Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 09
Part 13
Esule sulla frontiera dei deserti della Scizia, chiudeva sempre in cuore Giustiniano, coll'orgoglio dei natali, la speranza di risalire sul trono. Dopo tre anni d'esilio, ebbe la gioia d'intendere, ch'era stato vendicato da una seconda rivoluzione, e che Leonzio era stato deposto, e mutilato anch'esso dal ribelle Apsimaro, che avea preso il nome più rispettabile di Tiberio. Ma le pretensioni della linea diretta dovean esser temute da un usurpatore, uscito della classe del volgo; e cresceano le sue inquietudini dalle lagnanze di accuse degli abitanti di Cherson, che trovavano i vizi del tiranno nelle azioni del principe sbandito. Giustiniano, seguìto da una masnada di gente, a lui attaccata per la stessa speranza, o per la stessa disperazione, abbandonò quella terra inospitale, e si rifuggì presso i Cozari che accampavano al Tanai e al Boristene. Il Khan, mosso a compassione, trattò con molto riguardo un supplichevole di tal fatta: lo collocò in Fanagoria, città un tempo opulenta, situata sulla riva della palude Meotide, dalla parte dell'Asia. Posti allora in non cale tutti i pregiudizi romani, sposò Giustiniano una sorella del Barbaro, la quale per altro col nome di Teodora dà luogo a credere che fosse battezzata; ma il perfido Khan fu subornato ben presto dall'oro di Costantinopoli, e se non era l'amor di sua moglie, che gli svelò i disegni tramati a suo danno, Giustiniano periva sotto il ferro degli assassini, od era dato in balìa de' suoi nemici. Dopo avere strangolato colle sue mani i due satelliti del Khan, rimandò Teodora a suo fratello, ed egli s'imbarcò su l'Eusino in traccia di più fedeli alleati. Una furiosa tempesta assalì il suo vascello, ed un uomo del suo seguito lo consigliò d'impetrare la misericordia del cielo facendo voto di dare un perdono generale, se mai ricuperasse l'Impero. «Perdonare? esclamò l'intrepido tiranno; piuttosto morire in questo momento! l'Onnipotente mi faccia inghiottire dal mare, s'io consento a risparmiare la testa d'un solo de' miei nemici!» Egli sopravvisse a quest'empia minaccia, entrò nella foce del Danubio, osò arrischiare i passi nel villaggio abitato dal Re de' Bulgari, Terbelis, principe bellicoso e pagano, da cui ottenne soccorsi, promettendo di dargli sua figlia, e di partir seco i tesori dell'Impero. Estendevasi il regno dei Bulgari sino ai confini della Tracia, e i due principi con quindicimila cavalieri si spinsero sotto le mura di Costantinopoli. Fu sbigottito Apsimaro da questa improvvisa comparsa del suo rivale, quando glien'era stata promessa la testa dal Cozaro, e ne ignorava la fuga. Dieci anni d'assenza avean quasi abolita la ricordanza dei delitti di Giustiniano; i suoi natali e le sue disgrazie moveano a pietà la moltitudine sempre malcontenta dei principi che la governano, e quindi per lo zelo, e l'attività de' suoi partigiani fu introdotto nella città e nel palazzo di Costantinopoli.
Nel premiare i suoi alleati, nel richiamare la moglie al suo fianco, dimostrò Giustiniano non essere al tutto scemo dei sentimenti d'onore e di gratitudine. Terbelis si ritirò con un mucchio d'oro, che fu misurato dalla lunghezza della sua frusta. Ma non fu mai adempiuto sì religiosamente un voto, quanto il giuramento di vendetta, pronunciato in mezzo alla procella dell'Eusino. I due usurpatori (così dee dirsi, poichè il nome di tiranno va riservato al vincitore) furono condotti nell'Ippodromo, l'uno dalla sua prigione, l'altro dal palazzo. Leonzio ed Apsimaro, prima che fossero consegnati ai carnefici, incatenati siccome erano, furon distesi sotto il trono dell'Imperatore, e Giustiniano, ponendo un piede sul collo di ciascheduno, guardò per più d'un'ora la corsa dei carri, mentre il popolo, sempre volubile, ripetea quel versetto del Salmista: «Camminerai sull'aspide e sul basilisco, e conculcherai il leone ed il drago.»[186] La diserzione universale da lui già provata, potè fargli desiderare, come a Caligola, che il popolo romano non fosse che una testa sola. Osserverò per altro, che questa brama non si addiceva ad un tiranno sagace, imperocchè in vece de' vari tormenti, con cui straziava le vittime della sua collera, avrebbe un colpo solo terminati i piaceri della sua vendetta e crudeltà. E di questi piaceri fu in fatti insaziabile; nè virtù private, nè pubblici servigi valsero ad espiare il delitto d'una obbedienza attiva od anche passiva ad un governo costituito; e ne' sei anni del suo novello regno, la mannaia, la corda, la tortura gli parvero i soli istromenti propri del regno. Ma singolarmente contro gli abitanti di Cherson che l'aveano insultato nell'esilio, e spregiati i doveri dell'ospitalità, diresse egli tutti gli sforzi del suo odio implacabile. Poichè per la rimota lor situazione rimaneva loro qualche via per la difesa o per la fuga, impose a Costantinopoli una tassa, che dovea pagar le spese d'una squadra e d'un esercito da spedire contro essi: «Tutti sono colpevoli, e tutti han da perire;» tale fu l'ordine di Giustiniano, e ad eseguire questo sanguinario decreto elesse Stefano, suo favorito, che gli era caro pel soprannome di Selvaggio. Ma il selvaggio Stefano adempiè imperfettamente alle intenzioni del suo sovrano. La lentezza delle sue mosse diede agio alla maggior parte degli abitanti di ritrarsi nell'interno del paese, ed il ministro delle vendette imperiali si contentò di ridurre in servitù i giovani dei due sessi, di ardere vivi sette dei primarii cittadini, di gettarne venti in mare, e di serbarne quarantadue a ricever la condanna dalla bocca di Giustiniano. Nel ritorno di Stefano la sua squadra si arenò agli scogli delle coste dell'Anatolia; e Giustiniano applaudì alla cortesia dell'Eusino, che aveva in un medesimo naufragio ravvolte tante migliaia dei suoi sudditi e dei suoi nemici; ma pure, sitibondo di sangue, comandò il tiranno una seconda spedizione, che annientasse gli avanzi della colonia da lui proscritta. In quel breve intervallo, erano ritornati i Chersoniti in città, e s'apparecchiavano a perire coll'armi in mano; il Khan dei Cozari aveva abbandonata la causa del suo detestabile cognato; i fuorusciti di tutte le province si raccolsero in Tauride, e Bardane, sotto nome di Filippico, ebbe la porpora. Le milizie imperiali non volendo, nè potendo mandare ad effetto i disegni vendicativi di Giustiniano si sottrassero al suo furore, rinunciando all'obbedienza; l'armata condotta da Filippico approdò felicemente ai porti di Sinopo e di Costantinopoli; tutte le bocche gridarono, morte al tiranno; e tutte le braccia si mossero per darla. Privo d'amici fu abbandonato dai Barbari che lo guardavano, e il colpo che troncò la sua vita, fu celebrato come un atto di patriottismo, e impresa degna di romana virtù. Suo figlio Tiberio s'era ricoverato in una chiesa; ne difendeva la porta sua avola, molto avanzata in età; quell'innocente giovinetto si pose al collo le reliquie più venerate, s'appoggiò con una mano all'altare, coll'altra sulla Croce; ma la furia popolare, quando osa metter sotto i piedi la superstizione, è sorda alle grida dell'umanità; e la stirpe d'Eraclio s'estinse, dopo aver portata la corona per un secolo.
[A. D. 711]
Fra la caduta della razza degli Eraclidi e l'avvenimento della dinastia Isaurica passa un intervallo di sei soli anni, diviso in tre regni. Bardane o Filippico fu accolto in Costantinopoli come un eroe, che avea liberato dal tiranno la patria, e i primi trasporti d'un giubbilo sincero ed universale gli fecero gustare qualche ora di felicità. Giustiniano avea lasciato un tesoro, frutto delle sue crudeltà e rapine; ma non tardò il successore a dissiparlo in vane prodigalità. Nel giorno anniversario della sua nascita, Filippico diede al popolo i giuochi dell'Ippodromo; girò quindi per tutte le strade preceduto da mille bandiere e da mille trombe. Andò a rinfrescarsi nei bagni di Zeusippo e ritornato in palazzo trattò a sontuoso convito la Nobiltà. Nel dopo pranzo si ritirò nel suo appartamento ebbro d'orgoglio e di vino, senza pensare che le sue fortune aveano fatti ambiziosi tutti i suoi sudditi, e che ogni ambizioso secretamente gli era nemico. In mezzo al rumor della festa, alcuni arditi cospiratori penetrarono nelle sue stanze, sorpresero nel sonno il monarca, lo legarono, gli cavarono gli occhi, e gli tolsero la corona prima ch'egli si accorgesse della grandezza del suo pericolo; ma i traditori non approfittarono del lor delitto; dalla scelta del senato e del popolo fu conferita la porpora ad Artemio, che presso l'Imperatore deposto avea l'impiego di segretario. Il quale prese il nome d'Anastasio II, e nel breve suo regno, pieno di turbolenze, dimostrò tanto in pace che in guerra le virtù che convengono ad un sovrano. Ma coll'estinzione della linea imperiale s'era già rotto il freno dell'obbedienza, ed in ogni esaltazione al trono pullulavano i semi d'un nuovo sconvolgimento politico. In una sollevazione dell'armata navale, un abbietto ufficiale del fisco fu vestito della porpora a suo malgrado. Dopo alcuni mesi di guerra marittima, Anastasio abdicò la corona, e Teodosio III, suo vincitore, si sottomise ancor esso alla prevalenza di Leone, Generale degli eserciti d'Oriente. Fu permesso ad Anastasio e a Teodosio l'abbracciare lo stato ecclesiastico; l'ardente veemenza del primo lo condusse ad avventurare ed a perder la vita in una cospirazione; onorati e tranquilli furon gli ultimi giorni del secondo. Sulla sua tomba non fu scolpita che questa parola «Salute», iscrizione d'una sublime semplicità, che esprime la fiducia della filosofia, o della religione, e il popolo d'Efeso conservò lungo tempo la memoria de' suoi miracoli. Gli esempi offerti dalla Chiesa poterono dare qualche volta utili lezioni di clemenza ai Principi; ma non è poi certo, che scemando i pericoli d'un'ambizione sfortunata, siasi operato per l'interesse del pubblico.
[A. D. 718]
Dopo essermi fermato sul precipizio d'un tiranno, indicherò in poche parole il fondatore d'una nuova dinastia, noto alla posterità per l'invettive de' suoi avversari, e la cui vita pubblica e privata van congiunte all'istoria degli Iconoclasti. Ad onta dei clamori della superstizione, l'oscurità della nascita e la durata del regno di Leone l'Isaurico inspirano una idea favorevole dell'indole di questo principe. In un secolo maschio l'esca della dignità imperiale avrebbe potuto avvivare tutta l'energia dello spirito umano, e suscitare una folla di competitori tanto degni del trono, quanto animosi ad occuparlo. Anche in mezzo della corruttela e della debolezza dei Greci in quel tempo, la fortuna d'un plebeo, che si sollevò dall'ultimo al primo grado della società, suppone prerogative in lui, superiori all'altezza delle volgari. Vi è ragion di pensare, che questo plebeo non conoscesse, e non curasse le scienze, e che nella sua carriera ambiziosa si dispensasse dai doveri della benevolenza e della giustizia; ma si può credere, che possedesse le virtù più utili, come la prudenza e la forza, e che avesse la cognizione degli uomini, e dell'arte importante di cattivarsi la fiducia, e di dirigere le passioni loro. È opinion generale che Leone fosse nato nell'Isauria, e che portasse da prima il nome di Conone. Certi scrittori, la cui satira inconsiderata può tenergli luogo d'elogio, lo rappresentano come un pezzente, che corresse a piedi da una fiera all'altra d'un paese, menandosi dietro un asino carico di qualche merce di poco prezzo. Narrano in un modo ridicolo, che s'abbattesse per via in alcuni Ebrei, che davano la buona ventura, i quali gli promisero l'Impero romano, purchè abolisse il culto degl'idoli[187]. Stando ad una versione più probabile, suo padre abbandonò l'Asia Minore per domiciliarsi nella Tracia, ove esercitò l'utile mestiere di mercante di bestiami, nel quale avea certamente fatto gran guadagno se è vero, che, colla somministrazione di cinquecento agnelli, ottenesse che il figlio entrasse al servigio dell'Imperatore. A prima giunta fu collocato Leone nelle guardie di Giustiniano, e non andò guari, che si attirò gli sguardi, poscia i sospetti del tiranno. Si segnalò in valore e in destrezza nella guerra della Colchide. Anastasio gli conferì il comando delle legioni dell'Anatolia, e quando i soldati gli posero in dosso la porpora, fece plauso l'Impero romano a quella elezione. Leone III portato a quella dignità pericolosa, vi si tenne fermo a dispetto dell'invidia de' suoi uguali, del malumore di una fazion terribile, e degli assalti dei nemici domestici e forestieri. Anche i cattolici, benchè esclamino contro le sue novità in materia di religione, son costretti a convenire, che le incominciò con moderazione, e le condusse a termine con fermezza, e nel loro silenzio hanno rispettata la savia sua amministrazione, e i suoi puri costumi. Dopo un regno di ventiquattr'anni se ne morì tranquillo nel suo palazzo di Costantinopoli, e i suoi discendenti redarono sino alla terza generazione quella porpora, che egli s'era acquistata.
[A. D. 741]
Il regno di Costantino quinto per soprannome Copronimo, figlio e successor di Leone, durò trenta quattr'anni: questi con minor moderazione perseguitò il culto delle Immagini. L'odio religioso vomitò tutto il suo fiele nella dipintura, che i partigiani delle Immagini ci fecero della persona e del regno di questo principe, di questa pantera macchiata, di questo anticristo, di questo drago volante, di questo germe del serpente, che sedusse la prima donna. Al loro dire costui superò nei vizi Elagabalo e Nerone; il suo regno fu un perpetuo macello dei personaggi più nobili, più santi, o più innocenti dell'Impero; assisteva al supplizio delle sue vittime, considerava le convulsioni della loro agonia, ne ascoltava con piacere i gemiti, nè mai potea saziarsi del sangue, che godea di versare: spesse volte battea colle verghe, o mutilava i familiari della sua Casa reale: il soprannome di Copronimo ricordava ch'egli avea lordato di escrementi il Fonte battesimale; veramente l'età potea farne le scuse; ma i solazzi della sua virilità lo fecero inferiore ai bruti; confuse nelle sue dissolutezze tutti i sessi e tutte le spezie, e parve che si compiacesse pur delle cose più ributtanti pei sensi. Quest'Iconoclasta fu eretico, ebreo, maomettano, pagano, ateo; e solamente le sue cerimonie magiche, le vittime umane che immolava, i sagrifizi notturni a Venere e ai demonii dell'antichità, son le prove che abbiamo della sua credenza in Dio. La sua vita fu lorda dei vizi i più contraddittorii, e finalmente le ulceri che copersero il suo corpo gli anticiparono i tormenti dell'inferno. Si confuta da sè medesima l'assurdità d'una parte di queste accuse, che ho avuto la pazienza di copiare; e in ordine ai fatti privati della vita de' principi è troppo facile la menzogna, troppo difficile il ribatterla. Io non mi attengo alla perniciosa massima di credere, che chi è incolpato di molte cose sia necessariamente colpevole di qualcheduna; posso però travedere chiaramente, che Costantino V fosse dissoluto e crudele. È proprietà della calunnia l'esagerare piuttosto, che l'inventare, e il suo linguaggio temerario è in parte frenato dalla notorietà fondata nel secolo e nel paese, da cui trae testimonianza. È indicato il numero de' Vescovi, de' Monaci e de' Generali dalla sua atrocità sagrificati. Erano illustri i lor nomi, pubblica ne fu l'esecuzione, e la mutilazione fu visibile e permanente. Detestavano i cattolici la persona e il governo di Copronimo; ma la loro stessa avversione è un indizio dell'oppressione che soffrivano. Tacciono le colpe cogli insulti che poterono per avventura scusarne o giustificarne il rigore; ma per questi insulti dovette a poco a poco moversi a collera, e indurarsi all'uso ed all'abuso del despotismo; tuttavolta non era Costantino V spoglio di meriti, nè il suo governo fu sempre degno dell'esecrazione o del disprezzo de' Greci. Confessano i suoi nemici, che restaurò un vecchio acquedotto, che riscattò duemila e cinquecento prigionieri, che godettero i popoli sotto il suo regno una insolita abbondanza, che con nuove colonie ripopolò Costantinopoli e le città della Tracia; e a malincuore son costretti a lodarne l'attività ed il coraggio. In battaglia era sempre a cavallo alla fronte delle sue legioni, e quantunque non sieno state sempre fortunate le sue armi, trionfò per terra e per mare, su l'Eufrate e sul Danubio, nella guerra civile come nella barbarica; conviene inoltre, per fare contrappeso alle invettive degli ortodossi, mettere ancora nella bilancia le lodi dategli dagli eretici. Gl'Iconoclasti onorarono le sue virtù, lo considerarono per Santo, e quarant'anni dopo la sua morte oravano sulla sua tomba. Il fanatismo e la soperchieria divolgarono una visione miracolosa: si disse che l'eroe cristiano era comparso sopra un cavallo bianco, colla lancia imbrandita, contro i Pagani della Bulgaria: «Favola assurda, dice uno scrittore cattolico, perchè Copronimo è incatenato coi demonii negli abissi dell'inferno».
[A. D. 775]
Leone IV, figlio di Costantino V, e padre di Costantino VI, fu debole di corpo e di spirito; e in tutto il suo regno non ebbe altro gran pensiero che la scelta del suo successore. Dallo zelo officioso dei suoi sudditi fu sollecitato perchè associasse all'Impero il giovine Costantino; l'Imperatore, che lo vedea deperire, s'arrese ai loro voti unanimi, dopo avere esaminato quest'alto affare con tutta l'attenzione che meritava. Costantino di soli cinque anni fu coronato insieme con sua madre Irene; e il consentimento nazionale fu consacrato con tutte le cerimonie le più acconce, per pompa e per apparecchio, ad abbacinare gli occhi dei Greci, o ad incatenarne le coscienze. I vari ordini dello Stato prestarono giuramento di fedeltà nel palazzo, nella chiesa, e nell'Ippodromo; invocarono i santi nomi del Figlio e della Madre di Dio: «Noi chiamiamo in testimonio Gesù Cristo, esclamarono essi, noi veglieremo alla sicurezza di Costantino, figlio di Leone; esporremo la nostra vita in suo servigio, e resteremo fedeli alla sua persona e alla sua posterità». Ripeterono quel giuramento sopra il legno della vera Croce, e l'atto della lor sommessione fu depositato sull'altare di Santa Sofia. Primi a fare questo giuramento, e primi a violarlo, furono i cinque figli avuti da Copronimo nel secondo matrimonio, e n'è ben singolare quanto tragica l'istoria. Per diritto di primogenitura erano esclusi dal trono, e dall'ingiustizia del fratello maggiore erano stati privati d'un legato di circa due milioni sterlini; non credettero essi, che potessero vani titoli essere un compenso di ricchezza e di potere, e quindi in diverse riprese cospirarono contro il nipote, sia avanti, sia dopo la morte del padre. Ebbero il perdono la prima volta; nella seconda furon condannati allo stato ecclesiastico; al terzo tradimento, Niceforo, il più anziano e il più colpevole, fu privato degli occhi, e con un gastigo riputato più dolce, fu tagliata la lingua a Cristoforo, a Niceta, ad Antimio, e ad Eudossio, suoi fratelli. Dopo cinque anni di carcere fuggirono, e si ricoverarono nella chiesa di Santa Sofia, ove offersero al popolo uno spettacolo commovente. «O Cristiani, miei concittadini, gridò Niceforo in nome proprio ed in quello de' suoi fratelli che non poteano parlare, mirate i figli del vostro Imperatore, se pur li potete riconoscere in quest'orrido stato. La vita, e qual vita! ecco tutto ciò che ne ha lasciato la crudeltà dei nostri nemici: oggi è minacciata questa misera vita, e noi veniamo ad implorare la vostra compassione». Il fremito, che già si spandeva nell'assemblea, sarebbe terminato in sollevazione, se quella prima sommossa non fosse stata compressa dalla presenza d'un ministro, che con promesse e carezze seppe ammansare quei principi sventurati, e condurli dalla chiesa al palazzo. Non fu posto tempo di mezzo ad imbarcarli per la Grecia, e fu assegnata loro per luogo d'esilio la città d'Atene. In quel ritiro, e nonostante il loro stato, tormentati sempre dalla sete di regno, Niceforo e i suoi fratelli si lasciaron sedurre da un Capitano schiavone, che promise di rimetterli in libertà, e di guidarli armati e adorni della porpora alle porte di Costantinopoli; ma il popolo Ateniese, sempre zelante per Irene, ne prevenne la giustizia o la crudeltà, e seppellì finalmente nell'eterno silenzio per sino la rimembranza dei cinque figli di Copronimo.
[A. D. 780]