Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 09

Part 26

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Piaceva ai Barbari, vincitori dell'Occidente, il dare al lor Capo il titolo d'Imperatore, senz'aver però l'intenzione di conferirgli il dispotismo di Costantino e di Giustiniano. La persona dei Germani era libera, come loro proprii i conquisti, e l'energia del loro carattere nazionale aveva a schifo la servil giurisprudenza dell'antica e della nuova Roma. Sarebbe stata impresa di gran rischio ed inutile il voler imporre il giogo monarchico a cittadini armati, che mal poteano sopportare in pace un magistrato, ad uomini ardimentosi che non voleano obbedire, e ad uomini potenti che voleano comandare. I duchi delle nazioni o delle province, i conti dei piccioli distretti, i margravii delle Marche, o frontiere, si partirono fra loro l'Impero di Carlomagno e d'Ottone, e riunirono l'autorità civile e militare tal quale era stata delegata ai luogotenenti dei primi Cesari. I governatori romani, per lo più soldati di ventura, sedussero le loro legioni mercenarie, e preser la porpora imperiale, con buono o cattivo successo, nella lor rivolta senza nuocere al potere e all'unità del governo. Se meno audaci furono nelle pretensioni i duchi, i margravii e i conti dell'Alemagna, più durevoli furono, e più funesti allo Stato gli effetti dei loro vantaggi. Invece d'aspirare alla dignità suprema, attesero in segreto a fermare l'independenza sul territorio che occupavano. I lor disegni ambiziosi furon favoreggiati dal numero dei dominii loro e dei vassalli, dall'esempio e dal soccorso che si prestavano vicendevolmente; dall'interesse comune dei Nobili subordinati, dal cangiamento dei principi e delle famiglie, dalla minorità d'Ottone III e da quella d'Enrico IV, dall'ambizione dei Papi, e dalla vana perseveranza con cui gl'Imperatori correan dietro alle fuggiasche corone dell'Italia e di Roma. A poco a poco i comandanti delle province usurparono tutti gli attributi della giurisdizione regia e territoriale; i dritti di pace e di guerra, di vita e di morte, quello di batter moneta, di mettere imposizioni, di contrar alleanze coll'estero, e d'amministrare l'interno. Tutte le usurpazioni della violenza furono dall'Imperatore ratificate sia che il facesse di buona voglia, sia per forza di necessità, e questa conferma divenne il prezzo d'un suffragio dubbio, o d'un servigio volontario; quel che avea conceduto all'uno non potea da lui ricusarsi senz'ingiustizia al successore o all'eguale di quello; così da questi differenti atti di dominio passaggero o locale s'è formato a grado a grado la costituzione del Corpo germanico. Il duca o conte d'ogni provincia era il Capo visibile collocato fra il trono e la Nobiltà; i sudditi della legge diveniano i vassalli d'un Capo particolare, che spesso levava contro il sovrano lo stendardo che ne avea ricevuto. La potenza temporale del clero fu secondata ed accresciuta dalla superstizione, o dai fini politici delle dinastie Carlovingia e Sassone, le quali ciecamente confidavano nella sua moderazione e fedeltà: i vescovadi d'Alemagna acquistarono l'estensione e i privilegi dei più vasti demanii dell'Ordine militare, e in ricchezze e in popolazione li superarono. Per quanto tempo poterono gl'Imperatori conservare la prerogativa di nominare i benefici ecclesiastici e laici, la gratitudine o l'ambizione dei loro amici e favoriti seguì le parti della Corte; ma nata la disputa delle investiture, perdettero ogni ingerenza sui Capitoli episcopali; le elezioni tornarono libere, e per una specie di beffa solenne, fu ridotto il sovrano alle sue prime preghiere, cioè al diritto di raccomandare una volta sola, durante il suo regno, un soggetto per una prebenda di ogni Chiesa. Anzi che obbedire ad un superiore, non poterono i governatori secolari essere dimessi dalla carica che per sentenza dei lor pari. Nella prima età della monarchia, la nomina d'un figlio al ducato o alla contea del padre era domandata come un favore; a poco a poco divenne un'usanza, e in fine fu pretesa come un diritto. Sovente la successione in retta linea si estese ai rami collaterali o femminili; gli Stati dell'Impero, denominazione popolare da principio, poi divenuta legale, furono divisi e alienati con testamenti e con trattati di vendita; ed ogn'idea d'un deposito pubblico si confuse in quella d'una eredità particolare e trasmissibile in perpetuo. Non potea nemmeno l'Imperatore arricchirsi colle confische e colla estinzione di qualche linea; non avea che un anno per disporre del feudo vacante, e nell'eleggere il candidato dovea consultare la Dieta generale o quella della provincia.

[A. D. 1250]

Morto Federico II parea l'Alemagna un mostro di cento teste. Una moltitudine di principi e di prelati si contendeano i frantumi dell'Impero: innumerabili castella aveano padroni più inclinati ad imitare i lor superiori che ad obbedirli, e, secondo la misura delle forze di ciascheduno, alle continue loro ostilità si dava il nome di conquisto o di ladroneccio. Cotale anarchia era conseguenza inevitabile delle leggi e de' costumi europei, e lo stesso turbine aveva messo in brani i regni della Francia e dell'Italia; ma le città italiche e i vassalli francesi, discordi fra loro, si lasciarono distruggere, mentre l'unione degli Alemanni ha prodotto sotto nome d'Impero un gran sistema di confederazione. Le Diete, da prima frequenti e poi perpetue, hanno serbato vivo lo spirito nazionale, e la legislazione generale dello Stato è rimasa nei tre rami, o Collegi, degli Elettori, de' principi e delle città libere ed imperiali. I. A sette dei più potenti feudatarii fu permesso d'esercitare con un nome e un grado speciale il privilegio esclusivo di eleggere un Imperatore romano, e questi elettori furono il re di Boemia, il duca di Sassonia, il margravio di Brandeburgo, il conte palatino del Reno e i tre arcivescovi di Magonza, di Treveri e di Colonia. II. Il Collegio dei principi e de' prelati si liberò da una moltitudine accozzata confusamente; ridussero a quattro voti rappresentativi la lunga lista dei Nobili independenti, ed esclusero i Nobili, o membri dell'ordine equestre, che nel campo dell'elezione, del pari che in Polonia, s'erano veduti in numero di sessantamila a cavallo. III. Non ostante l'orgoglio della nascita o del potere, non ostante quello che inspirano la spada o la mitra, si ebbe la prudenza di porre nei Comuni il terzo ramo del poter legislativo, e i progressi della civiltà, quasi nell'istess'epoca, fecero altrettanto nelle assemblee nazionali della Francia, d'Inghilterra e dell'Alemagna. La lega anseatica padroneggiava il commercio e la navigazione del Settentrione; i confederati del Reno manteneano la pace e la comunicazione interna nell'Alemagna: le città han conservato una certa influenza proporzionata alle ricchezze e alla politica loro, e la lor negativa annulla ancora le risoluzioni dei due Collegi superiori, cioè di quello degli Elettori e dell'altro dei principi[360].

[A. D. 1347-1378]

Nel quattordicesimo secolo precipuamente fa stupore la contraddizione che si trova fra il nome e lo Stato dell'Impero romano di Alemagna, il quale, eccetto sulle rive del Reno e del Danubio, non possedeva una sola provincia di quelle di Traiano e di Costantino. Questi principi aveano per indegni successori[361] i conti d'Absburgo, di Nassau, di Lussemburgo e di Schwartzenburgo: l'Imperator Enrico VII ottenne pel figlio la corona di Boemia, e suo nipote, Carlo IV, ebbe la culla presso un popolo che gli stessi Alemanni trattavano da forestiero, da Barbaro[362]. Dopo avere scomunicato Luigi di Baviera, i Papi che, quantunque esuli o prigionieri nella contea di Avignone, affettavano di disporre dei reami della Terra, gli diedero o gli promisero l'Impero allora vacante. La morte dei competitori gli procurò i voti del Collegio elettorale, e fu dagli unanimi suffragi riconosciuto Re de' romani e futuro Imperatore, titolo che veniva prostituito ai Cesari della Germania e a quei della Grecia. Altro non era l'Imperator d'Alemagna che il magistrato elettivo, e senza autorità, d'un'aristocrazia di principi che non gli aveano lasciato un solo villaggio di cui potesse dirsi padrone. La sua più bella prerogativa era il diritto di presedere il senato della nazione, convocato per le sue lettere, e di proporvi le cose su cui deliberare; e il suo regno di Boemia, meno opulento della città di Norimberga posta in quel dintorno, era il fondamento più saldo del suo potere e la fonte più ricca delle sue rendite. Non più di trecento guerrieri componeano l'esercito con cui varcò le Alpi. Fu coronato nella cattedrale di S. Ambrogio colla corona di ferro attribuita dalla tradizione alla monarchia Lombarda; ma non se gli permise che un picciol seguito; gli furon chiuse alle spalle le porte della città, e le armi de' Visconti tennero prigioniero il re d'Italia, che fu obbligato di confermarli nel possesso di Milano. Una seconda volta, fu coronato nel Vaticano colla corona d'oro dell'Impero; ma per adattarsi ad un articolo d'un trattato segreto, l'Imperatore romano si ritirò senza passare neppure una notte nel ricinto di Roma. L'eloquente Petrarca[363], il quale trasportato dalla sua immaginazione vedea di già risorgere la gloria del Campidoglio, deplora ed accusa la fuga ignominiosa del principe Boemo; e gli autori contemporanei osservano, che la vendita lucrosa de' privilegi e de' titoli fu il solo atto d'autorità che esercitò l'Imperatore nel suo passaggio. L'oro dell'Italia assicurò l'elezion di suo figlio; ma tanta era la vergognosa povertà di questo Imperator romano, che fu fermato sulla strada di Worms da un beccaio, e ritenuto in un'osteria per cauzione, o per ostaggio delle spese che avea fatto.

[A. D. 1356]

Da questo spettacolo d'avvilimento volgiamo lo sguardo all'apparente maestà che Carlo IV portò nelle Diete dell'Impero. La Bolla d'oro che fissò la costituzione germanica è scritta in tuono di sovrano e di legislatore. Cento principi s'incurvavano ai piedi del suo soglio, e sublimavano la propria dignità cogli omaggi volontarii, che concedeano al lor Capo o al lor ministro. I sette Elettori suoi grandi officiali ereditari, che per grado e per titoli pareggiavano i re, servivano alla tavola imperiale. Gli Arcivescovi di Magonza, di Treveri e di Colonia, arcicancellieri perpetui dell'Alemagna, dell'Italia e della provincia di Arles portavano in gran pompa i suggelli del triplice reame. Il gran Maresciallo, montato sur un palafreno, per segno di sue incombenze, tenea in mano un moggio d'argento pieno d'avena, ch'egli spandea per terra, indi scendea da cavallo per regolare l'ordinanza de' convitati. Il gran Siniscalco, il conte palatino del Reno, recava i piatti in tavola. Dopo il banchetto il margravio di Brandeburgo, gran Ciamberlano, si presentava colla brocca e il bacino d'oro, e gli dava da lavar le mani; il re di Boemia era raffigurato, come gran Coppiere dal fratello dell'Imperatore duca di Lussemburgo e del Brabante; e la cerimonia era terminata dai grandi officiali della caccia, i quali con un frastuono di corni e di cani introduceano un cervo ed un cignale[364]. Nè alla sola Alemagna era ristretta la supremazia dell'Imperatore; i monarchi ereditari dell'altre contrade dell'Europa confessavano la preeminenza sua di grado e di dignità: era egli il primo dei principi cristiani, e il Capo temporale della gran repubblica d'Occidente[365]: già da gran tempo assumeva il titolo di maestà, e contrastava al Papa l'eminente diritto di creare i re, e di convocare i Concilii. L'oracolo delle leggi civili, il dotto Bartolo, riceveva una pensione da Carlo IV, e la sua scuola risonava di questa sentenza, che il romano Imperatore era il sovrano legittimo della Terra, cominciando dai luoghi ove si leva il Sole sino a quelli dove tramonta. La contraria opinione fu condannata non come un errore, ma come eresia, in vigor di quelle parole dell'Evangelo: «E un decreto di Cesare Augusto dichiarò che tutto il Mondo dovesse pagare l'imposizione»[366].

Se attraverso lo spazio dei tempi o de' luoghi, noi raffrontiamo Augusto con Carlo, i due Cesari ci presenteranno un contrapposto ben forte. Carlo nascondea la sua debolezza sotto la maschera dell'ostentazione, e il primo velava la sua forza coi colori della modestia. Augusto, capitanando le sue vittoriose legioni, dando leggi alla terra e al mare, dal Nilo e dall'Eufrate sino all'Oceano Atlantico, si dicea servitor dello Stato e l'uguale a' suoi concittadini. Il trionfator di Roma e delle province si sottomettea alle formalità volute dagli offici legali e popolari di censore, di console e di tribuno. La sua volontà era la legge del Mondo; ma per pubblicar questa legge prendeva in prestito la voce del senato e del popolo; da essi il padrone riceveva le nomine rinnovate delle cariche temporanee già conferitegli per amministrar la repubblica. Negli abiti, nell'interno della casa[367], nei titoli, in tutte le azioni della vita sociale serbò Augusto le maniere d'un semplice privato, e da' suoi scaltri adulatori fu rispettato il segreto della sua assoluta e perpetua monarchia.

NOTE:

[188] _In vece di curiosità dovevasi dire (trattandosi della Transustanziazione) seria considerazione de' teologi rivolta sempre a spiegare i passi misteriosi dell'Evangelo, a togliere gli apparenti obbietti, che potrebbero per avventura presentarsi, ed a mostrare a credenti i motivi di credibilità, onde tener ferma la fede._ (Nota di N. N.)

[189] Il dotto Selden ci dà, in una parola molto energica, e d'un significato estesissimo, tutta l'istoria della Transustanziazione: «Quest'opinione è una figura di retore[*], della quale si fece una proposizione di logica». _Vedi_ le sue opere, vol. III, p. 2073, nel suo _Seldeniana_ o i suoi _Propos de table._

* _Non è maraviglia che Selden, protestante, abbia ciò asserito; e non ha alcuna autorità per un cattolico il detto di un protestante in questo proposito, siccome in tutti gli altri intorno le cose di religione._ (Nota di N. N.)

[190] _Il culto delle Immagini non può chiamarsi superstizione popolare, perchè fu spiegato, sanzionato, e stabilito dai Concilii generali, e dai Papi, che condannarono l'opinione eretica degli Iconoclasti, che invano vi si opposero per tanti anni per abolirlo. Vedi la nostra Nota a p. 248._ (Nota di N. N.)

[191] _Nec intelligunt homines ineptissimi, quod si sentire simulacra et moveri possent, adoratura hominem fuissent a quo sunt expolita._ (_Div. Instit._, lib. 11, c. 2). Lattanzio è l'ultimo e il più eloquente degli apologisti del cristianesimo; i loro motteggi sugli idoli intaccano non solo l'oggetto, ma anche la forma e la materia.

[192] _Vedi_ Sant'Ireneo, Sant'Epifanio e S. Agostino (Basnagio _Hist. des Eglises réformées_, t. II, p. 1313). Questa pratica dei Gnostici ha una singolare relazione col culto secreto usato da Alessandro Severo (Lampridio, cap. 29; Lardner _Heathen Testimonies_, vol. III, p. 34).

[193] _Vedi_ i capitoli XXIII e XXVIII di quest'opera.

[194] Ου γαρ το Θειον απλουν υπαρχον και αληπτον μορφαις τισι και σχημασιν απεικαζομεν. Ουτε κηρω και ξυλοις την υπερουσιον και προαναρχον ουσιαν τιμαν ημεισ διεγνωκαμεν. _Imperciocchè noi non rappresentiamo con figure od immagini la Divinità, sostanza semplice ed incomprensibile: nè in cera o in legno intendiamo d'onorare una Essenza suprema ed eterna._ (_Concilium Nicenum_, II, in _Collect._ Labbe, t. VIII, p. 1025, edizione di Venezia). «_Il serait peut-être à propos, dice il signor Dupin, de ne point souffrir d'images de la Trinité ou de la Divinité; les défenseurs les plus zélés des images ayant condamné celles-ci, et le Concile de Trente ne parlant que des images de Jésus-Christ et des Saints_». (_Bibliot. ecclés._ t. VI, p. 154).

[195] _Il culto del divin Fondatore della religione, Gesù Cristo, era sì spiritualmente impresso ne' Cristiani che non ne avrebbero giammai perduta l'idea, quand'anche non avessero avuto il soccorso de' sensi per mezzo dell'immagine di lui; e ciò sarebbe anche avvenuto, perchè la fede in lui non poteva mancare._ (Nota di N. N.)

[196] _I Greci, ed i Latini adottarono l'idea della assunzione per un motivo già di sopra esposto, nella nostra Nota a pag. 44._ (Nota di N. N.)

[197] Questo compendio della Storia delle Immagini è tratto dal ventesimosecondo libro dell'_Histoire des Eglises reformées_ di Basnagio, t. II, p. 1310-1337. Era protestante, ma d'uno spirito maschio; e non temono i riformati la taccia di imparziali in una cosa intorno alla quale hanno così evidentemente ragione. _Vedi_ la perplessità del povero monaco Pagi, _Critica_, t. I, p. 42.

[198] Quando si studiano gli annalisti, messi da un lato i miracoli e le contraddizioni, si giudica che dall'anno 300 avea la città di Paneade, in Palestina, un gruppo di bronzo, rappresentante un gran personaggio, avviluppato in un mantello, ed una donna a' suoi piedi che gli attestava la propria gratitudine, o gl'indirizzava suppliche; e leggevasi per avventura sul piedestallo τω Σωτηρι, τω ευεργετη, _al salvatore, al benefattore._ Supponevano i cristiani pazzamente, che un tal gruppo rappresentasse Gesù Cristo, e la _povera_ donna ch'egli avesse guarito d'un flusso di sangue. (Eusebio, VII, 18; Filostorgio VII, 3, ec.). Il Signor di Beausobre con più ragione congettura, che quella statua rappresentava il filosofo Apollonio o l'Imperatore Vespasiano: in quest'ultima supposizione la donna è una città, una provincia, o forse la regina Berenice. _Biblioth. germ._ XIII, p. 192.

[199] _Gli storici, e gli eruditi ecclesiastici del pari che i Teologi hanno rifiutato con tutte le ragioni la corrispondenza fra il re Abgaro, e Gesù Cristo, e qualificata falsa ed inventata la lettera di quel re a Cristo, sebbene sia questa riferita dal Vescovo Eusebio nella sua storia ecclesiastica. La di lui autorità unita a quella di S. Efrem, e di Giacomo Vescovo di Sarug accreditò cotal favola: non si sa precisamente quando, e da chi sia stata inventata. La mancanza di buone istorie ed ancor più quella di buona critica, ne' primi secoli del cristianesimo, cagionarono tale ignoranza. Il cattolico saggio, ed istruito, deve tener certe e ferme le cose narrate ne' libri rivelati del Nuovo Testamento e quelle definite dalla Chiesa, e lasciare le altre alla critica giudiziosa de' dotti._ (Nota di N. N.)

[200] Eusebio, _Hist. ecclesiast._, l. I, c. 13. Il dotto Assemani vi aggiugne il testimonio di tre Sirii, di S. Efremo, di Giosuè Stilite, e di Giacomo, vescovo di Sarug; ma non so che s'abbia prodotto l'originale di quella lettera, o indicati gli archivi d'Edessa. (_Bibl. orient._ t. I, p. 318, 420, 554). Si fatta tradizione così incerta venia loro probabilmente dai Greci.

[201] Lardner discute e rigetta colla sua solita ingenuità i testimonii citati in favore di quel carteggio (_Heathen Testimonies_, vol. I, p. 297-309). Arrossisco di vedere tra la folla degli scrittori superstiziosi, ch'egli scaccia da questo posto ragguardevole insieme ai Grabe, Cave e Tillemont, anche il signor Addison (_Vedi_ le sue opere, vol. I, p. 528 ediz. di Baskerville); ma il trattato superficiale da lui composto sulla religion cristiana ha acquistato credito dal nome dell'autore, dal suo stile, e dagli elogi troppo sospetti del clero.

[202] Dal silenzio di Giacomo di Sarug (Assemani _Bibliot. orient._ p. 289-318), e dalla testimonianza d'Evagrio (_Hist. eccl._ l. IV, c. 27) giudicai, essere stata quella favola inventata tra gli anni 521 e 594, probabilmente dopo l'assedio di Edessa, nel 540 (Assemani t. I, p. 4167. Procopio _De bello persico_, l. II). È la spada e lo scudo di Gregorio II (_in epist. 1, ad Leon. Isaur. Concil._; t. VIII, p. 656, 657), di S. Giovanni Damasceno (_Opera_, t. I, p. 281, ediz. di Lequien), e del secondo Concilio di Nicea (_Actio_ V, p. 1030). La più perfetta edizione si trova in Cedreno (_Compend._ p. 175-178).

[203] Αχειροποιητος, _senza mani._ Vedi Ducange, in _Gloss. graec. et latin._ Questo soggetto è trattato con erudizione non meno che con pregiudizii dal Gesuita Gretser (_Syntagma de imaginibus non manu factis, ad calcem codicis de officiis_, p. 289-330), l'asino o piuttosto la volpe d'Ingolstadt (_Vedi_ la _Scaligeriana_); con pari senno e ragione dal protestante Beausobre nella controversia ironica da lui inserita in differenti volumi della _Bibliothèque germanique_ (t. XVIII, pag. 1-50; t. XX, p. 27-68; t. XXV, p. 1-36; t. XXVII, pag. 85-118; t. XXVIII, pag. 1-33; t. XXXI, p. 111-148; l. XXXII, p. 75-107; t. XXXIV, p. 67-96).

[204] Teofilato Simocatta (l. II, c. 3, p. 34; l. III, cap. I, p. 63), celebra θεανδρικον εικασμα, _l'immagine dell'Uomo Dio_, ch'egli chiama αχειροποιητον, _senza mano_; ma non era che una copia, poichè soggiugne αρχετυπον οι Ρωμαιοι (d'Edessa) θρεσκευουσι τι αρρητον, _che i Romani_ di Edessa) _venerano quell'originale con un culto singolare._ (_Vedi_ Pagi, t. II, A. D. 596, n. II).

[205] _Vedi_ nelle opere autentiche o supposte di S. Giovanni Damasceno, due passi sulla Vergine Maria e sopra S. Luca, dimenticati da Gretser, e per conseguente non rammentati da Beausobre (_Opera Johan. Damascen._ t. I, p. 618-631).

[206] «Escono le vostre scandalose figure fuor della tela; sono esse cattive come le statue in grupo». Lodavano in tal guisa l'ignoranza e il fanatismo d'un prete greco alcuni quadri di Tiziano, ch'egli avea comandati, e che non volea più ricevere.

[207] Secondo Cedreno, Zonara, Glycas e Manasse, gli autori della Setta degli Iconoclasti furono il Califfo Iezid e due Ebrei che aveano promesso l'Impero a Leone. I rimproveri che l'odio suggerisce a que' Settarii vengono interpretati come un'assurda cospirazione pel ristabilimento della purità del culto cristiano. (_Vedi_ Spanheim, _Hist. Imag._, c. 2).

[208] Jezid, nono Califfo della razza degli Omniadi, distrusse tutte le Immagini della Siria verso l'anno 719: onde gli ortodossi rimproverarono ai Settarii di seguire l'esempio dei Saracini e degli Ebrei (_Fragm. mon. Johan. Jerosolymit. script. Byz._, t. XVI, p. 235. _Hist. des Répub. ital._, par Sismondi t. I, p. 126). (Nota dell'Editore francese).

[209] _Vedi_ Elmacin (_Hist. Saracen._, pag. 267), Abulfaragio (_Dynast._, p. 201), Abulfeda (_Annal. Moslem._, p. 264), e le _Critiche_ del Pagi (t. III, A. D. 944). Non ardisce questo prudente Francescano di determinare, se a Roma o a Genova riposi l'immagine d'Edessa; ma essa riposa senza gloria; non è più alla moda, ed ha perduta la sua antica celebrità.

[210] Αρμενιοις και Αλαμανοις επισης η αγιων εικονων προσκυνησις απηγορευται, _agli Armeni del pari che agli Alemanni è proibita l'adorazione delle sante Immagini._ (Niceta, lib. II, p. 258). Le Chiese d'Armenia non fan ancor uso che della Croce (_Missions du Levant_, t. III, p. 148); ma il Greco superstizioso è senza dubbio ingiusto verso la superstizione degli Alemanni del duodecimo secolo.

[211] Negli Atti dei Concilii (tom. VIII e IX Collect. de Labbe ediz. di Venezia), e negli scritti istorici di Teofane, di Niceforo, di Manasse, di Cedreno, di Zonara ec. si devono cercare i monumenti originali di tutto ciò che è relativo agl'Iconoclasti; non si troveranno però affatto imparziali. Fra i moderni cattolici, Baronio, Pagi, Natalis Alessandro (_Hist. eccl., secul._, 8 e 9) e Maimbourg (_Hist. des Iconoclastes_) mostrarono a questo riguardo pari erudizione, passione e credulità. Le indagini del protestante Federico Spanheim (_Hist. imaginum restituta_), e di Giacomo Basnagio (_Hist. des Eglises réformées_, t. II, 1. XXIII, p. 1339-1385), inclinano dal lato degli Iconoclasti. Pei soccorsi che ci offrono le due parti, e per la loro opposta disposizione, ci è facile il giudicare questa lite con una imparzialità filosofica.