'Arcidiacono dell'India sostenne le incombenze episcopali sino a tanto che dal Patriarca di Babilonia venne mandata una nuova provvigione di Vescovi e di Missionari siriaci. Da che furono espulsi i Portoghesi liberamente si professa sulla costa di Malabar il Simbolo nestoriano. Le compagnie mercantili dell'Olanda e dell'Inghilterra amano la tolleranza; ma se l'oppressione non offende tanto quanto il disprezzo, han motivo i Cristiani di S. Tommaso di lagnarsi della fredda indifferenza degli Europei[148].

II. La storia dei Monofisiti è meno lunga, e meno importante di quella de' Nestoriani. Sotto i regni di Zenone e d'Anastasio, i loro Capi sorpresero la fiducia del principe, usurparono il trono ecclesiastico dell'Oriente, atterrarono la scuola di Siria nella sua terra natale. Severo, Patriarca d'Antiochia, colla più arguta sottigliezza determinò i dommi dei Monofisiti; nello stile dell'Ennotico, condannò le opposte eresie di Nestorio, e d'Eutiche; contro l'ultimo sostenne la realtà del corpo del Cristo, e forzò i Greci a considerarlo come un bugiardo che parlava il vero[149]. Ma l'approssimazion delle idee non valeva a mitigar la veemenza delle passioni: ogni Setta faceva le maggiori meraviglie del Mondo per la cecità, con che la contraria andava a disputare su differenze di sì poco momento; il tiranno della Siria ricorse alla forza per sostenere la sua credenza, e fu macchiato il suo regno dal sangue di trecento cinquanta monaci svenati sotto le mura di Apamea, i quali probabilmente aveano provocato i nemici, o per lo meno fatta resistenza[150]. Il successor d'Anastasio piantò di nuovo in Oriente il vessillo dell'Ortodossia; fuggì Severo in Egitto, e l'eloquente Senaia,[151] suo amico, scampato di mano ai Nestoriani della Persia, fu soffocato nel suo esilio dai Melchiti della Paflagonia. Cinquantaquattro Vescovi furono rovesciati dalle loro sedi, e imprigionati ottocento ecclesiastici[152]; e, nonostante l'equivoco favore di Teodora, dovettero le chiese dell'Oriente orbate dei lor pastori perire a poco a poco per difetto d'istruzione, o per l'alterazione dei loro dommi. In mezzo a tanta angustia, ridestatasi la fazione moribonda, si riunì, e si perpetuò per opera d'un monaco; ed il nome di Giacomo Baradeo[153] è rimasto nella denominazione comune di Giacobita, tanto aspra ad un orecchio inglese. Dai santi Vescovi incarcerati in Costantinopoli, ricevette l'autorità di Vescovo d'Edessa, e di apostolo dell'Oriente, e da quella fonte inesausta derivò l'Ordinazione di più d'ottantamila di vescovi, preti o diaconi. I più veloci dromedari d'un devoto Capo degli Arabi assecondavano con rapido scorrerie l'ardore del missionario zelante. La dottrina e la disciplina dei Giacobiti ed era un dovere d'ogni Giacobita violarne le leggi, e detestare il Legislatore. Appiattati dentro i conventi, e ne' villaggi, costretti per salvare le lor teste proscritte a cercar asilo nelle caverne dei romiti, o nelle tende dei Saracini, sostenevano sempre, come oggi tuttavia i successori di Severo, il lor dritto al titolo, alla dignità, ed alle prerogative di Patriarca d'Antiochia. Sotto il giogo più lieve degli Infedeli risiedono, lungi una lega da Merdino, nel delizioso monastero di Zafaran, ch'essi hanno ornato di celle, d'acquedotti, e di piantagioni. Il _Mafrian_ che soggiorna a Mosul, dova insulta il _Cattolico_ o primate Nestoriano, a cui contende il primato dell'Oriente, tiene il secondo posto considerato tuttavia come assai decoroso. Ne' diversi tempi della Chiesa giacobita si contarono sino a cencinquanta Arcivescovi o Vescovi sotto il Patriarca ed il Mafrian; ma l'ordine della gerarchia s'è guasto, o rotto, e i contorni dell'Eufrate e del Tigri forman la più gran parte delle loro diocesi. Si trovano ricchi mercadanti e bravi operai nelle città d'Aleppo e d'Amida, spesso visitate dal Patriarca; ma il popolo vive miserabilmente del lavoro giornaliero, e ha potuto la povertà non meno della superstizione contribuire alla imposizione volontaria di digiuni eccessivi; osservano ogni anno cinque quaresime, nel qual tempo e il clero e i laici non solo s'astengono dalla carne e dalle uova, ma ben anche dal vino, dall'olio e dal pesce. Si calcola la lor popolazione presente da cinquanta in ottantamila anime, misero avanzo d'una Chiesa numerosissima, scemata gradatamente sotto una tirannia di dodici secoli. Ma in sì lungo periodo da parecchi stranieri, uomini di merito, fu abbracciata la Setta dei Monofisiti, e Abulfaragio[154], Primate dell'Oriente, tanto notabile per la vita e per la morte sua, era figlio di un Giudeo. Scriveva elegantemente il siriaco e l'arabo; fu poeta, medico, storico, filosofo sagace, e teologo moderato. Ai suoi funerali assistè il Patriarca nestoriano, suo rivale, con gran seguito di Greci e d'Armeni, i quali poste in non cale le dispute, vennero a mescer le loro lagrime sulle ceneri d'un nemico. Sembrava per altro che la Setta onorata dalle virtù d'Abulfaragio fosse riguardata come inferiore d'un grado a quella dei Nestoriani. È più abbietta la superstizione dei Giacobiti, più rigidi ne sono i digiuni,[155] più molteplici le divisioni intestine, e (per quanto si può misurare la scala dell'assurdità) più lontani dalla ragione dei loro dottori. A questa differenza contribuisce, senza dubbio, la severità della teologia dei Monofisiti; ma molto più probabilmente l'autorevole direzione dei monaci. Nella Siria, in Egitto, in Etiopia i Monaci giacobiti furono sempre singolari per austerità di mortificazioni e per la stravaganza delle loro leggende. In vita e in morte sono venerati come uomini favoriti della Divinità: il Pastorale di Vescovo e di Patriarca è riservato alla lor mano reverenda, e infetti ancora delle consuetudini e dei pregiudizi del chiostro, si prendono l'incarico di governare gli uomini[156].

III. Nello stile de' Cristiani dell'Oriente furono i Monoteliti in tutti i sensi dal nome contraddistinti di _Maroniti_[157], nome che a poco a poco passò da un eremita a un monastero, da un monastero ad una nazione. La Siria fu il paese, ove Marone, santo o selvaggio del quinto secolo, espose la religiosa stravaganza; le città di Apamea e di Emesa se ne contesero le reliquie; su la sua tomba s'innalzò una magnifica Chiesa, e seicento de' suoi discepoli congiunsero le loro celle sulle rive dell'Oronte. Nelle controversie dell'Incarnazione si tennero scrupolosamente sulla linea ortodossa tra le Sette di Nestorio e d'Eutiche; ma i loro ozii produssero la malnata quistione d'una volontà o d'una operazione nelle due Nature di Cristo. L'Imperatore Eraclio, loro proselita, respinto come Maronita dalle mura della città di Emesa, trovò un ricovero ne' monasteri dei suoi fratelli, e ne premiò le lezioni teologiche col guiderdone di vasto e ricco demanio. Si propagò il nome e la dottrina di questa ragguardevole scuola fra i Greci ed i Sirii, e si può far giudizio del loro zelo dalla risoluzion di Macario, Patriarca antiocheno, il quale davanti il Concilio di Costantinopoli dichiarò, che si lascerebbe tagliare a pezzi, e gettare in mare, piuttosto che riconoscere due Volontà in Cristo[158]. Persecuzione di tal fatta, o altra più moderata, valse a convertire ben presto i sudditi della pianura, mentre i robusti popolani del monte Libano si gloriavano del titolo di _Mardaiti_ o di ribelli[159]. Giovan Marone, di tutti i monaci il più dotto e il più amato dal popolo, si arrogò le facoltà del Patriarca d'Antiochia: Abramo, suo nipote, fattosi Capo dei Maroniti, ne difese la libertà civile e religiosa contro i tiranni dell'Oriente. Il figlio dell'ortodosso Costantino con un santo rancore perseguitò un popolo di soldati, che avrebbero potuto essere il baluardo del suo impero contro i nemici di Gesù Cristo e di Roma. Fu invasa la Siria da un esercito di Greci; consunsero le fiamme il monastero di San Marone; i più prodi capitani della Setta furono traditi e assassinati, e dodicimila dei loro partigiani furono tratti sulle frontiere dell'Armenia e della Tracia. Ciò nonostante l'umile Setta dei Maroniti ha sopravvissuto all'impero di Costantinopoli, e la loro coscienza sotto i Turchi è libera, moderata la servitù. Fra i loro Nobili antichi sono scelti i lor governatori particolari; dal fondo del suo monastero di Canobin, crede tuttavia il Patriarca d'essere assiso sulla sede d'Antiochia; nove Vescovi ne compongono il Sinodo, e centocinquanta sacerdoti, che hanno la facoltà di maritarsi, son destinati alla cura di centomil'anime. S'estende il lor paese dalla catena del monte Libano sino alle coste di Tripoli; e in questa angusta striscia di territorio, con una degradazione insensibile si offrono al guardo tutte le varietà del suolo e del clima, dai grandi cedri che non curvano il capo sotto il peso delle nevi[160], sino ai vigneti, ai gelsi e agli olivi della fertile vallata. I Maroniti, dopo aver abiurato nel duodicesimo secolo l'error de' Monoteliti si riconciliarono colle Chiese latine d'Antiochia e di Roma[161], e soventi volte l'ambizione dei Papi, non che la miseria dei Cristiani della Siria rinnovellarono la stessa alleanza; ma è lecito dubitare, se questa riunione sia mai stata intera o leale, e indarno i dotti Maroniti del Collegio di Roma fecero il potere per assolvere i loro antenati dal delitto di scisma e di eresia[162].

IV. Dal secolo di Costantino in poi si segnalarono gli Armeni[163] nell'affetto per la religione e l'impero dei Cristiani. Dai disordini del lor paese, e dall'ignoranza della lingua greca fu impedito il loro clero d'assistere al Concilio di Calcedonia, e per ottantaquattr'anni[164] stettero fluttuanti nell'incertezza o nell'indifferenza sino al giorno in cui la lor Fede senza guida li diede in mano ai missionari di Giuliano d'Alicarnasso[165], il quale in Egitto, dove era esiliato, come i Monofisiti, era stato vinto dagli argomenti e dalla riputazione di Severo, suo rivale, Patriarca monofisita d'Antiochia. Gli Armeni soli sono i puri discepoli d'Eutiche, padre infelice, rinnegato dalla maggior parte de' suoi figli. Quei soli stanno perseveranti nella opinione, che l'Umanità di Gesù Cristo fosse creata, o formata senza creazione, d'una sostanza divina ed incorruttibile. Sono rimproverati i loro avversari d'adorare un fantasma, ed essi ritorcono l'accusa, mettendo in ridicolo, o caricando di maledizioni la bestemmia dei Giacobiti, che attribuiscono a Dio le vili infermità della carne, e fino gli effetti naturali del nutrimento e della digestione. Non potea la religion dell'Armenia menar gran vanto del sapere, o della potenza de' suoi abitanti. Spirò il regno fra loro nel principio del loro scisma, e quelli dei loro Re cristiani, che nel tredicesimo secolo sulle frontiere della Cilicia fondarono una Monarchia momentanea, erano i protetti de' Latini, e i vassalli del Soldano turco che dava leggi in _Iconio_. Non si permise lungamente a questa nazione abbandonata di goder la quiete della servitù. Dai primi tempi della sua storia sino al giorno d'oggi è stata l'Armenia il teatro d'una guerra perpetua. La crudele politica dei Sofì ha spopolate le terre fra Tauride ed Erivan; e famiglie cristiane a migliaia furono trapiantate nelle province più rimote della Persia a perire o a moltiplicare colà. Sotto la verga dell'oppressione sta imperterrito e fervido lo zelo degli Armeni; sovente preferirono la corona del martirio al turbante di Maometto: piamente detestano l'errore e l'idolatria de' Greci, ed è tanto vera la loro unione effimera coi Latini, quanto il computo di mille Vescovi dal lor Patriarca condotti al piede del Pontefice romano[166]. Il Cattolico o Patriarca degli Armeni risede del monastero di Ekmiasin, tre leghe lontano da Erivan. Son da lui ordinati quarantasette Arcivescovi, ognuno de' quali ha quattro o cinque suffraganei, ma per la maggior parte non sono che prelati titolari, che colla presenza e col servigio danno risalto alla semplice pompa della sua Corte. Come hanno adempiuto agli uffici ecclesiastici attendono a coltivare il giardino, e farà meraviglia ai nostri Vescovi l'intendere, che in proporzione della sublimità del grado cresce l'austerità della loro vita. Nelle ottantamila città o villaggi di quel governo spirituale riceve il Patriarca da ogni persona, che abbia compiuti i quindici anni, una picciola tassa volontaria; ma i seicentomila scudi, che ne ricava ogni anno, non bastano ai continui bisogni de' poveri, nè ai tributi che si esigono dai Bascià. Dal principio dell'ultimo secolo ottennero gli Armeni una porzion considerevole e lucrosa del traffico dell'Oriente. Tornando d'Europa, sogliono le lor caravane arrestarsi nei dintorni d'Erivan; tributano agli altari i frutti della loro industriosa pazienza, e la dottrina d'Eutiche vien predicata alle congregazioni, che hanno formato da poco in qua nella Barberia e nella Polonia[167].

V. Nelle altre parti dell'imperio poteva il principe annichilare, o ridurre al silenzio i Settarii di una dottrina creduta pericolosa; ma i testardi Egiziani si opposero mai sempre al Concilio di Calcedonia, e la politica di Giustiniano degnò adattarsi ad aspettare il momento in cui potesse giovarsi della lor discordia. La Chiesa monofisita d'Alessandria[168] era lacerata dalla disputa dei _corruttibili_ e degli _incorruttibili_, e nella morte del Patriarca ognuna delle due fazioni presentò un candidato[169]. Gaiano era discepolo di Giuliano, e Teodosio avea ricevuto lezioni da Severo: i monaci e i senatori, la capitale e la provincia favorivano il primo; confidava il secondo nell'anteriorità della sua Ordinazione, nella grazia dell'Imperatrice Teodora, e nell'armi dell'eunuco Narsete, che avrebbe potuto farne miglior uso in una guerra più gloriosa. Il candidato del popolo fu confinato in Cartagine ed in Sardegna, e questo esilio crebbe il fermento degli animi, e cento settant'anni dopo il cominciamento dello scisma veneravano ancora i Gaianiti la memoria e la dottrina del lor fondatore. In un furioso e sanguinolento conflitto si vide la forza del numero cozzare con quella della disciplina; i cadaveri de' cittadini e de' soldati ingombrarono le strade della metropoli; le devote salivano sul tetto delle case, e scagliavano sul capo dal nemico tutto quello che di pesante o di tagliente veniva loro alle mani; e in fine trionfò Narsete perchè mise a fuoco e fiamme la terza capitale del Mondo romano. Ma non piacque al luogotenente di Giustiniano, che cogliesse un eretico i frutti della sua vittoria; guari non andò che Teodosio fu deposto, sebbene con modi umani, e Paolo di Tanis, monaco ortodosso, fu innalzato alla sede di Sant'Atanasio. Acciocchè potesse sostenersi, fu armato di tutte le forze del governo; aveva la facoltà di nominare o rimovere i duchi e i tribuni d'Egitto; soppresse le distribuzioni di pane, ordinate da Diocleziano, chiuse i templi de' suoi rivali, e una nazione scismatica rimase ad un tratto senza alimento spirituale e corporale. Dall'altra parte il popolo sospinto da vendetta e da fanatismo scomunicò quel tiranno; nessuno, eccettuati i servili Melchiti, non volle più salutarlo nè per uomo, nè per cristiano, nè per Vescovo. Ma tale è la cecità dell'ambizione; cacciato per un'accusa d'omicidio, esibì mille e quattrocento marchi d'oro per ricuperare il suo posto, ove non raccolse che odio ed affronti. Apollinare, suo successore, entrò in Alessandria con un corteggio militare, parato e presto all'orazione ed alla battaglia. Distribuì i suoi armati per tutta la strada; furon collocate le guardie alle porte della cattedrale, e una truppa eletta venne posta in mezzo al coro per difesa della persona del suo Capo. Stavasi Apollinare in piedi nella sua cattedra, e, levato l'abito guerresco, comparve di repente agli occhi della moltitudine colla veste di Patriarca d'Alessandria. Lo stupore per un istante produsse un gran silenzio; ma come tosto Apollinare ebbe cominciato a leggere il tomo di San Leone, fu da imprecazioni, da invettive e da sassi assalito quest'odioso ministro dell'Imperatore e del Sinodo. Subitamente il successor degli Apostoli diede l'ordine di combattere; vuolsi che i soldati marciassero dentro il sangue sino al ginocchio, e che vi rimanessero svenati dugentomila Cristiani; calcolo incredibile, quand'anche si facesse non per una giornata, ma per li diciott'anni del pontificato d'Apollinare. I due Patriarchi che gli succedettero, Eulogio[170] e Giovanni[171], s'adoperarono a convertire gli eretici con armi ed argomenti più degni del loro evangelico ministero. Eulogio pose in mostra il suo sapere teologico in molti volumi, che esageravano gli errori di Eutiche e di Severo, e cercavano di conciliare le asserzioni equivoche di San Cirillo, del Simbolo ortodosso di Papa Leone e de' Padri del Concilio calcedonese. Mosso da superstizione, da beneficenza, o da politica si segnalò Giovanni il Limosiniere con una munificenza caritatevole; manteneva a sue spese settemila e cinquecento poveri; trovò, quando fu eletto, sedicimila marchi d'oro nell'erario della Chiesa; n'ebbe ventimila dalla generosità dei fedeli; eppure potè vantarsi nel testamento di non lasciar più d'un terzo della più picciola moneta d'argento. Le Chiese d'Alessandria furon consegnate ai Cattolici; fu proscritta la religion dei Monofisiti in Egitto, e fu pubblicata una legge, che escludeva i nativi del paese dagli onori, e dagli impieghi lucrosi dello Stato.