Storia della decadenza e rovina dell'impero romano, volume 09

Part 11

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[145] _Essendo stato deciso dai Concilii interpreti legittimi dell'Antico, e del Nuovo Testamento, che (come abbiamo veduto) Gesù Cristo Verbo umanizzato dalla stessa sostanza di Dio Padre, era nato dalla Vergine Maria per opera non d'uomo, ma dello Spirito Santo, terza persona della Santissima Trinità, e venendo da ciò chiaramente, che Maria era Madre di Dio, non furono superstiziosi i Latini, ossia i Cristiani d'Occidente, siccome non lo sono oggidì tutti i Cattolici, se prestarono, e prestano un Culto distinto a questa Vergine maravigliosa, che essendo stata il mezzo misterioso onde comparve in questa Terra la seconda Persona della Santissima Trinità, il Verbo fatto uomo, il Salvatore de' credenti, era da considerarsi, siccome esclama con santo metaforico entusiasmo la Chiesa,_ felix Coeli porta. _Il Culto dalla Vergine Maria non è dunque un atto superstizioso; è superstizioso quell'atto che non è stabilito ed approvato dai Concilii, cioè dalla Chiesa. È poi inconvenientissima, per lo meno, l'espressione dell'Autore,_ elevata quasi al grado di una Dea: _questo nome_ Dea _è proprio dalla religione politeistica, e non della Cristiana, e l'usarlo può far correre nel pericolo di avvicinare le due idee disgiuntissime di una Dea, e di_ Maria: _bisogna usare molta circospezione nell'adoperar termini non determinati, o ricevuti dai Concilii, e da' S. S. Padri, cioè dalla Chiesa._ (Nota di N. N.)

[146] _Non è idolatria il culto che i Cattolici prestano alle immagini di Cristo, di Maria, e dei Santi: vedi la nostra lunga nota, di sopra._ (Nota di N. N.)

[147] _Il Sacramento della Penitenza, della remissione dei peccati, fu stabilito da Gesù Cristo col noto fatto della Maddalena: la Chiesa andò riducendolo a forma, a discipline prudenziali, e prescrivendolo ad un certo tempo. L'istromento della riconciliazione degli uomini con Dio, come può essere l'istromento della tirannia ecclesiastica? ciò non può essere. Se poi alcuni preti ne hanno abusato, e ne abusano, ciò altro non vuol dire se non che gli uomini abusano perfino delle cose più reverende._ (Nota di N. N.)

[148] _Vedi_ intorno ai Cristiani di S. Tommaso, l'Assemani _Bibl. orient._ t. IV, p. 391-407, 435-451. Geddes's _Church History of Malabar_, e specialmente La Croze, _Histoire du Christian. des Indes_, in due volumi _in_ 12. _La Haye_, 1758, opera dotta e piacevole. Questi attinsero alla medesima fonte, cioè dalle relazioni dei Portoghesi e degli Italiani; e i pregiudizi dei Gesuiti sono bastevolmente contrappesati da quelli dei Protestanti.

[149] Οιον ειπειν ψευδαληθης, come s'esprime Teodoro nel suo Trattato dell'Incarnazione, p. 245-247, e tale è la citazione che ne fa La Croze (_Hist. du Christianisme d'Ethiopie et d'Arménie_, p. 35), il quale forse un po' sconsideratamente, esclama, «Che raziocinio miserabile!» Renaudot (_Hist. patriarch. Alexand._, pag. 127-138), accenna le opinioni espresse da Severo nelle controversie dell'Oriente, e si può vedere la sua vera profession di Fede nell'Epistola da Giovanni il Giacobita, patriarca Antiochia, scriveva nel decimo secolo a Menna d'Alessandria, suo fratello (Assemani _Bibl. orient._, t. II, p. 132-141).

[150] _Epistol. archimandritarum et monachorum Syriae secundae ad papam Hormisdam, Concil._, t. V, p. 598-602. Il coraggio di S. Saba, _ut leo animosus_, darebbe a credere che non fossero poi sempre spirituali o difensive l'armi di quei monaci (Baronio A. D. 513, n. 7, ec.).

[151] Assemani (_Biblioth. orient._, t. II, p. 10-46), e La Croze (_Christian. d'Ethiop._, p. 36-40), ci danno l'istoria di Senaia o Filosseno, vescovo di Mabug, o Hierapoli, nella Siria. Egli possedea perfettamente la lingua siriaca, e fu l'autore, e l'editore d'una versione del Nuovo Testamento.

[152] Nella cronaca di Dionigi (_ap. Assem._, t. II, p. 54), si hanno i nomi ed i titoli di cinquantaquattro Vescovi esiliati da Giustino. Fu chiamato Severo a Costantinopoli per esservi sentenziato, dice Liberato (_Brev._ c. 19), per aver mozza la lingua, dice Evagrio (l. IV, c. 4); il prudente Patriarca non si fermò ad esaminare la differenza di queste due cose. Questa rivoluzione ecclesiastica è dal Pagi assegnata al mese di settembre 518 (_Critica_, t. II, p. 506).

[153] I particolari dell'oscura storia di Giacomo Baradeo, o Zanzalo, si leggono qua e là in Eutichio (_Annal._, t. II, p. 144, 147), in Renaudot (_Hist. patriarch. Alex._ p. 133), in Assemani (_Bibl. orient._, t. I, p. 424; t. II, p. 62-66, 324-222, 414; t. III, p. 385-388). Non pare che fosse noto ai Greci: i Giacobiti stessi volean piuttosto derivare il nome, e la genealogia loro dall'Apostolo S. Giacomo.

[154] Le particolarità relative alla sua persona e a' suoi scritti formano per avventura l'articolo più curioso della Biblioteca d'Assemani (t. II, p. 244-321; ivi porta il nome di _Gregorio Bar-Ebreo_). La Croze (_Christian. d'Ethiopie_, p. 53-63), si fa beffe dal pregiudizio che hanno gli Spagnuoli contro il sangue giudaico, il quale secretamente macchia la loro chiesa e la loro nazione.

[155] La Croze (p. 352), e lo stesso Sirio Assemani (t. I, p. 226, t. II, p. 304, 305), fanno la critica di quella astinenza eccessiva.

[156] Una dissertazione di centoquarantadue pagine, che sta in principio del secondo volume d'Assemani, spiega perfettamente le circostanze dei Monofisiti. La Cronaca siriaca di Gregorio Bar-Ebreo o Abulfaragio (_Bibliot._ _orient._ tom. II, p. 321-463), ci dà la lista dei _Cattolici_ o patriarchi Nestoriani, e quella dei _Mafriani_ dei Giacobiti.

[157] Eutichio (_Annal._, t. II, pag. 191, 267, 332), e altri passi della Tavola metodica di Pocock provano, che fu indifferentemente usato il nome di Monoteliti e di Maroniti. Non aveva Eutichio alcun pregiudizio contro i Maroniti del secolo decimo; e possiam credere ad un Melchita, la cui testimonianza è confermata dai Giacobiti e dai Latini.

[158] _Concil._, t. VII, p. 780. Costantino, prete sirio d'Apamea, con intrepidezza e sottilmente difese la causa de' Monoteliti (1040 ec.).

[159] Teofane (_Chron._ pag. 295, 296, 300, 306), e Cedreno (p. 437-440), narrano le glorie dei Mardaiti; il nome _mard_, che in siriaco significa _rebellavit_ è spiegato da La Roque; (_Voyage de la Syrie_, t. II, p. 53); il Pagi ne fissa le date (A. D. 676, n. 4-14. A. D. 685 n. 3, 4), ed anche l'oscura istoria del patriarca Giovanni Marone (Assemani _Biblioth. orient._ t. I, p. 496-520), rischiara le turbolenze del monte Libano dall'anno 686 al 707.

[160] Nell'ultimo secolo si vedeano tuttavia sul monte Libano venti di quei cedri cotanto vantati dalla Storia sacra (_Voyage_ de la Roque, t. I, p. 68-76); oggi non ve ne ha più di quattro o cinque (Viaggio di Volney t. I, pag. 264). La scomunica proteggeva quegli alberi così celebri nella Scrittura; se ne levava, ma con circospezione, qualche pezzo per farne crocette, ec: ogni anno sotto la lor ombra si cantava una Messa, e i Sirii supponevano in essi la facoltà di rialzare i loro rami contro la neve, alla quale non sembra che il Libano sia tanto fedele quanto dice Tacito: _inter ardores opacum fidumque nivibus_: ardita metafora (Hist. v. 6).

(Dicasi piuttosto che _fedele alle nevi_, significa fedele ossia sicuro, difeso ec. per le nevi, nel senso anche di Plinio. V. Forcellini. _N. del Trad._)

[161] La testimonianza di Guglielmo di Tiro (_Hist. in gestis Dei per Francos_, l. XXII, c. 8, p. 1022), è copiata, o confermata, da Giacomo di Vitry (_Hist. Hierosolym._, l. II, c. 77, p. 1093, 1094); ma col potere dei Franchi mancò questa lega poco naturale, e Abulfaragio morto nel 1286, considera i Maroniti come una Setta di Monoteliti (_Bibl. orient._ t. II, p. 292).

[162] Trovo una descrizione e una storia de' Maroniti nel _Viaggio in Siria e nel monte Libano_, del La Roque, due volumi in 12 _Amsterd._, 1723; particolarmente nel t. I, p. 42-47, 174-84, t. II, p. 10-120; in ciò che si riferisce ai tempi antichi aderisce alle opinioni pregiudicate di Nairon e d'altri Maroniti di Roma, alle quali non sa rinunziare Assemani, ed ha poi vergogna di sostenerle. Si consulti Jablonski (_Instit. Hist. Christ._ t. III, p. 186), Niebur (_Voyage de l'Arabie_, etc. t. II, p. 346, 370-381), e soprattutto il giudizioso Volney (_Voyage en Egypte et en Syrie_, t. II, p. 8-31, _Paris_, 1787).

[163] La Croze (_Hist. du Christianisme de l'Ethiopie et de l'Arménie_, p. 269-402), descrive in pochi tratti la religion degli Armeni. Ci rimanda alla grand'istoria d'Armenia pubblicata da Galano, (tre volumi in foglio, Roma 1650-1661), e raccomanda l'esposizione che dello stato dell'Armenia si fa nel terzo volume delle Nouveaux Mémoires des Missions du Levant. Convien dire, che sia assai pregevole l'opera d'un Gesuita, quando è lodata da La Croze.

[164] Si pone l'epoca dello scisma degli Armeni ottantaquattr'anni dopo il Concilio di Calcedonia (Pagi, _Critica_, A. D. 535); terminò in uno spazio di anni diciassette; e coll'anno 552 si fissa la data dell'Era degli Armeni (_l'Art de vérifier les dates_, p. XXXV).

[165] Si ponno vedere i sentimenti e le azioni di Giuliano di Alicarnasso in Liberato (_Brev._ c. 19), in Renaudot, (_Hist. patriarch. Alex._ p. 132-303), e in Assemani (_Bibl. orien._ t. II, _Dissert. de monophysitis_, P. VIII, p. 286).

[166] _Vedi_ un fatto notabile del dodicesimo secolo nell'istoria di Niceta Coniate (p. 258). Nonostante, tre secoli prima Fozio (_epist._ II, p. 49 edit. Montacul) s'era fatto una gloria della conversion degli Armeni λατρυει σημερον αρθοδοξως, _oggi il culto è ortodosso_.

[167] Tutti i viaggiatori s'incontrano in Armeni, che han la metropoli sulla strada maestra fra Costantinopoli ed Ispahan; _Vedi_ sul loro stato odierno il Fabricio (_Lux Evangelii_, etc. c. XXXVIII, p. 40-51), l'Oleario (l. IV, c. 40), il Chardin (vol. II, p. 232), Tournefort, (_Letter._ XX), e principalmente Tavernier (t. I, p. 28-37, 510-518), quel gioielliere vagabondo, che non avea letto alcun libro, ma che avea veduto tante cose, e bene.

[168] L'istoria dei Patriarchi d'Alessandria da Dioscoro fino a Beniamino è tratta da Renaudot (p. 114-164), e dal secondo volume degli Annali di Eutichio.

[169] Liberato (_Brev._ c. 20, 23, Victor, _Chron._ p. 329, 330). Procopio (_Anecd._ c. 26, 27).

[170] Eulogio, ch'era stato monaco in Antiochia, valeva più nelle sottigliezze che nell'eloquenza. Egli vuol provare, che non si dee porre opera a riconciliare i nemici della Fede i Gaianiti e i Teodosiani; che la stessa proposizione può essere ortodossa in bocca di S. Cirillo ed ereticale in quella di Severo; che sono ugualmente vere le asserzioni contraddittorie di Leone. Non sussistono più i suoi scritti, se non se negli estratti di Fozio, che li avea letti attentamente, e con piacere. Cod. CCVIII, CCXXV, CCXXVI, CCXXVII, CCXXX, CCLXXX.

[171] _Vedi_ la vita di Giovanni il Limosiniere scritta da Leonzio, vescovo di Napoli in Cipro, suo contemporaneo, il testo greco del quale, o perduto, o nascosto, si trova in parte nella version latina di Baronio (A. D. 610 n. 9, A. D. 620 n. 8). Il Pagi (_Critica_ t. II, p. 763), e il Fabricio (l. V, c. 11, t. VII, p. 454), han fatto varie osservazioni critiche.

[172] Io ricavo questa notizia dalle _Recherches sur les Egyptiens et les Chinois_ (t. II, p. 192, 193), più verisimile di quella che ne dà Gemelli Carreri, di seicentomila Cofti antichi, e di quindicimila moderni. Cirillo Lucar, Patriarca protestante di Costantinopoli si dolse perchè questi eretici erano dieci volte più numerosi dei Greci ortodossi, adattando loro ingegnosamente il verso πολλαι κεν δεκαδες δευοιατο οινοχοιο, _a molte decine mancherebbe per avventura il coppiere_, (_Iliade_ II, 128), parole di gran disprezzo. (Fabric. _lux_ _Evangelii_ 740).

[173] Le cose relative all'istoria, alla religione, ai costumi ec. dei Cofti, si raccolgono dall'opera bizzarra dell'abate Renaudot, che non è nè traduzione, nè originale, dalla _Chronicon orientale_ di Pietro il Giacobita dalle due versioni d'Abramo Ecchellense, Parigi 1651, e da Gian Simone Assemani, Venezia 1729. Questi annali non giungono che al decimoterzo secolo. Convien cercare notizie più recenti negli autori che hanno scritto i loro viaggi in Egitto, e nelle nuove Memorie delle missioni del Levante. Nel secolo passato (1600) Giuseppe Abudneno, nato al Cairo, pubblicò in Oxford una breve _Historia Jacobitarum_, in trenta pagine.

[174] Verso l'anno 737. _Vedi_ Renaudot, _Hist. patriarch. Alex._, p. 221, 222; Elmacin _Hist. Saracen._ p. 99.

[175] Ludolfo _Hist. Aetiop. et Comment._, l. I, c. 8; Renaudot, _Hist. patriarch. Alex._, p. 480 etc. Quest'opinione introdotta in Egitto e in Europa dall'artifizio dei Cofti, dall'orgoglio degli Abissinii, dal timore, e dall'ignoranza dei Turchi e degli Arabi, non ha la menoma sembianza di verità. Sicuramente le piogge dell'Etiopia non consultano la volontà del monarca per ingrossar le acque del Nilo. Se il fiume s'accosta a Napata, distante tre giornate dal Mar Rosso (_vedi_ le carte di D'Danville) la bocca d'un canale, capace a svolgerne il corso, esigerebbe tutta la potenza dei Cesari, e forse questa non sarebbe bastevole.

[176] Gli Abissinii che conservano ancora i delineamenti e il color olivastro degli Arabi, provano troppo che non bastan venti secoli a cangiare le tinte della razza umana. I Nubii, che son d'origine affricana non sono che veri Negri, e tanto neri quanto quelli del Senegal o del Congo; hanno egualmente il naso schiacciato, labbra grosse, e testa lanuta (Buff. _Hist. Naturelle_, t. V, p. 117, 143, 144, 166, 219, edit. in 12, _Parigi_ 1769). Guardavano gli antichi con poca attenzione questo fenomeno straordinario, che ha tanto occupato i filosofi e teologi moderni.

[177] Assemani, _Bibl. orient._ t. I, p. 329.

[178] Il cristianesimo dei popoli della Nubia, (A. D. 1153), è attestato dal sceriffo Al-Edrisi, ed è stato in maniera falsa esposto sotto il nome del geografo di Nubia (p. 18), che li rappresenta come un popolo di Giacobiti. La luce istorica, che s'incontra nell'opera di Renaudot (p. 178, 220-224, 281-286, 405, 434, 451, 464), proviene da nozioni di fatti anteriori a quell'epoca. _Vedi_ lo stato moderno di quel paese nelle _Lettres Edifiantes_ (Raccolta IV), e in Busching (t. IX, p. 152-159, del Berenger).

[179] I Latini danno impropriamente all'_Abuna_, il titolo di patriarca: non riconoscono gli Abissinii che i quattro Patriarchi, e il lor Capo non è che un metropolitano, o un primato nazionale (Ludolfo, _Hist. Aeth. et Comment._ l. III, c. 7). Questo Storico non sapea nulla de' sette vescovi di Renaudot (p. 511) esistenti A. D. 1131.

[180] Non capisco il perchè l'Assemani revochi in dubbio (_Bibl. orient._ t. II, p. 384) queste spedizioni tanto probabili fatte da Teodora alla Nubia e all'Etiopia. Renaudot (p. 336-341, 381, 382, 405-443, ec. 452, 456, 463, 475-480, 511-525, 559-564), attinse dagli scrittori cofti quel poco che potè sapere su l'Abissinia sino al 1500. Ludolfo è assolutamente ignaro di quel paese.

[181] Ludolfo, _Hist. Aetiop._, lib. IV, c. 5. Presentemente i Giudei vi esercitano le arti di prima necessità, e gli Armeni fanno il traffico esterno. L'industria europea (_artes et opificia_) era per Gregorio la cosa ch'egli ammirava ed invidiava più d'ogni altra.

[182] Giovanni Bermudez; la sua relazione stampata a Lisbona nel 1569 è stata tradotta in Inglese dal Purchas (Pilgrims, l. VII, c. 7, pag. 1149 ec.), e d'inglese in francese da La Croze (_Christian. d'Etiop._ p. 92-265); questo scritto è curioso, ma si può sospettare che l'autore abbia abbindolate l'Abissinia, Roma, e il Portogallo. È molto oscuro ed incerto il suo diritto al grado di patriarca (Ludolfo, _Comment._ n. 101, p. 473).

[183] _Religio Romana.... nec precibus patrum, nec miraculis ab ipsis editis sufficiebatur_, è l'asserzione non contraddetta dal devoto Imperatore Susneo a Mendez suo Patriarca (Ludolfo, _Comment._ n. 126; p. 529), e queste asserzioni debbono conservarsi come preziosi antidoti a tutte le leggende maravigliose.

[184] So quanto cautela sia necessaria nel trattare l'articolo della Circoncisione: affermerò tuttavolta, 1. che gli Etiopi aveano una ragione fisica per circoncidere i maschi ed anche le femmine (_Recherches philosophiques sur les Americains_, t. II); 2. che la Circoncisione era usitata in Etiopia gran tempo prima della introduzione del giudaismo o del cristianesimo (Erodoto; l. II, c. 104; Marsham, _Canon. chron._, pag. 72, 73), «_Infantes circumcidunt ob consuetudinem, non ob judaismum_,» dice Gregorio, prete abissinio (_apud_ Fabric. _lux christiana_, p. 720). Nonostante, nel calor della disputa, si dà talvolta a' Portoghesi il nome ingiurioso d'incirconcisi, (La Croze, pag. 80; Ludolfo, _Hist. ad Comment._, l. III, c. 1).

[185] I tre storici protestanti, Ludolfo (_Hist. Aethiop._ Francfort, 1681; _Commentarius_, 1691; _Relatio nova_, etc. 1693 _in fol._), Geddes (_Church History of Aetiopia_, Londra, 1698, in 8º), e la Croze (_Hist. du Christian. d'Ethiopie et d'Arménie_, Aia, 1739, in 12), hanno ricavato le principali notizie da' gesuiti, e specialmente dall'istoria generale di Tellez, pubblicata in portoghese a Coimbra, 1660. Può far maraviglia la lor franchezza, ma il peggiore de' lor vizi, lo spirito di persecuzione, era per essi una virtù meritoria. Ludolfo ha tratto qualche vantaggio ma scarso assai dalla lingua etiopica, ch'egli intendeva, oppure dalle sue conversazioni con Gregorio, prete abissinio, uomo d'animo coraggioso, ch'egli chiamò da Roma, ove si trovava, alla Corte, di Saxe-Gotha. _Vedi_ la _Theologia Aetiopica_ di Gregorio, in Fabricio, _lux Evangelii_, p. 716-734.

CAPITOLO XLVIII.

_Disegno del rimanente dell'Opera. Successione e carattere degl'Imperatori greci di Costantinopoli, dal tempo d'Eraclio a quello della conquista de' Latini._

Ho già data a conoscere la successione di tutti gl'Imperatori romani da Trajano a Costantino, da Costantino ad Eraclio, e fedelmente ho esposto le avventure o i disastri del lor governo. Son passato a traverso i cinque primi secoli del decadimento dell'Impero romano, ma più d'otto secoli mi restano ancora da trascorrere prima ch'io giunga al termine delle mie fatiche, cioè alla presa di Costantinopoli fatta dai Turchi. S'io tenessi la stessa regola, e l'andamento medesimo, non farei che distendere prolissamente in un gran, numero di volumi una materia di poca importanza, la quale non darebbe ai lettori un compenso con un'istruzione ed una ricreazione, che pareggiasse la pazienza ch'esigerebbe da loro. Più che procedessi avanti, nel raccontare il degradamento e il tracollo dell'Impero d'Oriente, più ingrata e noiosa sarebbe la mia opera, in segnare gli annali di ogni regno. L'ultimo periodo dei quali mostrerebbe per tutto la medesima debolezza, la medesima miseria; transizioni rapide e frequenti interromperebbero il legame naturale delle cagioni e degli avvenimenti, e una massa di minute particolarità leverebbe la chiarezza e l'effetto a quelle grandi dipinture che danno gloria e pregio all'istoria d'un tempo remoto. Da Eraclio in poi la scena di Bizanzio si fa più angusta ed oscura; il nostr'occhio da tutti i lati vede sparire i confini dell'Impero, fissati dalle leggi di Giustiniano, e dalle armi di Belisario; il nome romano, vero fine delle nostre ricerche, è ristretto in un picciolo cantone dell'Europa, nei solinghi contorni di Costantinopoli. Fu paragonato l'Impero greco al fiume del Reno, che si disperde fra le sabbie, prima di mescere le sue acque con quelle dell'Oceano. La lontananza dei tempi e dei luoghi scema al nostro occhio la pompa della dominazione, nè il difetto di esterior maestà viene coperto da fregi più nobili, quelli del senno o della virtù. Negli ultimi giorni dell'Impero senza dubbio vantava Costantinopoli più ricchezze e più popolazione che Atene ai tempi più floridi de' suoi annali, quando una modica somma di seimila talenti, o sia di un milione e dugentomila lire sterline, formava la totalità degli averi divisi fra ventunmila cittadini adulti; ma ognuno di que' cittadini era un uom libero, e osava far uso della sua libertà ne' suoi pensieri, nelle parole, nelle azioni; leggi imparziali difendeano la sua persona, le sue proprietà, ed egli avea un voto independente nell'amministrazione della Repubblica. Le varietà molte e assai appariscenti dei naturali, parea che aumentassero il numero degl'individui; coperti dall'egida della libertà, portati sull'ali dell'emulazione e della vanagloria, tutti voleano elevarsi alla cima della dignità nazionale: da quell'altezza sapeano alcuni spiriti illustri sopra tutti gli altri slanciarsi oltre i limiti cui può giungere l'occhio del volgo, di modo che, stando al calcolo delle sorti d'un gran merito, quali sono indicate dall'esperienza per un vasto popolatissimo regno, si andrebbe a credere, osservando il numero de' suoi grand'uomini, che la Repubblica d'Atene contasse più milioni d'abitanti. E pure il suo territorio, con quello di Sparta e dei loro alleati, non eccede la grandezza d'una provincia di Francia o d'Inghilterra, quantunque di mediocre estensione; ma dopo le vittorie di Salamina e Platea quelle picciole Repubbliche prendono nella nostra fantasia l'ampiezza gigantesca dell'Asia conculcata dai Greci con piede vittorioso. Per converso i sudditi dell'Impero bizantino, che prendeano e disonoravano i nomi di Greci e di Romani, offrono una tetra uniformità di vizi abbietti, spogli della scusa che meritano le dolci passioni dell'umanità, e senza il vigore e la pompa dei delitti memorandi. Poteano gli uomini liberi dell'antichità ripetere con generoso entusiasmo la sentenza d'Omero, che «uno schiavo nel primo giorno di schiavitù perde la metà delle virtù umane». E sì che il poeta non conosceva altra schiavitù che la civile e domestica, nè poteva prevedere, che l'altra metà dei pregi del genere umano verrebbe un giorno annichilita da quel despotismo spirituale che inceppa le azioni, ed anche i pensieri del devoto prostrato nella polvere. I successori d'Eraclio fiaccarono i Greci con questo doppio giogo; i vizi dei sudditi, secondo una legge dell'eterna Giustizia, digradarono il tiranno, e a gran pena colle più esatte indagini sul trono, nei campi, e nelle scuole si giunge a dissotterrar qualche nome degno d'esser tolto all'obblìo. Alla povertà del subbietto non ripara l'abilità o la varietà delle tinte, impiegata dai pittori storici. I quattro primi secoli d'un intervallo di ottocento anni sono rimasti per noi nelle tenebre di rado interrotte da deboli barlumi di luce storica: da Maurizio ad Alessio, Basilio il Macedone è l'unico principe che colla sua vita abbia somministrato argomento d'un'opera separata, nè giova l'autorità mal certa di compilatori più moderni per supplire al difetto, alla perdita, o all'imperfezione degli autori contemporanei. Non possiamo lagnarci di penuria nei quattro ultimi secoli; la musa dell'istoria rivisse a Costantinopoli nella famiglia dei Comneni; ma si presenta coperta di belletti, e cammina senza garbo e senza disinvoltura. La folla di preti e di cortigiani ci trascinano gli uni dietro agli altri per la via segnata dalla servitù e dalla superstizione: sono di vista corta, di scarso o depravato giudizio, e si finisce un libro pieno d'un'abbondanza sterile senza conoscere le cagioni dei fatti, il carattere degli attori, o i costumi del secolo, che da loro è lodato, o accusato. Si osservò che la penna d'un guerriero pigliava vigore dalla sua spada, e questa riflessione può benissimo applicarsi ad un popolo, poichè, come vedremo, il trono dell'istoria s'alza o s'abbassa a seconda del vigore del tempo in cui è scritta.