Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 09

Part 12

Chapter 123,522 wordsPublic domain

Per queste considerazioni avrei volentieri abbandonato gli schiavi greci, e i loro scrittori servili, se la sorte della monarchia di Bizanzio non fosse in modo passivo legata colle rivoluzioni le più strepitose e rilevanti, che abbiano mai cangiata la faccia del Mondo. Mentre perdea qualche provincia vi si piantavano nuove colonie, e nuovi reami: le nazioni vittoriose vestivano quelle virtù efficaci di guerra o di pace, delle quali i vinti s'erano spogliati; e nell'origine appunto, e nelle conquiste, nella religione, e nel governo di que' popoli nuovi investigar noi dobbiamo le fonti e le conseguenze del digradamento e della caduta dell'Impero Orientale. Nè già questo disegno diverso, nè la ricchezza e varietà dei materiali nuocono all'unità del pensiero, e della composizione; come il Musulmano di Fez o di Delhi nelle sue orazioni volge sempre la mente al tempio della Mecca, così l'occhio dello storico non perderà mai di vista Costantinopoli. La linea, ch'egli trascorrerà, dee passar necessariamente pei deserti dell'Arabia e della Tartaria; ma il circolo che farà da prima, sarà definitivamente ristretto fra i confini sempre decrescenti dell'Impero romano.

Ecco dunque in qual modo ho distribuito quest'opera negli ultimi volumi. Nel primo dei capitoli seguenti presenterò la serie regolare degl'Imperatori che regnarono in Costantinopoli, in un periodo di sei secoli, dai tempi d'Eraclio sino al conquisto dei Latini; breve sarà la narrazione, ma dichiaro qui _in generale_ che non si scosterà nè dall'ordine, nè dal testo degli storici originali. Mi contenterò in questa introduzione a far un cenno delle rivoluzioni del trono, della successione delle famiglie, dell'indole personale dei principi greci, del lor modo di vivere, e della lor morto, delle massime e dell'influenza che aveva sulli spiriti la loro amministrazione, e come e quanto abbia contribuito il loro regno ad accelerare, o a sospendere il tracollo dell'Impero d'Oriente. Questo quadro cronologico darà luce ai capitoli che verranno da poi, e i particolari fatti della grande storia dei Barbari si collocheranno da sè stessi al sito che lor compete negli annali di Bizanzio. Materia di due capitoli separati saranno gli affari interni dell'Impero, e la pericolosa eresia dei Pauliciani, che scosse l'Oriente, e illuminò l'Occidente; ma differirò queste ricerche sino a tanto che io non abbia esposto al lettore lo stato dei vari popoli del Mondo nel nono e decimo secolo dell'Era Cristiana. Poste che avrò le fondamenta della Storia bizantina, farò passare in rassegna parecchie nazioni, e trattando delle cose loro, regolerò la lunghezza del mio racconto colla loro grandezza, col loro merito, o i loro legami col Mondo romano, e col secolo presente: questi sono i nomi di quei popoli: 1. i FRANCHI, denominazion generale che include tutti que' Barbari della Francia, dell'Italia, e della Germania che furono uniti insieme dalla spada e dallo scettro di Carlo Magno. La persecuzion delle Immagini e dei loro adoratori segregò Roma e Italia dal trono di Bizanzio, e agevolò il nuovo Impero romano in Occidente. 2. Gli ARABI o SARACENI, argomento importante e curioso; occuperanno tre lunghi capitoli. Dopo avere descritto l'Arabia, e i suoi abitanti verrò esaminando nel primo capitolo l'indole, la religione, i trionfi di Maometto: verrò seguitando nel secondo gli Arabi al conquisto dell'Assiria, dell'Egitto e dell'Affrica, province dell'Impero romano, e li accompagnerò nella lor corsa trionfale sino a tanto che abbiano gettato a terra il trono della Persia e della Spagna; andrò investigando nel terzo il modo con cui furono Costantinopoli e l'Europa salve mercè del lusso e delle arti, non che della discordia e della debolezza dell'Impero dei Califi. Un solo capitolo indicherà i fatti che riguardano, 3. i BULGARI 4. gli UNGARI e 5. i RUSSI, i quali per mare o per terra assaliron le province e la capitale; ma meriteranno la nostra curiosità l'origine e l'infanzia di quest'ultimo popolo cresciuto oggi a tanta potenza; 6. i NORMANI o più veramente pochi avventurieri di quella gente bellicosa, i quali un gran regno fondarono nella Gallia, e nella Sicilia, crollarono il soglio di Costantinopoli, e tutto il valore manifestarono dei Cavalieri, i quali avverarono le maraviglie dei Romanzi; 7. i LATINI, o le nazioni d'Occidente, soggette al Papa, che sotto il vessillo della Croce, si arrolarono per ricuperare o liberare il Santo Sepolcro. Sulle prime rimasero atterriti, poscia rassodati gl'Imperatori greci sul trono da migliaia di pellegrini, che si trasferirono a Gerusalemme con Goffredo di Buglione e coi Paladini della Cristianità. La seconda e la terza Crociata corsero la via dalla prima; l'Europa e l'Asia furono miste in una guerra santa, che durò per due secoli, e Saladino e i Mamelucchi d'Egitto, dopo avere vigorosamente resistito ai Potentati cristiani, finirono di cacciarli del tutto. In mezzo a queste guerre memorabili, una squadra ed un esercito di Francesi e di Veneziani deviarono dal lor viaggio di Siria alla volta del Bosforo Tracio; presero d'assalto la capitale dell'Imperio, capovolsero la monarchia de' Greci, e per più di sessant'anni regnò in Costantinopoli una dinastia di Principi latini. Per tutta quell'epoca di cattività e d'esilio fa d'uopo considerare i Greci stessi come forestieri, come nemici, e poi sovrani di Costantinopoli. Le loro disgrazie avevano ridestato in essi una scintilla di valor nazionale, e dal punto che ripresero la corona sino al conquisto de' Turchi, mostrarono gl'Imperatori qualche dignità; 9. i MOGOLLI e i TARTARI; le armi di Gengis e i suoi discendenti diedero una scossa al Mondo cominciando dalla Cina fino alla Polonia e alla Grecia; furono i Soldani atterrati, i Califi caddero dal soglio, tremarono i Cesari nel lor palazzo, e le vittorie di Timur tennero in sospeso per più di mezzo secolo l'ultima mina dell'Impero bizantino. 10. Ho già fatta menzione della prima comparsa de' Turchi; due dinastie successive de' principi di quella nazione, che nell'undecimo secolo sboccò dai deserti della Scizia son distinte dai nomi dei loro Capi Seljuk e Othman. Fondò il primo un insigne e poderoso reame, che si allargava dalle rive dell'Oxo ad Antiochia e Nicea: ebbe origine la prima Crociata dalla profanazione dei luoghi santi ch'egli conquistò, e dal pericolo in che pose Costantinopoli. Gli Ottomani, usciti da oscuro paese, divennero lo spavento, il flagello della Cristianità. Maometto II strinse d'assedio, e prese Costantinopoli, e col suo trionfo annientò quel vano titolo, che rimaneva ancora nell'Impero romano in Oriente. La storia della scisma de' Greci sarà collegata a quella dell'ultime loro disgrazie, e del risorgimento dell'arti in Occidente. Dopo aver mostrata schiava la nuova Roma, rifrusterò le ruine dell'antica, e con un gran nome, con un rilevante soggetto spanderò un raggio di gloria sull'ultime mie fatiche.

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L'Imperatore Eraclio avea punito un tiranno, si era impadronito del trono, e il suo regno era divenuto memorabile pel conquisto momentaneo, e per la perdita irreparabile delle province d'Oriente. Morta Eudossia, sua prima moglie, non volle obbedire al Patriarca, sposando sua nipote Martina; violò le leggi, e la superstizion dei Greci credè vedere un giudizio del cielo nelle malattie del padre e nella deformità dei figli; ma potendo la fama d'una nascita illegittima impedir l'elezione, o infievolire la docilità del popolo, ne avvenne, che la materna tenerezza, e forse anche la gelosia d'una suocera animassero vie più l'operosa ambizion di Martina, mentre a suo marito di già innoltrato negli anni, non bastava l'animo a resistere alle seduzioni, ed alle carezze d'una sposa. Costantino, suo figlio maggiore, ottenne in età matura il titolo d'Augusto; ma col suo meschino temperamento avea mestieri d'un collega, e d'un tutore, e però acconsentì, non senza una secreta ripugnanza, a dividere con altri l'Impero. Fu radunato in Corte il senato per ratificare, o attestare la successione di Eracleone, figlio di Martina: si consacrò l'imposizion del diadema con le preghiere e la benedizione del Patriarca; i senatori e i patrizi adorarono la maestà dell'Imperatore, e quella de' suoi colleghi, e come furono aperte le porte, la voce tumultuosa, ma importante, de' soldati acclamò i tre principi. Dopo uno spazio di cinque mesi si celebrarono nella cattedrale, o nell'Ippodromo cerimonie, che sole formavano, per quanto pareva, la costituzion dello Stato per dimostrare la buona concordia de' due fratelli, comparve il più giovine appoggiato al braccio del maggiore, e le grida d'una popolazione venduta, o sedotta dal timore, congiunsero il nome di Martina a quelli di Costantino e d'Eracleone. Non sopravvisse Eraclio più di due anni a questa associazione: col suo testamento nominò i suoi due figli eredi dell'Impero d'Oriente con un potere uguale, e ordinò, che onorassero Martina come la lor madre e sovrana.

[A. D. 641]

Non così tosto si mostrò Martina per la prima volta sul trono, col titolo e co' privilegi di regnante, che trovò una forte, benchè rispettosa opposizione; e dai pregiudizi superstiziosi si videro risplendere le ultime faville della libertà. «Noi veneriamo la madre de' nostri principi, esclamò un cittadino; ma questi principi sono i soli, cui dobbiamo obbedire, e Costantino, il primogenito de' nostri due Imperatori è in un'età da sostenere il peso della corona. La natura ha escluso il tuo sesso dalle cure del governo. Se i Barbari s'accostassero alla città reale, sia in figura di nemici, sia con intenzioni pacifiche, potresti tu combatterli, sapresti tu rispondere? I Persiani stessi, che pur sono schiavi, non potrebbero sofferire il governo d'una donna. Preservi il cielo per sempre la Repubblica romana da un avvenimento che sarebbe il disdoro della nazione»! Martina, tutta sdegnata, discese dal trono, e si ritirò nell'appartamento della Corte, abitato dalle donne. Centotre giorni durò il regno di Costantino III. Finì nell'età di trent'anni una vita che non era stata che una malattia continua; la sua morte prematura fu per altro attribuita alla suocera, la quale, fu voce, impiegasse il veleno. Di fatto ella raccolse i frutti di questa morte, e insignorissi del governo in nome d'Eraclio; il popolo, che sospettava di costei rivolse le sue sollecitudini alla conservazione dei due orfani, lasciati da Costantino. Invano il figlio di Martina, nell'età di quindici soli anni, ammaestrato dalla madre dichiarò, che sarebbe il tutore de' suoi nipoti, uno de' quali era stato da lui tenuto al Sacro Fonte; in vano giurò sulla vera Croce, che difesi li avrebbe da tutti i nemici. Poche ore prima di morire avea l'ultimo Imperatore spedito un servo fedele ad armare gli eserciti e le province dell'Oriente, in favor degli orfani, ch'egli lasciava in mani sospette; l'eloquenza e la liberalità di Valentino gli aveano promesso buon esito, e dal suo campo di Calcedonia osò questi richiedere, che fossero puniti gli assassini, e rimesso in trono l'erede legittimo. Dalla licenza dei soldati, che saccheggiarono le viti, e ingollavano il vino dei demanii asiatici, appartenenti agli abitatori di Costantinopoli, furono questi ultimi mossi a vendetta contro gli autori delle lor disgrazie, e s'intese risuonare la chiesa di Santa Sofia, non già di cantici e di orazioni, ma delle grida e delle imprecazioni d'una plebe furiosa. Eracleone, chiamato da voci imperiose, comparve in pulpito col primogenito dei due orfanelli; Costanzo solo fu acclamato Imperator dei Romani, e colla benedizione solenne del Patriarca, gli fu posta in capo una corona d'oro, tolta dalla tomba d'Eraclio. Ma fra i tumulti della gioia e dell'ira, la chiesa fu messa a ruba; i Giudei e i Barbari profanarono il santuario, e Pirro settario dell'eresia dei Monoteliti, e creatura dell'Imperatrice, per sottrarsi alla violenza de' cattolici, pigliò saviamente il partito di fuggirsene, dopo aver lasciato la sua protesta sull'altare. Il senato, che avea momentaneamente ricuperata qualche autorità dall'assenso de' soldati e del popolo, doveva adempiere uffici più seri e più sanguinari. Caldo del fuoco della libertà romana, rinnovò l'antico grandioso spettacolo d'un tiranno giudicato dal popolo; Martina, e suo figlio furon deposti, e condannati come autori della morte di Costantino; ma la severa giustizia dei Padri Coscritti fu contaminata da una crudeltà che confuse l'innocente col reo. Martina ed Eracleone furono condannati ad avere l'una la lingua tagliata, e l'altro il naso; e dopo questa barbara esecuzione chiusero entrambi il rimanente de' loro giorni nell'esilio e nell'obblivione; e quei Greci, ch'erano capaci di qualche riflessione dovettero in certo modo consolarsi della servitù, osservando sin dove può trascorrere l'abuso del potere, posto per un istante nelle mani dell'aristocrazia.

Quando si legge il discorso pronunciato da Costanzo II in età di dodici anni davanti il Senato bizantino, pare che siamo tornati indietro cinque secoli ai tempi degli Antonini. Dopo avergli renduto grazie della pena giustamente data agli assassini, che rapite aveano alla nazione le belle speranze del regno di suo padre, soggiunse il giovine principe: «La divina provvidenza, e il vostro saggio decreto hanno balzata dal soglio Martina, e la sua incestuosa progenie. La vostra maestà, la vostra sapienza hanno impedito che l'Impero romano degeneri in una tirannide, che non conosca più leggi. Io vi domando istantemente, e vi esorto di consacrare al ben pubblico i consigli, e la prudenza vostra». Questo linguaggio officioso, accompagnato da grandi liberalità soddisfece molto i Senatori; ma non eran degni i venali Greci d'una libertà, che non sapeano apprezzare abbastanza, e i pregiudizi del tempo, l'abitudine al dispotismo cancellaron ben presto dalla memoria del nuovo Imperatore una lezione, che l'aveva occupato per pochi momenti. Non gli rimase che un timore, un'inquietudine, che mai qualche giorno il senato o il popolo invadesse il diritto di primogenitura, e collocasse il fratello Teodosio sul trono con autorità uguale alla sua. Il nipote d'Eraclio, promosso agli Ordini sacri, divenne inabile per la porpora; ma questa cerimonia, che profanava i Sacramenti della Chiesa, non bastò ad acquetare i sospetti del tiranno; e solamente la morte del diacono Teodosio valse ad espiare il delitto della sua regia estrazione. Dalle imprecazioni del popolo fu vendicato questo assassinio, e l'uccisore, che pur godeva tutta la pienezza del potere, fu obbligato a condannarsi da sè ad un esilio perpetuo. Costanzo s'imbarcò per la Grecia; e quasi volesse rendere alla patria quei sentimenti d'abbominazione, ch'egli meritava da lei, è fama, che dalla sua galea imperiale sputasse contro le mura di Costantinopoli. Dopo avere svernato in Atene, si trasferì a Taranto in Italia, visitò Roma, ed in Siracusa, ove fermò la residenza, finì questo vergognoso viaggio marcato in tutto il suo corso da rapine sacrileghe; ma se potè involarsi agli sguardi del suo popolo, non poteva fuggire sè stesso: i rimorsi della sua coscienza gli crearono un fantasma che lo perseguitò per terra e per mare, notte e giorno. Credea sempre vedersi in faccia la figura di Teodosio, che presentandogli una coppa piena di sangue, e appressandogliela alle labbra, dicevagli, o parea che gli dicesse: «Bevi fratello, bevi»; allusione alla circostanza che aggravava il suo delitto, poichè avea ricevuto dalle mani del Diacono la coppa misteriosa del Sangue di Cristo. In odio a sè stesso, in odio al genere umano, morì nella capitale della Sicilia per un tradimento domestico, e forse per una cospirazione de' Vescovi. Un servo che l'assisteva al bagno, dopo avergli versato acqua calda sul capo, lo colpì violentemente col vaso che teneva in mano; cadde il principe sbalordito dal colpo, e soffocato dal calore dell'acqua; il suo corteggio non vedendolo ricomparire, corse colà, e riconobbe, senza commoversi, ch'egli era morto. Le soldatesche della Sicilia vestirono della porpora un giovinetto oscuro, ma d'una bellezza inimitabile, che non poteva, come è facile a credersi, essere ritratta dai pittori, nè dagli scultori d'allora.

[A. D. 668]

Costanzo avea lasciato tre figli nel palazzo di Bizanzio; il primogenito avea ricevuto la porpora sin dall'infanzia. Quando ordinò che venissero a trovarlo in Sicilia, i Greci che voleano custodire quelli ostaggi preziosi, risposero, che quelli erano figli dello Stato, e che non doveano partire. Giunse la nuova della sua morte da Siracusa a Costantinopoli con una rapidità straordinaria, e Costantino, il primogenito de' suoi figli, fu l'erede del suo trono, senza ereditare l'odio del Pubblico. Con grande zelo ed ardenza concorsero i sudditi a punire quella provincia, che aveva usurpato i diritti del Senato e del Popolo: il giovane Imperatore salpò dall'Ellesponto con una squadra numerosa, e raccolse sotto le sue insegne, nel porto di Siracusa, le legioni di Roma e di Cartagine. Agevole cosa era lo sconfiggere l'Imperatore acclamato dai Siciliani, e giusta ne era la morte; la sua bella testa fu esposta nell'Ippodromo; ma non posso applaudire alla clemenza d'un Principe che nel gran numero delle sue vittime comprese il figlio d'un patrizio, che non avea altra colpa che d'aver amaramente deplorato il supplizio d'un padre virtuoso. Questo giovine, chiamato Germano, fu condannato ad una mutilazione ignominiosa: ma sopravvisse a questa crudele operazione, ed elevato poscia alla dignità di Patriarca e di Santo, ha conservata la memoria dell'indecente atrocità dell'Imperatore. Dopo avere offerti all'ombra del padre sagrifici così sanguinosi, ritornò Costantino alla sua capitale, ed essendogli spuntata la barba nel suo viaggio di Sicilia, questa circostanza fu divulgata all'Universo col soprannome datogli di Pogonate. Il suo regno, come quello del suo predecessore, fu deturpato dalla discordia fraterna. Aveva egli conferito il titolo d'Augusto ad Eraclio e a Tiberio, suoi fratelli; ma non era per essi che un vano titolo, avvegnacchè continuavano a languire nella solitudine del palazzo senza poteri e senza occupazioni. Segretamente istigate da loro le soldatesche del _Tema_ o sia della provincia d'Anatolia, s'appressarono dalla parte dell'Asia a Costantinopoli; chiedendo a favor dei due fratelli di Costantino la divisione o l'esercizio della sovranità, e sostenendo con un argomento teologico questa sediziosa domanda. Gridavano i soldati, essere Cristiani, e Cattolici, e sinceri adoratori della santa ed individua Trinità; e però se regnavano tre persone uguali nel Cielo, era ben ragionevole, che tre persone uguali fossero sulla Terra. L'Imperatore invitò quei bravi dottori ad un'amichevole conferenza, in cui proporre potevano al Senato le loro ragioni: quelli vi andarono; e ben presto lo spettacolo de' loro corpi impesi alle forche nel sobborgo di Galata bastò a riconciliare i lor compagni coll'unità del Regno di Costantino. Il quale perdonò ai fratelli, e lasciò che fossero, come prima, onorati nelle pubbliche acclamazioni; ma divenuti nuovamente colpevoli, o avendone dato nuovamente sospetto, perdettero il titolo d'Augusto, e fu tagliato loro il naso al cospetto de' Vescovi cattolici, che in Costantinopoli componevano il sesto Concilio generale. Pogonate, sul termine della vita, si mostrò sollecito di statuire il diritto di primogenitura. Le capellature de' suoi due figli Giustiniano ed Eraclio furono offerte sopra il deposito di S. Pietro, come Simbolo della spirituale adozione, che ne facea il Papa; ma solamente al primogenito fu conferito il grado d'Augusto, e assicurata la corona.

[A. D. 685]

Giustiniano II, morto il padre, eredò l'Impero, e il nome d'un legislatore trionfante fu infamato dai vizi d'un giovinastro, che non imitò il riformator delle leggi in altro, fuorchè nel lusso degli edifici. Violente n'erano le passioni, ma debole l'intelletto; esaltava coll'ebbrezza d'uno sciocco orgoglio il diritto di nascita che gli sottometteva milioni d'uomini, quando la più picciola Comunità non l'avrebbe eletto per suo magistrato speciale. Erano i suoi ministri favoriti un eunuco ed un frate, cioè due Esseri, che per la loro condizione erano i meno capaci d'umani affetti: all'uno lasciava in cura il palazzo; all'altro l'erario; il primo castigava a frustate la madre dell'Imperatore; il secondo faceva impendere i debitori insolvibili colla testa abbasso sopra un fuoco lento, che esalava una nube di fumo. Dai giorni di Commodo o di Caracalla in poi il timore era stato il movente ordinario della crudeltà nei sovrani di Roma; ma Giustiniano, che aveva qualche vigor di carattere si compiaceva a veder tormentati i sudditi, e affrontò la loro vendetta per dieci anni in circa sino al punto che fu colma la misura de' suoi delitti, e quella della loro pazienza. Leonzio, Generale di grido, avea per più di tre anni languito in un carcere con vari patrizi delle più nobili e degne famiglie; ad un tratto il sovrano lo liberò per dargli il governo della Grecia: questa grazia, conceduta ad un uomo offeso, annunziava disprezzo più che fiducia; mentre i suoi amici l'accompagnavano al porto, ove doveva imbarcarsi, disse loro sospirando, che si ornava la vittima pel sagrifizio, che sarebbe presto seguito dalla morte: ebbero quelli coraggio a rispondergli che forse la gloria e l'Impero sarebbero il guiderdone d'un tentativo generoso; che tutte le classi dello Stato abborrivano il regno d'un mostro, che dugentomila patriotti non aspettavan altro che la voce d'un Capitano. Prescelsero la notte per adempiere la loro liberazione; e ne' primi sforzi de' cospiratori, fu svenato il prefetto della capitale, e forzate le prigioni; per tutte le strade gridavano gli emissari di Leonzio: «Cristiani, a Santa Sofia». Il testo eletto dal Patriarca «ecco il giorno del Signore» fu l'annunzio d'una predica, che fini d'infiammare gli spiriti; il perchè uscendo dalla Chiesa indicò al popolo un'altra adunanza da tenersi nell'Ippodromo. Giustiniano, pel quale non s'era sguainata una sola spada, fu trascinato davanti a quei Giudici furibondi, i quali domandarono, che fosse subitamente punito di morte. Leonzio, già vestito della porpora, vide con occhio di compassione il figlio del suo benefattore, il rampollo di tanti Imperatori, boccone innanzi a sè. Perdonò la vita a Giustiniano; ma gli fu tagliato, benchè imperfettamente, il naso, e forse la lingua. La flessibilità dell'idioma greco gli diede immediatamente il nome di Rhinotmeta: così mutilato il tiranno fu confinato a Cherson, borgo solitario della Tartaria-Crimea, la quale traeva da' paesi vicini vino, biade ed olio, come merci di lusso.

[A. D. 695-705]