Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 09

Part 22

Chapter 223,645 wordsPublic domain

La libertà di Roma oppressa dalle armi e dall'arte d'Augusto, dopo settecento cinquant'anni di servitù fu campata dalla tirannia di Leone l'Isaurico. Aveano i Cesari annichilati i trionfi dei Consoli; nella decadenza e ruina dell'Impero romano, erasi il Dio Termine, quel sacro limite, ritirato a poco a poco dalle rive dell'Oceano, del Reno, del Danubio e dell'Eufrate, e Roma era ridotta al suo antico territorio, contando i paesi che da Viterbo si stendono a Terracina, e da Narni all'imboccatura del Tevere[240]. Espulsi i Re, riposò la Repubblica sopra la solida base fondata dalla loro saggezza e virtù. La loro perpetua giurisdizione si divise a due magistrati, che si eleggeano ogni anno; continuò il senato ad essere investito del potere amministrativo e deliberativo; le assemblee del popolo esercitarono l'autorità legislativa distribuita tra le classi diverse in proporzione delle sostanze, o dei servigi di ciascun individuo. Aveano i primi Romani, ignari delle arti del lusso, perfezionata la scienza del governo e della guerra: erano sacri i diritti personali; il volere della Comunità era assoluto; erano armati cento trentamila cittadini a difendere il loro paese, o ad ampliarlo per via di conquisti; una geldra di ladri e di proscritti era divenuta una nazione, degna di libertà e ardente di gloria[241]. Allorchè si estinse la sovranità degl'Imperatori greci, Roma spopolata più non era che il tristo scheletro della miseria; era la schiavitù divenuta per lei un'abitudine, e la sua libertà fu un accidente prodotto dalla[242] superstizione, ch'essa medesima non potè mirare che con sorpresa e terrore. Non trovavasi nelle instituzioni o nella memoria dei Romani il menomo vestigio della sostanza, od anche delle forme della costituzione; nè aveano abbastanza lumi e virtù a rifabbricare l'edificio d'una Repubblica. Il debole avanzo degli abitanti di Roma, nati tutti da schiavi o da stranieri, era l'oggetto dello scherno dei Barbari trionfanti. Per esprimere il maggior disprezzo che aveano per un nimico, lo chiamavano i Franchi e Lombardi _Romano_; «e questo nome, dice il Vescovo Luitprando, abbraccia tutto ciò che è vile, infame e perfido; i due estremi dell'avarizia e del lusso, e tutti i vizi infine che possono prostituire la dignità della natura umana[243].» La situazione dei Romani li gettò necessariamente in un governo repubblicano grossolanamente concepito. Furono obbligati a scegliere Giudici in tempo di pace, e Capi durante la guerra; si adunavano i Nobili per deliberare, e non poteansi eseguire le loro risoluzioni, senza il consenso della moltitudine. Si videro rinnovarsi le forme antiche del Senato e del Popolo romano[244]; ma non erano animate dall'istesso spirito, e quella nuova independenza fu disonorata dalla tempestosa lotta della licenza e dell'oppressione. La mancanza di leggi non poteva essere supplita che dal potere della religione, e l'autorità del Vescovo dirigeva l'amministrazione interna, e la politica esterna. Le sue limosine, i suoi discorsi, la sua corrispondenza coi re e prelati dell'Occidente, i servigi, che non guari prima avea renduto alla città, i giuramenti statigli prestati, e la gratitudine che gli si dovea, assuefarono i Romani a risguardarlo come il primo magistrato, o il principe di Roma. Il nome di _dominus_ o di Signore non isgomentò l'umiltà cristiana dei Papi, e se ne scorge la figura e l'iscrizione sulle più antiche monete[245]. Il loro dominio temporale è oggigiorno assodato da dieci secoli di rispetto, e il loro più bel titolo e la libera scelta di un popolo, ch'essi aveano sottratto dalla schiavitù.

[A. D. 730-752]

In mezzo alle dispute dell'antica Grecia godeva il popol santo dell'Elide una pace continua sotto la protezione di Giove, e nell'esercizio de' Giuochi Olimpici[246]. Sarebbe stato una fortuna pei Romani che un simile privilegio difendesse il patrimonio della Chiesa dalle calamità della guerra, e che i cristiani, i quali andavano a vedere la tomba di San Pietro, si credessero tenuti, alla presenza dell'apostolo e del suo successore, di riporre le spade nel fodero; ma questo mistico cerchio non potea essere delineato che dalla verga d'un legislatore e d'un saggio: questo pacifico sistema non s'uniformava collo zelo e coll'ambizione dei Papi; non erano i Romani, come gli abitanti dell'Elide, dediti agl'innocenti e placidi lavori dell'agricoltura, e le instituzioni pubbliche e private dei Barbari dell'Italia, malgrado dell'effetto che aveva il clima prodotto sui loro costumi, erano assai inferiori a quelle degli Stati della Grecia. Luitprando, Re dei Lombardi, diede un esempio memorando di pentimento e di divozione. Ascoltò questo vincitore, in mezzo alle armi, alla porta del Vaticano, la voce di Gregorio II[247], ritirò le schiere, abbandonò i conquisti, si condusse alla Chiesa di S. Pietro, e, dopo avere orato, depose sulla tomba dell'Apostolo la spada e il pugnale, la corazza e il mantello, la croce d'argento e la corona d'oro; ma tale fervor religioso fu un'illusione e forse un artificio del momento; il sentimento dell'interesse è possente e durevole. Era l'amore delle armi e della rapina inerente al carattere dei Lombardi, e i disordini dell'Italia, la debolezza di Roma, e la profession pacifica del suo nuovo Capo, furono per essi e pel loro Re un oggetto di tentazione irresistibile. Alla pubblicazione dei primi editti del monarca si dichiararono difensori delle Immagini. Invase Luitprando la provincia di Romagna, chiamata così fin da quei tempi; i cattolici dell'Esarcato si sottomisero senza ripugnanza al suo potere civile e militare, e per la prima volta venne introdotto un nimico straniero nell'inespugnabile Fortezza di Ravenna. Furono la città e la fortezza ricuperate bentosto dall'attività dei Veneziani valenti e poderosi in mare, e questi fedeli sudditi s'arresero alle esortazioni di Gregorio, che li indusse a separare il fallo personale di Leone dalla causa generale dell'Impero romano[248]. Dimenticarono i Greci un tale servigio, e i Lombardi si ricordarono di tale ingiuria. Formarono le due nazioni, nimiche per la lor Fede, un'alleanza pericolosa e poco naturale; marciarono il Re e l'Esarca al conquisto di Spoleti e di Roma: si dissipò la tempesta senz'alcun effetto; ma il politico Luitprando continuò a tenere l'Italia agitata da perpetue alternative di tregue e d'ostilità. Astolfo, successore di lui, si dichiarò ad un tempo nimico dell'Imperatore e del Papa. Fu soggiogata Ravenna dalla forza o dal tradimento[249], e questa conquista troncò la serie degli Esarchi, i quali, dall'epoca di Giustiniano e dalla ruina del regno dei Goti in poi, aveano esercitato in quel paese una specie di potere dependente. Fu ingiunto a Roma di riconoscere per suo legittimo sovrano il Lombardo vittorioso; si fissò la taglia di ciascun cittadino ad un annuo tributo d'un pezzo d'oro; la spada sospesa sul loro capo era pronta a punire le disobbedienze. Esitarono i Romani; supplicarono, si dolsero, e l'effetto delle minacce dei Barbari fu impedito dalle lagrime e dai negoziati, fino a tanto che il Papa seppe procurarsi al di là delle Alpi un alleato e un vendicatore[250].

[A. D. 754]

Aveva Gregorio I, nelle sue calamità, implorato i soccorsi dell'eroe del suo secolo, di Carlo Martello, che governava la Francia col titolo modesto di Prefetto del Palazzo o di Duca, e che colla sua vittoria segnalata sopra i Saracini avea salvata la patria, e forse l'Europa, dal giogo dei Musulmani. Ricevè Carlo col dovuto rispetto gli ambasciatori del Papa; ma l'importanza delle sue occupazioni e la brevità della sua vita non gli permisero d'immischiarsi negli affari dell'Italia che per via d'una mediazione amichevole ed infruttuosa. Suo figlio Pipino, erede del suo potere e delle sue virtù, si dichiarò difensore della Chiesa romana, e sembra che lo zelo di questo principe fosse eccitato dall'amor della gloria e dalla religione; ma era il pericolo sulle sponde del Tevere, i soccorsi su quelle della Senna, e debole è la nostra compassione per miserie lontane da noi. Mentre abbandonavasi la città di Roma al dolore, Stefano III prese la generosa risoluzione di condursi in persona alla Corte di Lombardia e a quella di Francia, di piegare l'ingiustizia del suo nimico, o di destare la pietà e l'indignazione del suo amico. Mitigata la pubblica disperazione con preghiere e litanie, intraprese quel faticoso viaggio cogli ambasciatori del Monarca francese, e con quelli dell'Imperator greco. Il Re dei Lombardi fu inesorabile; ma non poterono le sue minacce frenare i lamenti, o ritardare la diligenza del Pontefice di Roma, che traversò le Alpi pennine, si riposò nell'abbazia di S. Maurizio, e andò poscia in tutta fretta a stringere quella mano del suo protettore, che mai non alzavasi in vano tra l'armi e per l'amicizia. Fu Stefano accolto come il successore visibile dell'Apostolo. Nella prima assemblea del Campo di Marzo o di Maggio, espose il Re di Francia a una nazione divota e guerriera le varie doglianze del Papa, e il Pontefice ripassò le Alpi non da supplichevole ma da conquistatore, con un esercito di Francesi guidati dal Re medesimo. Dopo una debole resistenza ottennero i Lombardi una pace ignominiosa; giurarono di restituire le possessioni, e di rispettare la santità della Chiesa romana; ma non appena fu liberato dalla presenza delle schiere francesi, dimenticò Astolfo la sua promessa, e non sentì che l'affronto ricevuto. Videsi Roma di nuovo investita dai soldati, e Stefano, temendo di stancare lo zelo degli alleati che si avea procurato al di là delle Alpi, immaginò di fortificare la sua doglianza, e la supplica, con una lettera eloquente scritta da S. Pietro istesso[251]. L'Apostolo accerta i suoi figli adottivi, il Re, il Clero e i Nobili di Francia, che morto corporalmente vive tuttavia in ispirito; che la voce ch'essi ascoltano e che devono obbedire, è quella del fondatore e del guardiano della Chiesa di Roma; che la Vergine, gli Angeli, i Santi, i Martiri e tutto l'esercito celeste, sollecitano la supplica del Papa, e impongon loro di marciare immediatamente; che in ricompensa della loro pia impresa avranno la fortuna, la vittoria e il paradiso, e che la perdizione eterna sarà la pena della loro negligenza, se lascieranno cadere nelle mani dei perfidi Lombardi la sua tomba, la sua Chiesa, il suo popolo. Non men rapida e felice della prima fu la seconda spedizione di Pipino; ottenne S. Pietro quanto bramava; Roma fu salva per la seconda volta, e sotto la sferza d'un padrone straniero imparò finalmente Astolfo a rispettare la giustizia e la buona fede. Dopo quel doppio gastigo, non fecero i Lombardi che languire, e decadere per lo spazio di circa vent'anni. Non erasi per altro il loro carattere conformato all'avvilimento della loro condizione; e in vece d'aspirare alle pacifiche virtù dei deboli, stancarono i Romani con una quantità di pretensioni, sutterfugii e scorrerie, che cominciarono senza riflessione, e terminarono senza gloria. Era la loro spirante monarchia angustiata, da un lato, dallo zelo e dalla prudenza del Papa Adriano I, dall'altro, dal genio, dalla fortuna e dalla grandezza di Carlomagno, figlio di Pipino: quegli eroi della Chiesa e dello Stato si unirono con un'alleanza e coll'amicizia; e quando calpestarono i deboli, seppero dare al loro procedere i più bei colori dell'equità e della moderazione[252]. Unica difesa dei Lombardi erano le gole delle Alpi e le mura di Pavia. Sorprese il figlio di Pipino quelle gole, e investì quelle mura, e dopo un assedio di due anni, l'ultimo dei loro principi naturali, Desiderio, consegnò al vincitore lo scettro e la capitale. I Lombardi, sottomessi a un Re straniero, serbando però le loro leggi nazionali, divennero piuttosto concittadini che sudditi dei Franchi, i quali, com'essi traevano l'origine, i costumi e la lingua dalla Germania[253].

[751, 753-768]

Le obbligazioni reciproche dei Papi e della famiglia Carlovingia, formano l'importante anello che unisce l'istoria antica e moderna, la civile ed ecclesiastica. Erano stati i difensori della Chiesa incoraggiati al conquisto dell'Italia da una fausta occasione, da un titolo specioso, dai voti del popolo, dalle preghiere e dai raggiri del clero. La dignità di Re di Francia[254] e quella di Patrizio di Roma furono i doni i più preziosi, che ricevè dai Papi la dinastia Carlovingia. I. Sotto la monarchia sacerdotale di S. Pietro, cominciarono le nazioni a ripigliare l'abitudine di cercare sulle sponde del Tevere il loro monarca, le loro leggi e gli oracoli del loro destino. Erano i Franchi imbarazzati tra due sovrani, l'uno di fatto, l'altro di nome; Pipino, semplice Prefetto del Palazzo, esercitava l'assoluto potere d'un Re; non mancava che questo titolo alla sua ambizione. Il suo valore abbatteva gl'inimici; la sua liberalità gli moltiplicava il numero degli amici. Era stato suo padre il salvatore del cristianesimo, e quattro illustri generazioni assodavano, e faceano risaltare i diritti del suo merito personale. L'ultimo discendente di Clodoveo, il debole Childerico, conservava tuttavia il nome e le apparenze della regia dignità, ma il suo diritto disusato non potea servire ad altro che d'istrumento a sediziosi; desiderava la nazione di restaurare la semplicità della sua costituzione, e Pipino, suddito e principe, voleva assicurare il proprio grado e la fortuna della sua famiglia. Legava un giuramento di fedeltà il Prefetto e i Nobili al fantasma reale; era il puro sangue di Clodoveo, sempre sacro ad essi: chiesero i loro ambasciatori al Pontefice romano di dissipare i loro scrupoli, o di assolverli dalle loro promesse. L'interesse determinò prontamente il Papa Zaccaria, successore dei due Gregorii, di pronunciare in loro favore; decise che la nazione aveva il diritto di unire sul medesimo capo il titolo e l'autorità di re; che lo sfortunato Childerico dovea essere immolato alla pubblica sicurezza; ch'era d'uopo deporlo dal trono, raderlo e chiuderlo in un convento pel resto de' suoi giorni. Una risposta sì conforme al desiderio dei Franchi fu ricevuta da essi come l'opinione d'un casuista, la sentenza d'un Giudice, o l'oracolo d'un Profeta[255]: sparve la razza Merovingia; e fu innalzato Pipino sopra lo scudo da un popolo libero, assuefatto ad obbedire alle sue leggi ed a marciare sotto il suo vessillo. Fu incoronato due volte colla confermazione della Corte di Roma; la prima dal servo fedele dei Papi, S. Bonifazio, apostolo della Germania, e la seconda dalle mani riconoscenti di Stefano III, che nel monastero di S. Dionigi pose il diadema in capo al proprio benefattore. Alle altre cerimonie si aggiunse allora destramente l'unzione dei Re d'Israele[256]: il successore di S. Pietro assunse il carattere d'un messaggero di Dio; divenne un Capo germanico agli occhi dei popoli, l'unto del Signore, e tanto la vanità che la superstizione[257] contribuirono a diffondere questa cerimonia giudaica per tutta l'Europa moderna. Si dispensarono i Franchi dal loro primo giuramento di fedeltà, ma furono minacciati dei più tremendi anatemi, i quali piomberebbero anche sulla loro posterità, se ardivano in avvenire di fare un nuovo uso della libertà d'elezione, o di scegliere un re, che non fosse della santa e degna stirpe dei principi Carlovingi. Godettero questi principi tranquillamente la loro gloria senz'inquietarsi dell'avvenire; afferma il secretario di Carlomagno, che lo scettro di Francia era stato trasferito dall'autorità dei Papi[258], e in processo di tempo, nelle loro più ardite imprese, non lasciarono d'insistere con fiducia su quest'atto notabile, e approvato dalla loro giurisdizion temporale.

II. Aveano i costumi e la lingua cangiato a tale, che i patrizi di Roma[259] erano ben lontani dal rammentare il Senato di Romolo, e gli officiali del palazzo di Costantino rassomigliavano poco ai Nobili della repubblica, od ai patrizi distinti dal titolo fittizio di padri dell'Imperatore. Allorchè ebbe Giuliano riconquistato l'Italia e l'Affrica, l'importanza di quelle province rimote, e i pericoli ai quali erano esposte, obbligarono a stabilire un magistrato supremo che risedesse colà; chiamavasi indifferentemente Esarca o patrizio, e que' governatori di Ravenna, che stanno registrati nella cronologia dei principi, stendevano la loro giurisdizione sulla città di Roma. Dalla ribellion dell'Italia e dalla perdita dell'Esarcato in poi, aveva la miseria dei Romani, per certi riguardi, dimandato il sacrificio della loro independenza; ma in quest'atto esercitavano ancora il diritto di disporre d'essi medesimi, e i decreti del senato e del popolo investirono successivamente Carlo Martello e la sua posterità degli onori di patrizio di Roma. Avrebbero i Capi d'una potente nazione sdegnati titoli servili, e uffici dependenti; ma il regno degli Imperatori greci era sospeso, e durante la vacanza dell'Impero, ottennero essi dal Papa e dalla repubblica una missione più gloriosa. Presentarono gli ambasciatori romani a questi patrizi le chiavi della Chiesa di S. Pietro in prova e per simbolo di sovranità; ricevettero nel tempo stesso un santo vessillo che poteano e doveano spiegare a difendere la Chiesa e la città[260]. Ai giorni di Carlo Martello e di Pipino, l'interposizione del regno dei Lombardi minacciava la sicurezza di Roma, ma ne proteggea la libertà, e la parola _patriziato_ rappresentava soltanto il titolo, i servigi e l'alleanza di que' protettori lontani. La potenza e politica di Carlomagno annichilarono i Lombardi, e lo fecero signore di Roma. Quando per la prima volta entrò in quella città, vi fu ricevuto con tutti gli onori, renduti in altri tempi all'Esarca, cioè al rappresentante dell'Imperatore; la gioja e la gratitudine del Papa Adriano I[261] aggiunsero maggior lustro a quegli onori. Non così tosto ei seppe l'improvviso avvicinamento del monarca, che gli mandò incontro i magistrati e i Nobili colla bandiera, trenta miglia in circa dalla città. Le _Scuole_ o le Comunità nazionali dei Greci, dei Lombardi, dei Sassoni etc. si affilarono lunghesso i due lati della via flaminia, per lo spazio d'un miglio; era la gioventù di Roma sotto le armi, e fanciullini, con palme e rami d'olivo in mano, cantavano le lodi dell'illustre liberatore. Allorchè vide le croci e i vessilli, discese Carlo da cavallo; condusse al Vaticano la processione di que' Nobili, e nel salire la scala baciò devotamente tutti i gradini, che metteano nel santuario degli Apostoli. Lo stava Adriano aspettando col clero sotto il portico. S'abbracciarono come amici ed uguali; ma andando verso l'altare prese il Re, o patrizio, la diritta del Papa, nè fu pago Carlomagno di queste vane dimostrazioni di rispetto. Durante i ventisei anni, che passarono fra il conquisto della Lombardia e la sua incoronazione in qualità d'Imperatore, governò da padrone la città di Roma che avea liberata colle sue armi. Giurò il popolo fedeltà alla sua persona e alla sua famiglia; si coniarono le monete; si amministrò la giustizia in suo nome; egli esaminò e confermò l'elezione dei Papi. Toltone il diritto di richiamare la sovranità del suo proprio capo, non poteva il titolo d'Imperatore aggiungere alcuna prerogativa a quelle delle quali era il patrizio di Roma già investito[262].

Fu la gratitudine dei Carlovingi proporzionata a queste obbligazioni, e i loro nomi sono stati consegrati col titolo di salvatori e benefattori della Chiesa romana. Il suo antico patrimonio consistente in case e poderi affittati, fu trasformato dalla loro munificenza in un dominio temporale di città e province. Primo frutto delle vittorie di Pipino fu la concessione dell'Esarcato[263]. Abbandonò Astolfo sospirando la sua preda. Si consegnarono le chiavi e gli ostaggi delle primarie città all'ambasciatore di Francia, che li presentò, in nome del suo Re, sulla tomba di S. Pietro. Abbracciava l'Esarcato, secondo il più ampio significato di questo vocabolo[264], tutte le province dell'Italia che aveano obbedito all'Imperatore e a' suoi ministri; ma a tutto rigore non comprendea che i territori di Ravenna, di Bologna e di Ferrara; deesi aggiungere la Pentapoli, che estendevasi lunghesso il mare Adriatico, da Rimini fino ad Ancona, e che avanzavasi nell'interno del paese fino alla giogaia dell'Apennino. Si biasimarono molto l'ambizione e l'avarizia dei Papi in quel maneggio. Avrebbe forse dovuto l'umiltà d'un prete cristiano ricusare un regno terrestre, che non potea di leggieri governare senza rinunciare alle virtù del suo stato. Avrebbe forse dovuto un suddito fedele od anche un nimico generoso mostrar meno ardore a dividere le spoglie del principe Barbaro; e se aveva l'Imperatore commesso a Stefano di sollecitare in suo nome la restituzione dell'Esarcato, non assolverei il Papa dal rimprovero di perfidia o di falsità; ma stando esattamente alle leggi, può chiunque accettare senza offesa, ciò che senza ingiustizia gli può dare un benefattore. Aveva l'Imperator greco abbandonato o perduto i diritti all'Esarcato, e la spada d'Astolfo era rotta dalla spada più forte del Carlovingio. Non per difendere la causa dell'Iconoclasta, aveva Pipino esposto la sua persona e l'esercito ai pericoli di due spedizioni al di là della Alpi; possedea legalmente i suoi conquisti, e li potea legalmente alienare: rispose piamente alle importunità dei Greci, che niuna considerazione umana non lo determinerebbe a ripigliare un dono, che avea fatto al Pontefice di Roma per la remission de' suoi peccati e la salute dell'anima. Aveva egli dato l'Esarcato con tutti i diritti di sovranità; e vide il Mondo per la prima volta un Vescovo cristiano investito delle prerogative d'un principe temporale, del diritto di nominare magistrati, di far esercitare la giustizia, di impor tasse, e di disporre delle ricchezza del palazzo di Ravenna. Al disciogliersi del reame Lombardo, cercarono gli abitanti del Ducato di Spoleti[265] un rifugio dalla procella; si tagliarono i capelli all'uso dei Romani, si dichiararono servitori e sudditi di S. Pietro, e compierono, con questa volontaria confessione, il circondario odierno dello Stato ecclesiastico. Divenne questo circolo misterioso d'un'ampiezza indefinita mercè la donazione verbale o scritta di Carlomagno[266], il quale ne' primi trasporti della sua vittoria spogliò sè stesso e l'Imperatore greco delle città e delle isole dipendenti altre volte dall'Esarcato. Ma riflettendo, lontano dall'Italia, a mente più fredda a quanto avea fatto, guardò con occhio di invidia e di diffidenza la nuova grandezza del suo alleato ecclesiastico. Eluse in guisa rispettosa l'esecuzione nelle sue promesse e di quelle di suo padre; sostenne il Re dei Francesi e dei Lombardi i diritti inalienabili dell'Impero, e finch'ei visse, e nel punto di sua morte, Ravenna[267] e Roma furono sempre contate nel numero delle sue città metropolitane. Svanì la sovranità dell'Esarcato tra le mani dei Papi. Trovarono questi nell'Arcivescovo di Ravenna un rivale pericoloso[268]: sdegnarono i Nobili e il popolo il giogo d'un prete; e in mezzo ai disordini di quei tempi non poterono i Pontefici di Roma ritenere che la memoria d'un'antica pretensione, che in una epoca più favorevole rinnovarono con prospero evento.