Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 09
Part 15
Fra quelli, che successori di Nerone e d'Elagabalo ne imitarono la malvagità, non s'era per anche trovato un principe, che considerasse il piacere come la cosa più importante della vita, e la virtù come nemica del piacere. Per quanto grandi fossero le cure di Teodora per l'educazione del figlio, la disgrazia di questo principe fu d'essere sovrano prima d'esser uomo; ma se si adoperò questa madre ambiziosa ad impedire che la sua ragione si sviluppasse, non potè calmarne il bollore delle passioni, e il suo procedere, interessato per sè, fu giustamente punito dal dispregio e dalla ingratitudine di quel giovinastro caparbio. Di diciott'anni scosse il freno di Teodora, senz'avvedersi che non era in caso da governar l'Impero, nè da governar sè stesso. Alla partenza di Teodora, abbandonarono la Corte la sapienza e la gravità; non si videro più regnare che il vizio o la follia alternativamente, e non fu possibile acquistare, o conservare il favore del principe senza perdere la pubblica estimazione. I milioni accumulati pei bisogni dello Stato furono profusi ai più vili degli uomini che lo adulavano, e partecipavano ai suoi sollazzi; e in un regno di tredici anni il più opulento monarca si ridusse a vendere gli ornamenti preziosi del suo palazzo e delle Chiese. Somigliante a Nerone, era pazzo pei divertimenti teatrali, e al par di lui sentiva dispetto d'essere superato in cose, per le quali doveva arrossire della sua abilità. Ma lo studio che aveva fatto Nerone della musica e della poesia indicava qualche gusto per le arti liberali; e le inclinazioni più basse del figlio di Teofilo eran tutte pel corso di carri nell'Ippodromo. Non cessavano di ricreare gli oziosi abitanti della capitale le quattro fazioni, ch'aveano disturbata la pubblica quiete: l'Imperatore prese per sè la divisa degli Azzurri; distribuì ai suoi favoriti i tre colori rivali, e nell'ardenza sua per questi vili esercizi, dimenticò la dignità della sua persona, e la sicurezza degli Stati. Impose silenzio a un corriere, che per informarlo che il nimico aveva invaso una provincia dell'Impero, s'avvisò di fermarlo nel momento più bello della corsa, e fece estinguere i fuochi importuni, che, fatti segnali di pericolo, troppo spesso metteano lo spavento nei paesi fra Tarso e Costantinopoli. I più bravi aurighi avevano il primo posto nella sua confidenza, e nella sua stima; accettava banchetti da loro, e ne teneva i figli al Sacro Fonte: allora si facea bello della sua popolarità, e affettava di biasimare il freddo e maestoso contegno de' suoi predecessori. Erano omai divenute ignote all'Universo quelle dissolutezze contrarie alla natura, che disonorarono anche l'età virile di Nerone; ma Michele logorava le forze in braccio all'amore ed alla intemperanza. Riscaldato dal vino, nelle sue orgìe notturne, dava gli ordini i più sanguinari, e quando col ritorno della ragione, si facea sentire l'umanità, era poi costretto ad approvare l'utile disobbedienza dei servi. Ma una delle prove più straordinarie della cattiva indole di Michele è la profana licenza, con che metteva in ridicolo la religion del paese. Sia pure, che la superstizion dei Greci potesse movere a riso un filosofo; ma il riso del saggio sarebbe stato ragionevole e temperato, e avrebbe disapprovata la sciocca ignoranza d'un giovine, che insultava gli oggetti della pubblica venerazione. Un buffone di corte si vestiva da Patriarca; i suoi dodici Metropolitani, uno de' quali era l'Imperatore, si coprivano di abiti ecclesiastici; maneggiavano e profanavano i vasi sacri, e a rallegrare i lor baccanali amministravano la Santa Comunione con un ributtante miscuglio d'aceto e di senapa. Nè già si teneano ascose queste empietà ai pubblici sguardi; in un giorno di gran festa, l'Imperatore, i suoi vescovi e i suoi buffoni correndo per le vie, montati sopra giumenti, incontrarono il vero Patriarca, seguìto dal suo Clero, e con grida licenziose, e lazzi osceni sconcertarono la gravità di quella processione cristiana. Non mai uniformossi Michele alle pratiche della devozione, se non che per oltraggiare la ragione e la verace pietà; raccogliea da una statua della Vergine le corone teatrali, e violò la tomba imperiale di Costantino, l'Iconoclasta, pel piacere di arderne le ossa. Questo contegno stravagante lo rendette tanto spregevole, quanto era odioso. Ogni cittadino desiderava ardentemente la liberazione della patria, e i suoi favoriti medesimi temevano, non un suo capriccio li privasse di ciò, che dono era d'un capriccio. Nell'età di trent'anni, e in grembo all'ebbrezza ed al sonno, Michele III fu assassinato nel suo letto dal fondatore d'una nuova dinastia, al quale egli aveva conferito un grado e un potere uguale al suo proprio.
[A. D. 867]
La genealogia di Basilio il Macedone, se pure non fu inventata dall'orgoglio e dall'adulazione, fa ben palese a quali rivoluzioni sieno esposte le più illustri famiglie. Gli Arsacidi, rivali di Roma, avevan data la legge in Oriente quasi per quattro secoli; continuò un ramo cadetto di quei Re Parti a regnare in Armenia, e poi sopravvisse alla divisione ed alla servitù di quell'antica monarchia. Due di que' principi, Artabano e Cliene, si rifuggirono o si ritirarono alla Corte di Leon I, che usò loro generosa accoglienza, e onorevolmente li collocò nella provincia di Macedonia; posero poi stanza in Andrinopoli. Colà sostennero per più generazioni la dignità dei lor natali, e zelanti per l'Impero romano rigettarono le offerte seducenti dei Persiani e degli Arabi, che li richiamavano in patria: ma a poco a poco il tempo e la povertà ne oscurarono lo splendore, e il padre di Basilio si ridusse a coltivare colle sue mani un poderetto; non di meno troppo altero per avvilire il sangue degli Arsacidi con un matrimonio plebeo, sposò una vedova d'Andrinopoli, che vantava Costantino fra i suoi avi, e potè il loro figlio millantare qualche vincolo di parentela, o almen di nazione con Alessandro il Macedone. Questo figlio, per nome Basilio, appena aveva veduto il giorno, quando colla sua famiglia e cogli abitanti della città ov'era nato, fu rapito dai Bulgari, che vennero a devastare Andrinopoli: fu allevato nella servitù in un clima straniero, e quella disciplina severa gli procacciò un vigore di corpo e una pieghevolezza di mente che poi divennero la cagione del suo esaltamento. Sin dalla prima gioventù, o quando appena toccava l'età virile, fu del numero di quei prigionieri romani che spezzarono i lor ferri coraggiosamente; dopo avere attraversata la Bulgaria, afferrate le coste dell'Eusino, e sconfitti due eserciti di Barbari, s'imbarcarono su vascelli già apparecchiati pel loro arrivo, e tornarono a Costantinopoli; quindi ciascheduno si restituì alla sua famiglia. Basilio ricuperata la libertà, era tuttavia miserabile. Dai guasti della guerra era stato rovinato il suo podere: morto il padre, non bastava più il lavoro delle sue mani, o quel che guadagnava servendo a mantenere una famiglia d'orfanelli; deliberò dunque di cercare un campo più luminoso, ove le sue virtù, e i suoi vizi potessero condurlo alla grandezza. Giunto a Costantinopoli, senz'amici senza denari, oppresso dalla stanchezza, passò la prima notte sui gradini della Chiesa di S. Diomede; ottenne un po' di alimento dalla carità di un monaco; indi si pose al servigio d'un parente dell'Imperator Teofilo, che pure avea questo nome, e quantunque picciolissimo della persona, si conducea sempre dietro un seguito di servi di grande statura, e di bell'aspetto. Basilio accompagnò questo padrone, che andava a comandare nel Peloponeso; col suo merito personale fece scomparire la nascita e la dignità di Teofilo, e strinse una profittevole amicizia con ricca e caritativa matrona di Patrasso. Fosse amore o affezione spirituale, questa donna, nomata Danielis, s'invaghì delle sue belle qualità, e lo adottò per figlio; gli fece dono di trenta schiavi, con altre liberalità, mercè delle quali potè fornire il bisognevole ai fratelli, e comprare possedimenti nella Macedonia. La gratitudine o l'ambizione lo riteneva ai servigi di Teofilo, e per felice combinazione fu conosciuto dalla Corte. Avvenne che un famoso lottatore, ch'era cogli ambasciatori della Bulgaria, aveva sfidato in tempo del convito reale il più coraggioso e robusto che fosse tra i Greci. Fu vantata la forza di Basilio, il quale accettò la disfida, e al primo urto gettò il Barbaro a terra. Era stato deciso di tagliare i garetti a un bellissimo cavallo indomabile ad ogni prova; Basilio lo soggiogò coll'intrepidezza e destrezza solita, ed ottenne quindi un impiego decoroso nella scuderia imperiale; ma non era possibile entrar nelle grazie del Re, senza adattarsi ai suoi vizi. Il nuovo favorito divenne gran ciamberlano del palazzo, e si tenne in posto con un matrimonio vituperevole, sposando una concubina del principe, col disonore della sorella, che succedette alla precedente. Erano state abbandonate le cure amministrative a Cesare Barda fratello e nimico di Teodora. Le drude di Michele gli dipinsero lo zio come uomo odioso, e da temersi; fu scritto a Barda, che si abbisognava della sua persona per l'impresa di Creta; questi uscì di Costantinopoli, e il ciamberlano lo pugnalò sotto gli occhi dell'Imperatore nella tenda stessa ove gli dava udienza. Un mese dopo quest'azione ottenne Basilio il titolo d'Augusto, e il governo dell'Impero; egli sopportò questa associazion disuguale sino a tanto che si credette sicuro della stima del popolo. Per un capriccio dell'Imperatore ne fu posta a repentaglio la vita: Michele avvilì la sua dignità, dandogli un secondo collega, che aveva servito da remigante nelle Galee; tuttavolta non può considerarsi l'assassinio del suo benefattore che come un atto d'ingratitudine e di tradimento; e le chiese, ch'egli dedicò a S. Michele, furono una ben puerile e misera espiazione dal suo misfatto.
La vita di Basilio I può nelle sue epoche diverse paragonarsi a quella d'Augusto. Per la sua condizione non ebbe campo il Greco nella prima gioventù d'invadere la patria con un esercito, nè di proscrivere i più nobili de' suoi concittadini; ma la sua indole ambiziosa si piegò a tutti gli artificii d'uno schiavo; seppe celare l'ambizione medesima ed anche le sue virtù, e con un assassinio s'insignorì dell'Impero, cui poscia resse con prudenza ed amore paterno. Ponno per avventura essere in contraddizione gl'interessi d'un individuo co' suoi doveri; ma un monarca assoluto mancherebbe di buon senso o di coraggio, separando la sua felicità dalla gloria, o la sua gloria dalla felicità pubblica. Sotto la lunga dominazione de' suoi discendenti fu scritta e pubblicata la vita, o sia il panegirico di Basilio; ma la stabilità di quelli sul trono debbe attribuirsi al sommo merito di lui. Suo nipote l'Imperator Costantino ha voluto darci, nel descriverne il carattere, il ritratto perfetto d'un vero monarca; e se questo debole principe non avesse copiato un degno modello, non si sarebbe di leggieri elevato cotanto al di sopra delle sue proprie idee e della propria condotta; ma il più sicuro elogio di Basilio è riposto nel paragone del miserabile stato della monarchia, quale la rapì egli a Michele, collo stato florido della medesima, quale alla dinastia Macedone egli la trasmise. Con mano prudente represse abusi consacrati dal tempo e dall'esempio. Se non risvegliò il valor nazionale, restituì per lo meno all'Impero romano qualche ordine e maestà. Era instancabile la sua applicazione, freddo il naturale, fermo il senno, rapide le decisioni, ed osservava quella rara e salutevole moderazione che tiene le virtù a un'uguale distanza dai vizi contrari. Il servigio militare era tutto ristretto nell'interno del palazzo: non ebbe nè il coraggio nè i talenti d'un guerriero; nondimeno sotto il suo regno furono ancora formidabili ai Barbari l'armi romane. Come tosto col rimettere la disciplina e gli esercizi militari ebbe creato un nuovo esercito, comparve in persona sulle sponde dell'Eufrate; atterrò l'orgoglio dei Saracini, e soffocò la pericolosa come che giusta rivolta de' Manichei. Sdegnato contro un ribelle che gli era sfuggito lungo tempo di mano, chiese la grazia a Dio di conficcare tre dardi nel capo di Crisochiro; così nomavasi il suo nemico. Quel capo abbominato, ch'egli aveva ottenuto per tradimento più che pel suo coraggio, fu impeso ad un albero, ed esposto tre volte alla destrezza dell'arciere imperiale; vile vendetta, più degna del secolo che dell'indole di Basilio; ma la sua abilità principale si fece palese nell'amministrare le pubbliche rendite, e le leggi. A riempire l'erario esausto gli fu proposto di rivedere le donazioni malfatte del suo predecessore; fu egli abbastanza saggio per ripigliarne la sola metà, e così si procacciò una somma d'un milione e dugentomila lire sterline, con che provvide ai bisogni più urgenti, e guadagnò tempo per eseguire le riforme economiche. Tra i diversi divisamenti, diretti ad accrescere la sua entrata, se gli propose una nuova maniera di tributo, che avrebbe messo i contribuenti sotto il soverchio arbitrio degli esattori. Gli presentò subito il ministro una lista di agenti onesti, e capaci per quell'impiego. Avendoli da sè stesso esaminati, Basilio non ne trovò che due degni d'esercitare sì pericoloso ufficio, e questi giustificarono la stima ch'egli n'ebbe, ricusando questo contrassegno di fiducia. Ma le assidue premure dell'Imperatore rimisero a poco a poco l'equilibrio tra le proprietà e le contribuzioni; tra l'entrata e l'uscita fu assegnata una somma particolare per ogni ramo di spesa, e con un metodo pubblico furono assestati gl'interessi del principe, e quelli de' proprietari. Dopo avere riformato il lusso della propria tavola, volle che due demanii patrimoniali provvedessero a questa qualità di spese; le imposizioni pagate dai sudditi servivano per la lor difesa, e il restante ad abbellire la capitale e le province. Quantunque dispendioso può il gusto per le fabbriche avere scusa, e meritare elogi qualche volta, avvegnachè alimenta l'industria, promove le arti, e concorre all'utilità o ai piaceri del Pubblico. Sensibili sono i vantaggi d'una strada, di un acquedotto, d'uno spedale: le cento Chiese innalzate da Basilio furono un tributo pagato alla divozione del suo tempo. Egli si mostrò attivo ed imparziale, come giudice; bramava salvare gli accusati, ma non temeva di condannarli, e severamente puniva gli angariatori del popolo: quanto poi ai nemici personali, cui sarebbe stato imprudenza il perdonare, dopo aver fatto cavar loro gli occhi, gli condannava ad una vita di solitudine e di penitenza. I cangiamenti sopravvenuti nel linguaggio e nei costumi volevano una revisione della giurisprudenza di Giustiniano; quindi fu compilato in quaranta titoli e in lingua greca il voluminoso corpo dell'Istituta, delle Pandette, del Codice e delle Novelle; e se le Basiliche furono perfezionate e compiute dal figlio e dal nipote, a Basilio per altro conviene originariamente attribuirne il merito. Per un accidente di caccia ebbe fine il suo regno glorioso. Un cervo furibondo intricò le sue corna nel cinto di Basilio, e lo levò da cavallo. L'Imperatore fu liberato da un uomo del seguito, che tagliò il cinto, e uccise la bestia, ma per la caduta, o per la febbre, che ne fu conseguenza, rimase indebolito il vecchio monarca, e morì nel suo palazzo, in mezzo ai pianti della famiglia e del popolo. Se, come è fama, fece troncar la testa al fido servo ch'ebbe il coraggio di far uso della spada sulla persona del suo sovrano, convien credere, che l'orgoglio del dispotismo, sopito finchè visse, si risvegliasse ne' suoi ultimi giorni, quando omai perduta avea la speranza di vivere.
[A. D. 886]
Dei quattro figli dell'Imperatore, uno morì prima di lui, e fu Costantino; in quell'occasione il suo dolore e la sua credulità si lasciarono illudere dalle adulazioni d'un impostore, e da un'apparizione immaginaria. Stefano il più giovane, stette contento degli onori di Patriarca e di Santo; Leone ed Alessandro ebbero entrambi la porpora; ma il solo primogenito tenne le redini del Governo. Leone VI conseguì il glorioso soprannome di _filosofo_; e senza dubbio l'accoppiare le qualità di principe e di saggio, le virtù operative e le speculative, giova molto a perfezionare l'umana natura; ma molto mancò a Leone per pretendere questa perfezione ideale. Di fatto seppe egli per avventura sottomettere le passioni e le brame sue all'impero della ragione? Passò la vita in mezzo alla pompa della Corte, e nel consorzio delle sue mogli e delle concubine; e non si può attribuire che alla dolcezza e indolenza del suo naturale la clemenza da lui dimostrata, e la pace che s'adoperò a mantenere. Chi oserebbe asserire ch'egli vincesse i proprii pregiudizi, e quelli dei sudditi? Dalla più puerile superstizione era ottenebrato il suo spirito; sanzionò colle leggi l'autorità del clero, e gli errori del popolo; e gli oracoli, con cui rivelò in uno stile profetico i destini dell'Impero, sono fondati su l'astrologia e la divinazione. Chi ben guardi l'origine di quel soprannome di filosofo, apparirà, che non fu tanto ignorante quanto la maggior parte de' suoi contemporanei o appartenessero all'Ordine ecclesiastico, o al civile; che dal dotto Fozio fu diretta la sua educazione, e ch'egli compose o pubblicò assai opere sotto il suo nome in argomenti sacri e profani; ma un suo torto domestico, la moltiplicità cioè de' suoi matrimoni, pregiudicò la sua riputazione di filosofo, e d'uomo religioso. Predicavansi sempre dai monaci le massime antiche sui pregi e la santità del celibato, ed erano pur professate dalla nazione. Era permesso il matrimonio, come un mezzo necessario alla propagazione del genere umano. Dopo la morte d'uno de' conjugi, potea la debolezza, o il vigor della carne, condurre il superstite a un _secondo_ matrimonio, ma un terzo era considerato quasi una specie di fornicazione, e il celebrar le quarte nozze era un peccato, ed uno scandolo ancora ignoto ai cristiani dell'Oriente. L'Imperator Leone esso stesso nel principio del suo regno aveva abolito lo stato civile delle concubine, e condannati i terzi matrimoni, senza annullarli. Ma guari non andò, che il patriottismo e l'amore l'indussero a violare le proprie leggi, e ad incorrere nella pena che in simil caso aveva ai sudditi imposta. Non avendo figli dei tre primi letti avea d'uopo l'Imperatore d'una compagna, e richiedeva l'Impero un erede legittimo. La bella Zoe fa introdotta nella Corte per concubina, e allorchè, partorendo, a Costantino ebbe dato prove di fecondità, dichiarò l'Imperatore le sue intenzioni di legittimare la madre e il figlio, e di celebrare le quarte nozze. Il Patriarca Nicola gli ricusò la benedizione, e Leone non potè indurlo a battezzare il principino, che a patto di congedare la sua amante; ma per l'opposito, avendola sposata, fu escluso dalla comunione dei Fedeli. Nè le minacce dell'esilio, nè la disfatta dei confratelli, non l'autorità della Chiesa latina, non il pericolo d'interrompere, o di lasciare incerta la successione al trono, valsero a piegare l'inflessibile monaco. Morto Leone fu egli richiamato dal luogo della sua relegazione, e ricuperò le cariche tanto ecclesiastiche che civili. Costantino, figlio di Leone, coll'editto d'unione promulgato in suo nome, che condanna in avvenire come scandalose le quarte nozze, impresse tacitamente una macchia sul proprio natale.
[A. D. 911]
Nella lingua greca _porphyra_ vuol dir porpora, e invariabili essendo i colori naturali, possiamo conchiudere, che la porpora tiria degli antichi fosse un rosso scuro e carico. Un appartamento del palazzo di Bizanzio era addobbato di porfira, ed era abitato dalle Imperatrici quando erano incinte; quindi per indicare la qualità regia dei loro nati, chiamavansi porfirogeniti, che vale nati nella porpora. Gran numero d'Imperatori romani aveva avuto figli; ma Costantino VII prese per la prima volta questo particolar soprannome. Durò il suo regno di titolo quanto la sua vita; sei per altro de' suoi cinquantaquattr'anni precedettero la morte del padre: il figlio di Leone fu sempre o di buon grado, o per forza sottomesso a quelli che prendeano autorità sopra la sua debolezza, o abusavano della sua fiducia. Alessandro, suo zio, investito del titolo d'Augusto da lungo tempo, fu il primo collega, e il primo padrone del principino; ma rapidamente correndo le vie del vizio e delle follìe, il fratello di Leone in breve s'acquistò la riputazion dell'Imperatore Michele per questo riguardo: e quando la morte lo colse, covava nell'animo il pensiere di togliere al nipote la facoltà d'aver figli, e di lasciare a un indegno favorito l'Impero. Gli altri anni della minorità di Costantino furono soggetti alla madre Zoe, consigliata successivamente da sette reggenti, che solo curando i propri interessi, e sbramando ogni lor passione, lasciavan la repubblica abbandonata, si soppiantavano a vicenda, e finalmente sparvero davanti a un guerriero, che si fece padrone dello Stato. Romano Lecapeno, di nascita oscura, era pervenuto al comando delle armate navali, e nell'anarchia dell'Impero aveva saputo meritare o certamente ottenere la stima della nazione. Uscì della foce del Danubio con una squadra vittoriosa e devota a lui; giunto al porto di Costantinopoli fu salutato coi titoli di liberatore dei popolo e di tutore del principe. Una nuova denominazione, cioè di padre dell'Imperatore, spiegò il suo officio; ma presto ebbe a sdegno Romano un'autorità inferiore e da ministro, e quindi intitolatosi Cesare, prese tutta l'independenza di Re, e dominò quasi per venticinque anni. I suoi tre figli Cristoforo, Stefano e Costantino ebbero l'un dopo l'altro gli stessi onori; per il che discese dal primo al quinto grado il legittimo Imperatore in quel collegio di principi. Dovè tuttavolta esser pago della sua fortuna, e della bontà degli usurpatori, giacchè conservò la vita e la corona. Gli esempi della Storia antica e della moderna avrebbero agevolmente scusata l'ambizion di Romano, il quale avea nelle mani i poteri e la legislazion dell'Impero; e la nascita illegittima di Costantino ne avrebbe giustificata l'esclusione, nè costava gran fatica l'aprire una tomba o un monastero alla figlia di Costantino; ma Lecapeno non avea, per quanto pare, nè i vizi, nè le virtù d'un tiranno. Svani nello splendore del trono il valore e l'attività della sua vita privata; tuffatosi nel fango delle voluttà, pose in non cale la sicurezza della Repubblica, non che della propria famiglia; ma religioso e mite di naturale, rispettò la santità dei giuramenti, l'innocenza del giovine Costantino, la memoria di Leone, e l'affetto del popolo. Il genio che avea Costantino per gli studii e pel ritiro potè disarmare la gelosia d'autorità; i libri e la musica, la penna e il pennello erano le sue continue ricreazioni; e se impinguò di fatto la scarsa sua entrata colla vendita de' suoi quadri, senza che se ne aumentasse il valore pel nome dell'artista, ebbe bastevoli talenti coi quali pochi principi potrebbero, come lui, formarsi un sussidio nelle avversità.
[A. D. 945]